storiografia

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storiografia Scienza e pratica dello scrivere opere relative a eventi storici del passato, in quanto si possano riconoscere in essa un’indagine critica e dei principi metodologici.

Il complesso delle opere storiche scritte in un determinato periodo o relative a un determinato argomento o basate su un determinato metodo.

1. S. greca

La s. ha inizio in Ionia nel 6 sec. a.C. e prende avvio da una duplice esigenza: da un lato riconoscere un contrasto fra il mondo mitico e la vita attuale e cercare di appianarlo, dall’altro concentrare l’osservazione su fatti contemporanei. La critica del mondo mitico non ebbe però lo scopo di sopprimere quel mondo, ma solo di dargli coerenza eliminando i contrasti tra esso e i dati offerti dalle altre esperienze ritenute accertate. Prevale la descrizione etnografico-geografica nelle forme della periegesi e del periplo. In Ecateo da Mileto (6°-5° sec.), autore oltre che di un’opera geografica di una trattazione delle genealogie mitiche, è la consapevolezza della diversità fra le leggende religiose greche e quelle orientali, e perciò del valore relativo e criticabile delle prime. Fondamentale nel suo atteggiamento è il richiamo al criterio personale, cioè alla ragione, nel giudicare la tradizione; ma, sebbene la contrapposizione al dato tradizionale sia consapevole, non va oltre il semplice ritocco all’affermazione tradizionale per collegarla con le esperienze meglio accertate.

Con Erodoto (5° sec.) l’oggetto dell’indagine si sposta e si determina in senso propriamente storiografico: il tema fondamentale della «ricerca» (῾ιστορία) è una guerra, vista nelle sue origini e nel suo minuto svolgimento, che coinvolge Greci e Barbari, e nella quale essi si riconoscono nelle loro caratteristiche etiche e politiche. Il tema delle guerre persiane in parte permette una conoscenza chiara, cioè rientra nella storia di cui è possibile il controllo per la vicinanza del tempo e il carattere diretto delle testimonianze, ma in parte è già passato, di cui occorre tenere a mente la tradizione in quanto tale.

La ricerca della verità distinta dal mito è esigenza primaria in Tucidide. La sua opera ha come oggetto la guerra del Peloponneso, l’epocale scontro tra la democratica Atene e la conservatrice Sparta, e quindi il modo in cui si era arrivati a quel conflitto, e le responsabilità, valutate in maniera equilibrata e, in tal senso, oggettiva. Senza residui etnografici, Tucidide si pone il compito di narrare e spiegare i fatti in maniera razionale secondo la loro logica intrinseca e sulla base dei documenti raccolti ed esaminati criticamente. La narrazione trova la sua necessità nella sua appassionata volontà di comprendere la tragedia della propria patria, maestra di civiltà e tuttavia sconfitta. In questo e nei connessi problemi di responsabilità, di colpa, di moralità, nell’opera di Tucidide, come del resto già nell’epos omerico, sono i germi degli sviluppi successivi della s. (dal 4° sec. in poi).

Perché questi germi dessero luogo a una fioritura storiografica imponente doveva maturare la storia del pensiero filosofico greco dalle premesse naturalistiche fino all’insorgere del pensiero antropocentrico, cioè della rivoluzione del pensiero e del senso morale che si compiono nell’insegnamento di Socrate. Retorica e moralistica è infatti la s. della fine del 5° e del 4° sec.: non è un caso che gli storiografi principali di questo periodo siano discepoli l’uno di Socrate (Senofonte, il continuatore di Tucidide), e gli altri due (Eforo e Teopompo) di Isocrate. Tucidide esercita una forte influenza esteriore: Senofonte e Teopompo scrivono solo di storia contemporanea e così Callistene, mentre anche gli storici, per es. Filisto ed Eforo e Anassimene, che vogliono essere soprattutto storici del passato, allargano sempre più la loro esposizione con l’approssimarsi al loro tempo. Intanto nel seno della grande s., centrata su generali eventi bellici, matura anche l’attenzione biografica alle grandi individualità che in quegli eventi emersero.

La s. locale, d’origine antica, nel 4° sec. ad Atene dà origine a un genere letterario ben definito, l’attidografia, di cui il primo rappresentante era stato Ellanico di Mitilene (5° sec.), e il più illustre Androzione (4° sec.), la cui opera sarà ripresa, con più vasta dottrina, nel 3° sec. da Filocoro. In questo genere, il particolarismo locale, con la sua tendenza apologetica, influisce spesso negativamente sull’obiettività storica, come dimostra il suo più insigne rappresentante Timeo, il primo storico greco concentrato sull’Occidente, avversato per il suo campanilismo da Polibio, storico a sua volta della grandezza di Roma, ma di una Roma conquistatrice dell’Oriente greco. Polibio (2° sec.) restaurò una s. aliena da falsificazioni retoriche e minuzie cronachistiche, rivolta a cogliere nella loro fisionomia reale le trasformazioni politiche e le vicende militari.

