TERRENO

Enciclopedia Italiana (1937)

di R. Ug., M. Gi., A. Viv.

TERRENO. - Per terreno vegetale si deve intendere una congerie di materie minerali, sostanze organiche e corpi organizzati più o meno intimamente associati fra loro, misti ad acqua e ad aria; la parte minerale è costituita da particelle di varia grandezza e forma, derivate dalla disgregazione e decomposizione delle rocce della zona più superficiale della litosfera, e quella organica e organizzata da un insieme di resti di tessuti diversi, specialmente vegetali, più o meno profondamente alterati e umificati, microrganismi viventi in gran numero, alla cui molteplice attività si ricollegano alcune fra le più importanti proprietà e attitudini agronomiche del terreno vegetale medesimo, dotata di una struttura fisica adatta alla penetrazione e alla circolazione nel suo interno dei più importanti agenti meteorici e biologici.

In questo complesso, eterogeneo miscuglio di materiali, è diversa la composizione mineralogica, chimica e biologica a seconda delle rocce e dei componenti organici che hanno concorso alla sua formazione e dei nuovi composti chimici che per azioni diverse si sono in essa potuti produrre; diversa è anche la struttura fisica dipendentemente dalla proporzione quantitativa secondo la quale si trovano associate fra loro le particelle di diversa grandezza che fanno parte del miscuglio. Diverso è quindi il complesso delle proprietà e delle attitudini agronomiche che esso può offrire e perciò la potenzialità produttiva (fertilità) derivante dalle condizioni anzidette.

Ai fini della massima, migliore produzione, le piante devono, non soltanto ritrovare il sostegno necessario al graduale, progressivo loro sviluppo, ma ricercare anche le sostanze di cui abbisognano per nutrirsi e accrescersi, onde poter portare a termine quei frutti dai quali giustamente attende l'agricoltore il legittimo compenso alla sua intelligente fatica.

Il disfacimento delle rocce, dalle quali il terreno sostanzialmente deriva, è il risultato finale di un complesso di azioni lente, concomitanti che compiono sopra le rocce incessantemente, inesorabilmente i varî agenti meteorici e biologici, quali il calore, l'aria, l'acqua, gli organismi vegetali e animali, i quali sono appunto chiamati agenti pedologici (dal greco πεδον "suolo agrario"). Alla stessa guisa fu dato il nome di pedologia, altrimenti detta anche scienza del suolo, alla disciplina che ha per compito lo studio del terreno vegetale in rapporto alle rocce da cui esso proviene, attraverso un complesso di trasformazioni fisiche, chimiche e chimico-fisiche alcune delle quali sono anzi tuttora incompletamente conosciute.

Compiti della pedologia sono: 1. lo studio delle rocce donde provengono la maggior parte dei terreni agrarî conosciuti, siccome di quelle che, per la loro particolare costituzione, possono essere utilizzate, direttamente o attraverso opportuni trattamenti industriali, nel miglioramento delle diverse proprietà chimiche e fisiche dei terreni medesimi. A questo capitolo della pedologia si dà il nome di litologia agraria. 2. Lo studio dei più differenti fenomeni attraverso i quali possono le rocce trasformarsi in terreno sotto l'azione dei varî agenti pedologici, come il calore, l'acqua, gli organismi già ricordati più sopra e di questo ordine di ricerche si occupa quel capitolo della pedologia che prende il nome di pedogenia o agrogenia. 3. Lo studio del diverso modo di presentarsi in natura dei più svariati tipi di terreni e particolarmente delle condizioni differenti di giacitura che questi ultimi possono presentare sia in rapporto alle formazioni geologiche con le quali si trovano a immediato contatto sia in rapporto alle diverse zone di trasformazione attraverso le quali le rocce, qualunque ne sia la natura, sono invariabilmente costrette a passare per dar luogo al terreno. Questa parte della pedologia si comprende sotto il nome generico di agrotettonica.

A tale proposito, per quanto concerne la prima delle due anzidette condizioni, si deve osservare che i terreni vengono distinti in autoctoni e alloctoni. Sono del primo tipo i terreni provenienti da rocce autigene, quelle cioè originatesi sul luogo stesso in cui si trovano. Tali terreni sono pertanto dotati di caratteristiche generali loro proprie, quali la più o meno elevata altimetria, la limitata estensione superficiale, l'esigua profondità, la semplicità di costituzione mineralogica e chimica, e soprattutto di caratteristiche agrologiche le quali, in quanto riflettono l'uniformità di costituzione della roccia madre, rendono il terreno da quest'ultima derivato costituzionalmente povero e caratterizzato di solito da una limitata feracità.

Può essere un esempio di terreno autoctono il terreno derivato dal disfacimento di un granito (terreno granitogeno), il quale è difatti roccia decisamente autigena.

Sono del secondo tipo, cioè alloctoni, i terreni derivanti da rocce allotigene. Con quest'ultima denominazione sono particolarmente indicate le rocce formatesi coi materiali provenuti dal disfacimento di più e diverse rocce insieme, già esistite in località più o meno lontana e successivamente trasportati e deposti dove la roccia allotigena si trova situata. I terreni alloctoni sono pertanto contraddistinti da caratteristiche generali genetiche, morfologiche, mineralogiche e chimiche assai differenti da quelle dei terreni autoctoni, quali l'esiguità dell'altimetria, la più o meno notevole estensione in superficie, il notevole spessore, la complessità di composizione mineralogica e chimica. Anche le loro caratteristiche agrologiche, rispondendo alla composizione minerochimica di tutte le rocce i cui detriti hanno preso parte alla formazione della roccia allotigena, sono evidentemente in grado di offrire al terreno alloctono che da quest'ultimo sia potuto derivare, un'altrettanto particolare complessità di costituzione, sicché, come ben dice V. Pratolongo, "i vizî di costituzione di una roccia trovano correzione opportuna nei vizî di costituzione dell'altra". Per tale complessità i terreni alloctoni vengono in genere annoverati fra i più pregiati sotto l'aspetto chimico e perciò particolarmente preferiti dall'agricoltore. Può essere un esempio di terreno alloctono quello derivato dal disfacimento di un deposito sabbioso alluvionale.

Per quanto riguarda poi la giacitura dei terreni in rapporto alle diverse zone di trasformazione attraverso le quali una roccia è costretta a passare per dare luogo alla formazione del terreno, va osservato che, qualunque possa essere la natura geologica delle rocce dalle quali il terreno deriva, concorrono sempre e innanzi tutto, all'origine di questo ultimo i fattori esogeni, e perciò il disfacimento litologico che al terreno necessariamente conduce deve procedere dall'esterno all'interno. Sembra dimostrato che quello fra i diversi agenti pedologici che per primo sarebbe in grado d'iniziare l'opera di demolizione delle rocce e di preparare pertanto la condizione favorevole all'azione degli altri, sia il calore. Gli effetti che questo potente fattore pedogenetico è in grado di determinare sopra i singoli componenti minerali delle rocce stesse in conseguenza del diverso grado di conducibilità e di dilatabilità termica da essi posseduto (che varia da un minerale all'altro non solo, ma, per i minerali anisotropi, anche da una direzione di elasticità all'altra dello stesso minerale), si compendiano in definitiva in un fenomeno essenzialmente meccanico, in conseguenza del quale le rocce, sotto l'azione diretta del calore solare, incominciano a fessurarsi. È dimostrato pure che, mentre le fenditure s'inoltrano in diversa direzione e più o meno estesamente ma sempre più addentro nella massa rocciosa, nella parte superficiale di quest'ultima, più direttamente investita dall'azione calorifica, alle prime fenditure nuove se ne aggiungono, che avanzano nella massa e che, facendosi sempre più numerose e sempre più fitte a misura che procedono verso l'interno operano una sempre più minuta suddivisione. Ne consegue pertanto che la massa rocciosa, costretta a disgregarsi, si libera in frammenti, i quali, separati finalmente l'uno dall'altro, dapprima in foggia di poliedri irregolarmente conformati e variamente sviluppati, indi, per il successivo arrotondamento prodottosi sugli spigoli ad opera dell'azione decompositrice dell'acqua inoltrantesi per le fenditure anzidette, in forme più o meno arrotondate, attaccati come sono dall'acqua più o meno carica di anidride carbonica, alterati e decomposti dalle varie reazioni chimiche che sopra di essi si producono ad opera dei due agenti suddetti, si vanno gradatamente disfacendo. Ne trae origine un detrito a particelle di varia grandezza e costituzione, il quale detrito, allorché venga a essergli commista una certa quantità di sostanza organica (derivante a sua volta dall'alterazione delle spoglie dei vegetali che nel frattempo ebbero in esso la possibilità di svilupparsi) e vi si sieno associati gli effetti della complessa opera della attività batterica caratteristica del suolo, andrà a costituire quella congerie più o meno complessa di materiali diversi che costituisce il terreno vegetale.

