THEVESTE

    Enciclopedia dell' Arte Antica (1966)

di P. Romanelli

THEVESTE (Theveste, Thebeste, Tebeste). - Città dell'Africa che, forse, già prima della conquista romana, fu uno dei pochi centri urbani di una qualche importanza nell'interno della regione. Fu per breve tempo, tra la fine del I e il principio del II sec. d. C., sede della legione e del comando militare dell'Africa; ebbe successivamente il diritto prima di municipio poi di colonia; fu nodo stradale importante per le comunicazioni da un lato con Cartagine e con Cirta dall'altro con la zona del limes; già avanti Diocleziano fu distaccata dalla Numidia e aggregata all'Africa Proconsolare. Rifiorì ad opera di Giustiniano che la circondò di una nuova cinta di mura.

Della città romana è tuttora visibile l'impianto generale nell'andamento delle vie del centro moderno, sia all'interno della cerchia bizantina, sia all'esterno, ai lati delle strade verso Cartagine e verso Cirta-Costantina. Identificata è la zona del Foro, adiacente alla quale sono i resti di un edificio in pietra che impropriamente è stato chiamato "casa". Noti altresì, ma ridotti a pochi avanzi o non ancora sufficientemente esplorati, sono il teatro, l'anfiteatro (da recenti scavi sembra che il suo perimetro non fosse ovale, ma costituito da due mezze circonferenze unite da una parte rettilinea) l'acquedotto e un arco sulla via che andava a Cirta. Ben conservati invece, e fra i monumenti più noti dell'Africa romana, sono l'arco quadrifronte di Caracalla e un tempio, pure esso del principio del sec. III. Il primo, incorporato nella cerchia bizantina, di cui divenne la porta settentrionale, è un quadrato di m 10,94 dilato; alla stessa misura si attiene anche l'altezza, dalla base fino a tutta la trabeazione, esclusi gli elementi di coronamento: esso costituiva pertanto nella sua parte bassa un cubo quasi perfetto (10,94 × 10,93). Le quattro fronti recavano ognuna due coppie di colonne in avancorpo ai lati dei fornici; al di sopra di questi si trova un medaglione con busto di divinità (meno che su quello del lato settentrionale che rimase liscio); lo stile delle figure e quello delle cornici e dei cassettoni per la sovrabbondanza delle decorazioni e l'esecuzione dura e fortemente chiaroscurata rispondono al gusto dominante nella regione in questo periodo. Tre iscrizioni, incise sul fregio di tre delle fronti, portano le dediche a Settimio Severo, già divus, a Giulia Domna e a Caracalla; la quarta iscrizione, di età bizantina, che si vede nel quarto lato, fu posta qui nei restauri moderni; un'altra epigrafe, che ricorda il donatore, C. Cornelio Egriliano, e le sue munificenze, è nell'interno dell'arco. Assai discusso è il problema della copertura e del coronamento di questo; ché né gli elementi superstiti e il parziale restauro fattone, né i dati forniti dall'epigrafe di Egriliano, di non chiara interpretazione, danno sufficienti indizî per una ricostruzione sicura: il Meunier ha pensato ad un'alta lanterna ottagona, simile a quella supposta dall'Aurigemma per il giano di Tripoli, ma fasciata alla base, su ognuna delle quattro facce, da un'edicola analoga a quella ricostruita nel restauro moderno; altri ad una cupola bassa, sempre entro le quattro edicole.

Il secondo edificio superstite è un piccolo tempio (di m 18,80 × 9), in antico situato all'interno di un'area porticata. È un prostilo tetrastilo, su alto podio, con due colonne in luogo delle ante e pronao molto profondo; le pareti esterne della cella sono ornate di paraste con capitelli corinzî come quelli delle colonne. L'architrave porta una decorazione a pannelli. Un elemento singolare è rappresentato dall'attico al di sopra della cornice, anche esso decorato da analoghi pannelli scolpiti. Lo stile e i motivi delle sculture e della decorazione dei cassettoni del pronao, analoghi a quelli dell'arco, si inquadrano anch'essi nell'arte e nell'ambiente dell'inizio del III secolo. Si ignora la divinità a cui il tempio era dedicato.

Ancora per lunghissimi tratti sono superstiti le mura bizantine, costruite in gran parte con materiale di spoglio.

Th., che era sede episcopale già alla metà del III sec., è soprattutto famosa per il complesso monumentale cristiano, il più grandioso forse di tutta l'Africa romana, che sorge a poca distanza dalla città verso N-E lungo la strada che andava a Cartagine. Esso è formato da più elementi la cui cronologia e destinazione non sono sempre molto chiare. All'origine era qui un'area sepolcrale, nella quale dovettero essere sepolti anche dei cristiani, forse dei martiri. In corrispondenza di una catacomba, verosimilmente in età costantiniana o subito dopo, dovette sorgere una prima chiesa che, demolita alla fine del IV sec. al tempo di Teodosio, forse perché troppo modesta, fu sostituita dalla basilica attuale e dai suoi molteplici annessi. Dalla navata destra della chiesa si accedeva mediante una gradinata ad una grande cappella tricora, che probabilmente corrisponde al sito dell'altare della prima chiesa; era ornata con molta ricchezza e in un secondo tempo accolse sepolcri coperti da mosaici.

Qualunque sia la successione delle diverse costruzioni non v'ha dubbio che in epoca vandalica e bizantina varie modifiche ed aggiunte furono apportate al complesso monumentale: ad uno di questi due periodi va attribuita la cerchia, munita di torri, entro cui esso fu racchiuso.

Mosaici (fra cui uno con la nascita di Afrodite, un altro con la trasformazione di Dafne, ecc.), sculture, piccoli oggetti di terracotta sono raccolti in un museo già collocato nel tempio romano, ma di cui è prevista una nuova sede apposita. Un sarcofago è nella chiesa parrocchiale: esso è particolarmente interessante per la figurazione del pannello centrale, nella quale G. Wilpert riconobbe la personificazione della Chiesa Romana, e che attribuì al sec. VI.

Bibl.: S. De Roche, Tébessa. Antique Th., Algeri, s. d., 1952: piccola monografia accompagnata da molte illustrazioni, ma molto modesta e non sempre esatta nel testo; ampia bibl. anteriore; fra questa da ricordare: A. Ballu, Le monastère byzantin de Tébessa, Parigi 1897; St. Gsell, Mon. Antiq. Algérie, Parigi 1901; id., Le musée de Tébessa, nella collez. Musées de la Tunisie et de l'Algérie, Parigi 1902; R. Cagnat, Carthage, Timgad, Theveste, Parigi 1910; A. Truillot, Autour de la basilique de Tébessa, in Rec. Const., 1934, p. 115 ss. Per l'arco; J. Meunier, L'arc de Caracalla à T., in Rev. Afric., LXXXII, 1938, p. 85 ss.; U. Ciotti, Del coronamento degli archi quadrifronti. Gli archi di Tébessa e di Tripoli, in Bull. Com., LXXII, 1946-47; Appendice, XV, p. 21 ss. Per il sarcofago cristiano: G. Wilpert, Sarcof. Crist. Ant., III, 1936, p. 57 ss., tav. CCXCVII.

(P. Romanelli)

Invia articolo Chiudi