Un passo avanti nella riflessione greca sull’Occidente è rappresentato, nel 1° sec. a.C., dall’opera di Posidonio, attento ai costumi del popolo più numeroso e più significativo fra i Barbari di quelle regioni, i Celti. Dopo Posidonio non si hanno più motivi originali di pensiero storico. In età cesariana-augustea uno storico greco ignoto (fonte delle Historiae Philippicae di Pompeo Trogo) riprende il disegno delle Filippiche di Teopompo per allargarle a storia universale; le idee cosmopolite di Posidonio guidano il disegno della mediocre compilazione di Diodoro Siculo attinta da vari storici. Nel 2° sec. d.C. Arriano si rifà a Senofonte e ai memorialisti più seri di Alessandro Magno; nel 3° sec. Dessippo si richiama a Tucidide, modello di tutti coloro che vorranno reagire alle dominanti correnti di s. retorica.

Da Polibio in poi, la comprensione del mondo romano resta tra gli sforzi più seri dei Greci: testimoni ne sono, oltre a Cassio Dione, Appiano ed Erodiano. Dal confronto del mondo greco e di quello romano esce l’opera storiografica greca maggiore dell’età imperiale: le Vite di Plutarco, nelle quali (comunque vada risolto il problema delle fonti) è incontestabile la personalità dello scrittore, dotato di sensibilità morale e fine senso di cultura. La decadenza della creatività storiografica è confermata dall’estendersi degli excerpta e delle compilazioni esemplificatorie, che preludono alla letteratura bizantina.

2. S. romana

I Romani ritennero che la loro s. avesse origine dalle registrazioni dei pontefici, che probabilmente, nella parte autentica, risalgono almeno alla fine del 5° sec. a.C. e contengono verosimilmente notizie autentiche sul secolo precedente. Da questa rozza annalistica pontificale, con aggiunte le tradizioni domestiche e le notizie d’interesse generale conservate a memoria deriva la materia della storia più antica di Roma.

I più antichi storici romani scrivono sotto forma di annali, il cui scopo è di offrire ai Greci una presentazione attraente della storia di Roma: perciò sono scritti in greco (l’avvio è dato da Q. Fabio Pittore, 3° sec. a.C.). La reazione contro questo scrivere in lingua straniera per stranieri è guidata da Catone il Censore, ma proprio due generi letterari greci, la storia delle fondazioni delle città (origines) e la storia contemporanea, gli servono per affermare la sua reazione, che è anche contro l’annalistica. Intanto la più genuina annalistica, che riprende la storia dalle origini, diventa romana, ma poetica (Ennio), mentre parallelamente si viene costituendo una tradizione di annali in prosa (Cassio Emina, metà del 2° sec. a.C.). La s. romana manifesta già i suoi caratteri fondamentali: non ha la volontà di erigere un sistema di conoscenze partendo dall’esperienza storica, come la migliore s. greca; ma trova, in immediata aderenza al proprio oggetto, una forma di ricostruzione psicologica che ha valore obiettivo, poiché nell’autore stesso continuano i moventi storici che egli rappresenta, e ha valore soggettivo (e perciò documentario) in quanto, soprattutto se si tratta di storia contemporanea, indica come l’autore senta la propria posizione di cittadino romano. Il fascino della s. romana consiste in questa partecipazione dello storico come cittadino che rivive la vicenda e riconosce negli altri quelle stesse virtù da lui apprezzate o vizi da lui aborriti nella pratica quotidiana. Di qui il suo tipico/">tipico moralismo e carattere retorico, ove la retoricità però non consiste semplicemente nella deformazione dei fatti, bensì nell’organizzarli in modo da confermare lo stato d’animo dello scrittore. In questa luce si comprende l’annalistica di età graccana e post-graccana (da C. Gellio a Valerio Anziate e Licinio Macro): la materia della storia romana più antica subisce un’amplificazione, in cui si mescolano la tendenziosità politica (che è anche orgoglio familiare) e l’impossibilità di concepire la storia arcaica troppo più povera di quella dell’attuale Roma dominatrice.

Nel periodo classico della s. romana maturano le eredità anteriori. Sallustio, nel suo arcaicizzare, si riporta a Tucidide e Catone quali esemplari di austera virtù e vede nel suo tempo dissolversi, nella corruzione, la possibilità di soddisfare l’amor della gloria. I Commentarii di Cesare fondono in sé esperienze storiografiche diverse: la forma annalistica rinvia al filone principale della s. romana, ma il genere ha le sue radici negli hypomnemata ellenistici e nell’autobiografia del romano Silla; l’intento di oggettività del generale-scrittore risente del modello tucidideo. Polibio è fonte, e in parte anche modello, di Livio, nel quale oggetto della storia diventa la stessa grandezza (o virtù) romana, sempre minacciata dall’insidia della corruzione. Tucidide ispira la s. tacitiana: Tacito sa realizzare il suo ideale civico solo nella forma negativa della spietata introspezione dell’animo degli imperatori tiranni; sempre è il cittadino che giudica come se in sé incarnasse lo Stato romano. La decadenza della s. romana coincide con lo smarrirsi di questa capacità d’interiorizzare lo Stato. Con Svetonio prevale la tendenza erudita, di cui Verrio Fiacco e Claudio erano già cultori.

