TEVERE

TEVERE

Enciclopedia Italiana (1937)
di Pietro FROSINI - Giuseppe LUGLI - Pietro FROSINI - Paolino MINGAZZINI -

TEVERE (lat. Tiberis; poet. Tibris, Thybris, Tiberinus; greco ὁ Τίβερις; fr. Tibre; sp. Tíber; ted. Tiber; ingl. Tiber; A. T., 24-25-26). - Corso d'acqua dell'Italia peninsulare, che nasce dal Monte Fumaiolo, nell'Appennino Centrale, e, attraversata Roma, quasi al termine del suo corso, va a sboccare nel Mare Tirreno fra Anzio e Civitavecchia. Il Tevere è il secondo dei corsi d'acqua italiani; per ampiezza di bacino, lunghezza del corso e quantità di acque convogliate, è molto inferiore al Po.

Notizie storiche. - Gli autori antichi non sono d'accordo sull'etimologia del nome: Varrone (De ling. lat., V, 29) dice che gli uni derivavano il nome dal regolo dei Veienti Thebris, gli altri dal re latino Tiberino. Questa è l'opinione più comune delle fonti pervenuteci. Tiberino, re degli Albani, sarebbe perito nelle acque del fiume che da lui ebbe il nome; prima, dice Varrone, e con lui altri, si chiamava Albula, dal suo colore. I poeti gli aggiungono spesso l'epiteto di flavus. Nel commento al v. 63 del libro VIII dell'Eneide Servio c'informa che nel tratto dei sette colli il fiume portava in antico altri nomi: Rumon, Serra, vocabolo usato nelle cerimonie sacre, e Tarentum.

Nel suo lungo corso dagli Appennini al Tirreno, il Tevere bagnava territorî di popoli di razza diversa, ai quali serviva in parte come confine e in parte come via di comunicazione: Etruschi, Umbri, Sabini, Fidenati e Latini si avvantaggiavano non solo dei prodotti che dai monti scendevano alla pianura, ma anche di quelli che dalle terre oltre oceano giungevano alla foce del fiume e venivano fatti risalire per mezzo di barche fino a una certa altezza. Nonostante l'innegabile importanza che aveva il Tevere come via di commercio, la navigazione del fiume era nell'epoca antica tutt'altro che facile per il percorso assai tortuoso, per le frequenti piene durante l'inverno e per le secche estive: prima che Claudio costruisse il nuovo porto nel braccio settentrionale del delta, le navi che approdavano alla sua foce trovavano ricetto in un ampio gomito che il braccio meridionale formava nell'evo antico e medio tra la foce e il Capo Due Rami, usufruendo dell'estuario come del solo porto possibile. Per la difesa di questo porto fu fondata (metà del sec. IV a. C.) Ostia, la cui importanza crebbe appunto con l'aumentare del commercio marittimo di Roma. F. Carcopino ritiene che prima ancora di Ostia esistesse quivi la città di Laurentum.

Si è discusso per secoli se il Tevere avesse fino dall'origine due rami nel suo delta, oppure se il solo ramo di Ostia fosse naturale e l'altro, quello di Fiumicino, scavato artificialmente. I dati archeologici sono tutti in favore di un solo ramo iniziale (cfr. Dionigi di Alic., III, 44), onde il secondo si deve ritenere opera, o di Claudio, che scavò le famose fosse tiberine per liberare Roma dalle inondazioni, oppure di Traiano per mettere in comunicazione il suo porto con il corso principale del fiume. Quest'ultima ipotesi è la più probabile. Il gomito del fiume scomparve nel 1567 in seguito a una grande piena che scavo un nuovo argine più breve. L'isola formata dallo scavo della Fossa Traiana si chiamò Sacra, sia perché adibita a sepolcreto degli abitanti di Porto, sia perché consacrata nei primi tempi del cristianesimo dall'approdo di tanti corpi e reliquie di martiri condotti in Roma da ogni parte dell'impero.

