DELLA ROCCA, Sinucello

    Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 37 (1989)

di Jean-A. Cancellieri

DELLA ROCCA, Sinucello (detto Giudice di Cinarca). - Nacque, secondo il cronista del sec. XV Giovanni Della Grossa, - la cui opera storica costituisce la fonte locale di gran lunga più dettagliata sulla biografia del D. - nel castello di La Rocca presso. il villaggio d'Olmeto (pieve di Valle) nel Sudovest della Corsica, nel 1219. Rimasto il padre vittima, per mano dei nipoti Arriguccio e Ranieri, della violenza delle guerre private nella società signorile insulare del tempo, il D. con i suoi fratelli Latro e Trufetta e con altri membri del ramo soccombente della famiglia dovette abbandonare il castello di La Rocca al ramo vittorioso, trovando rifugio presso lo zio materno, che era signore di Covasina, sulla costa orientale dell'isola, mentre sua madre Finidora raggiungeva il castello di Bariccini (pieve di Veggeni), sul golfo di Valinco.

Verso l'età dell'adolescenza il D. s'imbarcò per Pisa, dove si stabilì e dove, insieme con altri corsi, apprese il mestiere delle armi. A ventiquattro anni, secondo il cronista Giovanni Della Grossa, si mise in luce inuna singolar tenzone, un episodio d'ordalia che tornò a vantaggio del partito pisano. Il D. sarebbe stato perciò allora ricompensato dal Comune di Pisa con l'attribuzione feudale della signoria di Cinarca e con la concessione del titolo di "giudice di Corsica": si dovrà tornare su questa interpretazione retrospettiva della nostra tarda fonte, interpretazione che ha un esplicito e ben poco convincente carattere eziologico.

Dopo un altro anno trascorso a Pisa come mercenario di quel Comune, il D. sarebbe potuto rientrare in Corsica nel 1245 grazie all'appoggio di due galere pisane dirette a Maiorca. Egli compi due sbarchi successivi scontrandosi con l'ostilità del mondo signorile insulare, sppcialmente a La Rocca. Riuscì comunque a prendere terra con pochi seguaci e dovette raggiungere il castello di Bariccini e poi rifugiarsi sulle alture di Quenza e d'Aullène, nell'alta Valle del Rizzanese (pieve di Scopamene). Giovanni Della Grossa pone in questo momento all'origine stessa della fortuna politica del D. un atto spettacolare di giustiziere, al quale il cronista conferisce certamente il valore di glossa eziologica dell'appellativo di "giudice" con cui fu noto il D. ai suoi tempi.

In realtà, sembra che si debba vedere nel nome-titolo di "Giudice" la ripresa personalizzata di un termine generico ricorrente e plurisecolare, che serviva in Corsica, dall'alto Medioevo, a designare i rappresentanti per eccellenza del potere pubblico o i detentori di un potere di tipo eminente. In questa prospettiva, il nuovo titolo del D., adottato come nome al più tardi nel 1258, potrebbe derivare, attraverso i canali complessi della memoria collettiva e dell'ideologia signorile del tempo, da tutto un insieme disparato di "giudici" insulari, dagli arconti bizantini dei secoli VI-VIII fino ai rappresentanti degli arcivescovi di Pisa nelle diocesi suffraganee di Corsica (specialmente nei secoli XI-XII), passando per il titolo che, nel mondo signorile insulare, "precedette generalmente le qualifiche feudali" (R. Colonna de Cesari Rocca). Precisiamo infine che niente ci permette di escludere, volendo ricamare su questa nebulosa semantica, una contaminazione o una imitazione diretta - in quest'ultimo caso opera dello stesso D. - dei titoli giudicali della Sardegna.