Per caratterizzare la s. romana va tenuta presente (per la coincidenza con il moto di trasformazione in biografia della storia romana) la vasta attività memorialistica degli stessi imperatori o alti personaggi (Augusto, Tiberio, Agrippina, Claudio, Vespasiano, Corbulone ecc.). Nel filone biografico va rilevata anche l’Historia Augusta (➔ Storia Augusta) Il pensiero storiografico romano classico risorge solo con l’orientale Ammiano Marcellino (4° sec.), che scrive in latino e vuole continuare Tacito: il complesso che ne risulta (astrologia orientale ed etica civica) è il prodotto intellettuale più suggestivo della dissoluzione della s. romana. La restante produzione si risolve in epitomi liviane o prodotti sostanzialmente analoghi.

3. S. medievale

L’opera che domina la s. medievale è il De civitate Dei di s. Agostino, composto tra il 413 e il 426-27 – di cui può considerarsi immediato corollario P. Orosio con gli Historiarum adversus paganos libri septem –, che risolve il problema nuovo sorto dalla dissoluzione del mondo politico antico: quello dei rapporti tra la civitas terrena e la civitas caelestis. Con ciò si precisa il nuovo compito dello storico, che non si deve più volgere a considerare la storia di questo o quell’aggregato politico, bensì dell’umanità, viva e operante attraverso i tempi e gli imperi, e continuamente scissa tra bene e male. Nei confronti della s. classica è un’innovazione che fa della storia anzitutto un problema morale, un dramma continuo della coscienza umana, e in questa luce comprende e interpreta gli eventi esteriori dei regni e degli imperi. Questa storia spirituale dell’umanità trova la trama cronologica nel biblico schema delle sei età del mondo, corrispondenti ai sei giorni della creazione che, intrecciatosi con quello delle quattro monarchie (Assiri e Babilonesi, Medi e Persiani, Macedoni e Diadochi, Romani), elaborato e integrato con calcoli cronologici da Isidoro di Siviglia e da Beda, avrebbe costituito l’intelaiatura di tutta la s. medievale.

I concetti fondamentali dell’agostinismo dettero alla s. dei secoli di mezzo talune delle sue note caratteristiche: il persistere, nel giudizio storico, dell’elemento morale-religioso; il mito della pax come massimo dei beni concessi agli uomini; il delinearsi del tipo del rex iustus e di quello contrapposto del tyrannus; la stilizzazione del ritratto dei grandi protagonisti, i cui attributi si rassomigliano per secoli.

L’influsso della s. antica si mantenne persistente attraverso l’attenzione ad alcuni storici minori, percepibile sia nella forma esteriore, per es. nella frequenza, a fianco delle cronache, di vite, che riconoscono il loro primo modello in Svetonio (tipico esempio la Vita Karoli Magni di Eginardo); sia, anche, nello sforzo di mantenere nella narrazione storica lo stesso tono dei modelli, evidente soprattutto nei cronisti del primo Medioevo. Negli storici dei 6°-9° sec., da Gregorio di Tours a Paolo Diacono, a Eginardo, è ancora sensibile l’interesse per il fatto politico. Nella Historia Langobardorum di Paolo Diacono (8° sec.) signoreggia il senso della storia come di una bella vicenda in cui emergono figure di principi prodi, con notazioni di carattere fisico-geografico e accurate descrizioni di fenomeni ed eventi naturali; nessun ricordo invece della nequizia della civitas terrena. Anche in Eginardo il senso religioso della storia è molto attenuato, e viene posto in luce il fattore umano delle vicende.

Con l’età della dissoluzione dell’Impero carolingio, il contrasto agostiniano fra città terrena e città celeste si configura come contrasto tra Chiesa e Impero, tra regnum e sacerdotium, che diviene criterio d’interpretazione della storia. Nel momento della lotta delle investiture, le lotte fra Gregorio VII o Enrico IV da fatto particolare vengono elevate a momenti decisivi della stessa contesa tra santità ed empietà, tra Cristo e Anticristo. Con Ottone di Frisinga (12° sec.) si perviene alla ripresa in grande stile della concezione d’insieme agostiniana, con relativa attesa escatologica, ma con la fondamentale differenza della commistione delle idee agostiniane con l’idea imperiale tedesca, che rappresenta il punto d’arrivo, in un certo senso, della s. medievale.

Nello stesso periodo si comincia ad avvertire nei cronisti il senso nazionale, che condurrà al tramonto delle idee universalistiche. Nella s. municipale che accompagnò in Italia l’affermarsi delle nuove forze raccolte nel Comune, centro del racconto dei cronachisti diviene la città, con le sue glorie sentite con accesa passione. Nel 14° sec. dà alla sua storia un esplicito carattere nazionale A. Mussato (De gestis Italicorum post mortem Heinrici VII); l’accentuazione del carattere nazionale della s. italiana viene resa evidente poi dall’uso del volgare: a fine 13° sec. e nel 14° la s. in volgare acquista un posto preminente a opera soprattutto dei fiorentini R. Malispini, D. Compagni, G., M. e F. Villani. Analogamente nella s. degli altri paesi l’adozione dei volgari accentua il tono politico-nazionale, specialmente in quella francese, che trova due alte espressioni in G. de Villehardouin e in J. de Joinville.

