CRISPI, Tiberio

Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 30 (1984)

di Luisa Bertoni

CRISPI, Tiberio. - Nacque a Roma nel 1497 da Vincenzo e da Silvia Ruffini, concubina del cardinal Alessandro Farnese che nel 1534 salirà al soglio pontificio col nome di Paolo III le fonti insistono nel sottolineare il grande affetto che per il C. nutrì Costanza Farnese, figlia della stessa Ruffini e del cardinal Alessandro.

Compiuti a Roma gli studi, il C. visse sotto la protezione del cardinal Farnese. Presi gli ordini ed entrato in Curia, la sua inclinazione per le lettere - era intimo di Paolo Giovio - e per le arti, la forbita eloquenza e le capacità filosofiche fecero del C. il classico prelato rinascimentale, animato da spiriti mondani, mecenate di artisti, amante di un fasto raffinato. Canonico della basilica vaticana, fu creato vescovo di Sessa Aurunca il 6 luglio 1543 e l'anno seguente, il 19 dic. 1544, cardinale diacono di S. Agata, sembra anche grazie alle intercessioni di Costanza, dal momento che, secondo il Massarelli, il C. non era del tutto degno della porpora. In effetti il C. aveva già servito egregiamente il pontefice: soffocata dalle armi spagnole e di Pier Luigi Farnese la rivolta del 1540 di Perugia contro il dominio pontificio che aveva accresciuto l'aliquota della tassa del sale (la cosiddetta guerra del sale), il C. ebbe affidato il governo della città.

A lui si deve la costruzione della fortezza Paolina, che doveva costituire per i Perugini un chiaro monito al rispetto e all'obbedienza. La posizione geografica della città presentò varie difficoltà che furono però superate egregiamente da Antonio da Sangallo, a cui si debbono i disegni della fortezza. La rocca fu terminata poi dall'architetto perugino Galeazzo Alessi. Durante il suo soggiorno a Perugia il C. ospitò numerose volte Paolo III, il quale concesse alla città nuovamente sottomessa assoluzione da tutte le censure, riconfermò gli statuti, dette la dispensa dai nuovi pesi imposti dopo la ribellione, istituì un magistrato cittadino composto di quaranta persone, dieci delle quali alla volta dovevano tenere per tre mesi l'amministrazione al posto dei priori istituì dei capitani per il contado e condonò le imposizioni ai fuochi. Ciononostante l'antica indipendenza di Perugia era perduta e la vita della città dipendeva dalla personalità del legato pontificio.

Il C. raccolse intorno a sé i letterati della città, fra cui Francesco Coppetta dei Beccuti. Sotto il suo patrocinio si formò un'accademia, probabilmente quella degli Atomi e al C. fu dedicato il componimento polimetro, Ate, Signor, che con paterno impero, di vari autori. Del tutto ostile invece il giudizio del Bontempi: egli scrive che il governo del C., che era tra l'altro assai avaro e inflessibile nell'esigere i tributi e i pagamenti e nel levare le milizie, fu "molto arbitrario e tirannico. Ha dato molte spese alla città, e molto più al contado: pure, Dio sia laudato, ne siamo usciti dalle sue mani" (p. 395).

Infatti nel 1542 Paolo III aveva richiamato il C. da Perugia e lo aveva nominato castellano di Castel Sant'Angelo. Entrò in carica ai primi di giugno e vi risiedette fino all'aprile del 1545, malgrado le successive elevazioni al vescovato e al cardinalato.