Dopo ciò è evidente che, in relazione ai fenomeni ricordati, e per i quali una roccia, semplice o composta che sia, solamente dopo essersi più o meno profondamente fessurata (fessurazione) e avere altresì subito la separazione dei varî frammenti cui la fessurazione diede origine (disgregazione) e la susseguente alterazione chimica di questi ultimi (decomposizione), riuscirà finalmente ad assumere le caratteristiche dell'ambiente veramente adatto alla vegetazione delle piante e che sono quelle che contraddistinguono il terreno vegetale vero e proprio.

In questo caso la struttura del terreno, qualunque possa esser la roccia da cui è da ritenere derivato, potrà essere facilmente resa riconoscibile in uno spaccato verticale che l'attraversi dalla superficie esterna fino alla roccia vergine e nel quale si renderanno sempre più o meno chiaramente riconoscibili quattro ben distinti livelli cui fu dato il nome di zone pedologiche. È evidente che, in ognuna di tali zone, lo spessore sarà diverso a seconda della diversità litologica della roccia che ha dato origine al terreno, e segnatamente a seconda del diverso grado di resistenza che la roccia sarà stata in grado di offrire all'azione dei varî agenti pedologici, ma dipenderà in parte anche dalla morfologia dell'affioramento roccioso e soprattutto dal grado di pendenza della sua superficie, inquantoché più risulterà forte quest'ultima e più facili e rapidi risulteranno di conseguenza il trasporto del materiale disfatto e la messa a nudo di nuovo materiale roccioso fresco da disfare. Ché se, al contrario, la pendenza fosse invece debole o addirittura trascurabile, allora la permanenza più o meno prolungata dei vari prodotti del disfacimento sopra la roccia da cui questi provennero renderebbe di necessità sempre più lunga e difficile l'azione in profondità degli agenti del disfacimento stesso, il quale perciò diverrebbe sempre meno attivo, quando pure non venisse ad essere arrestato del tutto.

Ora dei quattro livelli, o zone, altrimenti indicati più sopra, il più complesso è evidentemente quello superficiale, cui si può assegnare pertanto il nome di zona di vegetazione appunto perché esso è la sede naturale di tutti i più importantì fenomeni di scambio che abitualmente si compiono fra le piante e l'ambiente in cui esse vegetano. In tale zona, che corrisponde a un dipresso al cosiddetto suolo superficiale di E. Ramann, e nella quale tutti i fenomeni di decomposizione sono ormai definitivamente compiuti, il terreno, che suole ivi presentarsi con colore variabile dal rosso bruno al bruno nero per una maggiore o minor copia di sostanza organica, è normalmente caratterizzato da un'assoluta predominanza delle particelle minutissime (inferiori di solito al diametro di mezzo millimetro) costituenti la cosiddetta terra fine su quelle più o meno grossolane comprese sotto il nome generico e improprio di scheletro. Notevole, inoltre, la scioltezza e porosità dell'insieme delle parti suddette, in guisa da consentire, con la libera circolazione dell'acqua, dell'aria e dei bacterî, anche una più facile irradiazione delle piccole radici delle piante. Dalla zona di vegetazione procedendo verso l'interno del suolo, il livello che le fa seguito prende il nome di zona di decomposizione, appunto perché a questo livello (la cui distanza dalla superficie del suolo varia da un tipo all'altro di terreno e la cui demarcazione dalla zona soprastante è sempre più o meno indecisa) si compiono in massima i varî fenomeni di decomposizione cui vanno soggetti i minerali della roccia madre e per effetto dei quali si producono quei nuovi composti chimici che si ritrovano nel terreno vegetale. In tale zona, che corrisponde all'incirca a quello che il Ramann ha distinto col nome di "suolo inferiore", il terreno è di solito un po' meno bruno di quello della zona di vegetazione soprastante per la sua scarsità di materia organica e più rossastro per gli ossidi e idrossidi di ferro che contiene, mentre è contraddistinto da una minor copia di terra fine rispetto a quella della parte scheletrica, e da una scioltezza e porosità che, a causa del maggiore assestamento delle particelle in conseguenza del peso dei materiali della zona di vegetazione sovrastante, è alquanto inferiore a quella propria a questa ultima zona, ma tuttavia sempre tale da consentire ancora una sufficiente circolazione e una sufficiente diffusione delle piccole radici delle piante e soprattutto una facile distribuzione delle radici degli alberi.

Procedendo ancora verso l'interno, alla zona di decomposizione succede il terzo livello o zona di disgregazione, così detta perché in corrispondenza di questo orizzonte agrologico si compie in più larga scala il fenomeno prevalentemente meccanico della disgregazione, vale a dire della separazione reciproca dei varî frammenti di materiale roccioso che la fessurazione, prodottasi nella zona sottostante, ha avuto modo di preparare.

Nella zona di disgregazione, che equivale al "suolo greggio" del Ramann, concorrono di solito frammenti di varia grandezza e forma della roccia originaria, tutti più o meno mascherati da una patina giallorossastra derivante da una loro incipiente alterazione superficiale, dotati di una notevole fragilità e nei quali è ancora facile il riconoscimento dei componenti principali della roccia madre medesima. Il quarto livello, corrispondente al sottosuolo profondo del Ramann prende poi il nome di zona di fessurazione perché in coincidenza con esso la roccia si mostra attraversata da fenditure che, in prossimità della sovrastante zona di disgregazione, sono numerosissime e più o meno fittamente disposte e orientate in ogni senso a formare un vero reticolato a maglie piccolissime, ma che diventano sempre più rade a misura che esse avanzano in profondità. Questa zona, in cui la roccia si presenta di solito con carattere di relativa freschezza, specialmente dove le fessure, per la maggiore profondità, appaiono più rade, ma tuttavia abitualmente più o meno patinate dai varî prodotti di un'incipiente alterazione superficiale che la roccia ha subito lungo le fessure suddette, presenta sempre uno spessore di gran lunga superiore a quello di ciascuna delle tre zone sovrastanti, e questo perché le fessure che l'attraversano in ogni senso, pur diradandosi come è noto con la profondità, sono solite spingersi nell'interno della roccia a distanze dalla superficie del suolo che sono generalmente notevoli, sebbene di non facile determinazione.

Dopo ciò è da considerare che la distinzione indicata più sopra, a prescindere dallo spessore che può essere presentato da ogni singola zona e dalla più o meno facile identificazione dei confini che le separano l'una dall'altra, è possibile quasi sempre in tutti i terreni e per qualsiasi tipo di roccia che a essi abbia dato origine sia autigena sia allotigena; con questo però che, ove la formazione geologica da cui il terreno proviene sia allotigena e come tale di natura sedimentaria, e perciò anche stratificata, e gli strati che la formano siano alternativamente di diversa costituzione, può accadere che, col progredire e l'inoltrarsi verso l'interno della massa stratificata dei varî processi del disfacimento, si vada gradatamente modificando anche la costituzione del terreno.

È da notare infine che la diversa condizione del clima influisce sempre e notevolmente sul modo di alterazione delle rocce in genere, sicché, mentre in alcuni climi, come quello temperato, il disfacimento e la conseguente formazione del terreno rappresentano il risultato di azioni fisiche e chimiche insieme combinate; nei climi cosiddetti "eccessivi" invece, sono essi di solito, o il risultato di azioni prevalentemente fisiche, come accade infatti per le regioni desertiche a clima caldo e arido e in quelle glaciali a clima rigidissimo, o il risultato di predominanti azioni chimiche come è di solito delle regioni a clima caldo e umido; ciò è tanto vero che le rocce feldspatiche, ad esempio, alterandosi in regioni a clima temperato, si comportano in guisa che come ultimo prodotto del feldspato si produce sostanza argillosa secondo un processo noto sotto il nome di caolinizzazione; viceversa, in regioni a clima caldo e umido il prodotto di alterazione feldspatico è generalmente laterite secondo un processo che è chiamato laterizzazione.