4. Dal 15° al 18° secolo

4.1 S. umanistica. La s. italiana tra il 15° sec. e i primi del 16° segna un momento di rottura, aprendo la via alla s. moderna. Si afferma intanto il carattere artistico dell’opera storica: lo storico deve conciliare la veridicità con la felicità della narrazione, deve essere, oltre che testimone degno di fede, letterato; è un primo passo verso una maggiore dignità teorica della historia nei confronti delle altre arti. Il pensiero storico matura più netto dal rinnovato culto dell’antichità romana, sentito ora come modello e norma di vita in sé, senza giustificazioni teologiche a legittimarne l’ammirazione. La capacità di riflessione e di discernimento si rafforza grazie alla ricerca di materiale documentario, di fonti, caratteristica, dalla metà del 15° sec., dei maggiori fra gli storici italiani ed europei, debitori per questo alla nuova s. umanistica iniziata da L. Bruni, P. Bracciolini, F. Biondo e continuata con B. Giustiniani, Sabellico, G. Simonetta, T. Calchi, G. Pontano. 4.2 Machiavelli e Guicciardini. Con N. Machiavelli e F. Guicciardini, i primi due grandi storici del mondo moderno, compito dello storico non è più ritessere la storia dell’umanità dal giorno della creazione, bensì illuminare, in un quadro ristretto cronologicamente ma molto più folto di uomini e cose, un determinato periodo di storia cittadina o nazionale. Il concetto, nettissimo in Machiavelli, del fatale nascere, crescere e decadere dei popoli e degli Stati naturalisticamente inteso significa che la concezione cristiana d’insieme si è frantumata. Solo vincolo comune fra le varie età, fra i vari cicli è la natura dell’uomo, l’immutabilità delle passioni, e destino comune è la fase ciclica attraverso cui ogni società deve passare. Machiavelli dà alla storia pieno valore pragmatico. Con Guicciardini ogni fatto storico è particolare, ha una individualità propria che non permette raffronti e vuole essere studiata e valutata in sé.

Con ciò la s. del Rinascimento perveniva alla sua grande scoperta, il senso della individualità storica, l’affermazione della storia come reazione umana circostanziata e differenziata nei suoi vari momenti, ognuno dei quali costituisce una storia compiuta. Senso dell’individualità certamente ancora inadeguato, che si converte, presso questi storici, nel senso degli individui singoli, al centro della narrazione. Senso anche limitato: la s. fiorentina del primo Cinquecento trascura il valore delle forze morali, delle tradizioni, della fede religiosa e delle idee, l’influsso dei fattori economici nello svolgimento della vita dei popoli; guerra e diplomazia, scontro di partiti e avvicendarsi di governi costituiscono l’intelaiatura della narrazione storica. D’altronde, proprio in virtù di questo accentrarsi in pochi motivi, l’analisi storica pervenne, in Machiavelli e soprattutto in Guicciardini, a una finezza e perspicuità di notazione, a una forza di rilievo cui non era pervenuta dai tempi della grande s. classica. 4.3 Affermazione dell’indirizzo politico in Europa. Questo indirizzo politico affermato dai fiorentini fu sino alla fine del 17° sec. dominante della s. europea. Ciò avvenne anche perché il senso politico e nazionale si era affermato, quasi contemporaneamente, anche fuori d’Italia in sostituzione del tramontante senso religioso cavalleresco; agli ultimi rappresentanti della s. borgognona si era contrapposta in Francia, già sul finire del 15° sec., la s. schiettamente politica di P. de Commynes.

La Riforma e la Controriforma offrirono motivo di reintrodurre, nella considerazione storica, accanto all’elemento politico, il fattore spirituale: le Centurie di Magdeburgo, con l’insistenza di M. Flacio e dei teologi suoi collaboratori sulla vita religiosa e sull’organizzazione ecclesiale, erano un mutamento di prospettiva nei riguardi delle concezioni storiografiche dominanti. Ma fu un tentativo rimasto per allora senza vero influsso sull’orientamento generale: l’elemento politico riprenderà il sopravvento, anche quando si trattano questioni religiose, come in P. Sarpi e nel suo contraddittore, P.S. Pallavicino. La Istoria del concilio di Trento (1619) di Sarpi era infatti l’applicazione, a un argomento di carattere religioso, dei criteri di valutazione instaurati dalla s. fiorentina.

Il quadro europeo fu sconvolto alla metà del 17° sec. dalle rivoluzioni: la catalana, l’inglese, la napoletana con un impatto enorme sulla s.: la rivoluzione apre archivi pubblici e consente la diffusione di documenti secretati. Il distacco dalla s. umanistica è rappresentato dalla critica cui sono sottoposti gli storici romani (P. Bayle, L. de Beaufort); sulla scena sono presenti storici politici della statura di lord Clarendon (History of the Civil War, post., 1702-04), storici universali del respiro di J.-B. Bossuet, storici ecclesiastici come G. Arnold o J.L. Mosheim. Si diffonde la moda delle vite segrete e delle storie segrete, che il libertinage érudit estende a età antiche, ma, soprattutto, la s. alla fine del 17° sec. si dedica a raccogliere un materiale sterminato di notizie, risalendo alle fonti documentarie e applicando metodologicamente i suoi strumenti di osservazione: la cronologia, la diplomatica, la paleografia. 4.4 L’età dell’Illuminismo. A quest’opera di ricerca scientifica si dedicò la congregazione benedettina di S. Mauro in Francia: capolavoro di questa s., gli Annales ordinis s. Benedicti (1703-39) di J. Mabillon, repertorio di notizie disposte in ordine cronologico. Il nuovo metodo uscì presto dal campo della storia ecclesiastica. G.W. Leibniz applicò il metodo dei maurini alla storia politica con gli Annales imperii (1703-16): la Bibbia, fonte della storia antica dell’umanità, doveva essere riletta con metodo critico e insieme verificata sugli esiti dell’antiquaria.