Di numerose inondazioni abbiamo ricordo nell'antichità per i gravi danni che apportarono alle popolazioni rivierasche e particolarmente alla città: la prima fu quella del 414 a. C., cui seguirono le due del 216 a. C.; altre avvennero durante la repubblica, negli anni 202, 195, 194, 191 (periodo eccezionalmente piovoso) 69 e 54. Di queste la più violenta di tutte sembra essere stata quella del 194. Sotto l'impero di Augusto, il flagello si ripeté varie volte (23 e 14 a. C.; 4 d. C.) e in alcuni casi accompagnato da temporali e da terremoti, per cui l'imperatore si preoccupò di porre finalmente un rimedio a questo male, cui seguivano ogni volta carestie e pestilenze, mediante un allargamento conveniente delle sponde del fiume e un approfondimento del suo letto nel tratto urbano. Egli preferì questa soluzione a quella più radicale di Cesare che aveva progettato di deviare il corso del Tevere dal Ponte Milvio lungo i Monti Vaticani, con lo scopo di allontanarlo dalla città e di facilitare, per mezzo di un alveo più diritto e profondo, il deflusso delle acque verso il mare. Il progetto di Augusto fu messo in opera nel 7 a. C. e fu affidato ai due curatori delle acque C. Asinio Gallo e C. Marcio Censorino, appositamente nominati. A somiglianza di quanto avevano fatto nel 54 a. C. i censori P. Servilio Isaurico e M. Valerio Messalla, i nuovi curatori procedettero a una limitazione delle sponde del fiume mediante cippi di travertino, fissando una zona entro la quale era vietato di fabbricare, piantare alberi, gettare immondizie, ecc. Tale limitazione fu rinnovata da Tiberio, da Caligola e da Claudio. Tiberio portò a 5 i membri del collegio delle acque dando loro il nome di curatores riparum et alvei Tiberis. Vespasiano riunì la direzione del corso urbano del Tevere sotto un solo magistrato, chiamato curator, che sotto Traiano ebbe anche la sorveglianza delle acque; Diocleziano gli cambiò il nome e il rango in quello di consularis e Onorio in quello di comes, conservando sempre l'unicità di direzione

I provvedimenti adottati da Augusto si dimostrarono all'atto pratico insufficienti allo scopo. Nel 15 d. C. si ebbe una nuova alluvione ancora più disastrosa delle precedenti, tanto che Tiberio diede l'incarico ai senatori Ateio Capitone e Lucio Arrunzio di studiare un nuovo progetto. Costoro proposero una serie di lavori molto costosi e destinati a disturbare troppi interessi: si trattava di deviare il fiume Clanis (Chiana) e di mandarne le acque nell'Arno, anziché nel Paglia e nel Tevere; quindi di chiudere lo sboceo del Lago Velino (Lago di Piediluco) verso il Nera, disperdendo per le campagne le acque così diminuite di quest'ultimo. A una tale soluzione protestarono tutti gli abitanti dei territorî interessati, Fiorentini, Interamnati, Reatini, con varî argomenti illustrati da Tacito negli Annali (I, 76).

Ma il problema si faceva sempre più urgente, onde Claudio si decise a porre mano a un nuovo progetto, completamente differente: in luogo di alleggerire la portata del fiume a monte di Roma pensò di facilitarne lo sfogo a valle, evitando le ultime curve più accentuate, e perciò, circa sei chilometri prima della foce, deviò le acque entro due larghe fosse rettilinee e parallele che sboccavano a sud del nuovo porto.

Sembra che questo rimedio portasse realmente qualche vantaggio perché Traiano, quando costruì il nuovo porto, conservò una delle fosse, cambiandone in parte il percorso, e in seguito non si parlò più di nuovi progetti: tuttavia le inondazioni si ripeterono abbastanza gravi negli anni 69, 105, 119, 139, 164 e 271.

Gli avanzi delle antiche banchine ritrovate in più punti lungo il corso urbano del Tevere, come pure i magazzini fluviali dell'età romana scoperti sotto l'Aventino, provano che il letto del fiume era nell'evo antico alquanto più basso dell'odierno, nella sua quota media (circa m. 1,50).

Il Tevere era attraversato, nel tratto urbano, da 9 ponti: Sublicio, Emilio, Fabricio, Cestio, di Agrippa, Neroniano, Elio, Aurelio, di Probo; e, nel tratto extraurbano, dal Ponte Milvio.

Bibl.: Alla bibliografia generale, aggiungere: H. Nissen, Italische Landeskunde, I, Berlino 1883, p. 308 segg.; H. Philipp, in Pauly-Wissowa, Real-Encycl., VI A, col. 792 segg.; G. Lugli, I monumenti antichi di Roma e Suburbio, II, Roma 1934, p. 278 segg.

Con la caduta dell'impero anche il Tevere vide diminuire il suo traffico. Insabbiato e quasi abbandonato il porto di Ostia, l'accesso alle navi divenne difficile e pericoloso, come pure il risalire l'alveo essendo le sponde infestate dai briganti. Ciò nonostante, anche durante il più oscuro Medioevo, per l'iniziativa o la volontà di qualche pontefice, la navigazione tiberina ebbe ancora qualche sprazzo di luce. Ma si tratta sempre di episodî più o meno isolati, ben lontani dallo splendore degli antichi fasti tiberini.

