Sport invernali

    Il Libro dell'Anno 2006 (2006)

Sport invernali

Valanghe azzurre, valanghe rosa

Campioni sugli sci

di Claudio Baldessari

26 febbraio

Con una suggestiva cerimonia allo Stadio Comunale di Torino si concludono i XX Giochi Olimpici invernali, durante i quali 2633 atleti di 80 nazioni si sono sfidati in 84 eventi di 15 discipline. Dal punto di vista sportivo le soddisfazioni maggiori per l’Italia sono arrivate dallo slittino, dal pattinaggio di velocità e dallo sci di fondo. La delusione per i risultati nello sci alpino è tuttavia riscattata nelle settimane successive dalla vittoria della Coppa del Mondo di slalom da parte di Giorgio Rocca.

Da quando lo sci?

Stupenda e affascinante la montagna, fantastica quando è ammantata di neve. Ai giorni nostri un paradiso per gli appassionati degli sport e del turismo invernali, e anche una fonte di reddito fondamentale per le valli alpine e appenniniche, con una ricaduta importante per l’economia dell’intero paese. Un tempo la montagna era invece una realtà decisamente scomoda e pesante per chi ci nasceva e doveva viverci. Tuttavia proprio per questo, forse, ha fatto crescere generazioni di gente onesta, seria, laboriosa e, nonostante tutto, serena. Di certo gente molto ingegnosa, che ha dovuto inventarsi giorno per giorno qualcosa che l’aiutasse a fronteggiare le asprezze dell’ambiente. Tra queste invenzioni, quella di un pattino che permettesse di non affondare nella neve e spostarsi velocemente per andare a caccia, procurarsi acqua e cibo, muoversi anche nelle giornate più inclementi. In un secondo momento, scoperta la possibilità di scivolare con agilità sui campi innevati, è germogliato il desiderio di utilizzare l’attrezzo per divertirsi e confrontarsi con gli amici. Così, pressappoco, è nata la dimensione sportiva dello ski, con gare di corsa e resistenza in piano e di velocità in discesa.

Non esistono riferimenti certi per affermare in che epoca questo sia successo e nemmeno se sulle montagne della Manciuria, della Scandinavia, del Canada, del Perù o sulle Alpi. Impossibile anche stabilire quando l’uomo iniziò a costruire e usare attrezzi per scivolare sulla neve. Due ricercatori svedesi, L. Granlund ed E. Von Post, hanno studiato un frammento di legno rinvenuto nella palude di Hoting, concludendo che era appartenuto a un antichissimo attrezzo usato a quello scopo: una specie di ski quindi, lungo circa 110 cm e largo 20, risalente al 2500 a.C. In un’altra palude svedese è stato trovato un attrezzo analogo, sempre di legno, largo però 15 cm e lungo più di 2 m. Nel 1932, sulla parete di una grotta dell’isoletta norvegese di Rødøy, è stato scoperto un graffito, datato intorno al 4000 a.C., raffigurante un piccolo uomo con un paio di pattini agganciati sotto i piedi, smisuratamente lunghi e ricurvi verso l’alto sul davanti. Sulla base di questi reperti è convinzione accettata che i paesi di nascita dello ski siano quelli del Nord Europa, dove l’attrezzo era quasi di certo usato anche per scopi militari. Navigatori scandinavi lo avrebbero poi portato nel continente americano, attraverso la Groenlandia. Per passare ai tempi storici, Paolo Diacono nella Historia Longobardorum descrive cacciatori che fanno uso di legni dalla punta arcuata per scivolare agilmente su terreni innevati. Nelle cronache del 15° secolo lo ski ha le attenzioni del veronese Alessandro Guagnini, volontario nell’esercito polacco, che riuscì a conquistare fama e prestigio tanto da diventare governatore della città di Vitebsk, nella Russia meridionale. Nel 1578 Guagnini torna in Italia e pubblica un trattato sugli usi e costumi delle popolazioni di quella regione, dedicando alcuni capitoli all’impiego di legni, lunghi un metro, un metro e mezzo, che vengono calzati sotto i piedi. Chi li calza si aiuta con un bastone con il quale si spinge e scivola veloce sulla neve. Nel Seicento è l’abate Francesco Negri di Ravenna che si appassiona allo ski (la grafia è quella nordica dell’epoca) dopo aver letto il libro del vescovo svedese Olaus Magnus, Historia de gentibus septentrionalibus. Ne è tanto colpito che decide di partire per attraversare con gli ski le terre scandinave fino a Capo Nord. Gli scritti sulla sua esperienza sono raccolti dagli eredi di Negri e pubblicati, a Padova nel 1700, con il titolo Viaggi settentrionali. Negri pare sia il primo italiano a calzare gli ski, certamente il primo a descrivere artifici e rudimenti tecnici per il loro corretto utilizzo. Ma è solo verso la fine dell’Ottocento che lo ski trova attenzioni più ampie e concrete in Italia. Incuriosisce e interessa soprattutto chi vive e lavora sulla montagna: alpigiani, pastori, cacciatori, boscaioli e guide alpine. Tutti personaggi legati e interessati alla realtà dei monti, nel cui contesto cercano di realizzare il loro impegno e il loro futuro, anche contro un destino che offre poche prospettive e a molte famiglie impone addirittura la strada dell’emigrazione in cerca di miglior fortuna. Poi, proprio in virtù degli interessi promossi dalle attività ludiche e in embrione agonistiche praticabili sulla neve, le cose iniziano a cambiare. Alle nuove prospettive si interessano numerosi cittadini, incuriositi dagli sport e dal turismo da praticare in montagna sulla neve, affascinati anche dall’exploit dell’ingegnere romano Edoardo Martinori, scrittore e alpinista, che nel 1886 compie con gli ski la traversata della Lapponia. Al rientro dona gli ski usati al CAI di Roma e ne parlano tutti i giornali. Negli stessi anni si ha notizia anche di due amici fiorentini, il conte Farina-Cini e il barone Levi, che si avventurano nella lontana Norvegia, imparano a skiare e assistono a gare di ski di velocità, di salto e di discesa. Rientrano in Italia con due paia di ski e vanno a cimentarsi ed esibirsi, ammiratissimi, sulle nevi dell’Abetone.

