Tecnocrazia

Tecnocrazia

Enciclopedia delle scienze sociali (1998)
di Pier Paolo Portinaro

Tecnocrazia

sommario: 1. Definizione. 2. Il governo dei custodi. 3. L'utopia tecnocratica nella prima rivoluzione industriale. 4. L'organizzazione scientifica della società come terza via. 5. Ascesa e declino del modello tecnocratico nella società del sapere. 6. Il ruolo dell'esperto in politica. □ Bibliografia.

1. Definizione

Al concetto di tecnocrazia si fa riferimento per indicare il complesso di fenomeni che riguardano le trasformazioni dei rapporti tra Stato e società a partire dalla rivoluzione industriale, quando cioè: a) cresce la quantità di decisioni politiche concernenti questioni in senso lato tecniche, con un progressivo ma sostanziale mutamento dei contenuti del processo governativo e legislativo; b) gli apparati amministrativi pubblici e privati si trasformano in virtù dell'impiego di tecniche di organizzazione del lavoro volte a massimizzare l'efficienza; c) questi cambiamenti portano alla formazione di nuovi gruppi sociali di tecnici, managers, esperti, direttori amministrativi, grands commis che, pur nella loro distinzione e frammentazione oggettiva, tendono a coalizzarsi nell'esercizio del potere e nel conseguimento di privilegi (cfr. Ellul, in Maier e altri, 1971, p. 167).
Come tutti i concetti politici, anche 'tecnocrazia' è un concetto polemico. Al pari di 'burocrazia' si contrappone a 'democrazia' in quanto identifica in un gruppo particolare, postulato omogeneo e trasfigurato in 'classe generale', il portatore di interessi collettivi, contro un 'cattivo' universale, il popolo, svalutato ad aggregato di interessi miopi e particolaristici. In un'analisi ormai classica (v. Ellul, 1977) la tecnocrazia viene presentata come l'autentica realtà al di sotto della duplice illusione di cui ormai si alimentano i sistemi politici contemporanei: l'illusione dell'uomo politico che si crede in grado di guidare verso determinati obiettivi la macchina dello Stato, e l'illusione del cittadino che, confidando ancora nell'ideologia della sovranità popolare, pensa di partecipare con potere decisionale alla gestione degli affari pubblici, mentre ha soltanto facoltà di "designare e sorvegliare degli uomini essi stessi privi di potere" (v. Meynaud, 1964; tr. it., p. 194). Nel lessico della politica contemporanea il termine individua dunque una specifica categoria di potere 'altro' rispetto al potere del popolo, una forma di politica 'chiusa' all'influenza del pubblico e in larga misura sottratta al suo diretto e talora anche indiretto controllo (v. Fisichella, 1997).
Per queste sue connotazioni il termine suggerisce pertanto l'idea del declino (fino alle soglie dell'impotenza) del fattore politico rispetto a quello tecnico o tecnico-economico. Anzi, frequentemente, le teorie dell'avvento della tecnocrazia si collocano all'interno di una diagnosi epocale sull'eclisse del politico. In tale contesto l'espressione è dilatata fino a designare semplicemente - e in modo spesso vago - il 'dominio della tecnica'. Ma in un'accezione più specifica essa sta a indicare, all'interno di sistemi politici complessi, una specifica struttura del potere - si è parlato esplicitamente di "tecnostruttura" (v. Galbraith, 1967) - e una forma di esercizio del potere ad opera di un soggetto definito: i tecnici. E propriamente, nel senso forte del termine, si dà governo dei tecnici in quel regime in cui i detentori del sapere tecnico-scientifico definiscono, in virtù della competenza che a ciò li legittima, non solo i mezzi ma anche i fini dell'azione sociale (v. Fisichella, 1997, p. 54). In quest'accezione più determinata il concetto evidenzia il potere di una specifica categoria dirigente - gli organizzatori, i managers, i direttori amministrativi -, per cui la teoria della tecnocrazia può essere considerata una variante della teoria delle élites, in particolare una teoria delle élites modernizzatrici (v. Teusch, 1993, p. 61). Giova però rilevare subito che i classici dell'elitismo furono tutt'altro che fautori dell'ideologia tecnocratica. Contro il predominio dei chierici-scienziati si delineò già all'interno del positivismo una reazione, ben esemplificata proprio dalla dottrina elitistica italiana, che non era solo reazione all'ideologia democratica ma anche alla tecnocrazia industrialistica dei teorici dell'estinzione dello Stato. La critica degli elitisti Mosca e Pareto al modello tecnocratico poggia su tre capisaldi, variamente evidenziati dai diversi autori: a) sottovalutazione del ruolo del politico; b) sopravvalutazione della funzione della scienza e della sua funzione di orientamento della prassi; c) sopravvalutazione, di conseguenza, delle capacità di governo dei ceti intellettuali.