Bisogna arrivare alla fine del sec. XVII e al principio del XVIII, per ritrovare tentativi serî e fruttuosi per la ripresa del traffico tiberino. Nel 1692 Innocenzo XII fa costruire il porto di Ripagrande dotandolo di magazzini per l'approdo dei bastimenti provenienti dal mare e nel 1703 Clemente XI ordina la costruzione del porto di Ripetta per l'approdo dei navigli provenienti dall'Umbria e dalla Sabina. Neppure di questi due porti rimane oggi traccia, perché distrutti con la costruzione dei muraglioni. Il porto di Ripetta era opera dell'architetto Alessandro Specchi. Nel 1744 Benedetto XIV, nell'intento di migliorare la navigazione tiberina lungo tutto il Tevere da Perugia al mare, fece fare agl'ingegneri Chiesa e Gambarini il rilievo altimetrico e planimetrico dell'alveo, il più antico che si possegga e lavoro tuttora degno d'interesse.

A testimoniare del rinascente traffico fluviale sono da ricordare alcuni avvenimenti che possono gareggiare con quelli dell'epoca aurea romana, quali il trasporto per via fluviale avvenuto nel 1827-28 delle colonne di granito bianco del Sempione alte 14 metri per la ricostruzione della basilica di S. Paolo; nel 1840 il trasporto prolungato fino alla confluenza con l'Aniene degli obelischi di granito che ornano la villa Torlonia, e, sempre nel 1840 quello compiuto da Alessandro Cialdi (capo dell'armata pontificia, che dedicò tutta la sua attività al ripristino della navigazione tiberina facendo per primo solcare le acque tiberine da bastimenti a vapore) che condusse a Roma dall'Egitto per via marittima e fluviale colonne e massi d'alabastro per la basilica di S. Paolo.

Questa ripresa del traffico fluviale fu troncata poi dalla concorrenza della ferrovia. Già dal 1800 si può dire pressoché scomparso quello a monte di Roma, mentre quello a valle andava langueendo anche per il sopraggiungere dei nuovi eventi che fecero passare in seconda linea questo problema. Il governo italiano si limitò a migliorare e mantenere la navigazione fra Roma e il mare costruendo un apposito e attrezzato porto fluviale a S. Paolo e assicurando i fondali necessarî lungo l'alveo mediante l'opportuna e ben riuscita sistemazione dell'alveo stesso e migliorando l'imboccatura e il canale di Fiumicino. Questi lavori diedero un nuovo impulso alla navigazione, favorita dai migliorati mezzi di trasporto e dal maggior movimento di merci. Recentemente sono tornati nuovamente allo studio grandiosi progetti per rendere Roma "porto di mare".

Ma il Tevere è purtroppo celebre anche per le sue inondazioni che non pochi danni produssero, in passato, alla città che, per merito del governo italiano, è stata solo verso la fine del sec. XIX liberata da questo flagello.

Di queste disastrose inondazioni il Bonini nel suo Tevere incatenato ne ricorda ben 37 fino a quella del 1660 che descrive minutamente; altre nove sono avvenute in seguito, fino a quella del 1870, ultima fra quelle che funestarono Roma. A cominciare da quella dell'anno 1378 si hanno ricordi di queste inondazioni costituiti da lapidi murate in varî edifici della città nelle quali è indicato il livello raggiunto dalle acque. Sono ben note quelle tuttora esistenti sulla facciata della chiesa della Minerva. Costruito il porto di Ripetta, i livelli delle inondazioni, anche delle più antiche di cui era stato tramandato il ricordo, furono segnati sulle due colonne che ne ornavano il ripiano superiore. Dopo il 1822, anno in cui per la misura del livello dell'acqua fu installato un idrometro del quale un tratto si trova tuttora nella Via di Ripetta, detti livelli furono riportati anche sull'idrometro. Da questi segni risulta che l'inondazione del 1598, che avrebbe raggiunto il livello di m. 19,55 all'idrometro, sarebbe la più elevata di tutte; quella del 1870 avrebbe raggiunto il livello di m. 17,2z, non più toccato in seguito. Basta osservare le numerose lapidi tuttora che esistono a ricordo della piena del 1870 per convincersi come tutta la vecchia Roma dovesse trasformarsi in un lago; in molti punti l'altezza dell'acqua dal suolo superò i tre metri.