Il primo skiatore a proporsi concretamente sulle nevi italiane è però l’ingegner Adolfo Kind, svizzero di nascita ma torinese d’adozione. Nel 1896 fa arrivare dalla Svizzera due paia di pattini come quelli usati dall’esploratore Fridtjof Nansen nell’avventurosa traversata della Groenlandia. Li mostra agli amici con i quali tenta alcune prove pratiche sulla neve al parco del Valentino, per poi avventurarsi in gite spericolate sulle montagne vicine. Al gruppo di Kind si uniscono altri appassionati desiderosi di provare il nuovo affascinante sport della neve. Analoga esperienza fa il bergamasco Francesco Perolari, fondatore e titolare della Perofìl, cotonificio di Ponte Nossa. Fa arrivare direttamente da Kristiania (nome di Oslo dal 1874 al 1924) due paia di ski ‘Hansen’, che paga 32 corone. Con l’amico Alfredo Cretti si esibisce sui campi della Cantoniera alla Presolana, prima di andare alla conquista di Monte Vaccaro. A loro si uniscono altri appassionati della montagna invernale, con i quali, nell’inverno 1900-01, formano il gruppo di skiatori bergamaschi. Così agli inizi del 20° secolo anche in Italia s’inizia a pensare allo ski come a qualcosa di diverso dal mezzo di sola locomozione e trasporto o strumento per rincorrere e catturare la selvaggina. A differenza dello ski di Hoting, che affonda la sua origine in realtà insondabili vecchie di 4500 anni, ora lo ski viene considerato interessante e divertente attrezzo sportivo da gara per spettacolari competizioni sulla neve da organizzare e seguire in forma collettiva, attraverso società sportive che possano provvedere a curarne anche la promozione e la diffusione. Nei paesi scandinavi la prima società storicamente riconosciuta è lo Ski Club Cristiania, fondato nel 1883. Sulle Alpi la prima società è l’Erste Wiener Ski Club costituito nel 1891. In Francia lo Ski Club des Alpes è del 1896. Negli stessi anni nascono anche le competizioni che mettono a confronto i diversi modi di interpretare e guidare lo ski. Si comincia a parlare di metodi e scuole, di telemark e di cristiania, di inginocchiamento, di ski paralleli, di sistemi per curvare, frenare, controllare la velocità e fermarsi.

Sci agonistico

Nella cultura del Novecento la pratica sportiva diventa quasi diritto irrinunciabile, prima come prospettiva borghese, poi estesa all’intera collettività. È proposta, promossa e diffusa grazie all’impegno privato nel sociale, nella convinzione che debba diventare parte della vita di tutti, ricordando però che lo sport non può essere politicizzato e gestito direttamente dallo Stato, al fine di evitare subordinazioni alla logica dei partiti. Sport apolitico quindi, aperto e senza confini. Una grande occasione d’incontro, dialogo e amicizia con tutti, nel rifiuto di distinzioni. Per lo sport gli uomini sono tutti uguali, indipendentemente da nazionalità, cultura, censo, possibilità economiche, religione e colore della pelle. Ogni Stato lo deve sostenere, per rendere possibili, accessibili e praticabili da chiunque le varie discipline. Le Federazioni competenti per le diverse realtà hanno bisogno di essere finanziate perché importanti istituzioni di raccordo tra Stato e cittadino. Alcune discipline, per esempio quelle praticate nell’ambito degli scenari della montagna e della neve, sono anche elemento importante per l’economia di intere regioni. Il loro arrivo nel contesto della collettività ha fatto nascere numerose aziende turistico-sportive, assieme a consistenti realtà industriali e commerciali indotte che offrono lavoro a molte persone.

Alla fine del 19° secolo un consistente numero di organizzazioni sportive di diversi paesi fonda il Comitato Internazionale Olimpico (CIO), al quale aderisce anche l’Italia, con un comitato costituito in prospettiva delle Olimpiadi moderne, di cui si parla da diversi anni e che si celebrano per la prima volta ad Atene nel 1896. A Parigi, nel 1900, ha luogo la seconda edizione. Sono realtà completamente estive, ma nel frattempo ha preso a diffondersi anche la pratica dello ski, quasi esclusivamente ski di fondo e salto, dominata dagli scandinavi. In quegli anni si appassionano anche austriaci, francesi e svizzeri. Negli Stati Uniti il primo ski club è costituito nel 1900, ma si ha notizia di gare disputate in California già molto tempo prima, organizzate da minatori norvegesi emigrati in quel continente da almeno una generazione. Nel 1901 nel mondo dello ski arriva ufficialmente anche l’Italia. Nel dicembre è fondato lo Ski Club Torino, con Adolfo Kind alla presidenza. La passione per questo sport si diffonde rapidamente in tutto il paese, dalle Alpi agli Appennini, alle nevi dell’Etna. Nel 1903 è indetto un primo Convegno internazionale degli ski club. Lo ospita Adelboden, in Svizzera, e sono presenti ufficialmente austriaci, italiani, norvegesi, svizzeri e tedeschi. L’inverno successivo, a Sestriere, è convocato il primo Convegno nazionale degli skiatori italiani. Il mondo della neve non nasconde di avere ambizioni olimpiche e nel nostro paese nascono numerosi ski club in Piemonte, Lombardia, Alto Adige, Trentino, Veneto, Friuli-Venezia Giulia, in diverse località delle regioni appenniniche, a Roma, Napoli e in altre città. L’Unione ski club italiani, nata nel 1908, riunisce i vari ski club e le sezioni ski del Club alpino italiano. Divenuta Federazione italiana dello ski nel 1913, aderisce alcuni anni dopo al Comitato Olimpico Nazionale Italiano – istituito con legge dello Stato nel 1914 – e diventa Federazione italiana dello sci, dimenticando la grafia scandinava di ski (prenderà il nome attuale di Federazione italiana degli sport invernali nel 1933). Negli stessi anni la prospettiva di Giochi Olimpici in edizione invernale ritorna sul tappeto con insistenza. Era stata presa in considerazione già nel 1914 a Parigi, ma la guerra aveva bloccato l’iniziativa. L’idea viene ripresentata nel corso di una riunione del CIO convocata a Losanna nel 1921, favorevoli svizzeri, francesi, canadesi e italiani. I delegati francesi, conte di Clery e marchese di Polignac, presentano una mozione e chiedono che in ogni paese organizzatore di Olimpiade estiva, ove lo consenta la locale realtà geografica, «siano organizzate anche gare di sport invernali sotto l’alto patrocinio del CIO». Contestualmente è presentata la proposta di effettuare sulle nevi di Chamonix una Settimana internazionale degli sport invernali a titolo sperimentale. La proposta scatena discussioni a non finire, con prese di posizione molto decise e su fronti diversi, nordici da una parte, tutti gli altri paesi dall’altra. Il presidente Pierre de Coubertin, pur non avendo molta simpatia per gli sport invernali, è costretto a porre in votazione la mozione che viene approvata a larga maggioranza. Gli scandinavi, che non intendono assolutamente aprire la strada a una edizione invernale dell’Olimpiade, propongono di definire l’evento ‘Giochi Nordici’. Ma il Congresso respinge la proposta, denomina ‘Giochi Olimpici Invernali’ l’importante appuntamento quadriennale internazionale sulla neve e ne fissa in calendario la prima edizione per i giorni dal 25 gennaio al 4 febbraio 1924, a Chamonix. La prospettiva entusiasma e appassiona gli sportivi di molti paesi. Sono 17 le nazioni partecipanti alla prima edizione del Giochi: Austria, Belgio, Canada, Cecoslovacchia, Estonia, Finlandia, Francia, Gran Bretagna, Italia, Lettonia, Norvegia, Polonia, Regno Serbo Croato Sloveno, Stati Uniti, Svezia, Svizzera e Ungheria. Per i risultati conseguiti complessivamente l’Italia figura prima fra le nazioni non nordiche; gli azzurri si fanno onore sia nella 18 km sia nella 50 km. Il cortinese Enrico Colli – migliore degli italiani – si classifica nono nella 50 km e precede Giuseppe Ghedina, decimo, e Vincenzo Colli, undicesimo; Benigno Ferrera è tredicesimo. Generosa la partecipazione della pattuglia militare – con il sottotenente Piero Dente e gli alpini Paolo Francia, Goffredo Lagger e Albino Bich – costretta al ritiro per la rottura di uno sci, dopo essere stata fino a metà gara nelle posizioni centrali. Anche gli altri atleti italiani, Antonio Hérin, Daniele Pellissier, Achille Bacher, Luigi Faure e Mario Cavalla, si battono con grande coraggio.

