FABRI, Sisto

    Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 43 (1993)

di Pietro Messina

FABRI, Sisto. - Nacque il 4 ag. 1540 a Villa Basilica, vicino Lucca; ma negli anni seguenti molto probabilmente la sua famiglia si trasferì a Napoli. In questa città infatti il F., il 20 febbr. 1556, prese l'abito domenicano nel convento di S. Caterina al Formello. Qui iniziò i suoi studi, arrivando a ricoprire la carica di terzo lettore per gli anni 1563 e 1564; continuò poi a studiare teologia e diritto canonico a Bologna. Nel 1571 entrò nelle grazie del maestro generale Serafino Cavalli, che lo volle come suo segretario; poco dopo lo creò provinciale di Terrasanta e, nel capitolo di Barcellona (1574), procuratore dell'Ordine.

Nel 1576 il F. insegnava teologia all'università di Roma. In quello stesso anno ebbe modo di far diretta conoscenza di Giordano Bruno, ospite a Roma presso il convento di S. Maria sopra Minerva, retto all'epoca dal Fabri. Continuava intanto la sua carriera all'interno dell'Ordine. Quando, nel 1574, il Cavalli partì per una lunga serie di viaggi attraverso le varie province, lo scelse come vicario generale in sua assenza. E, rimanendo all'estero il gran maestro per diversi anni, il F. continuò a ricoprire quella carica. Fu confermato vicario generale il 21 nov. 1578, quando il Cavalli morì in Spagna, e il 16 genn. 1579 papa Gregorio XIII gli rinnovò l'incarico ad interim. Dovendosi eleggere il nuovo maestro generale, il F. era senz'altro favorito tra i probabili successori, ma Gregorio XIII, accogliendo le pressioni del partito a lui contrario capeggiato dal cardinale Michele Bonelli, volle impedirne l'elezione vietando il voto libero e imponendo la scelta su una lista di quattro nomi, da cui il F. era stato escluso. Così, nel capitolo di Roma del 1580, fu eletto Paolo Constabili (o Costabili), e il F. fu chiamato a succedergli come maestro del Sacro Palazzo. In questa carica, ai vertici dell'Inquisizione, ebbe a occuparsi di Michel de Montaigne, di passaggio a Roma nel 1581.

A Montaigne furono sequestrati gli scritti; il F. esaminò gli Essais, facendosene fare una relazione da un altro frate che conosceva il francese. I libri furono riconsegnati all'autore il 20 marzo 1581: l'atteggiamento del F. nei suoi confronti fu benevolo. Gli erano piaciute, infatti, le scuse da lui addotte sui punti contestati: l'uso indebito della parola "fortuna", l'elogio di Giuliano l'Apostata, le citazioni di poeti eretici ecc., e si limitò quindi a rimettersi, per la loro emendazione, alla coscienza dell'autore.

In quell'epoca il F. collaborò anche alla rielaborazione e all'edizione del Corpus iuris canonici, pubblicato a Roma nel 1582 per ordine di Gregorio XIII. Del 1584 è anche la sua laurea in teologia presso l'università di Ferrara, ma molto probabilmente si trattò solo di un riconoscimento honoris causa. Morto il Constabili nel settembre 1582, il papa non intervenne nelle nuove elezioni del maestro generale dei domenicani, e il 28 maggio 1583 il capitolo scelse il Fabri.

Animato da una vigorosa energia e da idee riformatrici, si impegnò subito in un'attiva opera di riorganizzazione. Aveva progetti grandiosi: poco dopo l'elezione scrisse una lettera a tutte le province (in due tornate: 19 nov. 1583 e 12 genn. 1584), affermando che, data la gravità del momento e dei compiti che attendevano l'Ordine, era necessario convocare un capitolo generalissimo, proponendo la sede di Napoli per il 1586. Era dal sec. XIII che non se ne teneva uno. Solo esso poteva cambiare le costituzioni fondamentali, e le sue decisioni avevano immediata forza di legge. Per convocarlo era necessario l'assenso di tutte le province. La maggioranza delle risposte fu positiva e nel settembre 1584 iniziarono a partire le prime lettere di convocazione. Dapprima, però, a causa di varie difficoltà organizzative, bisognò spostarne la data al 1588; e poi, anche in seguito alla disgrazia del F., fu accantonato tutto il progetto.