Consoli, imperatori e papi non mancarono di far studiare il modo d'impedire queste disastrose inondazioni. Giulio Cesare aveva divisato di deviare il Tevere e con un nuovo alveo portarlo a sboccare nelle Paludi Pontine, mentre Augusto provvide a una sistemazione dell'alveo per facilitare il deflusso delle acque. Sotto Tiberio i consoli e gl'ingegneri interrogati avevano proposto di divertire dal Tevere le acque di tutti gli affluenti. L'impresa sembra che non si potesse neppure iniziare, sia perché le popolazioni delle provincie, le cui terre dovevano essere allagate protestarono vivamente, sia perché i Romani sembra non vedessero troppo volentieri una riduzione delle acque del fiume che ne avrebbe diminuita l'imponenza. A Traiano e ad Aureliano sono dovuti notevoli progetti di protezione dell'Urbe dalle inondazioni che però non è certo se furono eseguiti. Il primo sembra abbia ideato o fatto costruire una fossa laterale per lo scarico delle acque di piena che doveva attraversare i prati di Castello, ma di essa non è peraltro rimasto nessun ricordo; il secondo si dice facesse costruire veri e proprî muraglioni per il contenimento delle acque. Durante il dominio dei papi non furono mai iniziati serî lavori per la difesa di Roma dalle inondazioni, sebbene sotto Sisto V e Urbano VIII siano state nuovamente affacciate alcune delle proposte già concepite nell'antichità.

Il governo italiano, che qualche mese dopo l'entrata delle truppe in Roma si trovò di fronte alla memoranda inondazione del 1870, risolvette questo secolare problema con la costruzione dei muraglioni che "incatenano" il Tevere per quasi tutta la traversata della città. Essi hanno corrisposto al loro scopo e la piena del 1870 fu davvero l'ultima che produsse inondazione della città. Recentemente l'opera di protezione è stata completata con la costruzione delle arginature in terra che, da S. Paolo al mare, proteggono anche le campagne prima sempre allagate.

Notizie geografiche e idrologiche. - Il Tevere nasce dalle pendici del Monte Fumaiolo (v.) all'altezza di 1268 metri, da un gruppo di modestissime sorgenti dette "le vene del Tevere"; da qui si forma un piccolo ruscello che precipita fra rupi e balze verso sud e dopo pochi chilometri di percorso attraversa il primo centro abitato, Pieve S. Stefano. Sempre proseguendo verso sud sbocca nella cosiddetta Val Tiberina dove divaga nell'ampia valle e poi, lambite le mura di S. Sepolcro, ultima cittadina toscana, passa per Umbertide e Città di Castello entrando così nell'Umbria, e prosegue sempre diretto a sud ampliando e allargando il suo alveo, fino sotto Perugia, dove si unisce al Chiascio, primo dei suoi affluenti importanti scendente dal versante orientale del bacino.

Giunto sotto Todi, dopo avere attraversata da nord a sud la pianura umbra, volge il suo corso a SO. aprendosi il passo nella stretta gola del Forello, fino a che, giunto sotto Orvieto, incontra il Paglia, unico affluente importante del versante destro, il quale raccoglie le acque scendenti dalle pendici dell'Amiata e quelle della Chiana romana. Alla confluenza col Paglia, il Tevere cambia nuovamente e bruscamente direzione volgendosi a SE. e proseguendo in una valle abbastanza ampia dove divaga mutando continuamente letto, fino a Orte dove si unisce al Nera, il più importante dei suoi affluenti, ricco di acque limpide e perenni. Divenuto fiume reale, in un alveo unicursale, largo da 100 a 200 metri e profondo in magra da uno a tre metri, entro una vallata sufficientemente ampia, che allaga sempre nelle sue piene, prosegue verso il sud. Si alternano in questo tratto i meandri, tra cui ben noto, per la sua caratteristica forma di fiasco, quello di Ponzano; l'asse fluviale, appoggiandosi al piede delle colline vulcaniche che formano il versante destro, descrive un'ampia curva volgendosi a SO. fino al suo ingresso in Roma. Si arricchisce in questo tratto delle limpide acque del Farfa e dell'Aniene e, raccolti così i tributi di quasi tutto il suo bacino, entra passando sotto gli archi del vetusto Ponte Milvio in città, che attraversa stretto fra gli alti muraglioni passando sotto altri 14 ponti. Oltrepassata l'Isola Tiberina, l'antico porto di Ripagrande e il moderno porto fluviale di S. Paolo, dopo un'altra quarantina di chilometri di percorso costeggiando la Via del Mare e sempre contenuto dalle recenti arginature, raggiunge Capo Due Rami dove si biforca: il ramo sinistro, detto la Fiumara, passa in vicinanza dei ruderi dell'antica Ostia e va a sboccare a mare, costituendo la vera foce del Tevere; quello destro, artificiale, il cosiddetto canale navigabile di Fiumicino, passa per il paese omonimo e lo sbocco a mare costituisce il porto d'imbocco e di approdo della navigazione fluviale.