La storia non appariva ora più opera solo dei potenti, mera vicenda politico-militare, bensì rivelava, attraverso la moltitudine obbiettiva delle notizie giustapposte secondo l’ordine cronologico, il suo sottosuolo giuridico-sociale, con le istituzioni, i costumi, la vita religiosa, morale, culturale. Nel 1735 la Francia ha nell’Histoire critique de l’établissement de la monarchie française dans les Gaules di J.-B. Dubos un primo sistematico tentativo di storia delle istituzioni. P. Giannone fonda con la Istoria civile del regno di Napoli (1723) la s. giuridica e costituzionale. Sociale è l’interesse di L.A. Muratori, che nelle Antiquitates Italicae medii aevi (1738-42) illustra la vita medievale in tutti i suoi aspetti. Il senso delle grandi forze collettive è sicuro in G. Vico, per il quale la storia non è vicenda di principi, ma di «nazioni». Con Montesquieu (Considérations sur la grandeur et la décadence des Romains, 1734) l’esprit diventa il motore della storia che determina, variando, il nascere, fiorire, perire degli istituti e degli Stati. Il secolo s’interessò alla sua dottrina ma non lo seguì.

Con il Siècle de Louis XIV (1735-39; pubbl. 1751), che rompe la tradizione annalistica ordinando gli eventi secondo la loro interna connessione e illustrando la vita complessiva di uno Stato, Voltaire dà la prima opera storica moderna; l’Essai sur les moeurs et l’esprit des nations (1756), opposto da Voltaire al Discours sur l’histoire universelle (1681) di Bossuet, è il primo tentativo in senso laico e critico di una «storia dello spirito umano», che ordina secondo poche grandi linee la storia universale. In Inghilterra, D. Hume nella sua History of England (1754-63), mostrando come la libertà politica degli Inglesi trovasse le sue origini nell’entusiasmo religioso dei puritani, introduce nella s. il senso della fecondità della passione e della lotta. Le Reflections on the Revolution in France (1790) di E. Burke, opera considerata iniziatrice dello storicismo moderno, inaugurano la s. sulla Rivoluzione francese. In Germania J. Möser (Osnabrückische Geschichte, 1768) rivendica, contro il dispotismo riformatore, la bellezza variopinta delle tradizioni popolari; J.G. Herder propone il concetto (poi accolto dalla s. dell’Ottocento) dell’individualità irriducibile della nazione, unità organica che sviluppa da sé costumi, leggi, istituti.

5. Sviluppi della s. nel 19° secolo

5.1 Germania. All’inizio del nuovo secolo, con la Römische Geschichte (1811-12) B.G. Niebuhr inaugurò una realistica storia sociale di Roma dando grande prova d’applicazione del metodo critico-filologico; negli stessi anni, G.W.F. Hegel propone la nuova concezione dialettica della storia. Ogni fase della storia appare momento necessario, che nega il precedente per generare, nel dolore della interna contraddizione, la propria antitesi. L’influenza di Hegel sulla s. fu potente, ma non mancò la reazione da parte della filologia alla rigidezza del suo schema logico, alla tendenza a sistemare a priori gli eventi. Anche la grande filologia classica tedesca del 19° sec. fu ben più che un metodo. Il suo fondatore, F.A. Wolf, rinnovò nei Prolegomena ad Homerum (1795) la teoria vichiana dell’epoca primitiva e il suo discepolo A. Boeckh trasformò la filologia in scienza storica. Nel 1828 J. Grimm pubblicò i Deutsche Rechtsaltertümer, quadro della Germania medievale, con cui iniziò la Kulturgeschichte, la storia della vita nazionale distinta e in certo modo contrapposta alla storia politica. H.F.K. von Stein lanciò l’idea di una raccolta di fonti, i Monumenta Germaniae historica, intrapresa da G.H. Pertz. La piena fusione di metodo critico e sintesi narrativa fu infine ottenuta da L. von Ranke, che portò il rigore della filologia classica nello studio della storia moderna. 5.2 Francia. Nel periodo della Restaurazione la s. fu un’arma politica della borghesia liberale francese, di politici e pubblicisti, avente per temi le questioni del giorno. Nei Dix ans d’études historiques (1820) A. Thierry celebra contro l’aristocrazia feudale, dipendente da conquistatori stranieri, il Terzo Stato, erede dei Comuni e quindi dei vinti Gallo-Romani, depositari dell’antica civiltà; la simpatia per le masse oscure e laboriose, per i vinti (che in Italia sarà accolta da A. Manzoni), ispira pure la sua Histoire de la conquête de l’Angleterre par les Normands (1825). F.P. Guizot con l’Histoire de la Révolution d’Angleterre (1816-27) volle mostrare gli errori di quella francese e l’utilità di un regime rappresentativo. F.-A. Mignet, nella Histoire de la Révolution française de 1789 à 1814 (1824) giustificò quella che fino allora appariva un’inconcludente convulsione, ponendo il problema della sua origine. 5.3 Italia. In Italia, con la discussione dei grandi problemi della storia nazionale, la s. contribuì alla formazione della coscienza nazionale unitaria. Agirono da stimoli le idee romantiche tedesche, quelle liberali francesi, il pensiero di S. de Sismondi, di Hegel, di Thierry, di Niebuhr, ma la reazione italiana ebbe una sua originalità. Già V. Cuoco nel Saggio storico sulla rivoluzione napoletana del 1799 (1801) aveva opposto all’astratto razionalismo illuminista la sapienza di Vico, e nel passato gli storici italiani ricercarono le radici dell’unità che s’intendeva costituire. A. Manzoni con il Discorso sopra alcuni punti della storia longobardica (1822) distruggeva il mito dell’idillica fusione di vincitori Longobardi e di vinti Romani, e prendeva partito per i vinti, che avrebbero formato in seguito il popolo dei Comuni; a C. Balbo (Storia d’Italia sotto i barbari, 1840; Sommario della storia d’Italia, 1848) la storia d’Italia si presentò come una catena di dipendenze, interrotta a tratti da periodi d’indipendenza; nel Primato morale e civile degli Italiani (1843) V. Gioberti esaltò la missione del popolo italiano testimoniandola con la continuità di una tradizione che dai Pelasgi era fatta giungere all’età contemporanea. Fu merito della scuola neoguelfa l’aver rivelato nei suoi aspetti essenziali la struttura sociale del Medioevo italiano e l’avere individuato i problemi della storia medievale. I limiti della sua interpretazione della storia furono colti e denunciati già da C. Cattaneo, che diede nel 1844, con le Notizie naturali e civili della Lombardia, l’esempio di una storia d’Italia impostata su nuove basi sociali-economiche.