Se si prescinde dal reggimento tecnocratico instaurato in seguito a un colpo di Stato e appoggiato a un'oligarchia e a una dittatura militare, la tecnocrazia non è però il prodotto di un'autonoma appropriazione del potere da parte dei tecnici, quanto piuttosto il risultato di un'abdicazione del potere da parte dei politici, incapaci di gestire determinate emergenze. Solitamente si parla di 'governo dei tecnici', all'interno di un sistema democratico parlamentare, per designare quella forma di governo di transizione che interviene all'interno del ciclo democratico in una fase di disordine economico e di crisi di legittimità delle élites politiche tradizionali. Possiamo inoltre ancora distinguere un'accezione forte e una debole del termine, a seconda che esso venga a indicare lo spodestamento del politico a beneficio del tecnico oppure il semplice acquisto di una decisiva influenza di questo sul politico. Anche in questo caso la valutazione dell'influenza deve tener conto degli ostacoli che a essa si frappongono. Fra questi, quelli a cui più spesso la letteratura fa riferimento sono le divisioni fra gli stessi tecnici, l'azione di gruppi antagonisti che si richiamano ad altri valori e, in un contesto effettivamente democratico, lo stato dell'opinione pubblica (v. Meynaud, 1964; tr. it., pp. 200 ss.).
La contrapposizione tra democrazia e tecnocrazia è una costante della riflessione sul problema. Ricondotta alle categorie della classica dottrina delle forme di governo, la tecnocrazia è un'aristocrazia che si rinnova per cooptazione; in una terminologia più consona all'universo semantico contemporaneo essa è una meritocrazia, cioè una forma di potere basata su procedure rigorose di accertamento e di valorizzazione di qualità direttive che si contrappongono in linea di principio alla selezione fondata sul consenso dei molti. La democrazia è "governo dell'opinione", la tecnocrazia "governo del sapere" (v. Sartori, 1997, p. 42); la democrazia poggia sul consenso e la partecipazione, la tecnocrazia sulla competenza e l'efficienza. Grazie a queste determinazioni essa può essere accomunata alla burocrazia, al punto che sempre più spesso, anche in virtù dei processi di razionalizzazione amministrativa che hanno rivoluzionato gli assetti delle vecchie burocrazie, i due concetti si trovano fusi in un unico conio ('tecnoburocrazia'): in particolare il processo di integrazione europea è stato spesso descritto come vivaio di tecnoburocrazie svincolate dagli indirizzi delle politiche nazionali (ed è nato il neologismo 'euroburocrazia'). Non sono comunque mancati i tentativi di coniugare anche le due forme opposte. Così Maurice Duverger, in un'analisi ormai classica, individuava il tratto dominante - e la costitutiva ambiguità - dell'Occidente all'indomani della seconda guerra mondiale in un connubio di democrazia e tecnocrazia, al punto da definire l'assetto di potere della nuova oligarchia "tecnodemocrazia" (v. Duverger, 1972). E in effetti, dopo le teorizzazioni dello Stato tecnico o tecnocratico che avevano avuto fortuna nell'età del planismo e del dirigismo, si è messa in luce più la compossibilità che la contrapposizione delle due forme di organizzazione del potere. Robert Dahl, ad esempio, individua nei sistemi politici complessi una sorta di 'ibrido', nel quale la selezione e i controlli democratici funzionano più o meno efficacemente in alcuni ambiti della politica, mentre "altri sono governati da élites meritocratiche o da guardiani liberi da ogni controllo democratico" (v. Dahl, 1985; tr. it., p. 36). Fra le condizioni che favoriscono l'avvento di un regime politico definibile come tecnodemocrazia vanno annoverate, oltre all'ovvio accrescimento dei compiti propriamente tecnici del sistema politico, il diffondersi dell'apatia fra i cittadini, dopo eccessi di politicizzazione, la corruzione dei partiti, la presenza di scuole prestigiose che preparano alle grandi carriere amministrative - come ad esempio l'École Nationale d'Administration: e non a caso la Francia è il paese che nella seconda metà di questo secolo ha conosciuto la maggiore fioritura di letteratura sulla tecnocrazia e sulle élites tecnocratiche (da Ellul a Gurvitch, a Meynaud, a Bourdieu, a Boltanski, per limitarci ad alcuni fra gli autori più significativi).
In anni recenti, tuttavia, la prospettiva tecnocratica nella sua originaria accezione olistica è venuta perdendo progressivamente credito, e non solo perché da un lato l'età della pianificazione e del dirigismo sembra tramontata, mentre dall'altro le diagnosi filosofiche più radicali negano che si possa dare un soggetto capace di governare la tecnica o mediante la tecnica. Sempre più problematica appare infatti, a ben considerare, la definizione sia di un soggetto unitario (la classe dei 'tecnici' dirigenti) che della modalità del potere, vale a dire la risposta alla domanda sul 'chi' e sul 'come' della tecnocrazia. I tecnici non sono affatto una categoria omogenea, e piuttosto diverse e sfuggenti risultano le modalità di esercizio del potere tecnocratico. Rispetto alle classiche domande "chi governa?" e "come governa?" tende a subentrare nelle ricerche sui rapporti tra tecnica e politica la domanda "che cosa si governa?" (v. Winner, 1977). Oggi, più che alla teoria della tecnocrazia, le scienze sociali risultano interessate allo studio delle politiche della tecnologia o alla tecnopolitica, intesa come politica che si avvale delle nuove tecnologie della comunicazione (v. Rodotà, 1997), e quindi a porre la questione di quali cambiamenti politici la tecnica sia in concreto in grado di determinare.