Il F., comunque, si dedicò da subito a un'intensissima attività per controllare e riorganizzare la vita dell'Ordine. Trasformò in provincia la Congregazione dei fratelli uniti d'Armenia. Introdusse alcuni cambiamenti nelle cerimonie liturgiche dell'ufficio divino, per la recitazione di alcune preghiere e per la comunione ai fedeli (non tutti confermati nel capitolo del 1589). Riordinò la legislazione dell'Ordine per la pratica degli esercizi spirituali, per la meditazione e l'orazione mentale, improntandola a un maggior rigore e ispirandosi al più rigido insegnamento del Loyola.

Particolarmente a cuore gli fu la riforma degli studi all'interno dell'Ordine. Il corso completo dell'insegnamento sarebbe durato nove anni: i primi due anni dedicati alla logica, poi tre anni alla filosofia, e infine quattro alla teologia. Definì accuratamente i programmi, riconfermando e rafforzando la centralità della cultura scolastica, e in primo luogo di Aristotele e s. Tommaso. Nei primi due anni si.sarebbero dovute studiare le Summulae logicales di Pietro Ispano e la Logica di Aristotele, nel triennio di filosofia si sarebbero studiati il De anima, la Fisica e la Metafisica aristoteliche; il corso di teologia avrebbe potuto essere di due tipi: morale o speculativa. Per la teologia speculativa si sarebbe approfondito lo studio della prima e della terza parte della Summa theologica di s. Tommaso; per quella morale lo studio della seconda parte. La disciplina sarebbe stata più rigida, e gli studenti, secondo gli insegnamenti di F. de Vitoria, erano invitati a trascrivere le lezioni del maestro. Il F. completò l'elaborazione di questo nuovo ordinamento degli studi nell'ottobre 1585, e nello stesso anno fece pubblicare a Firenze le Ordinationes ... pro studiorum reformatione, presso l'editore G. Marescotti.

Nel 1588 il tipografo fiorentino A. Giunta gli dedicò un'edizione della Summa theologica, alla cui redazione probabilmente il F. aveva collaborato. Il F. fece anche istituire una cattedra di ebraico a Roma e una di greco a Perugia.

Era anche favorevole a una più profonda riforma dell'Ordine stesso. Appena eletto accolse infatti con favore le richieste che gli vennero in tal senso da Napoli. Ambrogio Pasca e Marco Maffei, nel giugno 1583, chiesero al nuovo gran maestro, che fosse introdotta la riforma domenicana nei conventi napoletani, sull'esempio della Congregazione d'Abruzzo. Il F., pur propenso a procedere almeno agli inizi con grande cautela' il 30 sett. 1583 istituì a Napoli il monastero riformato della Sanità. Sarebbe stato amministrativamente e disciplinarmente autonomo dalla provincia napoletana, e sarebbe dipeso direttamente dal gran maestro. Era questo un mezzo per favorire quel progetto, anche nella speranza che ben presto non solo l'intera provincia, ma tutto il Meridione avrebbe accettato la riforma. Il F. la favorì costantemente, in ogni modo, ma dovette rassegnarsi al fallimento. Nonostante gli sforzi fatti per sostenerla, la riforma rimaneva confinata a un solo monastero; naufragò completamente, negli anni seguenti, il tentativo di conquistarle il convento di S. Pietro Martire. In quell'occasione anzi il F. si scontrò con la volontà di papa Sisto V, che non approvava alcuni suoi comportamenti e decisioni.