Nella seconda edizione dei Giochi, messa in calendario sulle nevi di St. Moritz nel 1928, la pattuglia militare italiana merita attenzione, onore e applausi nella gara dimostrativa: si classifica quarta, dopo Norvegia, Finlandia e Svizzera. Negli anni successivi, l’Italia dello sci alpino fa sentire forte la sua voce, soprattutto nei Concorsi internazionali FIS. Nel 1932 la bolzanina Paola Wiesinger vince l’oro in discesa; Ido Cattaneo conquista il bronzo nel 1934 e Giacinto Sertorelli l’argento nel 1936. Nello stesso anno, ai Giochi di Garmisch-Partenkirchen, il mondo della neve apre allo sci alpino e mette in programma le prove di discesa libera, slalom speciale e combinata alpina. Gli azzurri deludono le aspettative in queste discipline, ma il successo arriva ugualmente nella gara dimostrativa delle pattuglie militari: il capitano Enrico Silvestri, il sergente Luigi Perenni e gli alpini Sisto Scilligo e Stefano Sertorelli conquistano la medaglia d’oro. Lo sci, nella dimensione sia nazionale sia internazionale, acquista nuovi spazi, interesse e notorietà, e promuove la grande immagine del turismo invernale sulla montagna. Il movimento agonistico assume dimensioni sempre più ampie e importanti, tanto da far porre in calendario anche appuntamenti mondiali per le diverse discipline dello sci alpino e nordico. Nella prima edizione dei Mondiali, nel 1937, sulle nevi di Chamonix, è ancora Giacinto Sertorelli a conquistare la medaglia d’argento iridata. Nello sci di fondo, negli stessi anni, si distinguono soprattutto Vincenzo Demetz, Giulio Deflorian, Aristide e Mario Compagnoni, Silvio Confortola, Goffredo Baur e Alberto Jammaron. Nel 1941 l’appuntamento mondiale è fissato sulle nevi di Cortina d’Ampezzo. Ma siamo

in tempo di guerra e non partecipano, ovviamente, i paesi schierati con gli Stati Uniti. Sulle nevi ampezzane Celina Seghi conquista l’oro in slalom e l’argento in combinata; Vittorio Chierroni l’oro in slalom e il bronzo in combinata; Alberto Marcellin l’argento in discesa, il bronzo in slalom e l’argento in combinata.

Campioni italiani

Dopo la pausa forzata della guerra la realtà dello sci riprende il corso normale solo con i Mondiali di Aspen, Colorado, del 1950. Il grande abetonese Zeno Colò conquista l’oro in discesa e in gigante, l’argento in slalom; Celina Seghi sale sul podio invece per il bronzo in slalom. Purtroppo Colò ha perso, causa la guerra, gli anni migliori. Aveva vinto la sua prima gara internazionale appena ventenne, sulla Paganella, segnando il tempo record della pista. Successivamente, in qualità di apripista, ai Mondiali di Cortina del 1941 aveva segnato il miglior tempo assoluto in discesa. Dopo la guerra torna alla ribalta e vince la libera del Kandahar, la gara internazionale più prestigiosa del tempo, disputata nell’Arlberg in Austria; successivamente s’impone al Lauberhorn di Wengen, in Svizzera, dove batte i favoriti svizzeri Molitor e Olinger; nel 1951 è ancora vittorioso al Kandahar. L’anno dopo si laurea campione olimpico di discesa a Oslo, ma viene coinvolto in un pasticcio di professionismo. Ha dato il nome a uno scarpone e a una ‘guaina’ da discesa e deve essere tolto dalla squadra. Ai Mondiali del 1954 ad Åre in Svezia, dove figura come allenatore, fa l’apripista e sono in molti a giurare che registri il miglior tempo, davanti al vincitore, l’austriaco Christian Pravda. A 35 anni, dopo aver meravigliato il mondo per tecnica e audacia si ritira e si dedica all’insegnamento. Nei decenni successivi sono tanti gli italiani a imporsi sulla scena dello sci alpino internazionale: Giuliana Minuzzo, Carla Marchelli, Pia Riva, Carlo Senoner, Gustavo Thoeni e il cugino Rolando, Piero Gros, Claudia Giordani, Daniela Zini, Paola Magoni, Herbert Plank, Peter Runggaldier, Josef Polig, Kristian Ghedina, Gianfranco Martin, Alberto Tomba, Deborah Compagnoni, Isolde Kostner, Lara Magoni, Daniela Ceccarelli, Karen Putzer. Sono anni importanti che portano l’Italia dello sci ai primi posti negli scenari internazionali, soprattutto nei Giochi Olimpici di Sapporo 1972, Innsbruck 1976, Calgary 1988, Albertville 1992, Lillehammer 1994, Nagano 1998, Salt Lake City 2002 e nei Mondiali di sci alpino di Bormio 1985, Crans Montana 1987, Saalbach 1991, Sierra Nevada 1996, Sestriere 1997, St. Anton 2001, St. Moritz 2003 e Bormio 2005. Fra gli azzurri dello sci alpino spicca il nome di Gustavo Thoeni, vero erede di Zeno Colò, apprezzato, applaudito e imitato su tutte le nevi del mondo, tanto da diventare l’idolo degli sciatori degli anni Sessanta e Settanta. È sufficiente il numero delle sue vittorie per comprendere la statura di questo campione: quattro Coppe del mondo di sci alpino, tre medaglie olimpiche e quattro mondiali. Dopo alcuni anni non proprio esaltanti per lo sci alpino azzurro, si impone Alberto Tomba. È bolognese e per questo inizialmente è guardato con sospetto. Poi irrompe con prepotenza sulla scena a partire dai Giochi di Calgary. Vince cinque medaglie olimpiche, quattro mondiali, una Coppa del mondo e ben otto Coppe di specialità. Negli stessi anni in campo femminile la più celebrata è Deborah Compagnoni, che in 15 anni di attività scrive pagine di grande valore atletico, sportivo e umano: quattro le sue medaglie olimpiche, tre quelle mondiali, una Coppa del mondo di specialità, nonostante qualche serio incidente la costringa più volte a fermarsi. Al secondo posto si inserisce di diritto Isolde Kostner, con tre medaglie olimpiche, tre mondiali e una Coppa mondiale di specialità. Alla partecipazione a Torino 2006 ha dovuto rinunciare perché in attesa di un bambino.