2. Il governo dei custodi
La teoria della tecnocrazia è una teoria moderna, ma la sua matrice può essere individuata nella dottrina classica del governo dei custodi. L'idea della monopolizzazione delle decisioni collettive ad opera dei detentori di saperi specialistici o dotati di una qualche eccellenza di tipo cognitivo costituisce un tema ricorrente nel pensiero occidentale. Platone dà avvio a una influente tradizione ponendosi con il suo modello del 'governo dei custodi' in opposizione a una concezione della politica ben esemplificata dal mito di Protagora, secondo cui la distribuzione di rispetto e giustizia, che insieme costituiscono la tecnica politica, deve, a differenza delle altre tecniche, andare a beneficio di tutti. Diversamente da Protagora, che con quella tesi provvede a legittimare il nuovo ordine democratico di Atene, Platone è convinto che, nella misura in cui la politica è una tecnica, essa abbia come tutte le tecniche pochi ed esclusivi detentori (v. Portinaro, 1995).
L'idea di un governo dei custodi fondato sulla coniugazione di potere e sapere attraversa così l'intera esperienza politica dell'Occidente - e non solo nei termini di una proiezione utopica. Dai consiglieri del principe e dai tecnici della ragion di Stato agli intellettuali delle università, intese come vivaio di scienze utili al governo, s'instaura, come ha sottolineato Foucault, un nuovo rapporto "tra la politica come pratica e la politica come sapere", da cui emerge la "possibilità di un sapere specificamente politico" (v. Foucault, 1988; tr. it., p. 141). Da un lato i tecnici della "nobile menzogna", degli arcana imperii, dall'altro i giuristi come edificatori delle istituzioni divengono i protagonisti del processo di razionalizzazione del gubernaculum, che dischiude la prima grande stagione degli specialisti politici. Si fa strada così un modello tecnicistico, in cui lo Stato è machina machinarum, ideata dal filosofo-re e resa funzionante da una classe di specialisti: modello che fornirà la base su cui si svilupperanno, pur nel quadro di una reazione antipolitica, le moderne teorie tecnocratiche. Il passaggio a queste teorie avverrà tuttavia solo nel momento in cui il progresso delle scienze e delle tecniche investirà la sfera economica della produzione e del consumo, rivoluzionando in profondità le modalità di esistenza e le aspettative eudemonistiche degli individui.
Il governo dei custodi è il governo di coloro che sanno. Ma nel corso della storia questo ideale è variato a seconda dei modelli di sapere dominante (la dialettica di Platone, la geometria di Hobbes, la sociologia di Comte, la psicologia dello Skinner di Walden two), di diffusione del sapere, di organizzazione delle informazioni e di elaborazione dell'identità del gruppo che aspirava al monopolio del potere ideologico. Fin dall'antichità è un modello di potere (e sapere) che tenta di neutralizzare il peso del passato, di addomesticare la tirannia della tradizione e al tempo stesso di ipotecare il futuro. Ma è alle soglie dell'età moderna che l'utopia tecnocratica trova la sua prima formulazione nella New Atlantis di Francis Bacon, in cui è delineato l'ideale di una società interamente fondata sulla scienza e sulla tecnica, dai cui progressi dipende il livello del benessere collettivo (v. Kreibich, 1986). Entro questa cornice trovano collocazione le diverse varianti di 'tecnocrazia', 'sofocrazia' e 'ideocrazia' che affollano l'immaginario utopico e ideologico della modernità. Ma il quadro di riferimento resta, per quanto concerne la determinazione delle qualità specifiche dell'élite governante, platonico. Quando Dahl individua nella comprensione morale, nella virtù e nella conoscenza strumentale le componenti della 'competenza politica', possiamo senza troppa difficoltà riconoscere in questo intreccio la connessione tra ἐπιστήμη, δύναμιϚ e τέχνη (conoscenza, potere e arte) tematizzata da Platone nella sua analisi del sapere politico. A partire dall'antichità l'espressione 'governo dei custodi' è stata carica di ambivalenze. Ancor più ciò si può dire per il nostro secolo, in cui l'espressione è tornata in uso e il concetto è stato discusso sia nella variante autoritaria, antagonistica rispetto alla forma democratica e allo Stato di diritto, del "sistema precettorale" o "tutelare" (v. Lindblom, 1977), sia nella variante più moderata, coniugabile con la democrazia liberale, che la vede sinonimo di "principio del governo meritocratico" (v. Dahl, 1985). Persino la più ristretta nozione platonica dei ϕύλαϰεϚ come guardiani-guerrieri è riapparsa nel dibattito intorno a quelle decisioni sulle armi nucleari e la deterrenza che sfuggono al controllo democratico e tendono a essere monopolizzate dai tecnici della strategia. Anzi, proprio da questa specifica questione ha preso le mosse Robert Dahl nel riproporre e discutere l'alternativa "democracy versus guardianship". In tempi più recenti si è richiamata invece la formula del governo dei custodi per designare, nelle democrazie contemporanee, l'anomalia di un (vero o presunto) 'governo dei giudici', in relazione all'espansionismo del potere giudiziario in generale e alla crescita delle prerogative delle corti costituzionali in particolare (nella loro funzione di custodi delle costituzioni).