Pochi mesi dopo l'elezione il F. si era messo in viaggio per una lunga visita alle province. Partito nel settembre 1583, vlsitò Perugia, Montepulciano, Siena, Firenze, Prato, dove si incontrò con Caterina de' Ricci, Pistoia, Lucca, Pisa, Genova, Milano, Bologna, Ferrara, Verona, Loreto, tornando a Roma per il carnevale del 1585. Nell'ottobre di nuovo era in movimento: in Abruzzo (a Chieti il 2 ottobre), poi in Puglia, Calabria, in Sicilia all'inizio del 1586 (a Messina l'11 febbraio), quindi a Napoli. Nel novembre 1586 decise di visitare le province spagnole. Passato per Civitavecchia (6 novembre), il 3 dicembre arrivò a Genova, da dove raggiunse Barcellona il 27 genn. 1587. Rimase nella penisola iberica per due anni. Il 28 apr. 1587 era a Madrid, nel luglio a Valladolid, il 4 novembre a Lisbona. Fino all'aprile 1588 fu in Portogallo. Tornato in Spagna, il 21 marzo 1589 era a Barcellona, quando lo raggiunse il perentorio ordine di Sisto V che lo richiamava a Roma. Giuntovi nel maggio 1589, il papa lo depose dalla carica di maestro generale, e il capitolo che intanto aveva fatto convocare il 21 maggio elesse il successore. A nulla valsero le pressioni provenienti dall'interno dell'Ordine, né quelle dello stesso re di Spagna Filippo II.

Le motivazioni ufficiali furono superficiali e prive di ogni credibilità: la podagra avrebbe inipedito al F. di svolgere bene i suoi compiti. Le ragioni di quest'atto, maturato certamente da non breve tempo, vanno cercate nelle inimicizie che il F. aveva in Curia. Prima fra tutte quella del potente cardinale Bonelli, già suo nemico nel 1580, col quale aveva avuto molte volte diversi contrasti e che era diventato protettore dei domenicani. Più di uno screzio c'era stato anche con l'autoritario Sisto V. Il pretesto fu, invece, fornito dalla fede prestata dal F. ai miracoli di suor Maria della Visitazione, una domenicana portoghese. La donna aveva le stimmate, levitava, cadeva in estasi, operava guarigioni. In corrispondenza con lei, dal 1585, il F. le aveva procurato vari piccoli privilegi e dispense, connessi con la sua carica di superiora del proprio convento. Giunto a Lisbona, nel novembre 1587, il F. le fece più di una visita. La volle esaminare personalmente e dispose che venisse sottoposta a un altro esame da parte di una commissione di padri, facendo infine redigere un processo verbale che attestava i suoi eccezionali poteri. Il F. la reputava una santa; e questa era opinione ampiamente condivisa non solo da altri illustri ecclesiastici, ma anche dal cardinale Alberto d'Austria, viceré di Portogallo, e dal re Filippo Il. Proprio il re, anzi, volle che la monaca benedicesse la Invencible Armada in partenza per l'Inghilterra. Dopo la sconfitta un sussulto nazionalista antispagnolo scosse il Portogallo, e suor Maria non mancò, forte dell'autorità dei suoi miracoli, di sostenere la causa patriottica contro gli Asburgo. Immediatamente le autorità cambiarono idea sulla sua santità e l'Inquisizione aprì un procedimento. Per sua fortuna le credettero quando confessò di aver adoperato trucchi e finzioni e, risparmiandole le accuse di complicità diabolica, le comminarono lievi condanne per ipocrisia (dicembre 1588).

Il F. si ritirò a Firenze, sotto la protezione del granduca Ferdinando I, con cui aveva rapporti di amicizia. Tornò a Roma probabilmente solo dopo la morte di Sisto V (27 ag. 1590), stabilendosi nel convento di S. Sabina. Qui morì e fu sepolto il 16 giugno 1594.

In un'epoca di grandi ristrutturazioni organizzative della Chiesa, che vide affermarsi con forza sempre maggiore l'accentramento del potere a Roma, il generalato del F., sostiene il Mortier, segnò per l'Ordine la fine del vecchio regime di franchigie e libertà, e il F. fu l'ultimo gran maestro a voler governare pienamente, con sue leggi e costituzioni.

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