L’opera italiana in cui il nuovo metodo critico-filologico tedesco è usato con assoluta padronanza è La guerra del Vespro siciliano (1842) di M. Amari; per l’altro suo capolavoro, la Storia dei musulmani di Sicilia (1853), Amari entra nel novero degli autori classici della s. europea. 5.4 Gran Bretagna. Il maggiore storico liberale dell’Inghilterra fu T.B. Macaulay, che nella sua History of England from the accession of James II (1849-61) e negli Essays (1843) intese mostrare come la politica dei whigs avesse dato all’Inghilterra libertà e potenza. 5.5 La s. dopo le rivoluzioni del 1848. La s. della seconda metà del secolo è dominata dal problema sociale: il fattore economico diventa criterio d’interpretazione della storia. Il primato dell’economia sulla politica affermato da Saint-Simon, nel suo discepolo A. Comte diviene primato della società rispetto allo Stato; per Comte la s. dovrebbe essere ricerca positiva delle leggi uniformi e costanti dell’accadere sociale, cioè una parte della nuova scienza della società, la sociologia.

Il momento economico è assunto a criterio diretto d’interpretazione storica con il materialismo storico di K. Marx e F. Engels (a partire dal Manifest der kommunistischen Partei, 1848). In Francia il primo a porre il problema del suo tempo in termini sociali fu C.-A.-H. Tocqueville (L’Ancien régime et la Révolution, 1856). Con il consolidarsi della Terza Repubblica, verso la fine del secolo, maestro di una s. fondata su metodiche ricerche d’archivio, priva di tendenze, dotta, ostile agli schemi e alle formule, fu N.-D. Fustel de Coulanges.

In Germania gli eventi rivoluzionari del 1848 determinarono una revisione profonda delle posizioni politiche e dei criteri storiografici. La delusione dei democratici trovò espressione nell’opera di T. Mommsen, che si propose, con la sua attività di storico, di educare politicamente il popolo tedesco; la sua Römische Geschichte (1854-56) è il maggior prodotto storiografico del fallimento liberale del 1848. Anche J.G. Droysen in Geschichte Alexanders des Grossen (1833) cercò conferma nella storia antica al suo ideale di Stato organizzato e autoritario, solo capace di assicurare l’esistenza di una nazione. I suoi principi furono sistemati in vera e propria dottrina da H. von Treitschke con la sua Deutsche Geschichte im 19. Jahrhundert (1879-94).

6. La s. del 20° sec. e la sua eredità

6.1. La reazione al positivismo storiografico. In Italia, si compì nel segno della concezione materialistica della storia. Per A. Labriola la conoscenza storica era ben più che l’accertamento dei fatti con il metodo filologico. Egli auspicava una s. vivificata dai problemi del presente, una nuova critica delle fonti alla luce del materialismo storico, e la scuola economico-giuridica fu la proiezione delle sue idee nel lavoro storiografico. G. Salvemini rappresentò il Duecento fiorentino come lotta di gruppi e di interessi economici, G. Volpe trovò in Labriola lo spunto di interpretazioni riguardanti la storia del cristianesimo (Movimenti religiosi e sette ereticali nella società medievale italiana, 1922). Parallelamente, si aprivano nuove prospettive con la discussione, avviata da B. Croce nel 1893 e proseguita da G. Gentile, sul concetto della storia; Croce infine formulò una teoria della conoscenza fondata sulla identificazione di storia e filosofia e sulla negazione delle pretese conoscitive degli pseudoconcetti sociologici. La s. italiana di indirizzo crociano si orientò essenzialmente verso lo svolgimento delle idee e ne resta esempio la Storia d’Europa nel secolo XIX (1932), di Croce stesso.