Rispetto all'ideale del governo dei custodi o guardiani il modello tecnocratico è iscritto entro l'orizzonte della riabilitazione della vita activa e, più precisamente, della sua variante poietica o produttiva che caratterizza il mondo moderno. Se la figura del custode o del guardiano evocava primariamente l'azione di un protettore armato o la decisione saggia di un sapiente qualificato da una superiorità etica, quella del tecnocrate ha le sue radici nel mondo della produzione e dell'economia, anche se di un'economia non confinata ai processi elementari dell'appropriazione, della produzione e dello scambio, ma potenziata da forme complesse di organizzazione che incorporano sapere. In entrambi i casi non si tratta comunque di funzioni propriamente specialistiche all'interno di uno schema di divisione del lavoro, ma di una competenza che include un momento generale di sintesi. Anche se la distanza tra il tecnocrate e il tecnico non è più quella che intercorreva tra il custode platonico e il detentore di tecniche poietiche, resta vero anche per il mondo moderno che fra i due tipi sociali sussiste una differenza di fondo: "Mentre il tecnico si qualifica come un esperto del particolare, il tecnocrate va definito (e si definisce) come un esperto del generale" (v. Fisichella, 1997, p. 44).

3. L'utopia tecnocratica nella prima rivoluzione industriale

Se si prescinde dalle molteplici variazioni sul motivo platonico del governo dei custodi e dalle prefigurazioni utopistiche di un'organizzazione scientifica della società, che si intensificano con l'età della rivoluzione scientifica, è la rivoluzione industriale ad aprire la stagione di riflessione sul declino della politica e dello Stato e a fornire le basi per lo sviluppo dell'ideologia tecnocratica. Alla radice di questa svolta sta un ribaltamento nella gerarchia sociale delle tecniche e, di conseguenza, delle classi. In Platone chi usa deve disporre di un sapere superiore a quello di chi produce, mentre con Saint-Simon e Comte è ai produttori che vengono attribuite capacità 'positive' e il possesso del sapere strategico in vista del benessere collettivo, il che consente loro di assurgere a classe dominante (la 'prima classe') della nuova compagine sociale. All'interno della divisione del lavoro fra 'industriali' si determina comunque anche qui una gerarchia in base al livello di generalità del lavoro (Comte arriverà a formulare una "legge gerarchica della generalità crescente"), per cui al vertice vengono a collocarsi coloro che sanno dirigere e regolare l'azione sulle cose in vista dell'utilità collettiva: in Saint-Simon gli 'industriali dirigenti' e in Comte, analogamente, gli industriali non proprietari ma 'direttori' della produzione (v. Fisichella, 1995).
Nei teorici della società positiva si delinea così una duplice riduzione: della politica all'economia e dell'arte di governo alla scienza. Il trapasso dal regime 'governativo' al regime 'amministrativo' è il passaggio da un sistema nel quale le istituzioni sono, in maniera inefficiente e disfunzionale, al servizio degli interessi particolari di categorie privilegiate, che si mantengono al potere esercitando il monopolio della forza, a un sistema nel quale la società consegue l'interesse generale attraverso la neutralizzazione della mediazione politica e la composizione scientifica degli interessi produttivi. L'ideologia tecnocratica si connota così anche per la riduzione dell'arte di governo alla scienza. Il potere nella società industriale viene a poggiare non sull'imperatività del comando ma sulla forza intrinseca della dimostrazione, verificabile da ogni competente. La dottrina saintsimoniana delle tre camere, così come viene delineata ne L'organisateur, mostra in modo esemplare come il processo politico debba per i fautori della 'società positiva' essere modellato sul processo scientifico: il parlamento industriale si compone infatti di tre camere, a cui sono rispettivamente attribuite le funzioni di invention, examen ed exécution (v. Fisichella, 1995, p. 102).