La conoscenza della struttura fisica di un terreno si raggiunge mediante due ben distinte operazioni, e cioè attraverso la vagliatura coi vagli calibrati, per la determinazione della grossezza dei componenti la parte scheletrica del terreno, e con la levigazione mediante i varî tipi di levigatori, sia a rapidità variabile di caduta delle particelle di diverso diametro (levigatori idrostatici), come è il levigatore Vinassa, che è forse il più soddisfacente allo scopo, sia a velocità variabile di una corrente di acqua (levigatori idrodinamici) quali il levigatore Nöbel, per la determinazione del diametro medio dei componenti la terra fine del terreno medesimo. Si può arrivare così a stabilire in modo molto sommario i rapporti di quantità delle particelle di varia grossezza onde il terreno è costituito, e in relazione ai diversi risultati di un tale complesso di ricerche, che sono impropriamente comprese sotto il nome di "analisi meccanica del terreno", si può arrivare a stabilire anche, sebbene in via del tutto approssimativa, quale potrà essere il comportamento fisico del terreno rispetto alla penetrazione e alla circolazione dell'acqua, dell'aria, dei bacterî: comportamento che è sempre in funzione di alcune importantissime proprietà fisiche del terreno medesimo, quali: la porosità, la capacità idrica, il potere capillare, la permeabilità, e tante altre sulle quali non è qui il caso d'insistere ma che possono essere sempre determinate con opportuni metodi e mezzi sperimentali di laboratorio.

In quanto alla costituzione chimica e biologica del terreno è superfluo ricordare come si possa arrivare a determinare i componenti chimici di esso e i suoi costituenti biologici seguendo i metodi insegnati dalla chimica pedologica e dalla batteriologia agraria.

Un cosiffatto complesso di studî e di ricerche rientra nei compiti di quella parte dell'agrologia che si chiama agrognosia.

È compito della agrotassonomia la trattazione dei diversi criterî in base ai quali i varî tipi di terreni agrari passono essere ordinati e quindi delle loro classificazioni; criterî che possono essere di vario ordine, ma che in genere sono: o di ordine genetico, quando l'ordinamento dei suoli è principalmente basato sulla natura e costituzione delle rocce da cui essi sono da ritenersi derivati; o di ordine climatico, allorché l'ordinamento stesso tenga nel massimo conto la condizione climatica della regione nella quale il suolo si è venuto formando, tale ad esempio la classificazione agrologica del Sibirtzew.

È inutile avvertire come una classificazione ideale dei terreni sarebbe quella la quale, tenendo nella debita considerazione la genesi di essi rispetto alle rocce da cui provennero, valorizzasse in pari tempo anche l'influenza del clima che accompagnò la loro origine; essendo dimostrato come si è detto più sopra per il caso delle rocce feldspatiche, che l'alterazione delle rocce in genere procede di solito in modo diverso a seconda del clima sotto il quale l'alterazione si compie.

Ma è certo che una classificazione agrologica, che fosse genetica e climatica ad un tempo, non potrebbe riuscire che complicata e ingombrante, causa il grandissimo numero di tipi che si verrebbero inevitabilmente a istituire, mentre è molto discutibile se in una tale classificazione potrebbe riuscire a includere tutte indistintamente le numerosissime varietà di suoli conosciuti.

La rappresentazione sopra le carte topografiche in grande scala, e con colori e segni differenti e inconfondibili, dei varî tipi di terreni costituenti una determinata regione agrologicamente rilevata, è compito della cosiddetta cartografia agraria.

Chimica.- Il terreno agrario risulta costituito prevalentemente dalla disgregazione e decomposizione di alcune rocce, i cui frammenti se rimangono sul posto costituiscono i terreni autoctoni; se, per azione di agenti varî, vengono trasportati in sede diversa da quella di origine, formano i terreni alloctoni (v. roccia).

Queste rocce vengono di solito classificate in base al loro contenuto di silice in:

I. Acide o persiliciche (a tipo feldspatico) contenenti silice dal 60 all'80%.

II. Neutre o mesociliciche (a tipo feldspatico) contenenti silice dals0al60%.

III. Basiche o iposiliciche (a tipo olivinico) contenenti silice dal 30 al 50%.

Le denominazioni suddette non sono in nessun rapporto con la reazione che esse impartiscono alla soluzione.

Formazione del terreno. - Le trasformazioni, cui le rocce sono soggette, sono, come s'è detto, il risultato di varî fattori, fisici, meccanici, chimici e biologici. La temperatura con i conseguenti fenomeni di dilatazione e di contrazione alternate e le azioni dirette di imbibizione d'acqua rappresentano i principali fattori fisici di disgregazione (v. sopra).

Il moto lento di traslazione dei ghiacciai, l'azione erosiva delle correnti d'acqua, incrementata dal lavoro continuo di levigazione dei frammenti trasportati, che vengono poi depositati a distanza (depositi alluvionali, barra di foce, delta, ecc.) contribuiscono a disgregare meccanicamente le rocce.

Azioni più importanti esercitano i fattori chimici attraverso l'azione solvente e idrolizzante delle acque e dell'acido carbonico e l'ossidazione con l'ossigeno dell'aria. Fra queste vanno annoverati i processi di decalcificazione dei terreni calcarei per cui rimangono in prevalenza gli ossidi di ferro o di alluminio commisti a residui della roccia madre (terre rosse), e i processi di caolinizzazione e di decomposizione lateritica.

La reazione di caolinizzazione non è nota con esattezza, ma dall'equazione riportata ci possiamo formare un'idea della demolizione idrolitica cui soggiacciono i feldspati:

Per la decomposizione lateritica invece la demolizione è più marcata:

L'ossigeno dell'aria trasforma gli ossidi ferroso e manganoso in ferrico e manganico, il solfuro ferroso (pirite, marcassite, pirrotite) in ossido ferrico e acido solforico il quale attacca più o meno profondamente i minerali con i quali viene a contatto.

Sono infine da rilevare le azioni disgreganti di alcuni muschi e licheni, che sono le piante inferiori che ricoprono le rocce nude e preparano su esse gradatamente le condizioni adatte allo sviluppo delle piante superiori.

Struttura. - Tutti questi frammenti di rocce più o meno trasformati, vengono classificati secondo la loro grossezza. In Italia si distingue:

In funzione della struttura sono varie proprietà del terreno, come la compattezza (e quindi la penetrazione delle radici), la permeabilità (che regola lo smaltimento delle acque), il peso specifico (reale, cioè il rapporto fra il peso del terreno e quello di un egual volume d'acqua a 4° C. - e apparente, cioè il peso dell'unità di volume del terreno preso con i suoi pori) e la capacità idrica (cioè la quantità massima di acqua che un terreno può trattenere al limite di saturazione; naturalmente questa sarà massima per i terreni argillosi, e minima per i sabbiosi).

Per l'agraria hanno maggiore importanza le frazioni più minute di terreno, ritenute tipicamente colloidali ed amorfe, prima che le recenti indagini röntgengrafiche permettessero di stabilirne la struttura cristallina.

Costituenti inorganici. - I principali minerali che si rinvengono nei terreni agrarî sono:

Quarzo (SiO2) si trova nel granito ed in molte rocce ignee. Pur essendo un costituente molto abbondante non ha nessun valore agli effetti nutrienti per le piante.

fra questi l'ortoclasio è il più abbondante costituente di graniti, gneiss, sieniti ed altre rocce. Per la citata azione solvente esercitata dall'acqua e dall'anidride carbonica, i feldspati forniscono al terreno considerevoli quantità di potassa.

Mica (v.: miche) con quantità considerevoli di ossido di ferro, che sostituisce parzialmente l'allumina; vi si rinvengono usualmente anche magnesia, soda e calce. Le miche sono specialmente nei graniti e negli gneiss. Vengono decomposte dagli agenti atmosferici, ma meno facilmente che i feldspati. Esse forniscono alle piante potassa, calce e ferro.

Carbonato di calcio (CaCO3) si rinviene in diverse varietà, costituenti quando cristallizzato le varie modificazioni di calcite ed aragonite, e quando in masse il calcare ed il marmo. Queste contengono magnesio in quantità variabili, ferro e spesso manganese e fosfati. Il calcare rappresenta un importante alimento per le piante.

Silicati di magnesia anche molto abbondanti. Fra le varietà più comuni si rinvengono il talco e la steatite (v.; generalmente insieme con ossido di ferro e alluminio), l'orneblenda, l'asbesto e l'augite, la clorite e l'olivina. Molti di questi contengono anche silicato di allumina, silicati ferrosi e ferrici.