Nell’ambito dell’indirizzo crociano si pongono, tra gli altri, gli studi di A. Omodeo sull’età della Restaurazione in Francia; le ricerche di F. Chabod su Machiavelli e il Rinascimento, poi sulle premesse ideali della politica estera dell’Italia unita; gli studi di W. Maturi riguardo alle interpretazioni del Risorgimento. Fuori della scuola crociana, Gentile e A. Saitta rinnovarono gli studi sul pensiero del Rinascimento e del Risorgimento; Volpe sottolineò l’emergere della borghesia e il processo di formazione del potere statale in Italia, seguito da C. Morandi, che si richiamò all’autonomia dello svolgimento nazionale, come era sostenuta da E. Rota; D. Cantimori, invece, mosse dai problemi posti dalla s. filosofica; N. Ottokar contestò l’indirizzo di Salvemini, applicando allo studio del Comune fiorentino la categoria di classe politica, teorizzata da G. Mosca.

Anche in Germania la s. del Novecento si formò nella reazione al positivismo, con il rifiuto dei metodi delle scienze naturali e la rivendicazione di una conoscenza volta al concreto. F. Meinecke, interessato alle correnti del pensiero colte attraverso personalità rappresentative, illuminò i momenti fondamentali dello svolgimento culturale tedesco (Weltbürgertum und Nationalstaat, 1908; Die Idee der Staatsräson in der neueren Geschichte, 1924; Die Entstehung des Historismus, 1936). L’olandese J. Huizinga fornì con le sue opere un contributo fondamentale a una nuova s. attenta alla storia delle idee come forme di civiltà (L’autunno del Medioevo, 1919; La civiltà olandese del Seicento, 1933).

Il maggior tentativo di affrontare il problema della conoscenza storica fu compiuto da M. Weber: il rapporto fra sociologia e s. è risolto nel senso che la prima elabora i tipi ideali, generalizzazioni indispensabili ai fini di una conoscenza del concreto che resta privilegio della scienza storica. Centrale nella riflessione di E. Troeltsch, formatosi agli studi di teologia nel momento della crisi del protestantesimo liberale è stato il rapporto tra religione e storia. Il concetto di sistema economico, come complesso di elementi interdipendenti, tenuti insieme da uno spirito particolare che impronta di sé tutta la vita economica, è il punto di partenza di W. Sombart, per il quale il rapporto struttura-sovrastruttura si risolve nella connessione strutturale dell’economia con tutte le manifestazioni della vita politica e spirituale. 6.2 Orientamenti del primo dopoguerra. Nel periodo postbellico, il progetto wilsoniano di Società delle Nazioni trovò consenso nello studio del costituzionalismo (che vide il suo nodo critico nella Germania di Weimar, e che suscitò attenzione in Francia, in Belgio, in Svizzera): del 1919 è il saggio di E. Fueter sul sistema degli Stati europei (Geschichte des europäischen Staatensystems von 1492-1559), e del 1921 la sua Weltgeschichte del 1815-1920. Mentre la fine dell’Impero turco dava respiro all’islamistica (da H. Pirenne a G. Levi della Vida, da K. Becker a F. Babinger) e il sionismo riapriva il dibattito nella cultura ebraica tra antico e moderno, in Inghilterra R. Pares tornava a discutere, con L. Namier, il tema controverso del primo imperialismo, quello che la guerra per l’indipendenza americana avrebbe fatto fallire. La crisi sociale (Rivoluzione russa e moti rivoluzionari balcanici) portava in primo piano la questione contadina: se i Tedeschi studiavano le crisi agrarie, in Francia G. Lefebvre indagava il ruolo dei contadini e delle campagne francesi durante la Rivoluzione, mentre in Italia esplodeva la scuola meridionalistica di G. Fortunato (R. Trifone, R. Caggese, G. Paladino, R. Ciasca). Il pensiero storiografico affrontava intanto in maniera autonoma i problemi della continuità o frattura nello svolgimento storico rispetto alle scuole filosofiche e sociologiche e agli indirizzi del pensiero politico (A. Dopsch e Pirenne per il trapasso dall’Antichità al Medioevo; ma anche K. Burdach, già negli anni 1910-13, per il rapporto Medioevo-Rinascimento), della periodizzazione (K. Heussi), del ruolo della crisi interna e della sfida esterna nel tramonto delle civiltà (M. Rostovcev, F. Altheim). 6.3 Dalla seconda metà del Novecento. Nel secondo dopoguerra, la generazione dei maestri fu chiamata a formare una generazione nuova che, dalle prospettive non certo concordi del presente, fosse portata a leggere il passato attraverso la deviazione dei regimi totalitari appena sconfitti. Al centro si poneva il nodo del comunismo, cui il successo militar-politico dell’URSS consentiva di consolidare il ruolo di sistema alternativo maturato negli anni 1930. Il marxismo otteneva, come filosofia della prassi, un credito senza precedenti nella cultura storica dell’Europa; M. Dobb, C. Hill e E.J. Hobsbawm parlavano dalla Gran Bretagna, E. Sereni, e D. Cantimori e i giovani allievi di Morandi dall’Italia. Dalla Francia gli esempi e le applicazioni crebbero soprattutto a opera degli allievi di E. Labrousse, il rinnovatore dei metodi della storia economica e sociale, e di P. Vilar: in prima fila, gli eredi di A. Mathiez; quindi M. Vovelle e D. Roche. Finché F. Braudel, negli anni 1950, rifondò la storia come scienza sociale e fece di Parigi (centro la École des hautes études en sciences sociales) la capitale della nuova storia.