Ancor più manifestamente che in Platone individuiamo in Saint-Simon la difficoltà ricorrente di ogni governo dei custodi: chi è posto a guardia dei guardiani? Dibattendo nel Catéchisme des industriels le questioni del rapporto tra gli industriali e gli scienziati e dell'organizzazione interna delle singole categorie, dopo aver chiarito che gli scienziati devono la loro esistenza agli industriali mentre questi traggono il senso della loro attività dalla ricerca degli scienziati, il filosofo positivista suddivide questi ultimi in due classi e in due 'accademie separate', delle quali l'una chiamata a elaborare il 'codice degli interessi', l'altra il 'codice dei sentimenti'. Immediatamente si pone il problema di chi manterrà l'equilibrio fra di esse, e la risposta non può che rimandare a un organo ulteriore, il "collegio reale o supremo", "la più importante di tutte le istituzioni sociali" (v. Saint-Simon, 1823-1824; tr. it., pp. 1026-1027). Sottratto alla politica il monopolio della decisione ultima, e collocati ai vertici della gerarchia sociale i mediatori della verità, Saint-Simon pone così le premesse per lo sviluppo di quel modello ierocratico secolarizzato che troverà in Comte il suo dispiegamento. Se un caposaldo della filosofia tecnocratica è il riconoscimento della fonte di legittimazione del potere nel sapere -l'auctoritas discende dalla veritas -, resta pur vero che contro le 'illusioni della metafisica' i positivisti affermano il principio della separazione tra potere temporale e potere spirituale. Se al primo spetta il compito dell'amministrazione, funzione specifica del secondo è l'educazione. Non tutto il potere si riduce infatti ad azione sulla natura e amministrazione delle cose; il potere 'teorico' agisce sull'uomo mediante la persuasione: e per questa ragione le tecniche pedagogiche sono parte imprescindibile del modello tecnocratico. Ma poiché, all'interno di questo modello, gli scienziati si trovano comunque a essere contemporaneamente produttori di benessere materiale e di solidarietà, è risultato facile addebitare ai teorici della società positiva una più o meno latente vocazione totalitaria, che si manifesterebbe d'altra parte anche nel loro programma di intensificazione della gerarchia e della centralizzazione. Fin dalla sua nascita, dunque, la filosofia tecnocratica fu esposta al sospetto di propagandare il modello di una società governata autocraticamente. Ma finché scienza e tecnica furono considerate vettori di utilità collettiva, la tecnocrazia conservò un suo potere di attrazione. Quando però prevalse una visione più critica della tecnica, i seguaci di Comte finirono sbrigativamente relegati nella famiglia degli 'apprendisti stregoni'.

4. L'organizzazione scientifica della società come terza via
Se la dottrina tecnocratica appare già compiutamente delineata con i classici del positivismo sociale, le condizioni strutturali per l'affermazione della classe dei tecnici e l'avvento del potere tecnocratico sembrano avvicinarsi per la prima volta con la grande trasformazione strutturale del capitalismo nei primi decenni del XX secolo. Un vero e proprio movimento tecnocratico nasce infatti nel contesto della seconda rivoluzione industriale, con la separazione delle funzioni di proprietà e controllo all'interno della grande impresa e con quella che è stata chiamata la 'rivoluzione dell'organizzazione'. I Principles of scientific management di Frederick W. Taylor sono del 1911, The modern corporation and private property di Berle e Means è del 1932, The managerial revolution di James Burnham del 1941: è questo l'arco di tempo in cui, passando per l'economia di guerra e il New Deal, si compie la parabola del movimento tecnocratico americano (e del resto anche il termine 'tecnocrazia' sembra fare la sua comparsa nel 1919 in uno scritto di William H. Smith volto a propagandare un curioso progetto di 'governo del popolo' sotto la tutela di tecnici e scienziati). Con il taylorismo e il fordismo e la teorizzazione delle trasformazioni avvenute nel tessuto produttivo del capitalismo lo scenario cambia in maniera sostanziale. La forza stabilizzatrice dello scientific management, con il suo progressivo allargamento dalla dimensione microeconomica a quella macroeconomica, dal singolo posto di lavoro al reparto, all'impresa, all'intero sistema economico, offre un'alternativa funzionale alla razionalizzazione burocratica del continente europeo. Cionondimeno, anche in questi anni la tecnocrazia sarà destinata a restare programma e a non trovare attuazione in nessuna concreta esperienza di governo.
Tra le conseguenze ideologiche delle molte trasformazioni intervenute nel corso di un secolo di così forte accelerazione della rivoluzione industriale e di riorganizzazione dell'economia capitalistica, tra Saint-Simon e il movimento tecnocratico americano del primo Novecento, due sono fondamentalmente quelle che vanno sottolineate per comprendere appieno la genesi di quest'ultimo: da un lato, c'è il fatto che le illusioni armonicistiche della società industriale sono state travolte, sul continente europeo, dalla realtà del conflitto di classe teorizzato da Marx e dai suoi seguaci; dall'altro il diffondersi della consapevolezza che è la stessa evoluzione del sistema economico a minacciare il processo di razionalizzazione della società e a ritardare l'innovazione. Questa è l'acquisizione centrale di Thorstein Veblen, indubbiamente il padre del movimento tecnocratico americano, per il quale la crisi non è imputabile soltanto alla classe politica parassitaria ma anche al settore finanziario e allo stesso ceto dei capitani d'industria, interessato al profitto commerciale più che alla razionalizzazione. Se gli "ingegneri delle risorse" rappresentano "il sistema industriale in quanto complesso funzionante", gli "uomini d'affari" ne costituiscono invece la componente parassitaria, "portavoce dell'interesse commerciale dei proprietari assenteisti". Su questa base Veblen arriva a prefigurare, in The engineers and the price system, un "soviet di tecnici autoselezionato" che assuma la direzione degli affari economici "sulla base del comune interesse all'efficienza produttiva, all'impiego economico delle risorse e all'equa distribuzione dei beni di consumo prodotti" (v. Veblen, 1921; tr. it., p. 1008).