L'argilla nella sua forma pura esiste come caolino (Al2O3•2SiO2•2H2O). L'argilla comune, comunque, contiene sempre ferro (che sostituisce l'alluminio) e generalmente alcuni feldspati imperfettamente decomposti, così che essi servono come sorgenti di potassa e ferro per le piante.

Costituenti organici. - La sostanza organica che costituisce il terreno agrario è denominata "humus", cioè terreno per eccellenza.

Le ricerche, anche recenti, miranti a delucidare la costituzione di questo complesso organico, non hanno ancora dato i risultati sperati.

L'humus, essendo una miscela di varî prodotti di decomposizione - formati nei diversi stadî della complicata serie di reazioni, che si verificano nel terreno, su tutti i composti organici dei tessuti vegetali ed animali, per trasformarli in sostanze più semplici quali anidride carbonica, acqua e nitrati - non può avere nessuna composizione chimica e costituzione definitiva e permanente.

Dal quadro si può avere un'idea della complessità di questi prodotti:

L'acido umico e gli umati sono colloidi liofili (v. colloidi). La persistenza delle proprietà colloidali nel terreno dipende, in parte almeno, dalla presenza e dalla cifra dei colloidi umici. Ed è questo uno degli aspetti più importanti della funzione che i colloidi umici hanno nel terreno.

Soluzione circolante. - E rappresentata dall'acqua che circola nel terreno e che mantiene in soluzione i varî sali in esso contenuti. Lo sviluppo rigoglioso della vegetazione e il suo rendimento dipendono dal volume di questa soluzione e della ricchezza in elementi nutritivi utilizzabili.

Potere adsorbente. - Quando il terreno è messo in contatto con soluzioni saline si verifica una sottrazione di soluto da parte del terreno. Questa constatazione, di grande interesse teorico e pratico, ha permesso di stabilire che il terreno può scambiare qualunque catione con la soluzione, cedendone a questa altri, mentre che fra gli anioni solo il fosforico e poco o nulla del solforico e nitrico, vengono scambiati. Lo scambio è molto rapido e, praticamente, può essere ritenuto come istantaneo. Ciò lascia supporre che le basi sono mantenute dal terreno come ioni attivi o in forma molto facilmente ionizzabile.

Dopo un trattamento con una soluzione salina, si stabilisce un equilibrio in cui le varie basi sono distribuite fra il terreno e la soluzione. Se questa si filtra e il trattamento con la soluzione salina si ripete diverse volte, praticamente tutte le basi originariamente presenti nel terreno saranno sostituite dai cationi del sale adoperato. In tal modo si possono preparare terreni sodici, calcarei, idrogenionici, ecc.; questi cosiddetti terreni o argille-idrogenioniche sono di natura acida.

La quantità di basi che si possono scambiare varia secondo il catione considerato. Così, se, per es., due porzioni uguali di terreno calcico sono trattate con quantità equivalenti di cloruro potassico e cloruro sodico, si troverà che il potassio sostituirà più calcio e sarà stato assorbito esso stesso in maggiore proporzione che non il sodio. In entrambi i casi, trattamenti ripetuti sostituiranno tutto il calcio col potassio o sodio, ma il potassio effettuerà la sostituzione più rapidamente che il sodio. I seguenti ioni sono ordinati in ordine decrescente del loro potere di sostituzione:

Vi è un rapporto fra il potere di sostituzione di un catione e la proprietà del terreno contenente quel catione. I cationi che hanno il potere di sostituzione più basso tendono a produrre nel suolo una compattezza e un elevato grado di dispersione colloidale, mentre i cationi che hanno più elevato potere di scambio tendono a impartire proprietà opposte. Un terreno sodico, per es., tende ad essere molto compatto, ad avere le particelle molto disperse e a rimanere per lungo tempo sospeso in acqua. Mentre un terreno calcico ha la compattezza ridotta al minimo e le particelle si separano dalle sospensioni acquose con relativa facilità.

I cationi scambiabili che si trovano naturalmente nel terreno sono limitati al calcio, magnesio, sodio e potassio. Quando la totalità del potere di adsorbimento è saturata con cationi metallici, si dice che il terreno è saturo. Quando fra i cationi vi sono ioni idrogeno il terreno è non saturo. È interessante fissare bene la differenza che intercorre fra un terreno non saturo e uno saturo. Un terreno perfettamente saturo con acqua è un sistema alcalino comparabile al sale di una base forte con un acido debole, come, per es., il fosfato sodico. Il sistema sarà solamente neutro quando una quantità definita di cationi sarà sostituita da ioni di idrogeno proprio come l'acido fosforico può essere neutralizzato da molto meno del suo equivalente chimico d'idrato sodico.

Quando i sali reagiscono con terreni non saturi, gli ioni H naturalmente precipitano nel fenomeno di scambio e dànno acidità, a meno che o il terreno o il sale non siano essi stessi acidi. Quando una soluzione di un sale neutro è messa in contatto con terreni acidi le soluzioni divengono acide in una proporzione molto più grande che quando è adoperata acqua pura per lo scambio ionico per cui gli ioni H vengono in soluzione. Generalmente gli ioni Al appaiono anche nella soluzione, quando i terreni acidi vengono trattati con soluzioni di sali neutri. Vi sono opinioni divergenti se l'Al vada in soluzione direttamente per un processo di scambio di basi, o se gli ioni H vadano così in soluzione e l'acido formato decomponga una parte del complesso del terreno portando l'Al in soluzione.

Il Kappen ha classificato l'acidità del suolo nel seguente modo. L'acidità che si sviluppa quando un sale alcalino, come l'acetato sodico, si applica a un terreno ma che non si sviluppa dall'applicazione di sali neutri, si chiama acidità idrolitica. L'acidità sviluppata dalle soluzioni di sali neutri e che è accompagnata da alluminio in soluzione, in quantità chimicamente equivalente alla base assorbita è detta acidità di scamoio, e rappresenta la forma di acidità più dannosa per la vegetazione.

L'acidità dovuta alla presenza di acidi attuali liberi nella soluzione circolante è chiamata acidità attiva.

La nutrizione dei vegetali, più che dal potere adsorbente, è regolata dalla "reazione" di questo, per l'influenza che essa esercita direttamente, sia sulla nutrizione, sia sullo sviluppo della flora batterica favorendo o inibendo le attività microbiche.

Dalla vegetazione spontanea esistente in una zona è possibile avere un'idea della reazione del terreno; così è noto che i terreni acidi sono invasi specialmente da eriche, felci, giunchi, ginestre, rododendri, leguminose, pino, betulla, ecc. - mentre le atriplex, la ginestra odorosa, l'essenzianella, le tamerici, il lupinaccio, la gramigna sono piante abitatrici di terreni alcalini.

La classifica dei terreni secondo la loro reazione (o pH) è la seguente:

L'acidità del terreno può essere di origine organica o inorganica a seconda che essa è legata a funzioni provenienti da costituenti organici o minerali. Tra le cause che possono influire sulle variazioni dell'acidità sono i fenomeni di dilavamento; le acque meteoriche e superficiali possono provocare impoverimento o accumulo di elettroliti a seconda che siano abbondanti o scarse, in presenza o in assenza di anidride carbonica.

Nei climi aridi si ha accumulo di sali o di alcali per cui si giunge alla salsedine (de Dominicis) o all'alcalinità. Nei climi umidi e a regime elevato di piogge, le azioni di dilavamento e quindi d'impoverimento di basi, prevalgono sui fenomeni di accumulo e il terreno tende verso l'acidificazione.

Concorrono inoltre in vario modo e con varia intensità a determinare la reazione del terreno le attività biochimiche degli organismi superiori e inferiori che il terreno ospita - nonché i processi di ossidazione e riduzione, come, per es., la reazione idrato ferroso ⇄ idrato ferrico, che impartisce una reazione più o meno alcalina secondo che l'equilibrio si sposta verso sinistra o verso destra.

Alle variazioni di reazione del terreno oppongono azione moderatrice le cosiddette sostanze tamponi (carbonati, costituenti colloidali, ecc.) o l'intervento con pratiche colturali, come la lavorazione, la quale aumentando l'areazione agevola i processi ossidoriduttivi, le irrigazioni che possono influire per la composizione dell'acqua adoperata, le concimazioni e i correttivi (v. concimazione), il debbio (cioè il riscaldamento e la concimazione del terreno) o con le colture le quali influiscono notevolmente sull'acidificazione asportando prevalentemente gli elementi alcalini per mezzo del sistema radicale delle piante.