In tutti i casi, avesse o non già cominciato a fregiarsi di questo nuovo nome, il D. segnò l'inizio della propria fortuna insulare con la costruzione del castello di Contudine nei monti del Coscione, ai quali la ricchezza degli alpeggi conferiva un grande valore strategico. L'insediamento del D. a Contudine fece scatenare una violenta reazione degli antichi padroni del luogo, i Biancolacci della pieve di Carbini, signori effettivi dei paesi di Quenza, Aullène e Scopamène, nell'alta Valle del Rizzanese. Contro il D. si creò un'alleanza fra il ramo dei Biancolacci di Carbini e il lignaggio consanguineo dei Biancolacci di Bisughjè. Queste due branche apparentate, unite verosimilmente dai legami tradizionali dell'allevamento transumante, erano infatti rispettivamente padroni di alte e di basse terre di pascolo, che circondavano dunque il cuore della signoria del D., il basso Rizzanese. La guerra durò mesi sui monti del Coscione e terminò con la disfatta dei Biancolacci, mentre il D. rafforzava la sua autorità di fatto sui paesi d'Aullène e di Scopamène e rimetteva piede nell'ambito dei domini ereditari di La Rocca, impossessandosi della pieve di Veggeni e di diversi castelli, fra cui Tali e Cruscani. In seguito alle sue vittorie, egli ricevette l'adesione dei Vallinchi, padroni di La Rocca di Valle, seguita da quelle di quasi tutti i signori del meridione della Banda di Fuori, cioè, nella terminologia di Giovanni Della Grossa, dell'insieme territoriale compreso fra Cilaccia (a settentrione di Olmeto) e Bonifacio, esclusa la doppia signoria, forse ridotta, dei Biancolacci.

Divenuto padrone di Istria vicino Sollacaro, il D. passò a Cruscaglia (Bicchisano), dove sottomise i signori del luogo e della pieve di Valle, chiamati Salaschi. Si volse poi contro la sacca di resistenza costituita dai domini dei Biancolacci di Carbini, che assediò nel loro castello di Capula, fra l'alto Rizzanese e l'alto Fiumicicoli. Si impadronì di quel castello e costrinse il capo di quella signoria e il di lui figlio legittimo all'esilio in Sardegna, pur consentendo agli altri membri della loro famiglia di rimanere nella giurisdizione della loro antica signoria, mentre egli prendeva in moglie una figlia del suo vinto avversario. Padrone del paese di Carbini e dopo aver distrutto per precauzione il castello di Capula, attaccò i Biancolacci di Bisughjè, che sottomise senza potersi impadronire del loro castello. Risalendo verso il nord e passando per la Valle del Taravo, prese il castello di Ornano, il maggiore centro politico della pieve omonima, e lo affidò a suo fratello Trufetta. Infine, dominando ormai questa ricca vallata, convocò sulle alture di Cilaccia "tutti li popoli da San Giorgio a Bonifacio", cioè dal limite meridionale della pieve di Cauro fino all'estremo Sud dell'isola. Pervenuto così ad una sorta di primo apogeo politico, si fece conferire nel 1250, sempre secondo la cronologia di Giovanni Della Grossa, l'insegna dell'autorità politica eminente nella Corsica medievale, designata da altri testi del basso Medioevo come la dignità "comitale", carica formalmente elettiva, trasmessa per acclamazione popolare e originale per più di un aspetto nell'Europa del tempo.

Verso il 1256 il D. avrebbe ripreso in maniera significativa la sua politica di espansione. Nel 1261 egli si sarebbe impadronito del castello di Gozzi (vicino ad Appietto), prima di annientare i Tralavetacci di Cauro e i Salaschi di Celavo (regione di Sarrola-Carcopino e di Peri). Nel racconto a forte colorazione assiologica del cronista Giovanni Della Grossa, la fase seguente dell'azione del D. fu quella volta a farsi vendetta su uno dei due assassini di suo padre, Arrigo, soprannominato Orecchiritto. Per combattere questo avversario nel suo principale castello, Cinarca (pieve di Liamone, vicino a Casaglione), il D. fece ricorso all'aiuto di quattro galere pisane. Cacciato dal castello di Cinarca a quello di Catena (vicino a Letia), Arrigo perse la vita, lasciando il D. padrone di disporre di tutta la signoria e di stabilire un collegamento mediante il nuovo appellativo di Giudice di Cinarca da lui allora assunto, con Cinarco, il fondatore eponimo dei Cinarchesi e con la linea, egualmente semirnitica, di Ugo Colonna, il primo conte di Corsica nell'epoca carolingia.

Il D. toccò l'apogeo della sua potenza prima del 1260. Tenne conto del sorgere della rivalità fra Genova e Pisa per la dominazione sull'isola, tentando di barcamenarsi fra le due potenze, con un orientamento che - almeno in una prima fase - può qualificarsi ufficialmente filogenovese. Nel dicembre del 1258, con l'intermediazione del fratello Latro, concluse infatti con i castellani di Bonifacio un patto di alleanza, confermato nel gennaio del 1259 dal genovese Giovanni Boccanegra. Questo trattato deve essere considerato come il riflesso di una coerente strategia antipisana in Corsica, e cioè di una deliberata "pressione genovese", realizzata sotto il governo del capitano del Popolo Guglielmo Boccanegra, fratello di Giovanni. Questo programma politico traspare anche da altre iniziative di Genova: come il progetto (1259) del castrum genovese di Saparadonica (pieve di Figari), che poté essere concepito come uno sbarramento fra il "distretto" di Bonifacio e il dominio signorile virtualmente ostile del D.; o, ancora, come l'accordo dei signori di Corcano (Crocà, nel Sartenese) con i castellani di Bonifacio concluso, due anni più tardi, in apparenza senza l'avallo dello stesso Della Rocca.