Nello sci di fondo l’Italia inizia negli anni Sessanta a competere con carattere contro la supremazia degli scandinavi. A rompere il ghiaccio è Franco Nones, medaglia d’oro nella 30 km ai Giochi di Grenoble del 1968. Successivamente si distinguono Maurilio De Zolt, Marco Albarello, Manuela Di Centa, Stefania Belmondo, Bice Vanzetta, Sabina Valbusa, Gabriella Paruzzi, Silvio Fauner, Pietro Piller Cottrer e Giorgio Di Centa, solo per ricordare quelli che sono riusciti ad arrivare al podio. Fra tutti sull’altare della gloria sono da porre di sicuro Manuela Di Centa e Stefania Belmondo. La prima ha conquistato, comprese quelle vinte nelle staffette, ben sette medaglie olimpiche e otto mondiali, ha vinto due volte la Coppa del mondo e per tre volte è stata insignita dalla FISI del titolo di ‘sciatore dell’anno’; per completare il suo curriculum agonistico nel 2003 è salita in cima all’Everest e vi ha depositato il tricolore e la bandiera olimpica, è stata nominata membro del CIO e vicepresidente del CONI. Non è da meno la sua amica-rivale Stefania Belmondo, grandissima interprete dello sci di fondo femminile, prima italiana a vincere una gara nella Coppa del mondo di fondo, una medaglia mondiale, un oro olimpico e un oro mondiale. Al suo attivo, tra l’altro, nove medaglie olimpiche, 13 mondiali e ben 34 titoli italiani. Sono vittorie e conquiste ottenute in un periodo in cui lo sport incomincia a mostrare anche una parte non esaltante di sé, inquinato da ombre e sospetti, ma anche da frodi provate, che lasciano molte amarezze nel cuore di tutti, accompagnate dal dubbio che non sempre il verdetto del cronometro e l’ordine d’arrivo abbiano a rispecchiare realtà, valori e meriti reali degli atleti. A queste stelle di prima grandezza è doveroso aggiungerne altre, per esempio Gabriella Paruzzi, oro olimpico nella 30 km di Salt Lake City 2002 e, insieme a Bice Vanzetta, altra validissima atleta, partecipe di memorabili imprese olimpiche e mondiali nelle staffette femminili azzurre con le fuoriclasse Di Centa e Belmondo. Con Arianna Follis, Antonella Confortola e Sabina Valbusa, Paruzzi si è aggiudicata il bronzo olimpico anche nella staffetta 4x5 km a Torino 2006.

Nel campo del fondo maschile è Marco Albarello uno dei più grandi, una vera forza della natura, che tra successi individuali e staffette ha collezionato cinque medaglie olimpiche e quattro mondiali. Con lui è certamente da ricordare Maurilio De Zolt, argento nella 50 km olimpica di Calgary e in quella di Albertville, oro nella mitica staffetta 4x10 km di Lillehammer con Albarello, Fauner e Vanzetta; vincitore anche di sei medaglie mondiali. Per parte sua Silvio ‘Sissio’ Fauner vanta cinque medaglie olimpiche e sei mondiali, mentre Giorgio Vanzetta ne ha conquistate tre olimpiche e quattro mondiali. I campioni del momento sono Pietro Piller Cottrer, con tre medaglie olimpiche e due mondiali, Fulvio Valbusa, vincitore di due medaglie olimpiche e cinque mondiali, e Giorgio Di Centa, con due medaglie olimpiche e due mondiali. Grandi attori protagonisti nella storia azzurra, sulla quale poggia la realtà attuale dello sci italiano, che a Torino 2006 ha fatto cose stupende nel fondo, mentre ha mancato alle aspettative nello sci alpino, nonostante Giorgio Rocca, Massimiliano Blardone, Kristian Ghedina, Denise Karbon, Karen Putzer, le sorelle Elena e Nadia Fanchini, Davide Simoncelli, Peter Fill, Lucia Recchia e altri azzurri in campo avessero fatto sperare in possibili successi. Sarebbero stati un gradito accompagnamento all’immagine di efficienza, capacità e fantasia messa in campo da Torino e dall’Italia per celebrare al meglio i XX Giochi Olimpici invernali. Comunque, nella stagione 2005-06 lo sci alpino azzurro ha dimostrato di sapersi ancora difendere con onore. Karbon è seconda in gigante e Walter Girardi secondo in discesa e terzo in supergigante nelle ultime gare di Coppa Europa; Peter Fill è terzo e Nadia Fanchini quinta nelle libere di chiusura della Coppa del mondo; Michael Gulfer conquista la Coppa Europa 2006; Giorgio Rocca vince la Coppa del mondo di slalom e Massimiliano Blardone è secondo nella classifica finale di gigante. Nella graduatoria per nazioni, sempre in Coppa del mondo, l’Italia dello sci alpino è terza, dietro Austria e Stati Uniti.

Le nuove discipline dello sci

Freestyle

Le scuole di stile libero acrobatico nascono in America, proposte da sciatori europei emigrati negli Stati Uniti, fra i quali spicca lo svizzero Hart Furrer. Le prime esibizioni sono organizzate nella seconda metà degli anni Sessanta. Nel 1971, sulle nevi di Aspen in Colorado, si disputa la prima gara ufficiale. Tre le specialità proposte: ‘salti’, ‘gobbe’ e ‘balletto’, una sfida continua alle leggi di gravità. Lo sciatore scivola, derapa, salta, vola, ruota su sé stesso; i bastoncini seguono, supportano e completano un caleidoscopio di figure che, non di rado, paiono come collocate all’interno di un fantastico giroscopio. In Italia il riconoscimento come disciplina ufficiale da parte della FISI è del 1983. Ammesso come esibizione ai Giochi di Calgary nel 1988, il freestyle quattro anni dopo, ad Albertville, ottiene il riconoscimento olimpico per la specialità ‘gobbe’ (una discesa su una pista ripida coperta uniformemente di gobbe, da percorrere nel minor tempo possibile, presentando due manovre acrobatiche), mentre ‘salti’ e ‘balletto’ continuano a essere prove dimostrative.

Damiano Bormolini è il capofila dei direttori agonistici del freestyle italiano. Gli subentrano prima Gianni Chiorboli, poi Mauro Mottini che cura la preparazione di Silvia Marciandi, Petra Moroder e Roberto Franco in vista dell’Olimpiade di Lillehammer 1994, dove avviene la consacrazione definitiva del freestyle nelle specialità ‘gobbe’ e ‘salti’ (esecuzione di due differenti salti acrobatici), mentre il balletto è accantonato. Negli anni successivi vengono istituite anche la Coppa del mondo, la Coppa Europa, la Coppa Italia. Non molte le soddisfazioni azzurre e anche a Torino 2006 le speranze riposte in Deborah Scanzio e Mariangela Parravicini, per la specialità ‘gobbe’, sono rimaste deluse. Intanto si sono sviluppate altre due specialità: lo ‘skicross’ (confronto diretto fra quattro o sei sciatori contemporaneamente in pista) e l’‘half pipe’ (le evoluzioni vengono eseguite sfruttando i muri laterali di un ‘mezzo tubo’ costruito con la neve, lungo circa 60 m). In queste specialità Karl Heinz Molling e Massimiliano Iezza sono stati i migliori italiani in pista nella prima edizione dei Mondiali nel 2005.