Dalla Germania Ovest, che cercava attraverso l’Europa una nuova identità nazionale, giungeva l’appello di un ‘ritorno al Medioevo’ come all’età fondatrice di istituti e valori culturali e religiosi europei: banditore il fortunato libro di E.R. Curtius su Europäische Literatur und lateinische Mittelalter (1948), dove il Medioevo latino è il luogo di addensamento della letteratura classica che si fa europea; e su questa linea si disponevano medievisti, filologi romanzi, studiosi di letteratura latina medievale e di letteratura umanistica.

Negli anni 1960 J. Le Goff con le Annales, avviò con gran clamore la nouvelle histoire, che apriva il dialogo con l’antropologia strutturalista e costruiva un’antropologia storica. L’impresa coincideva però con la pressione dall’estrema sinistra e dalla destra revisionista. Sulla stessa linea si dispose la ricerca dei linguaggi concettuali, che avrebbe voluto superare la tradizionale storia delle idee (nelle due versioni della tedesca Ideengeschichte, o dell’americana history of ideas), ma finì per inciampare nel problematico linguistic turn; produsse una letteratura storica abbondante, anche se poco sorvegliata criticamente, venendo poi però trascinata nella crisi delle scienze sociali, che negli anni 1970 non disponevano del prestigio necessario per interpretare e guidare i processi sociali. Una via d’uscita veniva cercata nella economia morale di E.P. Thompson, o nella microstoria di E. Grendi e G. Levi: entrambe prodotto di una crisi della storia che oscillava tra la nostalgia del racconto e il ritorno al politico, soprattutto nel caso della microstoria, che invitava a ridurre la scala ora per segnare limiti allo storicismo, ora per cogliere quasi attraverso il microscopio i tessuti profondi.

Con la crisi delle grandi ideologie e delle connesse filosofie della storia, si esauriva negli anni 1980 del tutto l’orientamento ottocentesco che allo storico assegnava il compito di educatore della classe politica. In crisi o svalutata l’idea di storia come portatrice di senso, si affermavano i temi del postmoderno, che si sarebbe spinto, nelle sue estreme formulazioni, a dichiarare irrilevante la contestualizzazione storica del documento. Il decennio si chiuse con un ritorno del cosiddetto revisionismo, che investiva anzitutto il giudizio sulle grandi rivoluzioni storiche, sulle leggende nere (Inquisizione, Ebrei ecc.) e sui movimenti totalitari (fascismo, nazismo ecc.). La Rivoluzione francese non cessava di essere il luogo classico dello scontro: il bilancio del secondo centenario confermava il successo dell’interpretazione di F. Furet, che liquidava la visione giacobino-marxista aprendo la strada a nuovi studi sulla retorica e la simbologia della rivoluzione (allo stesso si dovrà, a chiusura del secolo, Le passé d’une illusion. Essai sur l’idée communiste au XXe siècle, 1995, teso a dimostrare il fallimento del comunismo in Europa nel corso del Novecento).

Le tendenze della s. sono apparse tutte segnate dalla propensione agli incroci disciplinari con altre scienze sociali. In questa direzione ha continuato a operare la nouvelle histoire francese. Metabolizzati gli apporti della sociologia, si è guardato soprattutto all’antropologia e alla politologia, mentre hanno trovato rinnovato interesse gli studi di geopolitica. I campi nei quali si sono concentrati risultati innovativi sono la storia delle donne e degli studi di genere; gli studi attorno al sacro, cioè relativi all’esperienza religiosa nella definizione più ampia; quelli relativi alla nazione (lingua, etnia, tradizione) e alle culture, creatrici e depositarie di valori condivisi e portatrici di forti identità collettive; quelli intorno ai rituali e ai miti della politica che, pur coprendo vasti archi temporali, si sono rivolti in particolare all’esame dei regimi totalitari del 20° sec., a partire dalle ricerche di G.L. Mosse e poi con gli studi di E. Gentile; la storia della cultura come storia dei comportamenti culturali più che delle idee, il formarsi dell’opinione pubblica, la fruizione e diffusione dei messaggi, come nelle ricerche di R. Chartier; gli studi sulla storia delle mentalità, fioriti soprattutto in Francia (già sede delle opere pionieristiche di M. Bloch e L. Febvre); le indagini sulle dimensioni del consenso, come superamento delle mere contrapposizioni politiche e di valore, di cui si ricordano in particolare i contributi di R. De Felice sul fascismo.

A conferma della trasformazione in atto della figura dello storico-politico si è iniziato infine a riflettere, a partire dall’opera di Hobsbawm Age of extremes. The short Twentieth century: 1914-1991 (1994; trad. it. Il secolo breve), sul senso complessivo del 20° sec., un tema sul quale si misurano e si confrontano gli esiti delle ideologie del secolo.

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