È appunto nella consapevolezza del duplice accerchiamento ad opera dei politici di professione e della proprietà affaristica che il movimento tecnocratico dei primi decenni del XX secolo nasce e si sviluppa, non senza innesti sul tronco del populismo agrario, intorno alle prime associazioni di ingegneri e di esperti di organizzazione scientifica del lavoro, a partire da New machine, fondata nel 1916 da un collaboratore di Taylor, Henry L. Gantt, il più radicale fra gli ingegneri progressisti, per passare alla breve e sfortunata esperienza di Technical alliance che si proponeva, sotto la guida di un estroso dilettante, Howard Scott, di realizzare gli obiettivi del vebleniano "Memorandum su un realizzabile soviet di tecnici", fino ad arrivare al Committee on technocracy costituito nel 1932 da Walter Rautenstrauch, docente al Department of industrial engineering della Columbia University (v. Akin, 1977). Dopo la grande crisi, il movimento tecnocratico funse da supporto del New Deal rooseveltiano e da serbatoio di progetti, spesso velleitari, per la razionalizzazione dell'economia e delle istituzioni. In particolare esso contribuì ad alimentare un vivace dibattito sulle prospettive di una pianificazione in condizioni di mercato capitalistico e di democrazia. Nel saggio The industrial discipline and the governmental arts Rexford G. Tugwell (v., 1933) partiva dall'esigenza di un più efficiente coordinamento economico per inferirne la necessità di un sistema centralizzato di pianificazione (per l'integrazione delle imprese e delle loro politiche d'investimento) e dunque di assai profondi mutamenti istituzionali. Questa esigenza, sempre più largamente avvertita, veniva a incontrarsi con la polemica nei confronti del capitalismo - una costante sulla linea che da Veblen conduce a Burnham - e con la ricerca di una 'terza via'.
Anche in Europa la ricerca di un sistema economico alternativo a quello capitalistico e a quello collettivistico è attraversata in quegli anni dalla riflessione sulla tecnocrazia. La burocratizzazione della società sovietica, la differenziazione dei ruoli di imprenditore e dirigente nell'economia capitalistica, l'ascesa delle nuove professioni tecniche e la domanda di pianificazione erano tutti fattori storici che convergevano nel suggerire la praticabilità di una 'terza via' tecnocratica. Anche a prescindere dalle molte suggestioni ideologiche che condizionarono questo dibattito, è del resto ben individuabile una linea che da Saint-Simon attraverso Comte conduce alla sociologia della pianificazione di Hans Freyer e in particolare di Karl Mannheim, per il quale, una volta riconosciuto che le basi strutturali della società moderna sono mutate, la scelta non è più tra pianificazione e laissez faire, ma tra buona e cattiva pianificazione (v. Mannheim, 1940). Fatalmente però l'ideologia tecnocratica finì, nell'Europa degli anni trenta, per portare munizioni all'arsenale dei fascismi. L'anticapitalismo, l'antiparlamentarismo, il corporativismo, l'ideologia oltranzista della modernizzazione identificano punti di convergenza con i programmi dei movimenti fascisti. Ma come non possono essere considerati, per la disastrosa conduzione dell'economia, esempi di tecnocrazia i regimi comunisti, così non lo possono essere nemmeno i fascismi, per il primato comunque attribuito alla politica e anzi alla forma più demagogica e irrazionale di politica. Queste differenze non escludono che una talora caricaturale e più spesso tragica approssimazione agli ideali della tecnocrazia si sia avuta in molte dittature modernizzatrici del XX secolo.
Nel lessico contemporaneo la tecnocrazia si è trovata così irretita, alla ricerca di un'introvabile 'terza via', nella trappola delle ideologie. Era già di per sé inevitabile che la formula cadesse in discredito dopo il crollo dell'illusione eudemonistica che voleva la scienza strumento di felicità. Su di essa si è poi proiettata l'ombra delle esperienze totalitarie e dittatoriali del secolo. In particolare, il governo dei tecnocrati ha funzionato frequentemente da capro espiatorio del conflitto ideologico: la destra, liberale o meno, lo ha presentato come un surrogato, più o meno ben dissimulato, della dittatura collettivista, la sinistra come travestimento del potere esercitato dalla classe dominante. Per gli uni il potere incontrollato delle tecnoburocrazie finiva inevitabilmente per sospingere la società verso un regime totalitario, per gli altri la tecnocrazia altro non era che quella forma di potere esercitato dal grande capitale con la copertura degli argomenti di carattere tecnico-scientifico apprestati dagli esperti (v. Gallino, 1978, p. 720).