Attività microbica. - I microrganismi che abitano il terreno agrario sono i batterî, i funghi, gli attinomiceti, le alghe e i protozoi. Sul loro numero non è possibile dare cifre per la deficienza dei mezzi di indagini che si hanno a disposizione.

Essi si possono dividere in due gruppi: eterotrofici, cioè organismi che, come gli animali, richiedono una somministrazione esterna di sostanza organica per sopperire agli scambî energetici e per avere la materia per il loro sviluppo, e autotrofici, organismi che, come le piante, sono capaci di sintetizzare dall'anidride carbonica e dai sali inorganici semplici. I primi costituiscono la massima parte della popolazione microbica del suolo; la loro funzione è di demolire le sostanze organiche come la cellulosa, i carboidrati e le proteine in sostanze più semplici utili per la nutrizione delle piante o per l'ulteriore sintesi effettuata dopo da microorganismi che agiscono autotroficamente. Sono quindi in questa categoria alcuni batterî proteolitici ed anche alcuni funghi e attinomiceti ammonizzanti, che utilizzano i nitrati o l'urea come sorgente di azoto. Altri batterî aerobici ed anaerobici trasformano la cellulosa e i carboidrati nell'humus, sostanza bruna colloidale.

Gli organismi autotrofici che sintetizzano la loro sostanza organica generalmente hanno una grande funzione specifica. Importanti fra loro sono il nitrosomonas che ossida l'ammoniaca a nitriti, il nitrobacter che ossida i nitriti a nitrati, il solfobatterio che ossida lo zolfo e l'idrogeno solforato a solfati e i ferrobatterî che accumulano l'idrato ferrico nel loro involucro.

La fertilità di un terreno dipende dall'armonica concorrenza di una serie numerosa di fattori ecologici, fisici e chimici, ma principalmente dalla natura fisica del terreno, dalla sua reazione e dalla ricchezza in principî nutritivi. La granulometria dei costituenti del terreno agrario regola tutti i fenomeni dipendenti dall'areazione (ossido-riduzione, formazione di humus, attività microbica e catalitica, ecc.), dalla circolazione delle acque, nonché dalla facilità o meno di penetrazione delle radici in cerca di nutrimento. Sull'influenza della reazione si è già fatto cenno. L'altro fattore importante della fertilità è la ricchezza in elementi nutritivi - in base alla quale molti autori hanno proposto la classifica dei terreni secondo le disponibilità totali di elementi fertilizzanti.

La R. Stazione chimico-agraria di Roma ha stabilito, per lo studio sistematico dei terreni italiani, la seguente classifica. Per quanto riguarda l'azoto e il fosforo sono definiti come: deficienti i terreni con meno di 0,5‰ di azoto e di fosforo; poveri quelli che ne contengono da 0,5 a 1‰; mediamente provvisti quelli con 1 a 1,5‰; ben provvisti quelli con 1,5 a 2‰; ricchi quelli con 2 a 3‰ e infine ricchissimi i terreni con più di 3‰ di azoto ed acido fosforico.

Per quanto concerne invece la potassa, i valori sonoalquanto più elevati, di circa 0,5‰ in media.

Nella valutazione della quantità di concimazione da somministrare al terreno per portarlo alla fertilità desiderata, bisogna tener presente che solo una parte delle quantità accennate, per i tre alimenti, è allo stato assimilabile - e tale cifra varia da terreno a terreno. La determinazione sperimentale di tali valori ha portato a numerose proposte di metodi chimici e biologici, i quali sono piuttosto lunghi e laboriosi e forniscono risultati più o meno attendibili.

Lavorazione agricola del terreno.

Comprende tutte le operazioni che vengono eseguite sul terreno stesso per rendere possibile, o favorire, lo sviluppo e la produzione delle piante utili.

Le lavorazioni hanno diversi scopi principali: modificare lo stato d'aggregazione delle particelle terrose; rinettare il terreno dalle piante infestanti; sotterrare i concimi; coprire le sementi; raccogliere prodotti cresciuti sotterra.

La modificazione dello stato d'aggregazione delle particelle terrose ha grande influenza sulla produttività del terreno. A questo riguardo conviene considerare le diverse qualità dei terreni, la loro stratificazione in quanto possa influire sulla vegetazione e la conformazione superficiale dei medesimi.

Qualità dei terreni. - I terreni sabbiosi o sciolti sono quelli che si lavorano più facilmente, ossia con minore sforzo e in qualsiasi stato di umidità; non è bene però lavorarli quando sono molto asciutti. I terreni argillosi, invece, specialmente se molto argillosi o a reazione acida, e perciò eminentemente colloidi, presentano le maggiori difficoltà alla lavorazione. Se molto imbevuti di acqua, per la loro forte coesione sono tenaci, plastici, aderiscono con forza agli strumenti di lavorazione, per cui questa riesce lenta e dispendiosa; per di più la lavorazione, eseguita in dette condizioni, ha per effetto di diminuire ancora la scarsa permeabilità dei terreni stessi con danno notevole della coltura che vi deve aver luogo. Se, invece, sono inariditi dalla siccità, si screpolano profondamente e s'induriscono in modo che la loro lavorazione riesce molto faticosa e imperfetta per le grosse e dure zolle di che risulta il terreno lavorato; di più gli effetti di tale lavorazione non sono sempre buoni. La lavorazione dei terreni molto tenaci riesce relativamente agevole e dà buoni risultati quando i terreni medesimi sono "in tempera". Questa espressione, usata dagli agricoltori, indica uno stato particolare della struttura che le terre tenaci assumono in determinati e brevi periodi dell'anno; e precisamente in autunno (dopo copiose piogge della fine dell'estate o del principio dell'autunno) e in principio di primavera (dopo le gelate invernali). Il terreno "in tempera" presenta una struttura grumosa o flocculosa, con giusto contenuto di umidità, per cui si sgretola facilmente senz'attaccarsi agli strumenti di lavorazione e senza formare grosse zolle né ridursi in fine polvere; risulta, inoltre, facilmente permeabile all'acqua e all'aria. Gli effetti della lavorazione dei terreni in tempera sono sempre ottimi nei riguardi delle coltivazioni. Non sempre però l'andamento stagionale permette all'agricoltore di eseguire la lavorazione dei terreni tenaci quando sono in tempera. Avuto riguardo alla disponibilità dei mezzi di lavorazione e alla necessità di avere pronto il terreno per l'inizio delle colture in determinate epoche, l'agricoltore non di rado è costretto a eseguire i lavori anche quando il terreno non è in tempera. In tal caso è meglio lavorare il terreno asciutto che troppo umido, meglio ancora lavorarlo, se possibile, all'inizio del periodo di siccità, quando la terra, non ancora molto secca, non oppone la massima resistenza agli strumenti di lavorazione e non dà luogo a zolle molto grosse e dure; così, per es., dopo la coltura del frumento, conviene lavorare il terreno appena eseguita la mietitura anziché alcune settimane o qualche mese più tardi. Nei climi temperato-caldi bisogna inoltre avere l'avvertenza di non lavorare mai le terre argillose subito dopo l'eventuale caduta di non copiose piogge estive. Se il terreno argilloso, già molto arido per siccità, in seguito a una pioggia estiva che abbia inumidito la terra superficialmente senza penetrare tutto lo strato arabile, viene lavorato mescolando così la terra inumidita della superficie con la terra ancora arida che sta disotto, si viene con ciò a propiziare quel fenomeno dannoso conosciuto con i nomi di arrabbiaticcio, guastaticcio, caldafredda, verdesecca, per il quale il terreno subisce un immediato isterilimento che può avere la durata di uno, due e persino tre anni. In Italia l'arrabbiaticcio è temuto specialmente nelle regioni centrali e in modo particolare sul versante adriatico dell'Italia centrale; esso interessa principalmente la coltura del frumento che su terreno "arrabbiato" cresce stentamente, si dirada, viene molto attaccato dal male del piede e invaso da male erbe, principalmente da loglio (Lolium temulentum) e da papavero o rosolaccio (Papaver rhoeas). I terreni di media consistenza, detti anche di medio impasto, nei quali il materiale argilloso è commisto a materiale sabbioso e frequentemente anche calcareo, con reazione neutra o leggermente alcalina, presentano, nei riguardi della lavorabilità, condizioni intermedie fra i terreni sabbiosi e quelli tenaci. Essi vanno poco o nulla soggetti a crepacciarsi, non sono molto plastici se imbevuti di acqua, né divengono molto duri per siccità; rispetto ai tenaci si mantengono più lungamente in tempera e vanno meno soggetti all'arrabbiaticcio. Naturalmente esiste tutta una gradazione intermedia fra i terreni sabbiosi e quelli argillosissimi; così dalla grana grossolana della grossezza di un millimetro circa, come nel sabbione e nel grosso lapillo, si passa alle terre di grana via via meno grossa e poi fina e ancora più fina sino al grado di estrema dispersione delle particelle di dimensioni inferiori a cinque milionesimi di millimetro, quale esiste nelle terre più argillose a tipo colloidale. I migliori terreni vanno ricercati nella parte mediana della gradazione e fra quelli più ricchi di materia organica capace di attenuare di molto gli eccessi lamentati. Si hanno poi terreni più o meno brecciosi o ghiaiosi, che presentano difficoltà speciali alla lavorazione, più o meno notevoli secondo la proporzione fra lo scheletro ghiaioso e la terra fina, secondo la grossezza degli elementi ghiaiosi e secondo il grado di consistenza della terra fina. I terreni ghiaiosi e anche quelli sabbiosi a grana grossolana logorano molto gli strumenti con cui vengono lavorati.