Sempre secondo la tradizione storiografica testimoniata da Giovanni Della Grossa, il D. sarebbe stato confermato nel 1264 nella sua dignità di signore eminente dell'isola da un'assemblea di fedeli tenuta alla canonica di Mariana, sede di vescovato suffraganeo della Chiesa di Pisa e luogo simbolico, per la sua storia e per la monumentalità stessa della sua cattedrale, della presenza pisana in Corsica. Dalla lettura di questo cronista si trae l'immagine, per i decenni 1250-1270, di un principato dalla storia politica movimentata, perpetuamente agitato da lotte contro altri capi di signoria (Amondaschi, Pinaschi, Cortinchi ...) e organizzato intorno ad alcuni centri maggiori, quali specialmente il castello di Cinarca e quello di Vortica (Monticello, Balagna). Da parte loro, durante questo stesso periodo, i documenti della diplomazia comunale genovese sono muti sull'attività dei Della Rocca. Si può pensare che il trattato del 1258-1259, durante parecchi anni non fu pubblicamente violato al punto di rendere necessario un intervento comminatorio di Genova, tanto più che il periodo compreso fra il capitanato del Popolo di Guglielmo Boccanegra e il doppio capitanato di Oberto Doria e Oberto Spinola corrispose ad un periodo di minore "presenza" diplomatica di Genova in Corsica. Ora, a partire dal 1272, le iniziative genovesi, tutte contrarie agli interessi politici del D., ripresero (1272: creazione del Castel Lombardo ad Aiaccio; 1273: trattato di alleanza con il signore Orlando di Sala, pieve di Mezzana). In effetti, la tensione s'accrebbe, ed è illustrata, nell'ottobre del 1277, dalle vivaci lettere di rimostranza dei due ambasciatori del Comune di Genova. Nel dicembre del 1278, tuttavia, l'alleanza fu rinnovata, nel corso di un incontro en marche del distretto di Bonifacio, con il podestà della città, Pasquale de Mari, e fu confermata, del resto, di fronte al nuovo podestà Pietro Matteo Doria. Quest'ultimo atto ha un'importanza particolare: redatt o in prima persona, esso può essere stato scritto sotto la dettatura dello stesso D., che presenta la sua ascesa politica di fronte ai suoi concorrenti della Banda di Fuori (nel Sudovest dell'isola) sotto una luce favorevole a Genova e promette, in un linguaggio solenne, la sua protezione ai Genovesi ed ai Bonifacini. Questo trattato, che appariva, almeno dal punto di vista formale, come un accordo da potenza a potenza, è la migliore testimonianza coeva dell'immagine, non solo leggendaria, di un principato effettivo del D. nella Corsica del sec. XIII.

