TARQUINÎ

    Enciclopedia Italiana (1937)

di Plinio Fraccaro

TARQUINÎ (5° e 7° re di Roma). - Damarato di Corinto, venuto esule a Tarquinî, sposò un'etrusca e ne ebbe un figlio, Lucumone, che sotto il re Anco passò a Roma con la moglie Tanaquilla, dotta nell'aruspicina, e prese il nome di L. Tarquinio, detto poi Prisco per distinguerlo dall'omonimo settimo re. Divenuto popolare e caro al re, questi morendo lo nominò tutore dei suoi figli; ma T. riuscì a farsi creare re dal popolo. Egli represse una ribellione dei Latini e ne prese parecchie città; i Sabini, da lui sconfitti, dovettero accettare la supremazia romana e gli Etruschi, vinti, lo riconobbero capo della loro lega e gli offrirono le insegne della regalità etrusca, fra le quali i fasci; egli introdusse in Roma anche il trionfo. All'interno egli si accinse a importanti riforme, ma l'augure Atto Navio, custode della tradizione, gl'impedì di creare nuove tribù e centurie e il re si limitò ad accrescere il numero delle genti patrizie con i patricii minorum gentium e a sdoppiare le tre centurie equestri costituendo i Ramnes, Tities e Luceres secundi. Accrebbe anche il senato. Pose mano a grandi opere pubbliche, prosciugando il Foro con la Cloaca Massima e costruendo il Circo Massimo; votò durante la guerra sabina e iniziò la fabbrica del tempio di Giove sul Campidoglio e aveva disposto la costruzione di una cinta di mura. Dopo 38 anni di regno (616-579) fu fatto uccidere dai figli di Anco Marzio. Gli successe Servio Tullio, dopo la cui tragica fine salì sul trono il figlio (o nipote) del Prisco, L. Tarquinio il Superbo. Questi fu un vero tiranno, perseguitò i senatori, oppresse il popolo con lavori forzati, abolì le leggi popolari di Servio, impose il tributo per testa, si protesse con guardie del corpo, vietò ogni riunione e tenne dovunque spie. Tuttavia compì cose notevoli. Riaffermò la supremazia di Roma sul Lazio, anche stringendo amicizie e parentele con i capi delle varie città. A Gabii, che ricusava di accedere alla Lega Latina, inviò il figlio Sesto, che finse di fuggire la persecuzione del padre; e, a un messo mandatogli dal figlio, diede, troncando con il bastone i più alti papaveri del suo giardino, il consiglio famoso di togliere di mezzo i principali cittadini (v. Livio, I, 54). Aspre lotte combatté con i Volsci, ai quali prese Pometia, e inviò colonie a Signa e a Circei, in territorî ad essi strappati, e mantenne il primato romano sugli Etruschi e sugli Equi. In Roma abbellì il Circo Massimo, completò la Cloaca e terminò splendidamente il tempio Capitolino; acquistò i Libri Sibillini. La rivolta contro il tiranno fu provocata dall'offesa recata dal figlio Sesto a Lucrezia, sposa di L. Tarquinio Collatino, parente del re. Questi dall'assedio di Ardea accorse alla città, ma trovò chiuse le porte: l'esercito al campo aveva intanto accettato la deposizione del re, dopo 25 anni di regno (534-510). Seguirono tentativi di Tarquinio per tornare a Roma, prima per mezzo d'una congiura di giovani nobili romani, scoperta e repressa; poi con le armi dei Tarquiniesi e dei Veienti, che fuggirono la notte dopo l'incerta battaglia dell'Arsia; poi per mezzo del potente re di Chiusi Porsenna che, ammirato dall'eroismo dei Romani, finì per fare pace con loro abbandonando Tarquinio; infine con l'aiuto dei Latini, che furono sconfitti dai Romani al Lago Regillo. L'ultimo rifugio del re fu presso il tiranno Aristodemo di Cuma, dove morì.

Il regno dei Tarquinî in Roma è certo storico e così pure il fatto che uno di essi era stato l'ultimo re di Roma e che era stato deposto da una rivolta. Il dipinto di Vulci, rappresenta un Tarquinio Romano, col prenome Cn(aeus), mentre i T. della tradizione sono Lucii. Con i T. la tradizione collegava alcuni fatti indubbiamente storici, come la supremazia sul Lazio e le grandi costruzioni. Su questi elementi genuini la leggenda, la speculazione erudita e la fantasia degli storici antichi accumularono una quantità di altre notizie in gran parte immaginarie, in parte più o meno dubbie. Dei moderni, molti accettano la provenienza etrusca dei T. e ritengono che il loro regno mascheri un periodo di dominio etrusco in Roma; altri invece ritengono il nome dei T. romano e casuale la sua identità con quello della città etrusca, identità che la leggenda avrebbe voluto spiegare facendo provenire i T. dalla città di Tarquinii. Il fatto poi che ai due re T. si attribuivano le stesse cose (moglie ambiziosa, usurpazione del trono, costruzione della Cloaca, del tempio Capitolino, del Circo, supremazia sui Latini) fece a molti pensare che i due re siano lo sdoppiamento di una stessa persona. Forse, poiché si sapeva delle molte cose buone fatte dai T., ma si pensava che l'ultimo re di Roma doveva essersi comportato da tiranno, se era stato deposto ed espulso, si foggiò un Tarquinio buono, il Prisco, e uno cattivo, il Superbo, fra i quali si distribuirono le opere e le gesta, che la tradizione attribuiva ai Tarquinî, in modo però da lasciar vedere come quelle notizie costituivano prima un blocco unico e indiviso.

Bibl.: A. Schwegler, Römische Geschichte, I, 2a ed., Tubinga 1867, pp. 668, 765; G. De Sanctis, Storia dei Romani, I, Torino 1907, p. 317; E. Pais, Storia di Roma, 3a ed., II, Roma 1926, pp. 100, 152; F. Schachermeyr, in Pauly-Wissowa, Real-Encycl., IV A, col. 2348 (con ricca bibl.); A. A. Blakeway, Demaratus, in Journal of Rom. Studies, XXV (1935), p. 129 segg.

Approfondimenti

Tarquini > Enciclopedia Dantesca (1970)

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