TERAMENE

TERAMENE

Enciclopedia Italiana (1937)
di Gaetano De Sanctis.

TERAMENE (Θηραμένης, Theramĕnes). - Politico e generale ateniese della fine del sec. V a. C.

Figlio di Agnone d'una ricca famiglia del demo di Stiria (Στειριά), nacque non dopo il 450. Agnone, che fu tra i collaboratori di Pericle, si schierò poi tra i suoi avversarî sul principio della guerra del Peloponneso. T., avverso alla democrazia sfrenata, non sembra partecipasse attivamente alla vita politica se non dopo la catastrofe di Sicilia. Allora il padre Agnone fu eletto tra i dieci probuli che vennero istituiti appunto per frenare gli eccessi della demagogia. T. collaborò efficacemente alla rivoluzione oligarchica del 411 e fece parte del consiglio dei Quattrocento, che assunse con pienezza di poteri la direzione della cosa pubblica. Nominato dagli stessi Quattrocento stratego, egli si trovò subito in dissenso con quelli tra i suoi colleghi che, come Frinico, Pisandro e Antifonte non volevano saperne di rinunziare ai pieni poteri e di costituire un governo oligarchico moderato, in cui la sovranità politica fosse in mano dei cittadini in grado di fornirsi di armi proprie in numero di non meno di 5000, com'era preveduto nelle deliberazioni prese quando si abolì la costituzione democratica. Costoro volevano anzi a ogni costo concludere la pace con Sparta per assicurarsi dalla minaccia costituita dalla flotta ateniese stazionante a Samo, che sotto la guida di Trasillo e Trasibulo si era posta in ribellione contro l'oligarchia. A tal uopo essi facevano costruire una fortezza nella penisola di Eetionea che domina l'ingresso del Pireo per tenerne lontana la flotta di Samo e per farvi entrare a tradimento la squadra spartana che s'era raccolta ad Epidauro. T. si sforzò d'impedire tale tradimento e quando gli opliti stanziati al Pireo si sollevarono, recatosi colà col pretesto di calmarli approvò il loro proposito di atterrare, come fecero, la fortezza in costruzione. Poi gli opliti marciarono verso la città, ma qui per mediazione di T. si evitò la guerra civile e si fissò, per precisare gli accordi circa la nomina dei Cinquemila, la convocazione di un'assemblea popolare. L'assemblea non poté aver luogo perché la squadra spartana, da Megara dove s'era recata, mosse giusto allora verso le coste dell'Attica; ma visto che non era più possibile tentare una sorpresa sul Pireo, doppiò il capo Sunio e navigò verso l'Eubea di cui, non ostante i rinforzi mandati tumultuariamente dagli Ateniesi, riuscì ad impadronirsi. Allora il popolo sdegnato, riunitosi nella Pnice, depose i Quattrocento e deliberò di affidare il potere effettivamente ai Cinquemila, cioè a tutti quelli in grado di fornirsi di armi proprie mantenendo l'abolizione delle paghe per tutte le magistrature, e in questa e in successive assemblee elaborò un ordinamento costituzionale che fu secondo Tucidide il migliore che fin allora avesse avuto Atene al suo tempo. Che in ciò avesse gran parte T. non è dubbio, ma che la nuova costituzione potesse dirsi la costituzione di T., è assunzione arbitraria dei moderni. Di essa del resto non sappiamo se non quel pochissimo che ne dice Tucidide, di cui sono state qui sopra parafrasate le espressioni. Che ad essa si riferiscano alcuni documenti da Aristotele attribuiti agl'inizî del movimento oligarchico è ipotesi probabilmente errata, in ogni caso destituita di prove. Certo solo può dirsi che la bulè scelta per sostituire i Quattrocento fu di 500 e non di 400 membri. La tradizione infatti conosce una sola bulè dei Quattrocento, quella che capeggiò l'oligarchia nel 411. E l'orazione pseudolisiana per Polistrato, documento contemporaneo, sarebbe incomprensibile se di bulè dei Quattrocento ve ne fossero state due.