5. Ascesa e declino del modello tecnocratico nella società del sapere
Con la terza rivoluzione industriale - la rivoluzione dell'informatica e dei nuovi mezzi di comunicazione - registriamo il potenziamento del ruolo della scienza e della tecnica in ogni ambito della vita quotidiana, dal lavoro al tempo libero, dall'azienda alla scuola, dalla sanità allo sport e, di conseguenza, il rafforzamento del ruolo legittimante della scienza e della tecnica nel discorso pubblico (v. Stehr, 1994). Tutta la teoria della società postindustriale è incentrata su questa acquisizione: l'utilizzazione della scienza e della tecnica per l'organizzazione sistemica di processi collettivi fa compiere un salto di qualità al processo di razionalizzazione. Non solo la politica appare in declino, ma anche il lavoro cessa di essere il pilastro dell'organizzazione economica: la società postindustriale è infatti descritta come società del sapere, knowledgeable society o Wissensgesellschaft. E poiché la principale risorsa economica è diventata il sapere, alla teoria del valore-lavoro subentra una teoria del valore-sapere (v. Bell, 1973). Da sempre nelle società il sapere è stato un plesso di competenze sociali, che includevano la padronanza del linguaggio, l'abilità nell'organizzare la difesa e nel mobilitare la resistenza, la capacità di evitare ed escludere o di sfruttare margini decisionali (v. Stehr, 1994, pp. 195 ss.). Ma ovviamente queste funzioni si potenziano in presenza di infrastrutture di nuovo ordine per la produzione e la distribuzione di energia, autostrade dei dati, sistemi telematici. La trasformazione più rivoluzionaria dal punto di vista delle conseguenze sociali è qui rappresentata dalla 'digitalizzazione della finanza globale' che dischiude la via all'economia virtuale, in cui i processi reali vengono orientati da un macrosistema informatico di previsioni e simulazioni (v. Willke, 1997).
Ma al tempo stesso, con la crisi dell'ideologia del piano, anche nelle sue forme più moderate e democratiche, cresce il disincanto nei confronti dell'uso della scienza e della tecnica come strumento di governo. Ciò che induce all'abbandono delle illusioni tecnocratiche è intanto il riconoscimento della fondamentale ambivalenza della tecnica, che non è monofunzionale ma persegue una molteplicità di scopi, che possono entrare tra loro in conflitto, e produce effetti non intenzionali che possono essere assolutamente imprevedibili o possono risultare negativi, o comunque possono introdurre per l'agire politico nuove costrizioni (v. Winner, 1977, pp. 91 ss.). L'assunzione che era alla base della dottrina tecnocratica classica - il ricorso al sapere degli esperti e al loro problems solving neutralizza il conflitto sociale e politico - finisce così per essere largamente ridimensionata (v. Collingridge e Reeve, 1986). Ma la diagnosi può essere ulteriormente radicalizzata: se lo 'Stato tecnico' della terza rivoluzione industriale è quello in cui ormai sono i mezzi a determinare i fini e non viceversa - secondo le note diagnosi di Freyer (v., 1955) e Schelsky (v., 1965) - allora esso non configura tanto un 'governo dei tecnici' quanto un regime in cui i politici semplicemente si sottomettono agli automatismi e alle costrizioni della tecnica (e per questa ragione Schelsky preferisce parlare, differenziando la sua posizione da quella di Ellul, di 'Stato tecnico' anziché di 'Stato tecnocratico').
Storicamente le innovazioni tecniche hanno favorito, come già avevano ben colto i filosofi della società industriale, la centralizzazione e la gerarchizzazione. Secondo i teorici della società postindustriale e post-statuale esse sembrano invece favorire ora la cooperazione orizzontale. Nella società del sapere la tecnocrazia può presentarsi allora tutt'al più come la risorsa per garantire la sopravvivenza e l'integrazione di sistemi altamente interdipendenti in condizioni di minacce ecologiche, rischi tecnici e sovraccarico cognitivo. È importante sottolineare però come in questo contesto essa assuma, nella prospettiva della teoria sistemica, la forma debole non della pianificazione ma della supervisione. Lo "Stato supervisore" (Supervisionstaat) dell'evo teletronico si presenta come la struttura politica residuale capace di svolgere una funzione di coordinamento nei confronti dei macrosistemi tecnici (v. Willke, 1997). Ogni macrosistema è una rete (una rete con duplice finalità: di servizio e di comunicazione interna), ma è anche un sistema di centri di regolamentazione, che non può rinunciare a una struttura minima di tipo gerarchico. E lo Stato supervisore è appunto l'unica forma-Stato adeguata a sistemi che abbiano sostituito ai modelli di decisione piramidale modelli di decisione a rete. Se la rete è "un insieme di elementi interconnessi attraverso i quali circolano flussi materiali e immateriali" (v. Gras, 1993; tr. it., p. 49), la tradizionale struttura burocratica con monopolio della coercizione appare uno strumento antiquato per esercitare un efficace controllo. Per i teorici della complessità sistemica, d'altro canto, questo controllo ha da essere prevalentemente di tipo cognitivo e non normativo. Si delinea così un modello (blandamente) pedagogico e terapeutico di indirizzo politico che, nonostante l'esplicita polemica nei confronti dell'ideologia tecnocratica (classica), ne riproduce in forma indebolita almeno un caposaldo, quello del primato del potere fondato sul sapere. Il sottosistema politico, per questa forma di pensiero neotecnocratico, non assolverebbe ad altra funzione che a quella dell'organizzazione e della promozione di quelle competenze generali e di quelle banche dati a cui gli altri sottosistemi sociali devono attingere per facilitare le condizioni della loro autoriproduzione.