In seguito alla violazione di questo trattato da parte del D., oppure per la semplice logica del progetto genovese di porre sotto la propria tutela politica la Corsica, Genova, nell'aprile del 1282, concluse con Arriguccio e Raniero di Cinarca, cugini del D., un trattato chiaramente diretto contro quest'ultimo ed evidentemente destinato a preparare un'azione di vasta portata. Alla fine di maggio in effetti, secondo gli Annali genovesi di Iacopo Doria, un forte contingente genovese sbarcò a Bonifacio, sotto il comando di Francesco de Camilla e di Nicolino de Petracio. Il D. dovette abbandonare al nemico il "distretto" di Bonifacio e subì una prima disfatta. La conquista di Castelnovu (Bariccini), difesa personalmente da lui, e quella di parecchi castelli del suo dominio, fra cui Rocca di Valle, Istria e Ornano, lo costrinsero alla fuga, ma non alla resa. Secondo Giovanni Della Grossa, egli si imbarcò ad Aleria diretto a Pisa, dove, appellandosi al suo antico vassallaggio, domandò soccorsi e confermò la sua sottomissione al Comune. Nel febbraio del 1283egli si unì all'ammiraglio pisano Rosso Buzzacarini, sbarcato con 150sardi nel golfo di Sant'Amanza, per devastare il distretto di Bonifacio. Del resto, secondo il racconto di Iacopo Doria, gli aiuti dei Pisani al D. appaiono - come erano - le premesse degli avvenimenti militari che condussero, nell'agosto del 1284,alla battaglia navale della Meloria. Per questo, nel 1289,il risveglio della lotta fra Pisa e Genova trovò nel mondo signorile insulare, sempre dominato dalla figura del D., un terreno d'elezione. Vittoriosa su Pisa, ma non sul suo principale alleato in Corsica, Genova tentò invano di imporre alla città toscana, nell'aprile del 1288,un trattato di pace destinato ad ottenere la sottomissione del D. o, almeno, la messa al bando sua e quella di tutti i suoi. Il fallimento di questo progetto provocò la campagna militare in Corsica di Luchetto Doria, che con il titolo di vicario generale per il Comune di Genova, nel maggio 1289,sbarcò nel golfo di Valinco, proprio al centro del primitivo dominio signorile der Della Rocca. A partire dall'inizio del mese seguente parecchi suoi castelli caddero, fra cui proprio quelli di Rocca-di Valle, di Ornano e di Contondola (Contudine). Quando il conte di Corsica s'era ritirato molto all'interno nelle terre di montagna della Banda di Fuori, un'altra offensiva di Luchetto Doria, sulla costa orientale in direzione di Aleria e quindi nel Nordest dell'isola, fornì nuovi ed immediati successi a Genova, completati dalla sottomissione feudale al Comune di Genova di molti signori corsi, che privarono così del loro sostegno diretto o indiretto la causa del Della Rocca. Lo stesso D., dopo aver condotto durante una parte dell'autunno e dell'inverno un'improvvisa offensiva seguita da una rapida ritirata, si accordò per un incontro con Luchetto Doria, che ebbe luogo l'8 dic. 1289 nel porto di Favone, sulla costa orientale, e per un armistizio che doveva durare fino al 14 febbr. 1290.Un clima di diffidenza e di sospetto reciproco causò il rigetto delle proposte del D. (fra cui quella di celebrare solennemente il matrimonio di una delle sue figlie a Genova al fine di suggellare un'alleanza pubblica) e determinò la rottura della tregua. La malattia di Luchetto Doria, il suo rimpatrio ed in seguito la sua morte, indussero i Genovesi a rimpiazzarlo con Niccolò Boccanegra, che arrivò a Bonifacio nel luglio del 1290con un centinaio di cavalieri ed altrettanti balestrieri. Come il suo predecessore, egli decise di attaccare dapprima Istria e Ornano, riportando inizialmente alcuni successi militari. Ma, approfittando del ritorno della spedizione a Bonifacio, il D. ebbe presto modo di attaccare i suoi antichi castelli allora tenuti dai filogenovesi, capeggiati specialmente dal suo congiunto Ranieri di Cinarca. Un tentativo disperato dell'esercito genovese di portar loro soccorso finì con una sconfitta causata da un'imboscata. Nel novembre del 1290il secondo vicario generale di Genova in Corsica lasciò l'isola sconfitto mentre il D. e i suoi fedeli, tutti alleati di Pisa, rioccupavano i loro tradizionali dominî.

Gli ultimi avvenimenti della vita del D. ci sono noti essenzialmente attraverso la cronaca di Giovanni Della Grossa, ma altresì in misura minore, attraverso quella di Pietro Cimeo: la loro cronologia, pertanto, non è sicura nei dettagli. Dopo la disfatta di Niccolò Boccanegra, alcuni combattimenti sporadici dovettero avvenire fra Corsi e Genovesi di Bonifacio, mentre si approfondiva in tutta l'isola una linea di frattura fra i partigiani del D. - "parte di Giudice" - e quelli dei signori Cortinchi - "parte di Giovanninello" (di Petr'a l'Arretta) - che dominavano la Banda di Dentro. Più che mai reale alleato di Pisa in Corsica, il D. fu messo al bando da Pisa per le clausole della tregua di trent'anni conclusa fra Genova e Pisa il 31 luglio 1299.Infine, nel 1312 - sempre secondo Giovanni Della Grossa - i Genovesi, grazie ad un tradimento, si sarebbero impadroniti del D., nonagenarier, e l'avrebbero rinchiuso nella prigione di La Malapaga, a Genova, dove egli sarebbe morto poco dopo.

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