Dopo la caduta dei Quattrocento T. non si trattenne a lungo in Atene. Riconfermato stratego, egli ancora nell'autunno di quell'anno partì con una piccola squadra da Atene e dopo aver tentato invano d'impedire la costruzione della diga con cui gli Eubeesi ribelli volevano congiungere la loro isola con la terraferma, cercò di raccogliere tributi dalle isole e ristabilì la democrazia in Paro assicurandone la fedeltà ad Atene. Poi si recò sulla costa di Macedonia dove , aiutò il re Archelao nell'assedio di Pidna assicurando agli Ateniesi rifornimento di legname per le costruzioni navali. Ma tirando in lungo l'assedio, egli partì prima che la città cadesse, per congiungersi sulla costa tracia con lo stratego dei democratici di Samo, Trasibulo, e poi recarsi insieme con lui all'Ellesponto dove si congiunse con Alcibiade e prese parte sotto la sua direzione alla battaglia di Cizico in cui fu distrutta la flotta spartana (primavera del 410). Poi continuò a partecipare alle operazioni dirette in quel settore da Alcibiade e fu da lui lasciato insieme ad Eumaco con una piccola squadra al comando della fortezza costruita a Crisopoli (Scutari) per dominare il Bosforo. L'anno seguente (409) partecipò all'assedio e alla presa di Bisanzio. Non sappiamo se dopo il 409-08 egli venisse rieletto stratego. Probabilmente pel nuovo prevalere della democrazia radicale fu messo da parte o si mise da parte egli stesso. Nel 406 partecipò come trierarco alla battaglia delle Arginuse. Dopo la vittoria l'ira popolare scoppiò contro gli strateghi vincitori nella massima battaglia navale della guerra del Peloponneso, accusati di avere trascurato il salvataggio dei naufraghi. Essi si difesero dichiarando d'esserne stati impediti dal maltempo e riversando ogni eventuale responsabilità sui trierarchi Teramene e Trasibulo cui avevano affidato quell'incarico. T., sia per liberarsi da tale responsabilità, sia per altre ragioni di natura politica o personale, si fece accusatore implacabile degli strateghi e fu, secondo il racconto di Senofonte, che pure non poteva essere avverso a lui per partito preso, l'autore morale della loro condanna. Dopo ciò non abbiamo altre notizie di T. fino a quando, vinti gli Ateniesi ad Egospotami (405), Atene fu assediata per terra e per mare da Agide e da Lisandro. Respinte le condizioni poste dagli Spartani a una prima ambasceria inviata dagli Ateniesi per la pace, T. si offrì di recarsi da Lisandro per conoscere le vere intenzioni di Sparta. Lo scopo era in realtà di mettersi d'accordo con Lisandro e con i fuorusciti ateniesi che erano nel campo spartano per un'intesa diretta a salvare Atene e abbattere la democrazia. Più di tre mesi egli rimase presso Lisandro aspettando che la fame persuadesse gli Ateniesi a cedere e a liberarsi dai demagoghi che, pur senza alcuna speranza di salvezza volevano la guerra fino all'ultimo sangue. In questo periodo il capo del partito della guerra, Cleofonte, fu tolto di mezzo. Tornato in Atene riferì che Lisandro gli aveva dichiarato di non aver poteri per concludere la pace e fu inviato insieme con altri ambasciatori a Sparta con pieni poteri. La pace fu conclusa a condizioni assai più dure di quelle prima offerte. Essa fu ratificata il 16 munichione (aprile-maggio 404). Nel trattato non era parola di un mutamento di governo, solo era imposto il ritorno degli sbanditi. Questi si agitavano immediatamente, e T. con essi, per un cambiamento del regime. Tuttavia la resistenza dei democratici fu tale che si dovette invocare l'aiuto di Lisandro, il quale tornò appositamente da Samo in Atene e presenziò un'assemblea in cui si discusse intorno alla riforma costituzionale. Essa fu patrocinata da T., ma vivamente combattuta da altri e solo quando Lisandro intervenne per avvertire che gli Ateniesi avevano violato i patti non distruggendo le Lunghe Mura entro il lasso di tempo stabilito e che quindi egli avrebbe considerato come rotta la pace se non venivano accettati i consigli di T., il popolo cedette. Su proposta di Dracontide fu nominata una commissione di Trenta per governare lo stato con pieni poteri e fissare, in base alle tradizioni costituzionali patrie, il nuovo regime (metà circa del 404). Fra questi Trenta che passarono nella storia col nome di Trenta tiranni, era T. Con i colleghi T. si trovò d' accordo nella condanna a morte dei democratici più invisi o più palesemente avversi al nuovo regime. Ma quando le condanne cominciarono a estendersi ai sempici sospetti, quando i Trenta chiesero e ottennero un presidio spartano, quando per pagare questo presidio e i loro satelliti pensarono di mettere a morte non sappiamo bene per quali pretesti i più ricchi tra i meteci, egli prese ad opporsi risolutamente ai colleghi, specie a Crizia che ne era il più autorevole e più violento. Si oppose anche alla limitazione a 3000 dei cittadini forniti di pieni diritti, ritenendo questa una base troppo esigua perché l'oligarchia potesse mantenersi. Onde Crizia stabilì di liberarsi di lui e lo accusò di tradimento dinnanzi alla bulè. Ma poiché vide che la bulè senza il cui consenso non potevano essere condannati quelli che come T. facevano parte dei Tremila, lo avrebbe assolto, d'intesa con i colleghi, cancellò di proprio arbitrio T. dalla lista dei Tremila e lo condannò a morte. Alla condanna la bulè terrorizzata dalla presenza dei satelliti armati di Crizia e dei soldati del presidio, non osò opporsi. T., strappato a forza dall'altare presso cui si era rifugiato, dovette bere la cicuta.