Stratificazione dei terreni. - Nei confronti della lavorazione del terreno giova considerare anche la sua stratificazione fino a circa un metro di profondità. È noto che i terreni coltivati da tempo più o meno lungo presentano il cosiddetto "strato arabile" che è quello ordinariamente rimosso con le lavorazioni. La potenza dello strato arabile è in media di 25-30 cm., ma può variare da minimi di 10-15 a massimi di 40-45 cm. Lo strato arabile, se di notevole spessore, viene rimosso completamente soltanto con le più profonde lavorazioni. Al disotto dello strato arabile, il terreno può continuare di uguale costituzione per varia profondità, differenziandosi soltanto per il colorito leggermente più chiaro; questa terra buona sottoposta allo strato arabile costituisce ciò che si chiama "strato inerte". Eseguendo lavori straordinarî, può venire intaccato, in parte o in tutto, anche lo strato inerte, che in certi casi viene portato alla superficie. Se lo strato inerte è di limitato spessore e sotto di esso esiste uno strato costituito da materiale molto differente (sabbia, terra molto argillosa e costipata, ghiaia, pietra fessurata o tabulare, ecc.), quest'ultimo strato viene chiamato "sottosuolo". Il sottosuolo, di regola, non viene intaccato dagli strumenti di lavorazione del terreno e tanto meno viene portato alla superficie; tuttavia il sottosuolo può influire sulla vegetazione delle piante coltivate, specialmente in funzione della sua permeabilità, e precisamente in senso favorevole se in giusto grado permeabile, in senso sfavorevole se impermeabile o eccessivamente permeabile. Lavorazioni straordinarie del terreno eseguite talora per modificarne la configurazione superficiale o per effettuare impianti di colture arbustive o erbacee, possono rendere necessaria anche la rimozione di parte del sottosuolo.

Configurazione superficiale del terreno. - La lavorazione del terreno riesce più facile quando la superficie di esso è pianeggiante. I terreni a superficie inclinata presentano difficoltà più o meno notevoli, secondo il grado d'inclinazione e l'andamento uniforme o meno della inclinazione stessa. La lavorazione del terreno può altresì essere resa difficile dall'esistenza d'ingombri speciali, come rocce resistenti e affioranti, piante arboree. Si dirà in seguito quali mezzi e accorgimenti convenga adottare per eseguire nelle migliori condizioni la lavorazione dei terreni a superficie in vario modo accidentata.

Casi diversi di lavorazione del terreno. - Si distinguono principalmente i lavori seguenti: a) dissodamento, ossia prima lavorazione di terreni non mai lavorati o da lungo tempo non lavorati; b) preparazione del terreno per determinate colture (lavoro principale e lavori accessorî o di complemento); c) sarchiatura, scalzatura, rincalzatura (durante il periodo di vegetazione attiva delle piante coltivate).

Il dissodamento. - Di regola viene praticato allorquando si metta a coltura agraria terreno diboscato, oppure terreno precedentemente lasciato a pascolo permanente o a prato naturalc permanente. Si può anche operare il dissodamento di terreno già a coltura agraria, per renderlo adatto a qualche coltura speciale o anche semplicemente per accrescerne la produttività, per lo più con l'impianto di vigneti, frutteti, orti, medicai, ecc.

La preparazione del terreno per determinate colture. - Varia alquanto secondo le particolari esigenze delle colture stesse, e secondo le condizioni in cui si trova il terreno per effetto della coltura precedente. Generalmente consiste in una lavorazione principale che rinnova tutto lo strato arabile, ed eccezionalmente intacchi un poco lo strato inerte (lavori di rinnovo), o rimuova buona parte dello strato arabile (lavori ordinarî); fanno seguito uno o più lavori di complemento, atti a perfezionare il lavoro principale, specialmente quando si debba eseguire la seminagione. S'è detto che i lavori di preparazione del terreno variano secondo le colture da farsi e anche secondo le colture fatte precedentemente sullo stesso terreno. Se a tale riguardo prendiamo a considerare una delle colture più importanti, quella del frumento, possiamo esaminare le lavorazioni da farsi al terreno per prepararlo alla coltura stessa nei seguenti casi speciali:

a) Grano dopo coltura da rinnovo o maggesata. - La coltura da rinnovo (mais, patata, barbabietola, pomodoro, tabacco, ecc.) avrà lasciato il terreno soffice fino a notevole profondità e rinettato da erbe infestanti; perciò sarà facile preparare bene il terreno stesso per la successiva coltura di frumento mediante un'aratura di media profondità e una o due estirpature o erpicature; nelle terre migliori si può anche risparmiare l'aratura.

Del pari, dopo una coltura maggesata (fava o altra leguminosa da granella), il terreno sarà pure soffice, ma fino a minor profondità ed egualmente rinettato da erbe infestanti; anche in questo caso i lavori suddetti basteranno per ben preparare il terreno alla semina del frumento.

b) Grano dopo prato. - Il dirompimento del prato, da farsi sul cadere dell'estate, richiederà un lavoro piuttosto faticoso, specialmente se si tratta di prato poliennale; dovranno indi far seguito diligenti lavori di complemento.

c) Grano dopo riposo di uno o più anni. - Ciò si verifica dove vige la coltura granaria estensiva, alternata con il riposo a pascolo. Ivi il terreno si presenta molto costipato e infestato da erbe spontanee; la preparazione del terreno viene fatta mediante il cosiddetto maggese e precisamente col maggese intero (nudo, vergine, di sole) consistente in una serie di 4-8 lavori eseguiti con aratro primitivo (a chiodo) e distribuiti da febbraio a ottobre; oppure col mezzo maggese (maggese a mezz'erba) consistente in 2-4 lavori eseguiti da giugno a ottobre, previa utilizzazione primaverile dell'erba spontanea. Il maggese è pratica antichissima atta a ben preparare alla coltura granaria il terreno riposato, nei climi subaridi e nelle regioni ad agricoltura estensiva. Con la suddetta serie di successive lavorazioni distribuite nello spazio di quasi un anno (o di mezza annata se si tratta di mezzo maggese), si viene a smuovere gradatamente lo strato arabile favorendo la penetrazitme dell'acqua piovana e ostacolando la perdita di umidità per evaporazione diretta; inoltre si distruggono le erbe infestanti e si facilita la decomposizione delle medesime; viene altresì favorita l'attività della flora batterica nitrificante e azotofissatrice. Il maggese, specialmente quello intero, costituisce un'ottima preparazione del terreno alla coltura del grano nei climi aridi e nell'agricoltura estensiva. Naturalmente essa non presenta alcuna convenienza sotto climi freschi e nell'agricoltura più o meno intensiva.

d) Grano dopo grano (ringrano o ristoppioj. - Il terreno, costipato e infestato da malerbe, richiede lavorazione estiva di media profondità, preceduta dallo sfalcio o dall'incendio della stoppia; poi altra aratura poco profonda in autunno seguita da erpicature. La pratica del ristoppio, frequente nell'agricoltura estensiva, soltanto in rari casi può riuscire conveniente nell'agricoltura più o meno intensiva.

e) Grano dopo riso. - Caso questo limitato alle zone risicole e non molto frequente; non viene fatta alcuna speciale preparazione del terreno, perché il frumento viene seminato in mezzo al riso poco prima della mietitura di questo cereale.

f) Grano su terreno diboscato o su sfatticcio di prato o pascolo permanente. - Occorre, in questo caso, un mezzo maggese con due o tre lavorazioni estivo-autunnali; oppure far precedere a quella del frumento, una coltura maggesata, oppure d'avena.