Snowboard

L’idea di scivolare con una tavola da surf su un pendio innevato è del 1929 e appartiene a Jack Burchett, californiano e appassionato di surf da onda. Altri provano a usare un solo sci, molto largo, e negli anni Sessanta appare il monosci. Negli anni Settanta l’americano Jake Burton Carpenter, anche lui surfista d’onda, inventa una tavola da neve. Lo seguono i connazionali Dimitrije Milovich e Bob Weber. Nel 1980 si inizia a parlare diffusamente del nuovo attrezzo e nel 1981 in Colorado vengono organizzate le prime competizioni. Nel 1983 Burton propone il primo campionato nazionale di snowboard della storia, presto seguito da un Mondiale, mentre in Svizzera Hooger Booger si presenta sul mercato come primo produttore europeo di snowboard. Nel 1985 anche un’azienda italiana, la Wintersurf, produce snowboard. Nel 1986 nasce l’Associazione italiana surf da neve, l’anno dopo la Snowboard European Association, che organizza i grandi eventi agonistici della disciplina. Si formano altre libere associazioni e istituzioni nazionali finché si arriva alla costituzione della ISF (International Snowboard Federation). Il Comitato internazionale olimpico non riconosce lo snowboard ma invita la Federazione Internazionale Sci ad accoglierlo tra le discipline che essa amministra. Conseguentemente lo snowboard diventa anche disciplina FISI. Nel 1990 si forma il primo gruppo di Istruttori italiani surf da neve. Negli stessi anni nasce un circuito di Coppa del mondo, ma solo nel 1994, al Congresso di Rio de Janeiro, la FIS riconosce ufficialmente lo snowboard. Nel 1996 vengono indetti i primi Mondiali con tre specialità: ‘gigante’, ‘slalom parallelo’ e ‘half pipe’. Per l’Italia è subito un successo: Marion Posch e Ivo Rudiferia vincono il titolo nello slalom parallelo femminile e maschile. Nel 1998, a Nagano, lo snowboard fa il suo ingresso alle Olimpiadi. Primo italiano a fregiarsi di un titolo olimpico è Thomas Prugger, che conquista l’argento in gigante. Quattro anni dopo, nel 2002 a Salt Lake City, la trentina Lidia Trettel ottiene il bronzo in gigante parallelo.

Dal 2000 la disciplina dello snowboard è suddivisa in tre gruppi di prove: alpine (slalom parallelo, slalom gigante e gigante parallelo), acrobatiche (snowboard cross, half pipe e big air), atipiche (snow park, in apposite aree dei comprensori sciistici, composte di salti e ostacoli di varie tipologie e dimensioni).

In campo azzurro, oltre a Posch, Trettel, Rudiferia e Prugger, vi sono vari atleti di valore internazionale, come Dagmar Mair Unter der Eggen, Margherita Parini, Carmen Ranigler, Walter Feichter, Simone Malusà, Elmar Messner e Stefano Pozzolini.

Carving

Lo sci che domina le curve nasce sul finire degli anni Novanta. L’attrezzo, frutto del cambiamento dei materiali, delle conoscenze, delle tecnologie, più corto di quello tradizionale e decisamente ‘sciancrato’, cioè più stretto al centro che in coda e sulla spatola, offre una manovrabilità eccezionale. La rivista italiana Sciare organizza un tour con le più importanti marche sul mercato per prove gratuite di sci carving per tutti. L’iniziativa ha successo e si pensa a una nuova disciplina agonistica, da praticare con sci carving ovviamente speciali. Alla questione è interessata la Federazione e nel 1997-98 debutta la FISI Carving Cup, con un circuito a livello internazionale. Dalla seconda edizione la Coppa, articolata in 12 gare (sei in Italia, tre in Svizzera, due in Francia, una in Austria), è proposta in forma sperimentale dalla Federazione internazionale. Nel giugno 1999 arriva il riconoscimento e con esso il via libera all’organizzazione della prima FIS Carving Cup ufficiale, vinta dall’austriaco Ignaz Ganhal e dall’italiana Laura Gianera. Attualmente il carving è all’esame di una commissione istituita dalla FIS nel 2004 per studiare la possibilità di organizzare la Coppa del mondo, il Mondiale e magari aprire la strada al riconoscimento olimpico.

Le altre discipline olimpiche invernali

Il biathlon

Il biathlon combina due discipline: lo sci di fondo a tecnica libera e il tiro con carabina di piccolo calibro su bersagli fissi. Il regolamento prevede che gli atleti percorrano con gli sci da fondo, portandosi sulle spalle la carabina, distanze chilometriche prestabilite, fino a giungere a un poligono dove eseguono una serie di tiri su cinque bersagli circolari. Vi sono cinque tipi di competizioni internazionali: gara individuale, sprint, a inseguimento, partenza in linea e staffetta. I primi quattro tipi si differenziano per la distanza da percorrere, dai 20 km della individuale maschile (15 per le donne) ai 10 km (per le donne 7,5) della sprint, per le serie di tiro, da svolgersi da terra o in piedi, e per la partenza, visto che solo nella specialità della partenza in linea gli atleti scattano contemporaneamente al via. Nella staffetta gareggiano quattro frazionisti, ognuno con un pettorale di colore diverso per facilitarne il riconoscimento. Un aspetto particolare è dato dalle sanzioni inflitte per l’errore al tiro: nella gara individuale è attribuito un minuto di penalità, che si somma al tempo totale dell’atleta, mentre nelle altre specialità i concorrenti sono costretti a compiere un giro su un anello di 150 m, tante volte quanti sono stati i loro errori.

Sebbene le origini di questo sport siano antichissime, visto che gli sci erano utilizzati dai popoli primitivi del Nord Europa per le loro abituali pratiche venatorie, l’attuale disciplina ha iniziato a svilupparsi nelle accademie militari tra il 16° secolo e il 18° secolo. La prima gara di biathlon fu così svolta fra soldati di frontiera svedesi e norvegesi nel 1767. La pattuglia militare fu inserita come disciplina dimostrativa ai Giochi Olimpici di Chamonix del 1924. Il biathlon fu però ammesso definitivamente tra le discipline olimpiche, con la 20 km maschile, solo ai Giochi del 1960 a Squaw Valley, dopo che nel 1956 le regole delle competizioni erano state approvate ufficialmente dal CIO. Si erano nel frattempo disputati, nel 1958 a Saafelden (Austria), i primi Campionati mondiali. Fino al 1977 per le gare veniva utilizzato il fucile di grosso calibro, con i bersagli posti a 150 m.

Successivamente, al fine di favorire l’espansione del movimento, si passò alle armi di piccolo calibro, così che la disciplina non fosse ostacolata dalle rigorose regolamentazioni sul tiro e sul porto d’armi.

Il bob

Le specialità praticate sono il bob a due e il bob a quattro. L’equipaggio del bob a due è composto dal pilota e dal frenatore, nel bob a quattro si aggiungono due laterali. Alla partenza tutto l’equipaggio spinge il bob per circa 50 m, poi i membri entrano in sequenza nell’abitacolo. La velocità raggiunta prima che gli atleti salgano sul bob è intorno ai 40 km/h, mentre la velocità massima cui si riesce ad arrivare nel corso della discesa è di circa 135 km/h. Durante i Giochi Olimpici la gara consiste in quattro prove, al termine delle quali vince l’equipaggio che ha totalizzato il tempo complessivamente più basso. In caso di rovesciamento del bob, se tutti i componenti della squadra superano la linea di traguardo all’interno del bob, la prova è considerata valida.