Dalle sorgenti alla foce il Tevere è lungo km. 396 e il suo bacino imbrifero ha una superficie di kmq. 17.156; di questi, 1963 appartengono all'affluente Chiascio, kmq. 1034 al Nestore, compresa la superficie dello specchio liquido del Trasimeno; 1338 al Paglia, 4280 al Nera e 1446 all'Aniene. Il Nera con i suoi affluenti e subaffluenti, Velino, Salto e Turano, contribuisce per circa un quarto alla formazione del bacino del Tevere.

Il bacino imbrifero del Tevere, partendo dal suo punto più settentrionale, è limitato da due linee spartiacque di cui quella orientale passa in massima parte lungo il crinale appenninico mantenendosi sempre a quota elevata, toccando le due cime più elevate di tutto il bacino: Monte Velino (m. 2487) nel gruppo montuoso omonimo e Monte Vettore (m. 2478) nel gruppo dei Sibillini.

Lo spartiacque occidentale passa prima lungo una serie di brevi catene dell'Antiappennino Toscano, non molto elevate, poi sull'argine di separazione delle Chiane; raggiunge la cima del Monte Amiata (m. 1734) e poi si svolge lungo la serie di colline vulcaniche le cui cime non raggiungono i 1000 metri (Monti Vulsini, Cimini, e Sabbatini).

L'altitudine media dell'intero bacino è di m. 524; il 33% della superficie è quasi pianeggiante (inferiore a 300 metri di altezza) il 52% collinosa (fra 300 e 900 metri di alt.); la parte montuosa è solo il 15% e quasi tutta nel versante orientale. Nell'interno del bacino si contano numerosi laghi, il più grande dei quali è il Trasimeno, che ha 128 kmq. di specchio liquido; gli altri (Vico, Mezzano, Piediluco, Albano) tutti, meno quello di Piediluco, vulcanici, hanno pochi kmq. di specchio liquido.

Se si osserva su una carta topografica il bacino del Tevere e il suo sistema idrografico, si nota che l'alveo è pressoché simmetrico allo spartiacque fino quasi alla confluenza col Paglia, mentre nel tratto rimanente si appoggia decisamente allo spartiacque occidentale tanto che, mentre la distanza da questo varia da 15 a 30 km., quella dallo spartiacque orientale supera sempre i 50 e raggiunge anche gli 80. Ciò è in relazione al modo come si è formato il sistema idrografico tiberino, modo che differisce da quello con cui si sono formati la maggior parte dei corsi d'acqua e che costituisce una caratteristica del Tevere. Infatti le "condizioni del corso del Tevere sono strettamente collegate con le vicende geologiche alle quali soggiacque la contrada da esso percorsa. Nell'epoca che immediatamente seguì il sollevamento della catena appenninica il Tevere, assai probabilmente, aveva la sua foce al termine del primo tratto e i suoi principali affluenti, il Nera cioè e l'Aniene, versavano le proprie acque direttamente al mare, le cui onde lambivano i piedi dei monti appenninici. Ma svoltosi poi potentemente il vulcanismo, apparsi i coni eruttivi in linea parallela alla catena dell'Appennino da Napoli alla Toscana, emerse le terre circostanti e le spiagge marine ridottesi all'incirca nell'attuale conformazione, venne sbarrata la via al corso del Tevere, al quale convenne cangiare bruscamente la sua direzione primitiva per correre fra i sollevamenti vulcanici fino a raggiungere una depressione o frattura per la quale riprendere il primitivo andamento e senz'altri ostacoli raggiungere il mare. Il potente svolgimento del vulcanismo in questa regione fu la causa pertanto che condusse il Tevere ad essere il presente collettore di un'assai larga plaga di territorio. Al ciglio poi dell'altipiano della Campagna romana fra i monti di S. Paolo e le colline di Piscierelli fino allo sbocco del rio Galera deve essere stata in appresso la foce del Tevere; poiché ivi comincia a costruirsi il gran delta che obbliga il fiume ad avanzarsi continuamente nel mare a cagione del continuo insabbiamento". Così scrisse il Betocchi e più recenti indagini hanno poi mostrato come dal Paglia a Roma si sia prima formato un vero e proprio lago dove si accumularono le acque del Tevere, del Nera e dell'Aniene, le quali si aprirono poi un varco incidendo il punto più depresso della serie delle colline vulcaniche fra i monti Sabatini e i colli Laziali sul quale doveva sorgere Roma.

Il nuovo fiume partecipò così dei caratteri di tre distinti corsi d'acqua formatisi in territorî affatto diversi.

