Swaziland Stato dell’Africa australe, confinante per breve tratto, a NE, con il Mozambico e per il resto circondato da territorio della Repubblica Sudafricana (Mpumalanga e Kwazulu-Natal).
Nel territorio, che è parte della vasta regione tabulare dell’Africa australe, si distinguono, procedendo da NO a SE, tre fasce morfologiche di digradante altitudine: il Highveld (un altopiano che si mantiene sui 1200 m s.l.m.), il Middleveld (zona di colline intercalate a brevi ripiani, la cui altezza media è di circa 700 m), il Lowveld (bassopiano nel quale non si superano i 300 m, chiuso a E dai Monti Ubombo, che sono una sezione del bordo esterno rialzato degli altopiani sudafricani).
Le tre fasce si differenziano anche per i caratteri pluviometrici, poiché le precipitazioni, che dappertutto cadono d’estate, diminuiscono progressivamente da oltre 1500 mm annui nel Highveld a meno di 500 mm nel Lowveld.
La rete idrografica è formata da brevi corsi d’acqua (il più notevole è l’Umbuluzi) che hanno origine nel Transvaal e attraversano il territorio prima di sboccare nell’Oceano Indiano.
La composizione etnica vede una netta prevalenza dell’etnia bantu degli Swazi (82,3%), che detengono la maggior parte delle terre coltivabili. Nella loro cultura e nel loro linguaggio si riscontrano strette affinità con i vicini Zulu del Natal (Repubblica Sudafricana). Sono agricoltori e pastori, occasionalmente dediti a battute di caccia collettive; il gruppo familiare rappresenta l’unità sociale di base; uomini e donne sono divisi in classi di età. Altre etnie sono gli Zulu (9,6%) e gli Tsonga (2,3%); molto modesta, ma dominante sul piano sia sociale sia economico, la percentuale di Bianchi (Inglesi, Portoghesi e Afrikaaner).
L’aumento demografico è stato intensissimo nella seconda metà del 20° sec., tanto che gli abitanti si sono più che quadruplicati tra la fine degli anni 1940 e l’inizio del decennio 1990. Successivamente, tuttavia, l’azione combinata della diffusione dell’AIDS e delle prolungate siccità ha causato un crollo verticale dell’incremento demografico (arrivato in pochi anni a sfiorare la crescita zero) e dell’aspettativa di vita (32 anni nel 2008). Si mantiene elevato il tasso di natalità (28‰), ma drammaticamente alta risulta la mortalità infantile (69,7‰). La popolazione, in prevalenza rurale (quella urbana ammonta appena al 25% della totale e le uniche città di una certa importanza sono la capitale Mbabane e Manzini), si affolla in particolare nel Middleveld, la fascia più adatta all’agricoltura.
Oltre alle due lingue ufficiali, siSwati, lingua bantu, e inglese, sono parlate dalle rispettive minoranze lo zulu e il tsonga. La religione maggioritaria è quella cristiana (66,7%, in prevalenza chiese africane); ancora diffusa la pratica di culti animisti (12,2%).
Nonostante la discreta crescita economica che ha caratterizzato gli anni a cavallo tra la fine del 20° e l’inizio del 21° sec., il paese presenta condizioni insoddisfacenti sotto vari aspetti, come dimostrano il PIL pro capite (4400 dollari nel 2009; 150° posto nella classifica mondiale), l’elevatissima disoccupazione (40% della popolazione attiva), l’amplissima percentuale di popolazione che vive al di sotto della soglia di povertà (69%), la diffusione di malattie come la tubercolosi e, soprattutto, l’AIDS, le ricorrenti crisi istituzionali legate alla tradizionale gestione del potere e a conflitti di lavoro.
Una quota elevata (25,6%) della popolazione attiva è occupata nell’agricoltura, divisa tra colture da esportazione (canna da zucchero, cotone e frutta), praticata in grandi aziende di proprietà straniera, e colture di sussistenza (sorgo, ortaggi, patate, mais), praticata con tecniche tradizionali su piccoli appezzamenti. Importante lo sfruttamento delle estese foreste, che fornisce oltre un milione di m3 di legname l’anno.