Le origini del bob possono essere fatte risalire alla comunissima slitta, conosciuta sulle montagne di tutte le parti del mondo, con il nome di luge o sleigh in Europa e toboggan nel Nord America. Lo sport di lanciarsi sulle slitte lungo strade ghiacciate o pendii innevati prese piede ben prima dello sci, soprattutto nelle località montane alla moda del secondo Ottocento, come St. Moritz e Davos. A St. Moritz, nel gennaio 1898, si tenne la prima gara ufficiale. Il regolamento presentava una particolarità: l’equipaggio di cinque o sei elementi doveva necessariamente includere due donne come passeggere. La regola della presenza femminile, tuttavia, dovette essere presto abolita per la difficoltà di reperire donne disposte a partecipare a gare su mezzi tanto pericolosi, quali erano i bob dell’epoca. In seguito, per avere il riconoscimento ufficiale delle gare con equipaggi di sesso femminile si dovrà attendere addirittura il 1995. Per quanto riguarda il settore maschile, invece, la rapida diffusione della disciplina comportò la sua inclusione già dalla prima edizione delle Olimpiadi invernali (Chamonix 1924). Anche in Italia il bob trovò facilmente seguaci, soprattutto nelle valli del Veneto e del Trentino. Decisiva fu sicuramente la costruzione della prima pista artificiale, nel 1923 a Cortina. Il bob italiano visse in seguito, tra gli anni Cinquanta e Sessanta, una stagione straordinaria, della quale fu indiscusso protagonista Eugenio Monti, detto il ‘Rosso volante’. Nato a Dobbiaco nel 1928, ma vissuto sempre a Cortina d’Ampezzo, Monti predilesse inizialmente lo sci alpino, tanto che vinse i titoli italiani sia in slalom speciale sia in gigante, ma fu costretto all’abbandono da una brutta caduta in cui riportò la frattura di entrambe le ginocchia. Si cimentò allora nel bob, trovando subito ottimi risultati, come il titolo italiano nel 1954. Alle Olimpiadi di Cortina del 1956 arrivò secondo, dietro Lamberto dalla Costa, che aveva sviluppato un bob tecnologicamente avanzatissimo. La medaglia d’oro olimpica fu l’obiettivo più difficile da conquistare per Monti, visto che nel corso di un decennio vinse sette Campionati del mondo tra bob a due e bob a quattro, cogliendo ai Giochi due argenti e due bronzi. L’oro arrivò soltanto quando Monti aveva 40 anni, nell’edizione di Grenoble del 1968, dove si aggiudicò sia la gara di bob a due sia quella a quattro.

Il curling

Il curling è concettualmente simile al gioco delle bocce, praticato da due squadre su un campo ghiacciato. Consiste nel far scivolare blocchi di pietra dotati di manico (stones), del peso di circa 20 kg, in modo che si arrestino il più vicino possibile al centro di un bersaglio disegnato sul ghiaccio. Le squadre sono composte da quattro giocatori, che tirano a turno. Dopo che un atleta lancia lo stone, entrano in azione due suoi compagni di squadra che, utilizzando delle scope (brooms), puliscono il tratto di ghiaccio antistante la pietra in movimento così da prolungarne il momento rotatorio. È possibile eseguire sia tiri di precisione (draws) per avvicinarsi al bersaglio, sia lanci potenti (take outs) per allontanare le pietre avversarie.

Lo sport nacque all’inizio del 18° secolo in Scozia, quando venne fondato il primo club nel villaggio di Kilsyth (1716). La costituzione ufficiale del primo club scozzese, tuttavia, avvenne oltre un secolo più tardi, nel 1838, con la nascita a Edimburgo del Grand Caledonian Curling Club, che pochi anni più tardi si trasformò in Royal Caledonian Curling Club, in ossequio alla regina Vittoria. Fu quest’associazione a stabilire le regole fondamentali della disciplina, rimaste da allora pressoché invariate. La prima edizione dei Campionati mondiali si svolse nel 1959 in Scozia, con una sfida, denominata Scotch cup, tra una rappresentativa scozzese e una canadese, vinta dai nordamericani. Dopo due anni la competizione fu allargata agli Stati Uniti, poi gradualmente si estese alle altre nazioni. Oggi i Campionati si disputano tra dieci squadre, selezionate tra le 30 rappresentative federali affiliate alla ICF (International Curling Federation). Per quel che riguarda le Olimpiadi, dopo una presentazione ai Giochi di Chamonix del 1924, il curling riapparve solo nel 1988 a Calgary, ma ancora in qualità di sport dimostrativo. L’ingresso ufficiale tra le discipline olimpiche è avvenuto nel 1998 a Nagano.

L’hockey su ghiaccio

Le regole principali della disciplina prevedono che le partite si disputino in tre tempi da venti minuti effettivi ciascuno tra due squadre di massimo 23 atleti, di cui non più di sei schierati contemporaneamente. Le sostituzioni sono continue e avvengono durante il gioco. I giocatori usano una mazza di legno che termina con una lama piatta per controllare e tirare un disco di gomma dura (puck). L’obiettivo di ogni squadra è tirare il puck all’interno della porta avversaria e impedire agli avversari di segnare. Un gioco eccessivamente aggressivo può portare a espulsioni temporanee, che costringono il giocatore a rimanere fuori dal campo per tre, cinque o dieci minuti, oppure finché la squadra avversaria non realizza una rete.

È impossibile stabilire con certezza la data di nascita dell’hockey, che, per la controparte su prato, alcuni storici ritengono fosse già praticato nel 5° secolo a.C. dai soldati persiani. Quello che è sicuro, per l’hockey su ghiaccio, è che nel 1855 venne disputata la prima partita, a Halifax, in Canada, dove era di stanza un reggimento di soldati britannici, i quali trasferirono sul ghiaccio le regole dell’hockey su prato. Lo sbarco in Europa della nuova disciplina avvenne alla fine del 19° secolo, con la creazione del Paris Hockey Club (1894). Il primo torneo olimpico di hockey si disputò nel Palazzo del ghiaccio di Anversa, durante le Olimpiadi estive del 1920. Fu il Canada ad aggiudicarsi la medaglia d’oro, prima dimostrazione di una superiorità che portò i nordamericani a trionfare in sei delle prime sette edizioni dei Giochi. L’egemonia canadese durò fino alle Olimpiadi del 1956, in cui la nazionale sovietica inaugurò un ancor più longevo primato. Fino a che gli atleti dell’URSS giocarono insieme, infatti, quindi fino ai Giochi di Albertville del 1992 (dove gareggiarono sotto la bandiera della Comunità degli Stati Indipendenti), soltanto in due occasioni non conquistarono la medaglia d’oro, nel 1960 e nel 1980 quando vinsero gli Stati Uniti. In Italia l’hockey era arrivato nel 1911, quando il Circolo pattinatori Valentino sfidò a Torino gli atleti del Lione. Una grande spinta alla crescita del movimento fu data nel 1923 dalla costruzione del Palazzo del ghiaccio di Milano, primo impianto artificiale esistente nel paese. La storia di questo sport in Italia è di fatto indissolubilmente legata alla città di Milano: furono le squadre del capoluogo lombardo ad aggiudicarsi sistematicamente il Campionato italiano nei suoi primi decenni di esistenza. Soltanto nel dopoguerra, a partire dai primi anni Cinquanta, nell’albo d’oro si instaurò l’alternanza tra squadre ‘cittadine’ e formazioni delle località montane, soprattutto Cortina, Bolzano, Merano e il Gardena di Ortisei. L’avvenimento che contribuì profondamente alla diffusione del gioco in Veneto e Alto Adige fu, sicuramente, l’organizzazione a Cortina delle Olimpiadi del 1956. Per quel che riguarda la nazionale, il miglior piazzamento alle Olimpiadi resta il nono posto conseguito a Lillehammer nel 1994. Nello stesso anno l’Italia era arrivata sesta ai Campionati del mondo organizzati a Bolzano.