6. Il ruolo dell'esperto in politica

La crescita dei gruppi professionali degli esperti, consulenti e consiglieri, in una parola la dinamica della professionalizzazione, è un processo che riguarda ormai a tutti i livelli la società come lo Stato. Analogamente alla società civile, dove ne vengono messe in luce le conseguenze sia negative che positive (v. Stehr, 1994, p. 352), anche nelle istituzioni il ruolo delle professioni tecniche è oggetto di valutazioni fortemente contrastanti. Benché non abbia quasi più credito l'ingenua posizione di chi riteneva che nelle società postindustriali l'élite del sapere potesse acquisire e detenere senza significative mediazioni politiche il potere, non ha perso terreno chi attribuisce all'intervento degli esperti in politica un ruolo decisivo per quanto riguarda la razionalizzazione delle istituzioni e una gestione razionale delle situazioni d'emergenza. D'altro canto trova una rappresentanza sempre più larga, soprattutto entro il filone realistico o nell'ambito della teoria sistemica, la tesi del ridimensionamento delle aspettative. Il sistema della scienza non è più in grado di controllare la produzione e l'impiego di competenze specialistiche, che trovano applicazione in contesti a esso esterni, quali appunto la politica (v. Willke, 1997, p. 34). Non manca infine chi dalla proliferazione di organismi tecnici, commissioni di esperti e authorities sedicenti neutrali nei luoghi tradizionalmente riservati alla politica - e alla competizione democratica - trae argomento per denunciare una strisciante e subdola "tirannia degli esperti" (v. Lieberman, 1970).
A una considerazione realistica il ruolo pubblico degli esperti non va sopravvalutato. L'esperienza, ampiamente documentata dalla ricerca, di processi decisionali nei quali i politici sono indotti a sollecitare il supporto di giustificazioni tecniche da parte di esperti, senza peraltro attribuire a questi alcun potere decisionale, o disattendendone clamorosamente le indicazioni in caso di conflitto, rende scettici sia sull'effettiva influenza della scienza nel processo politico sia sulla sua utilità nell'indirizzo delle scelte politiche. Sicuramente, nel corso del secolo, i fautori dell'ingegneria sociale hanno assegnato alla scienza un crescente ruolo di orientamento. Ma va anche rilevato come, contro le autoillusioni dell'"illuminismo applicato', si sia sostenuto con buone ragioni che il modello ingegneristico poggia su un triplice fraintendimento, concernente la natura delle scienze sociali, quella del decision making politico e le modalità di condizionamento reciproco fra teorie scientifiche e agire politico. Per quanto concerne il primo punto, i fraintendimenti del modello ingegneristico riguardano: a) "l'inesistenza della divisione del lavoro fra scienza pura e scienza applicata"; b) "l'impossibilità del ricorso alla clausola coeteris paribus in sede operativa"; c) "l'errata concezione della natura della previsione". Quanto alla natura del processo decisionale in politica, due sono le assunzioni problematiche del modello ingegneristico: l'assunto che esso sia dominato dalla presenza di "decisori con razionalità parametrica", mentre invece la razionalità che governa la politica è quella strategica, e la tesi che l'individuazione e la scelta dei mezzi spettino allo scienziato e non al politico di professione. Infine - si sostiene - per influenzare efficacemente le decisioni politiche il sapere dei tecnici dovrebbe godere di tre requisiti fondamentali: l'autonomia da condizionamenti esterni, la coerenza disciplinare e un basso livello di critica (e di conflittualità interna alla comunità scientifica), che invece costituiscono, nell'interscambio tra arena politica e comunità scientifica, piuttosto l'eccezione che la regola (v. Panebianco, 1989, pp. 572 ss.).Tutti questi argomenti hanno la loro validità e colgono nel segno quando si tratti di confutare le pretese infondate dell'ideologia tecnocratica. Ma non debbono essere assolutizzati. Resta infatti l'anomalia di una diagnosi che riconosce la crescente penetrazione della scienza e della tecnica in ogni ambito della vita quotidiana e tende invece ad ammetterla nella sfera politica solo in un senso deteriore, quando si tratti di spiegare l'ottundimento delle capacità di giudizio dovuto alle nuove forme di comunicazione e alla loro azione subliminale (v. Sartori, 1997). Postulare l'impermeabilità delle arene politiche alla penetrazione di logiche tecniche e scientifiche significherebbe fatalmente, nella cornice della società del sapere, condannare le istituzioni a un'arretratezza che finirebbe per favorire soltanto la disgregazione sociale. Anche l'ingegneria costituzionale sembra del resto orientata oggi a porsi l'obiettivo di rendere le istituzioni recettive nei confronti del sapere dei tecnici e a mettere in atto quegli accorgimenti che potrebbero risultare utili nel neutralizzare i rischi della strumentalizzazione politica del sapere (e dei tecnici) e nell'accrescere la trasparenza dei processi decisionali, onde evitare che rilevanti decisioni politiche siano prese sotto la copertura della 'ragione tecnica'. (V. anche Burocrazia; Élites, teoria delle; Organizzazione; Pianificazione e programmazione; Tecnica e tecnologia).

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