Le attività minerarie, che negli anni 1980 erano state il motore della modernizzazione economica, si limitano oggi all’estrazione di carbone e amianto (la cui domanda peraltro è in calo). Un gran numero di minatori dello S. trova impiego nelle miniere della Repubblica Sudafricana, contribuendo a rendere ancora molto stretta la dipendenza dell’economia del paese da quella sudafricana. Il settore secondario (27,8% della popolazione attiva) è rappresentato prevalentemente da industrie di trasformazione che trattano materie prime fornite dalle attività agro-forestali (zuccherifici, birrifici, aziende tessili, impianti per la lavorazione del legno, cartiere, mobilifici).
La bilancia commerciale è in costante passivo: le esportazioni (zucchero, bibite, legname e pasta di legno), infatti, non coprono per valore le importazioni di macchinari, veicoli a motore, carburanti, prodotti chimici e farmaceutici ecc. Principale partner commerciale, in netta prevalenza sugli altri, è la Repubblica Sudafricana, dove trova sbocco l’80% delle esportazioni e viene acquistato il 90% delle importazioni.
Lo S. presenta una rete stradale (3594 km nel 2002, di cui 1/3 ca. asfaltati) e ferroviaria (301 km nel 2005) gravemente insufficiente alle esigenze del paese. Aeroporto internazionale a Manzini.
Gruppi Swazi, della grande famiglia degli Nguni, migrarono nel territorio dell’attuale S. nel corso del 17° sec., provenienti dalla costa africana sud-orientale; organizzati in un regno fondato dalla dinastia Dlamini agli inizi del 18° sec., dovettero resistere alle mire espansionistiche dei gruppi vicini e in coincidenza con la colonizzazione europea dell’Africa meridionale, subirono ingenti espropri di terre da parte dei contadini boeri. Passati nel 1903 sotto il protettorato britannico, gli Swazi mantennero il sistema tradizionale di governo, che riconosceva poteri assoluti al sovrano (il leone) e a sua madre (l’elefantessa), assistiti da un consiglio e dall’assemblea generale della tribù.
Sobhuza II (n. 1899 - m. 1982), asceso al trono nel 1921, nei primi anni di regno tentò di riguadagnare agli Swazi il controllo delle terre coltivabili e delle ingenti risorse minerarie del paese, riuscendo a impedire che lo S. venisse incorporato nell’Unione Sudafricana. Nonostante l’introduzione da parte delle autorità coloniali di istituti rappresentativi e pluralistici il potere della dinastia regnante sopravvisse, anche dopo la concessione dell’autogoverno interno e di una Costituzione (1967).
Dopo l’indipendenza nell’ambito del Commonwealth, raggiunta nel 1968, la vita politica del piccolo Stato etnico dello S. fu dominata in modo esclusivo dalla famiglia reale e dai contrasti tra i diversi gruppi presenti al suo interno, e segnata da un’evoluzione in senso autoritario con l’affermazione di un modello di organizzazione dello Stato fondata sul riconoscimento dell’autorità e della struttura tribale. Solo nel corso degli anni 1980 un crescente malcontento cominciò a trovare espressione in forme organizzate, prima sindacali e poi direttamente politiche, con l’avvio di manifestazioni e proteste e la costituzione di raggruppamenti di opposizione, che chiedevano profonde riforme costituzionali, e che nel decennio successivo si intensificarono anche sul piano internazionale.
A fronte della mobilitazione delle opposizioni Mswati III, salito al trono nel 1986 dopo una lunga lotta per il potere all’interno del clan reale, alternò fasi di repressione ad atteggiamenti di apertura, tra i quali la disponibilità alla trattativa intorno a progetti di revisione in senso democratico della Costituzione (sospesa dal 1973). Le elezioni generali del 1998 furono boicottate dal principale movimento di opposizione e contestate nei risultati dalla maggioranza dei candidati indipendenti; l’anno dopo, nonostante il divieto alla costituzione formale dei partiti politici, le opposizioni si aggregarono nell’Alleanza democratica dello Swaziland. Sul piano internazionale, l’assoluta dipendenza economica dalla Repubblica Sudafricana era rimasta immutata anche dopo la fine del regime di apartheid (1994).
Il nuovo secolo si aprì all’insegna di una sostanziale continuità della tradizione autoritaria che lo connotava come la sola monarchia assoluta nel contesto regionale; anche le elezioni legislative del 2003 furono boicottate dalle opposizioni. Nel 2006 è entrata infine in vigore una nuova Carta costituzionale, che prevede il riconoscimento delle libertà di riunione e di parola e della parità tra i sessi, ma conserva un impianto permeato di riferimenti alla tradizione e autoritario: il sovrano rimane al di sopra della legge, non paga le tasse, non può essere citato in giudizio né essere criticato.
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