Il pattinaggio sul ghiaccio

Sebbene le notizie sull’esistenza di pattini fatti di osso e legati con lacci alle calzature utilizzati per spostarsi sulle superfici ghiacciate risalgano ai tempi antichi, si può dire che il pattinaggio sul ghiaccio sia nato alla fine del 16° secolo nei Paesi Bassi, in seguito all’invenzione della lama metallica a due fili, dotata cioè di due bordi taglienti, interno ed esterno, in grado di garantire una stabilità di gran lunga maggiore. Oggi attrezzi sostanzialmente simili sono usati per discipline molto diverse tra loro: il pattinaggio di figura, detto anche artistico, e il pattinaggio di velocità, che a sua volta comprende quello su pista lunga e lo short track.

Il pattinaggio di figura

Le specialità del pattinaggio di figura sono quattro: l’individuale artistico maschile e femminile, il pattinaggio artistico a coppie e la danza su ghiaccio, anch’essa in coppia. Le gare individuali sono composte da un programma corto, in cui è prevista l’esecuzione di otto elementi obbligatori, e uno libero, in cui la coreografia è scelta dall’atleta. Stessa disciplina per la gara a coppie, in cui l’esecuzione è svolta in sincronia dai pattinatori. La gara di danza si divide, invece, in tre parti: un programma obbligatorio, con la stessa danza eseguita da tutte le coppie, uno originale, con la coppia che sceglie la coreografia per un brano predefinito e uguale per tutti, e uno libero, a totale discrezione degli atleti, a parte un limite massimo di tempo. Il pattinaggio di figura fu inizialmente prediletto dai ceti sociali più elevati, mentre le classi medio-basse preferivano la velocità. Nel corso del 19° secolo a questa disciplina furono dedicati diversi manuali, che descrivevano le regole e le tecniche da applicare per ottenere evoluzioni e figure. Nei primi anni del Novecento, come elemento fondamentale di accompagnamento fu introdotta la musica, fino ad allora utilizzata al più come intrattenimento di sottofondo. Negli stessi anni si sviluppò anche il pattinaggio di coppia, che originariamente vedeva i due atleti tenersi per mano nello svolgimento in sincrono degli elementi base del pattinaggio. Solo successivamente la scuola austriaca introdusse spirali, piroette e sollevamenti. Sempre a cavallo fra 19° e 20° secolo prese piede un’altra specialità: la danza su ghiaccio, con la trasposizione su pattini dei balli più in voga, come il valzer. Per quel che riguarda le grandi manifestazioni internazionali, la prima edizione dei Campionati del mondo, limitata alla gara individuale maschile, fu disputata nel 1896 a San Pietroburgo; la gara individuale femminile e quella a coppie furono inserite nelle edizioni immediatamente successive, mentre la danza fu messa in programma nel 1952. Alle Olimpiadi la specialità fu presente fin dall’edizione del 1908 a Londra. Fino al 1976, quando a Innsbruck fu inserita la danza a coppie, erano assegnati tre titoli: individuale donne, individuale uomini e coppia. Fino a oggi le nazioni che annoverano il maggior numero di medaglie sono Russia e Stati Uniti.

In Italia il pattinaggio artistico arrivò con un certo ritardo: i primi club furono fondati negli ultimi decenni dell’Ottocento, a Torino e Milano, e il primo Campionato italiano fu disputato nel 1914. A livello olimpico il miglior risultato ottenuto da pattinatori italiani è stato il bronzo conquistato nel 2002 a Salt Lake City nella danza da Barbara Fusar Poli e Maurizio Margaglio. Partner agonistici dal 1994, campioni nazionali ininterrottamente dal 1995 al 2002, Fusar Poli e Margaglio hanno scalato progressivamente le posizioni nelle competizioni internazionali, fino a quando nel 2001 si sono imposti nei Campionati europei di Bratislava e ai Mondiali di Vancouver. Il successo nella competizione iridata fu particolarmente significativo, essendo il primo assoluto per l’Italia nel pattinaggio di figura.

Il pattinaggio veloce

Per il pattinaggio di velocità, che utilizza una pista ad anello lunga 400 m, il programma olimpico prevede sei gare maschili (500, 1000, 1500, 5000, 10.000 m e inseguimento a squadre) e sei femminili (500, 1000, 1500, 3000, 5000 m e inseguimento a squadre). Nelle gare individuali gli atleti gareggiano a cronometro, scendendo in pista a coppie. Nell’inseguimento a squadre, due squadre composte da tre atleti ciascuna partono simultaneamente da due punti diametralmente opposti della pista; gli atleti procedono uno dietro all’altro guidando la squadra a turno. È lo sport nel quale l’uomo raggiunge la velocità più alta su superficie piatta e senza l’ausilio di mezzi meccanici, fino a 60 km/h.

Le prime testimonianze di pattinaggio veloce risalgono al 17° secolo in Olanda, dove d’inverno i canali ghiacciati erano praticabili solo con i pattini. La prima vera competizione, però, si svolse a Oslo nel 1863. Dopo un’edizione non ufficiale dei Campionati del mondo tenutasi nel 1889 ad Amsterdam, in cui le distanze erano ancora indicate con le misurazioni anglosassoni, nel 1892 fu fondata la Federazione internazionale, che definì le distanze delle gare. Fin dalla prima edizione ufficiale dei Mondiali, nel 1893, venne inoltre assegnato il titolo all-round, in cui si sommano i tempi ottenuti nelle singole gare. L’ingresso del pattinaggio di velocità alle Olimpiadi avvenne nel 1924 a Chamonix. L’esordio delle donne si ebbe nel 1960 a Squaw Valley.

L’edizione di Torino 2006 è stata assai propizia all’Italia, grazie soprattutto a Enrico Fabris del Gruppo sportivo delle Fiamme Oro, che dopo aver conquistato il bronzo nei 5000 m si è aggiudicato l’oro nell’inseguimento a squadre (insieme a Stefano Donagrandi, Matteo Anesi e Ippolito Sanfratello) e nei 1500 m. Sono state le prime medaglie olimpiche italiane nella storia di questo sport. Lo short track

Le gare si disputano sulle tipiche piste da hockey di 30x60 m. Le prove olimpiche si suddividono in individuali (500, 1000, 1500 m) e staffette (5000 m per gli uomini, 3000 m per le donne). Gareggiano almeno quattro pattinatori per le distanze brevi e sei per i 1500 m. Lo short track è una derivazione dal pattinaggio di velocità, nata nell’America Settentrionale all’inizio del 20° secolo. I pattinatori canadesi e statunitensi, infatti, non avendo a disposizione ovali da 400 m, iniziarono a gareggiare sulle piste da hockey. La nuova disciplina, altamente spettacolare, divenne immediatamente molto popolare, ma il riconoscimento da parte della Federazione internazionale si ebbe soltanto dopo i primi Campionati mondiali, organizzati in via sperimentale e non riconosciuti ufficialmente nel 1976. Dopo la partecipazione nel 1988 a Calgary come disciplina dimostrativa, lo short track è entrato a far parte del programma olimpico dai Giochi di Albertville del 1992. Per l’Italia la prima medaglia olimpica è stata quella ottenuta da Marta Capurso, Arianna Fontana, Katia Zini, Mara Zini nella staffetta a Torino 2006.