Sarchiatura, scalzatura, rincalzatura. - Per la prima operazione, v. sarchiatura. La scalzatura consiste nel togliere terreno al piede delle piante coltivate; operazione eseguita talora nella coltura del mais poco dopo la nascita delle piantine, affinché risentano meglio il calore solare.

Detta operazione si suole praticare anche nei vigneti situati sotto climi subaridi, scalzando le viti, nel tardo autunno, per facilitare la penetrazione dell'acqua piovana nel terreno.

La rincalzatura è altra operazione, praticata generalmente in privamera, con la quale viene accumulata terra al piede di piante in accrescimento, allo scopo principale di favorire l'emissione di nuove radici; è pratica comune nella coltivazione del mais, e anche delle leguminose da granella, al piede delle quali però l'accumulo di terra non deve essere abbondante.

Strumenti per la lavorazione del suolo. - Possono essere a mano, ossia da manovrarsi a braccio d'uomo, oppure a motore animato o a motore meccanico. I più comuni arnesi per la lavorazione a mano sono la vanga e la zappa o marra; a questi attrezzi principali se ne aggiungono altri destinati a lavori speciali e sono: lo zappone, il piccone, il badile o pala, i sarchielli, il rastrello, e qualche altro.

La vanga, di cui esistono varî tipi di foggia diversa (triangolare, trapezoidale, rettangolare) e di varie dimensioni, serve a fare un lavoro più o meno profondo con capovolgimento completo delle zolle e taglio o frantumazione delle medesime. Viene comunemente usata nelle regioni settentrionali e centrali, poco o nulla nelle meridionali. È opinione antica che con la vanga si possa eseguire il miglior lavoro, da cui il detto: "La vanga ha la punta d'oro". La zappa viene adoperata con manovra assai diversa da quella idonea ad azionare la vanga. Nei diversi suoi tipi la zappa è adoperata dappertutto, ma più che altrove nelle regioni meridionali, ordinariamente anche in sostituzione della vanga. Per eseguire lavori profondi in terreni tenaci s'adopera una zappa speciale formata da due robusti denti e detta perciò bidente. Col bidente, come con la vanga, la zolla di terreno sodo viene staccata, capovolta e triturata a volontà. La zappa serve frequentemente anche per ricoprire sementi e per perfezionare lavori eseguiti con l'aratro o altri istrumenti. Lo zappone, che è una zappa di minori dimensioni della ordinaria, ma assai più robusta, s'adopera per dirompere terre molto indurite; così pure il piccone, adatto anche a rimuovere pietrame.

La pala o badile si adopera per sollevare la terra nello scavo di fosse o per eseguire piccoli lavori di sistemazione superficiale del terreno.

I sarchielli, di cui esistono svariati tipi, sono piccole zappe adatte a rimuovere superficialmente il terreno e a rinettare dalle erbe infestanti le piante coltivate.

I rastrelli, generalmente di ferro o almeno con denti di ferro, servono talora per lavori di rifinitura delle aiuole negli orti e nei giardini, per raccogliere ciottoli o altri ingombri e anche per ricoprire sementi.

Fra gl'istrumenti a trazione impiegati nella lavorazione del terreno, il primo posto spetta all'aratro (v. agricole, macchine; aratro).

Merita menzione fra gli svariati tipi di coltivatori di costruzione moderma, sebbene derivato da un antico attrezzo romano di cui porta il nome, il rastro ideato da G. Dal Pelo Pardi, strumento assai perfezionato che, con moderato impiego di forza, compie un lavoro migliore di altri simili attrezzi. Affine al rastro suddetto, e pure di recente costruzione, è il cosiddetto gebio. L'effetto più notevole del lavoro di tali strumenti consiste nel rimescolare il terreno arato a giusta tempera, in maniera tale da lasciare alla superficie i grumi terrosi più grossetti e via via al disotto le parti più fine; il che nei terreni argillosi riesce utile perché favorisce la penetrazione delle acque piovane, le quali, se eccessive, possono poi essere evacuate mediante opportuna sistemazione delle pendenze. Per frangere le zolle esistono altre macchine di maggiore efficenza, come i pesanti frangizolle a dischi con punte tipo Crosskill, che però sono poco usati per il loro alto costo e per l'elevato sforzo di trazione richiesto. Questi difetti non presenta altro tipo di frangizolle (Morgan) a organi taglienti, che in terreni non induriti dalla siccità fa un buon lavoro.

Lavoro più lieve e superficiale di rimozione e frantumazione del terreno viene seguito con gli erpici di cui esistono numerosi tipi, a telaio rigido, o articolato (talora girevole) con dischi a punte più o meno lunghe o a coltelli; oppure a maglia con elementi snodati; questi ultimi, fra i quali assai noti gli erpici Howard, vengono usati comunemente per i seminati di frumento e per i prati.

Occorre talora comprimere il terreno subito dopo eseguita la seminagione, per far bene aderire il seme alla terra, oppure, nei seminati di frumento dopo le gelate invernali, affinché le radici del cereale riprendano buon contatto con la terra e si ristabiliscano le comunicazioni capillari con lo strato superficiale del suolo. A tale effetto s' adoperano rulli compressori di pietra, di cemento armato o di metallo; generalmente sono preferiti questi ultimi perché, essendo vuoti, possono avere un diametro conveniente senza essere eccessivamente pesanti.

Fra le macchine lavoratrici del terreno vanno ricordate anche le cosiddette fresatrici, capaci, mediante sufficiente applicazione di forza motrice meccanica, di sostituire l'aratura e ogni altra operazione complementare, riducendo lo strato arabile del terreno in particelle finissime.

Sennonché, nella generalità dei casi, l'esperienza ha dimostrato che lo sminuzzamento del terreno spinto ad alto grado di uniforme finezza, anziché utile alla coltivazione delle piante, risulta sfavorevole. Così alle fresatrici è venuto meno il successo.

L'aratura dei terreni inclinati può venire eseguita facendo i solchi nella direzione della massima pendenza, oppure facendo i solchi trasversali, seguendo approssimativamente le linee di livello. Quando la pendenza del terreno è moderata, non superiore al 10% si possono adottare indifferentemente l'uno o l'altro modo di lavorazione. In caso di pendenze maggiori, fino a 25-30%, il terreno dovrà essere convenientemente sistemato (a spina, a girapoggio) e allora le lavorazioni verranno eseguite di traverso, facendo uso di aratro volta-orecchio. Ma nelle sistemazioni di collina conviene quasi sempre che gli appezzamenti conservino una certa pendenza a valle; perciò nell'uso continuato di aratri volta-orecchio, occorrendo, bisognerà talvolta buttare la terra a monte. Non mancano poi casi nei quali la forte argillosità dei terreni di tipo colloidale, aventi un enorme potere d'imbibizione, renda non conveniente la loro sistemazione in appezzamenti trasversali, pur essendo forte la pendenza. In tali casi s'impone la cosiddetta lavorazione a rittochino, ossia facendo i solchi secondo la massima pendenza, che viene eseguita con aratro comune, non occorrendo il volta-orecchio; dove la pendenza è molto forte l'aratro lavora solo in discesa, risalendo a vuoto. S'intende che ivi bisognerà regolare lo sgrondo delle acque a mezzo di opportuni solchi trasversali a lieve pendenza. sboccanti in fossi convenientemente muniti contro l'erosione.

Motori per la lavorazione del terreno. - L'uomo dà un contributo importantissimo alla lavorazione del terreno, ma soltanto (eccettuata la piccola coltura) nei lavori meno gravosi e di rifinitura; il suo lavoro, guidato dall'intelligenza, ha grande pregio, ma è costosissimo e di limitata efficenza. Perciò al grosso della lavorazione del terreno si provvede con animali da lavoro e con motori meccanici, rimanendo riservata all'uomo l'opera direttiva delle energie animali e meccaniche impiegate. Gli arnesi a trazione per lavorare il terreno in Italia vengono generalmente azionati da motori animali e principalmente da buoi. Il bue, nella generalità dei casi, rappresenta il motore più confacente all'ordinamento e all'economia delle aziende agrarie italiane.