T. desiderava un governo oligarchico moderato in cui il potere fosse nelle mani della classe possidente. Ora le tradizioni di Atene e la forza effettiva delle masse popolari facevano sì che un tale governo non potesse mantenersi senza violenza e senza aiuto straniero; ciò che poi, date le condizioni della Grecia di allora, rendeva alla lunga tale governo insostenibile. Ma se T. voleva un'oligarchia moderata, desiderava ridurre al minimo le violenze e gli aiuti esterni; ciò che lo costrinse a ondeggiare perpetuamente tra l'oligarchia e la democrazia, attirandosi il nomignolo di "coturno" perché questa calzatura si adattava egualmente ad entrambi i piedi, aiutando quindi solamente a sovvertire e non facendo nessuna opera costruttiva durevole. Che del resto il suo proposito di farsi mediatore tra le fazioni fosse inquinato da ambizioni o da avversioni personali sembra fosse opinione di Tucidide che, pur simpatizzando in massima con i regimi moderati e pur riconoscendo le capacità di T. come oratore e come politico, non lo separa dagli ambiziosi che rovinano le oligarchie badando più che all'interesse comune alle proprie mire personali (VIII, 89, 3). La sua implacabilità verso i vincitori delle Arginuse conferma questo giudizio. Tali ombre erano però dimenticate o attenuate dalla tradizione posteriore che lo vedeva sotto l'aureola del martire. Ciò spiega le varie falsificazioni a sua gloria che compaiono nel racconto di Eforo presso Diodoro, e l'incondizionata ammirazione di lui presso Aristotele, che lo mette tra i maggiori politici ateniesi (Respubl. Athen., XXVIII, 5). Opportuno correttivo possono essere i giudizî severi, e sia pure tendenziosi, di Lisia, Contro Eratostene, 69 segg.

Bibl.: U. v. Wilamowitz-Moellendorf, Aristoteles und Athen, I, Berlino 1892, p. 161 segg. (con arbitraria ricostruzione di uno scritto inesistente di T.); E. Mayer, Forschungen zur alten Geschichte, II, Halle 1899, p. 406 segg.; V. Costanzi, L'oligarchia dei Quattrocento, in Rivista di filologia, XXIX (1901), p. 84 segg.; F. Kuberka, Beiträge zum Problem des oligarchischen Staatsstreichs in Athen vom Jahre 411, in Klio, VII (1907), p. 341 segg.; P. Cloché, La restauration démocratique à Athènes en 403 a. J. C., Parigi 1915, passim; M. Thalheim, Die aristotelischen Urkunden zur Geschichte der Vierhundert in Athen, in Hermes, LIV (1919), p. 333 segg.; P. Cloché, L'affaire d'Arginuses, in Rev. Hist. CXXX (19199, p. 5 segg., W. S. Ferguson, The constitution of Theramenes, in Class. Phil., XXI (1926), p. 72 segg.; G. De Sanctis, Postille tucididee, in Rendiconti dell'Accademia dei Lincei, s. 6a, IV (1930), p. 259 segg.; U. Wilcken, Zur oligarchischen Revolution in Athen vom Jahre 411 v. Chr., in Sitzungsberichte der preuss. Akad. der Wissenschaften, 1935, p. 34 segg.; G. De Sanctis, Contributi epigrafici alla cronologia della guerra deceleica, in Rivista di filologia, n. s., XIII (1935), p. 205 segg.; ulteriore bibliografia presso G. Busolt, Griechische Geschichte, III, ii, Gotha 1904, p. 1463 e in W. Schwahn, in Pauly-Wissowa, Real-Encyclopädie der classischen Altertumswissenschaft, V A, colonna 2305.

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