Il salto con gli sci e la combinata nordica

Sia alle Olimpiadi sia ai Mondiali, vengono assegnati tre titoli: individuale dal trampolino corto (NH, normal hill: altezza 106 m), individuale e a squadre dal trampolino lungo (LH, large hill: altezza 140 m). Gli atleti partono dalla sommità della struttura, percorrono in posizione aerodinamica tutta la rampa e spiccano il salto, per rimanere sospesi nel vuoto 5-7 secondi e atterrare infine nella posizione telemark (una gamba leggermente più avanzata dell’altra). I salti da effettuare in gara sono due (più uno di prova) e l’atleta che raggiunge il punteggio più alto si aggiudica il titolo. La valutazione complessiva è data dalla misura ottenuta (parametro trasformato in punti) e dalla valutazione dello stile, fornita da cinque giudici. La paternità del salto con gli sci è attribuita a un atleta norvegese della seconda metà dell’Ottocento, Sondre Nordheim. Certamente la Norvegia è considerata la culla di questo sport, in particolare la regione del Telemark. Nel 1892 sul trampolino di Holmenkollen, la collina che sovrasta Oslo, si tenne la prima competizione importante, che si disputa ancora oggi. Fuori dalla Norvegia, il salto con gli sci si diffuse soprattutto in Finlandia, Germania e Austria. La specialità fu inserita nel programma olimpico fin dai Giochi di Chamonix nel 1924. Nel 1952 prese il via la Tournée dei quattro trampolini (in Germania Oberstdorf e Garmisch-Partenkirchen, in Austria Innsbruck e Bischofshofen), ritenuta la competizione più prestigiosa dopo le Olimpiadi e la Coppa del mondo. Nel 1998 si è svolta la prima gara per le donne riconosciuta dalla Federazione Internazionale Sci, ma il salto con gli sci femminile è ancora escluso dai Mondiali di sci nordico e dal programma olimpico.

Dall’abbinamento del salto dal trampolino e dello sci di fondo deriva la combinata nordica. Alle Olimpiadi si disputano tre gare solo maschili, due individuali (Gundersen e Sprint) e una a squadre, ciascuna composta da quattro atleti. L’individuale Gundersen consiste in una gara di salto dal trampolino NH e una prova di sci di fondo sui 15 km, mentre lo Sprint prevede un solo salto sul trampolino LH e la prova di fondo sui 7,5 km. Al termine della prova di salto (due manche) i giudici assegnano un punteggio che considera lunghezza, esecuzione tecnica e stile. L’ordine di partenza della prova di fondo è determinato dall’ordine di arrivo nel salto. Disciplina nordica, inserita ai Giochi dal 1924, la combinata ha sempre visto il predominio dei norvegesi.

Lo skeleton

Lo skeleton è uno sport individuale, che utilizza la stessa pista del bob e dello slittino. Dopo la fase di rincorsa, che varia da 25 a 40 m, l’atleta prende posto sulla slitta in posizione prona con la testa in avanti e inizia la sua discesa lungo la pista ghiacciata guidando il mezzo soltanto con i movimenti del corpo. Le gare si svolgono normalmente in più manche.

La prima pista su cui fu praticato lo skeleton fu la Cresta run di St. Moritz, in Svizzera, costruita nel 1885 e tuttora ritenuta la discesa più prestigiosa. Per decenni le gare si sono svolte solo in questa località elvetica e perciò furono inserite nel programma dei Giochi Invernali soltanto nelle due edizioni lì disputate (1928 e 1948). Solamente con l’edizione svoltasi a Salt Lake City nel 2002 lo skeleton è stato reintrodotto stabilmente nel programma olimpico. Dallo skeleton è venuta la prima medaglia d’oro italiana ai Giochi invernali: la conquistò Nino Bibbia nel 1948.

Lo slittino

Lo sport consiste in una discesa lungo una pista ghiacciata, affrontata dall’atleta in posizione supina sullo slittino e con i piedi rivolti a valle. Alle Olimpiadi si disputano una gara individuale maschile, una femminile e una di doppio. Ai Mondiali e agli Europei a queste specialità si aggiunge una prova a squadre. Nel singolo l’atleta parte da seduto, dandosi la spinta grazie a delle maniglie situate sulla rampa di partenza e poi con le mani provviste di guanti chiodati. Nel doppio il secondo atleta infila le mani nelle cinghie che lo collegano all’atleta che lo precede. Se il veicolo esce dalla pista durante la discesa l’atleta o gli atleti possono fermarsi e riprendere la gara, ma se arrivano alla fine della discesa senza slittino sono squalificati. Le prime testimonianze riguardanti un attrezzo simile allo slittino risalgono al 9° secolo d.C., quando veniva utilizzato come mezzo di trasporto e divertimento nelle campagne norvegesi. Anche le tribù di pellirossa nordamericani utilizzavano piccole slitte, dette toboggan, per i loro spostamenti. Notizie di competizioni su slittini si hanno nel 18° secolo, quando cominciarono a essere organizzate gare sulle colline circostanti San Pietroburgo. Solamente nel 1883, però, fu disputata la prima competizione ufficiale, con 21 atleti di diverse nazioni che percorsero un itinerario di 4 km a Davos (Svizzera). Nel 1955 a Holmenkollen, nei pressi di Oslo, fu organizzata la prima edizione dei Campionati mondiali. L’inserimento dello slittino nel programma dei Giochi invernali avvenne nel 1964 a Innsbruck.

La comparsa ufficiale in Italia di questo sport si ebbe soltanto negli anni Trenta e la prima edizione dei Campionati italiani fu organizzata nel 1966. Nonostante questo ritardo e pur penalizzati dall’assenza di piste (la prima omologata è stata costruita per Torino 2006), gli atleti italiani, in particolare altoatesini, hanno conquistato posizioni di grande prestigio. Basti solo ricordare in campo maschile gli ori olimpici di Paul Hildgartner, con Walter Plaikner nel doppio a Sapporo 1972 e nel singolo a Lillehammer 1994, e di Kurt Brugger e Wilfried Huber sempre nel 1994; in campo femminile quello di Erika Lechner a Grenoble 1968 e di Gerda Weissensteiner a Lillehammer (quest’ultima a Torino ha preso il bronzo nel bob a due in coppia con Jennifer Isacco). Ma il grande protagonista dello slittino a Torino è stato Armin Zoeggeler, che si è aggiudicato l’oro, replicando il successo di quattro anni prima a Salt Lake City. Al suo attivo Zoeggeler ha anche un bronzo a Lillehammer e un argento a Nagano 1998, cinque titoli mondiali e altrettante Coppe del mondo.

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