Infatti mentre l'alto Tevere, cioè quello che si potrebbe chiamare il Tevere primitivo, si era formato in terreni non molto antichi, costituiti da calcari, arenarie, scisti, argille e sabbie prevalentemente impermeabili e non molto elevati, il Nera e l'Aniene svilupparono il loro sistema idrografico nei terreni più antichi dell'Appennino Centrale, molto più elevati, costituiti quasi interamente da calcari permeabili o permeabilissimi che dànno origine a un'imponente circolazione sotterranea delle acque, affiorante poi in numerosissime sorgenti alcune delle quali veramente imponenti.

I bacini del Nera e dell'Aniene sono infatti molto elevati (Nera alt. media m. 903, Aniene m. 523) tanto che, contrariamente a quanto avviene generalmente, l'altitudine media del bacino del Tevere non va decrescendo regolarmente con l'aumentare del bacino. Infatti, mentre quella relativa alla parte limitata alla confluenza col Nera (questo escluso), è di soli m. 437, dopo la detta confluenza sale a m. 742 e quella dell'intero bacino è ancora superiore a quella della parte più a monte.

Nel versante orientale alcuni corsi d'acqua si sono sviluppati su altopiani dai quali precipitano nelle sottostanti valli di erosione formando cascate; la più settentrionale è quella di Pale presso Foligno alta un centinaio di metri dalla quale il Menodre si getta nella sottostante vallata umbra; poi quella celebre delle Marmore (v.) presso Terni, alta duecento metri da cui precipitano nel sottostante Nera le acque del Velino; ultima quella ben nota dell'Aniene a Tivoli, alta un centinaio di metri.

Alle condizioni altimetriche del bacino fa riscontro la distribuzione delle piogge sulla quale il rilievo ha una decisiva influenza. Infatti su quasi tutto il versante orientale l'altezza annua media della precipitazione è superiore a 1000 mm. e nei gruppi montuosi più elevati e opportunamente esposti sale ad oltre 1500 mm., mentre nel versante ovest lungo la valle del Tevere e presso il litorale scende a valori molto inferiori.

Sull'intera superficie del bacino l'altezza media è di mm. 1018; per la parte limitata al Chiascio mm. 1037, per quella limitata al Paglia mm. 1018. Nel bacino del Nera essa risulta di mm. 1019 e di mm. 1222 in quello dell'Aniene che è il più piovoso di tutti gli affluenti del Tevere.

La distribuzione nell'anno, pressoché uniforme su tutto il bacino, è caratterizzata da un minimo in estate, precisamente nel mese di luglio durante il quale la precipitazione media scende a una frazione molto piccola del totale annuo (circa il 3%); da un massimo in autunno (novembre) durante il quale sale a circa il 13%; in primavera si ha un altro massimo, inferiore a quello autunnale, dell'ordine dell'11%. Il regime pluviometrico dominante nel bacino è il sublitoraneo appenninico.

Il regime idraulico del fiume è naturalmente in relazione alla natura dei terreni del suo bacino e alla distribuzione delle piogge. I dati della seguente tabella, relativi ad alcune sezioni caratteristiche del fiume, mostrano la variabilità della portata annua media e quindi del deflusso, lungo l'asta fluviale.

L'aumento è naturalmente progressivo col crescere del bacino imbrifero; ma mentre fino alla confluenza col Nera è assai modesto passando dai 25,8 mc./sec. di Barca di Torgiano, a monte della confluenza col Chiascio, a 68,8 in quella di Baschi, poco a monte del Nera, dopo di questa l'aumento è molto maggiore in confronto all'aumentato bacino, giungendo a 178 mc./sec. ad Orte per arrivare a 217,5 a Roma dove ormai ha raccolto i contributi di quasi tutto il bacino; quest'ultima portata si può considerare come il "modulo" del Tevere.

L'importanza enorme del contributo del Nera, che fa quasi triplicare il modulo relativo del fiume è così evidente; e apparisce ancora maggiore dal confronto dei valori medî mensili di cui i grafici della figura e i dati della tabella dànno una chiara rappresentazione.

La variazione della portata nell'anno è abbastanza uniforme lungo tutto il corso d'acqua ed è caratterizzata da un periodo di minori portate (magra) che si estende ai mesi di luglio, agosto e settembre e da un periodo di maggiori portate in primavera; ma, mentre il periodo di magra è pressoché identico in tutte le sezioni, quello di abbondanza subisce qualche variazione passando da monte a valle. Nelle sezioni da Barca di Torgiano a Baschi, fino cioè a monte del Nera, le portate invernali tendono a superare quelle primaverili; in quelle a valle, queste ultime sono nettamente superiori.