Nelle zone più accidentate e povere di foraggi, specialmente in regioni calde, il bue è parzialmente sostituito dal mulo; ciò avviene frequentemente in Sicilia; mentre nelle zone più fertili di pianura delle regioni settentrionali (particolarmente in Lombardia e nell'Emilia), l'impiego del cavallo di grossa taglia ha parte considerevole nella lavorazione del terreno.

I motori inanimati, specialmente le trattrici a scoppio, alimentate con petrolio o nafta, vengono usati un po' dappertutto, ma non sostituiscono che in piccola parte il lavoro degli animali. Il costo del lavoro di detti motori a scoppio è sempre molto elevato e il loro impiego riesce conveniente quasi soltanto per i più gravosi lavori estivi da eseguirsi tempestivamente, per i quali il lavoro dei buoi sarebbe troppo lento e deteriorerebbe gli animali. I motori a vapore trovano impiego per grandi dissodamenti a carattere di bonifica, sempre molto costosi. I motori elettrici hanno ancora limitata applicazione nella lavorazione del terreno e vengono adoperati pressoché nelle stesse condizioni di quelli a vapore.

Un'applicazione nuova per la lavorazione profonda dei terreni destinati all'impianto di vigneti, frutteti, oliveti, ecc., è quella degli esplosivi. Finora tale applicazione si limita all'utilizzazione di esplosivi da guerra invecchiati che vengono ceduti, dall'amministrazione militare, per utilizzazione agricola, a prezzi assai inferiori al costo. Il risultato tecnico è eccellente, perché gli esplosivi producono lo sgretolamento del terreno sodo fino a considerevole profondità, rimuovendone soltanto una parte; ne risulta così un'ottima preparazione per gl'impianti suddetti. Gli esplosivi costituiscono inoltre un mezzo potente e rapido per sgombrare da grossi massi erratici e da ceppi di alberi il terreno da dissodare. Tecnicamente dunque gli esplosivi costituiscono un mezzo eccellente per dissodare i terreni di più difficile lavorazione. Però, considerata la quantità necessariamente limitata di esplosivi disponibili a basso prezzo, il costo della speciale organizzazione necessaria per il loro impiego, il non lieve costo degl'inneschi e della preparazione dei fori di mina, il costo della regolarizzazione del terreno sconquassato dalle esplosioni, la spesa complessiva del lavoro di dissodamento risulta molto elevata. Perciò la convenienza dell'applicazione degli esplosivi, almeno per ora è limitata a casi di grandi piantagioni assai distanziate fatte con semplici buche, come talora si può fare con gli olivi, oppure a opere di bonifica di notevole interesse sociale e perciò largamente sovvenzionate dallo stato.

Concetti fondamentali sulla lavorazione agraria dei terreni. - In generale le norme pratiche per la lavorazione del terreno non sono oggi diverse da quello che erano anticamente, quali furono descritte dai più insigni georgici, greci e romani e quali, in ogni paese o regione agricoli fin dall'antichità, si perpetuano tradizionalmente. Esse hanno carattere empirico, ma derivano dall'esperienza e dall'osservazione millenaria dei migliori coltivatori delle varie regioni agricole. Non si può disconoscere però che i progressi scientifici sulla conoscenza del suolo, sul modo di vivere delle piante, sulla meccanica agraria, abbiano notevolmente integrato e in parte modificato le suddette pratiche tradizionali, dando loro un fondamento scientifico. Si hanno ora conoscenze già abbastanza precise sulla struttura del terreno agrario e sul comportamento dei principali suoi componenti, in varie proporzioni in esso associati. Scopo principale della lavorazione del terreno, come s'è detto, è quello di opportunamente modificare la struttura del terreno stesso aumentandone l'aereazione, ossia trasformandolo da compatto in lacunoso o soffice. Così facendo non s'ottiene solamente l'effetto di immettere aria nel terreno e con essa l'ossigeno necessario allo sviluppo delle radici nelle piante, alla trasformazione di materiali organici e anche minerali, all'attività utile della flora batterica del terreno, ma si consegue altresì un altro effetto importantissimo, quello di facilitare la penetrazione e la circolazione dell'acqua nel terreno, funzione questa di grandissima importanza, essendo l'acqua il principale alimento delle piante e l'unico mezzo di trasporto delle altre sostanze nutritizie assorbite dalle radici. E poiché l'acqua giunge nel terreno principalmente per mezzo delle precipitazioni meteoriche (la pioggia soprattutto), le quali possono essere più o meno copiose e variamente distribuite nel corso dell'anno, così si spiega come la lavorazione del terreno debba avere relazioni con il clima e con l'andamento stagionale.

I lavori molto profondi, p. es., che per certe colture (colture di rinnovo) sono indicatissimi in buona parte delle regioni italiane, dove hanno per scopo la formazione di un'abbondante riserva idrica durante i periodi piovosi, affinché le piante ne possano beneficiare nei periodi siccitosi, non hanno scopo invece, e non sono affatto utili, nelle più fresche regioni nordiche e neppure nelle regioni subaride della zona temperata-calda. Non è sempre utile il rovesciamento dello strato arabile.

Per facilitare la penetrazione dell'acqua meteorica nei terreni argillosi, che posseggono un'elevata capacità d'imbibizione, è utile rendere soffice il terreno, ma non affinarlo eccessivamente, soprattutto alla superficie, perché così facendo, alle prime piogge, la terra argillosa superficiale s'imbeve rapidamente e si gonfia tanto da divenire impermeabile e ostacolare l'ulteriore penetrazione dell'acqua. Da ciò la convenienza di eseguire le lavorazioni possibilmente quando il terreno è in tempera e di adoperare attrezzi bene adatti allo scopo. È bene rendere soffice il terreno, ma bisogna evitare che nel terreno lavorato rimangano grossi spazî vuoti o caverne, che riescono sempre dannose. Per effetto di lavori ben fatti, e occorrendo mediante apporto di concimi adatti, in certi casi anche di speciali correttivi, i terreni argillosi di tipo fortemente colloidale assumono una struttura grumosa o flocculosa che facilita la circolazione dell'aria e dell'acqua, con molto profitto delle piante destinate a crescere sui terreni stessi. Quando il terreno è ben lavorato e ben sistemato per lo scolo dell'acqua eccessiva, in esso avviene continua circolazione capillare dell'acqua, condizione questa eccellente perché, a mezzo dei peli radicali, le piante possano facilmente assorbire l'acqua e le sostanze nutritizie saline di cui abbisognano. L'acqua non deve mai rimanere assolutamente ferma nello strato di terreno dove si trovano le radici delle piante; quando ciò accade tutte le piante, eccezione fatta delle sole acquatiche, soffrono gravemente. Per evitare l'inconveniente di forti perdite d'acqua per diretta evaporazione del suolo durante i periodi siccitosi, giovano i lavori di sarchiatura per i quali, rimuovendo, di qualche centimetro soltanto, lo strato più superficiale del terreno, vengono interrotti i vuoti capillari conducenti alla superficie l'acqua circolante nel terreno. Per tutti i lavori del terreno, condizione essenziale di buon esito è la loro tempestività, la quale va determinata in rapporto alle vicende stagionali e alle fasi di sviluppo delle piante coltivate.

Bibl.: E. Ramann, Bodenkunde, Berlino 1911; U. Pratolongo, Chimica agraria, Milano 1925.

Approfondimenti

TERRENO > Enciclopedia Italiana - II Appendice (1949)

TERRENO (XXXIII, p. 644). - L'ammontare delle dotazioni assimilabili esistenti o di pronta elaborazione, e le condizioni di reazione, esprimono nel loro complesso la fertilità chimica attuale del terreno, per il miglioramento della quale la tecnica a... Leggi

TERRENO > Enciclopedia Italiana - III Appendice (1961)

TERRENO (XXIII, p. 644; App. II, 11, p. 982). - Fisica, chimica e fertilità del terreno agrario. - Una caratteristica che distingue i t. naturali di antica formazione è la differenziazione degli strati od orizzonti, succedentisi dall'alto in basso e ... Leggi

Terreno > Enciclopedia Dantesca (1970)

terreno (agg.). - Ricorre presso D. due volte nel Convivio e quattro nel poema, senza rilevanti escursioni semantiche.Come sinonimo di " terrestre ", " pertinente alla terra ", " appartenente al consorzio umano ", in sintagmi paralleli o complementar... Leggi

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