Vi è poi un enorme aumento delle portate di magra che da 10 mc./sec. a monte della confluenza col Nera sale, dopo di questa, a oltre 90 mc./sec. Si può ritenere che la portata di magra del Tevere a Roma sia per i 9/10 formata dal Nera; essa non scende che raramente al disotto di 100 mc./sec. ed è superata solo, fra i corsi d'acqua italiani, da quella del Po.

Il regime fluviale del Tevere è a "magre estive" con carattere prevalentemente torrentizio fino al Nera, perenne e torrentizio insieme, nel tronco a valle fino alla foce. In quest'ultimo, insieme con una notevole perennità, superiore anche a quella dei maggiori corsi d'acqua alpini, ha tuttavia imponenti manifestazioni torrentizie caratterizzate da piene improvvise e disastrose.

Questo duplice carattere suscitò le meraviglie dei primi studiosi del fiume, fra cui il Lombardini, il quale ritenne il fiume alimentato da un deflusso superficiale, al quale erano da attribuire le manifestazioni torrentizie, e da un deflusso sotterraneo assicurante la perennità e che egli ritenne provenire da enormi serbatoi sotterranei situati nelle viscere delle montagne.

In effetto, tanto le diversità che si riscontrano nella variazione delle portate nelle varie sezioni, quanto l'enorme aumento della portata di magra dopo la confluenza col Nera sono dovute alla funzione idrologica dei terreni permeabili di tutto il versante orientale del bacino, i quali assorbono le abbondanti piogge e nevi che vi cadono, le immagazzinano per restituirle poi regolate con qualche ritardo nel tempo; essi hanno cioè una funzione regolatrice analoga, sebbene diversa nella forma e nel tempo, a quella dei ghiacciai nei bacini alpini.

Delle numerose sorgenti di cui è ricca la parte orientale del bacino ricorderemo quella del Peschiera presso Cittaducale (Rieti) che fornisce al Velino la maggior parte della portata perenne e che può considerarsi come una delle più grandi che si abbiano in Italia ha una portata che non scende mai a meno di 19-20 mc./sec. Nell'Aniene si trova poi, a valle di Subiaco, un gruppo importante di sorgenti, che in antico alimentavano gli acquedotti romani, e che, tuttora, servono per l'alimentazione idrica della capitale.

La perennità del fiume ha permesso in ogni tempo lo sviluppo della navigazione in un lungo tratto del suo corso. Alla sua torrenzialità si devono le piene e conseguenti inondazioni di Roma che, fino all'inizio del sec. XX, come è detto nel cenno storico, hanno costituito il grave pericolo per la capitale e che tutt'oggi allagano le campagne a monte. Non sarà difficile a chi percorra durante la stagione invernale la ferrovia Orte-Roma vedere tutta la vallata del Tevere trasformata in un vasto lago dalle acque limacciose e giallastre che hanno fatto dare al fiume il nome di "biondo Tevere".

La portata del fiume, durante queste piene eccezionali, è stata sempre difficile a valutarsi con esattezza; i tentativi furono numerosi dopo la piena del 1870 durante il tempo in cui si studiavano provvedimenti per proteggere Roma dalle inondazioni. Si può dire che, allora, quasi tutti gl'idraulici se ne interessarono fornendo i dati più disparati, dai 2800 mc./sec. del Possenti ai 4500 e 5000 del Baccarini e del Bocci; di recente, gli uffici statali in base a misurazioni sistematiche l'hanno stabilita in 3300 mc./sec.

Lo sfruttamento delle risorse idriche si è esteso specialmente nel versante orientale del bacino dove la maggiore ricchezza e perennità delle acque si accoppia a pendenze più forti degli alvei. Ma i maggiori e più importanti centri di produzione si trovano ai piedi delle cascate naturali già ricordate.

In modo particolare va ricordato lo sfruttamento, pressoché completo, delle risorse idriche del Nera e del Velino che ha il suo nucleo principale ai piedi della cascata delle Marmore. Nella sola centrale, detta del Galleto, costruita pochi anni fa, e fra le più potenti e moderne d'Europa, si producono più di 250.000 cavalli di potenza. Per meglio utilizzare le acque del Nera esse sono state deviate dal loro corso naturale e inviate a mezzo di una galleria lunga 40 km. nel Lago di Piediluco dal quale vengono poi derivate insieme con quelle del Velino e utilizzate nella suddetta centrale di Galleto.

Anche ai piedi della cascata dell'Aniene a Tivoli è sorto un importante centro di produzione di energia idroelettrica, oltre ad altri impianti disposti lungo il corso del fiume (v. aniene). Anche qui una moderna centrale può produrre diverse diecine di migliaia di cavalli che servono quasi esclusivamente per il fabbisogno della capitale. Secondo una recente indagine, nel bacino del Tevere si producono attualmente più di 300.000 HP e dalla completa utilizzazione delle sue risorse idriche se ne potrebbero ricavare oltre 700.000. (V. tavv. XCIX e C).

Bibl.: Esiste un Saggio di biblografia del Tevere, compilato da E. Narducci, e pubblicato nel Boll. della Soc. Geografica, 1876, fasc. 5°. Dopo detto anno la bibliografia tiberina si è notevolmente arricchita. Ricordiamo, fra le pubblicazioni più recenti: Atti della Commissione di vigilanza sui lavori di sistemazione del Tevere, Roma 1897; Atti della Commissione nominata dal ministro dei LL. PP. per riferire sui danni ai muraglioni del Tevere e proporre i necessari provvedimenti, ivi 1901; D. Bocci, Dell'abbassamento delle piene in Roma restringendo l'alveo nelle acque magre, ivi 1883; id., Della portata del fiume Tevere, in Il Politecnico, 1883, 1884; id., Il delta tiberino, in Giornale del Genio civile, 1892; L. Bonamico, Brevi cenni sulla navigazione del Tevere, Roma 1930; R. Canevari, Dei lavori di sistemazione del tronco urbano del Tevere in rapporto alle acque vaganti nel sottosuolo di Roma, ivi 1890; id., Degli effetti sulle piene del Tevere della sistemazione eseguita, ivi 1897; C. Cipolletti, Progetto di sistemazione del Tevere e della sua vallata nel tratto Roma-mare, ivi 1905; L. Cozza, La sistemazione del Tevere all'Isola di S. Bartolommeo, ivi 1908; L. F. De Magistris, Le torbide del Tevere e il valor medio della denudazione nel bacino tiberino a monte di Roma, in Riv. geogr. ital., 1903; C. Diotallevi, Le inondazioni del Tevere nel periodo di 1500 anni, in Il Secolo XX, Milano 1915; P. Frosini, Studio idrologico del bacino del Tevere, Roma 1931; id., Le risorse idrauliche per forza motrice nei bacini con foce al litorale del Lazio, ivi 1928; id., Le piene del Tevere nell'inverno 1928-29, ivi 1934; Min. agr. ind. comm., Carta idrografica d'Italia "Il Tevere", 1a e 2a ed. 1898, 1906; Min. dei LL. PP. Direzione generale delle opere idrauliche, Rilievi, osservazioni ed esperienze sul Tevere, ivi 1882; Min. LL. PP. Servizio idrografico, Fiume Tevere. L'idrometro di Ripetta, ivi 1924; T. Montanari, Sulla portata e sul regime del Tevere, in Il Politecnico, 1882; A. Mori, Le sorgenti del Tevere, in Giornale del Genio civile, 1882, id., Scala delle velocità nel Tevere, ibid., 1883; G. Ponzi, Sui lavori del Tevere e sulle variate condizioni del sulo romano, Roma 1880; C. Possenti, Sui mezzi di rendere le piene del Tevere innocue alla città di Roma, in Giorn. del Genio civile, 1871; M. Pensuti, Il Tevere. Contributi alla storia, alla leggenda e alla bibliografia del Tevere, Roma 1923; id., Il Tevere nei ricordi della sua navigazione attraverso i secoli, ivi 1925; P. Salatino, Sulla canalizzazione dell'alveo di magra del Tevere a valle di Roma per il ristabilimento della navigazione, in Annali LL. PP., 1924, fasc. 10°; A. Smith Strocher, The Tiber and ist tributaries, their natural history and classical associations, Londra 1877; A. Vescovali, Sul proposto restringimento dell'alveo di magra del Tevere per diminuire l'altezza delle piene in Roma, in Giorn. del Genio civile, 1882.

Mitologia. - Come in tutti i fiumi, anche nel Tevere, secondo. la credenza degli antichi, risiedeva un dio, che ne era come l'anima. Nei rití, il Tevere era invocato col nome di Tiberinus o pater Tiberinus, ciò che viene confermato dalle iscrizioni a lui dedicate. Il suo culto non sembra fosse molto diffuso. Sappiamo solo che nell'Isola Tiberina gli era dedicato un santuario, la cui festa inaugurale cadeva l'8 dicembre, e che il 7 giugno la corporazione dei pescatori del Tevere celebrava feste in suo onore. Anche le rappresentazioni figurate conservateci non sono numerose: la più celebre è quella del Museo del Louvre, che ce lo mostra nel consueto tipo delle personificazioni fluviali, con l'aggiunta di qualche attributo caratteristico, quale la lupa con i gemelli; simile è la statua sulla Piazza del Campidoglio.

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