Tra le opere portate a termine dal C. in Castel Sant'Angelo sono da ricordare la polveriera, che costò alle casse pontificie molte centinaia di ducati, nonché la costruzione della loggia che guarda verso i Prati. Altre due opere ricevettero impulso dal C.: l'appartamento pontificio e la fortificazione di Borgo. I mandati camerali degli anni dal 1542 al 1544 contengono forti somme destinate all'ampliamento e alla decorazione dell'insieme dei fabbricati che occupa la parte superiore del castello. Il C. chiamò ad affrescare le sale Paolina, di Perseo, di Amore e Psiche e la biblioteca artisti della levatura di Perin del Vaga. Il papa aveva lasciato mano libera al C., sotto la cui direzione l'appartamento pontificio venne decorato di pitture traboccanti di rinascenza pagana. Nella camera di Perseo splendidi festoni di frutta e gruppi di donne con l'unicorno alludono agli emblemi dei Farnese e del C., come pure nella stanza di Amore e Psiche le decorazioni araldiche ricordano Paolo III e il Crispi. Tutto ciò comportò una spesa tale che il pontefice fu costretto ad ordinare che tutte le entrate della provincia del Patrimonio per l'anno 1544, derivanti da confische o da pene pecuniarie, fossero devolute alla fabbrica di Castello. Inoltre, il C. fu incaricato di sovraintendere ai lavori di fortificazione della riva destra del Tevere, cioè delle opere di difesa della città leonina che insieme a Castel Sant'Angelo avrebbero formato un asilo inespugnabile per il papa. Nel 1543 il C. pose la prima pietra delle fondamenta dei due baluardi di S. Spirito, opera del Sangallo. Per provvedere alle opere di fortificazione il C. ordinò il taglio di alcuni boschi della campagna romana.

Il 15 apr. 1545 il C. tornò a Perugia in qualità di legato di nuovo costrinse i Perugini a sopportare le spese per l'abbellimento e l'ampliamento della città. Furono aperte nuove strade e costruiti splendidi edifici, lavori di cui il C. affidò la direzione a Galeazzo Alessi.

Sono da ricordare il portico S. Angelo della Pace e il ponte della Bastiola, nonché l'ammodernamento del palazzo dei Priori, dove il C. pose la sua residenza. Imperterrito nel suo atteggiamento di splendido mecenate e di prelato gaudente il C., ascritto alla nobiltà di Orvieto, vi si fece costruire uno splendido palazzo da Antonio da Sangallo, nonché uno a Bolsena, iniziato da Simone Mosca, terminato poi da Raffaele da Montelupo.

Il 1º apr. 1547 il C. era stato creato vescovo di Amalfi, ma diventando sempre più difficile mantenere la sede senza risiedervi, vi rinunciò nel 1561. Il 15 sett. 1548 il C. dovette lasciare l'Umbria, in quanto richiamato a Roma dal pontefice. Anche sotto i successivi pontificati il C. svolse varie attività riguardanti l'urbanistica e le fortificazioni della città, che, interrotte alla morte di Paolo III, subirono una stasi durante il pontificato di Giulio III, fino al biennio 1556-57. Nel 1561 il C. fece parte della commissione cardinalizia istituita per sovraintendere ai lavori atti a pontenziare le difese della città leonina.

Si trattava innanzitutto di consolidare le fortificazioni di Castel Sant'Angelo, dove la terza cinta pentagona, cominciata da Paolo IV nell'imminenza della guerra contro gli Spagnoli, era stata in gran parte distrutta dalla piena del Tevere nel settembre 1557. Vennero, inoltre, iniziati e portati avanti i lavori della cortina di collegamento tra Castel Sant'Angelo e il baluardo del Belvedere colle due porte Castello e Angelica e vennero proseguite le opere del recinto di Borgo.

L'attività prelatizia del C. continuò poi con la nomina il 19 genn. 1565 a vescovo di Sutri e Nepi. Nella sua lunga vita di cardinale il C. prese parte a ben cinque conclavi. Durante quello da cui uscì eletto Giulio III i Francesi "colla corruttela" riuscirono a tirare il C. dalla loro parte anche nei successivi si schierò nel partito francese, dal momento che godeva della generosità e delle elargizioni del re di Francia. Durante il conclave da cui uscì eletto Pio V il C. ebbe delle possibilità di salire al soglio, tanto che a Roma si parlava già del C. come del futuro pontefice. Certo la sua elezione avrebbe rappresentato sempre una soluzione di ripiego e avrebbe teso soltanto a risolvere le lungaggini di un conclave, in quanto la figura del C. non assunse mai un aspetto politico suo proprio.

Nel 1560 svolse un'azione di rilievo in favore del card. Carlo Carafa, arrestato dietro pressione di Filippo II, il quale voleva vendicarsi così della politica antispagnola suggerita dal Carafa ai tempi del pontificato di Paolo IV suo zio, e dai nemici della famiglia Carafa che sollecitavano da Pio IV un processo contro alcuni membri nella famiglia. Il C., intimamente convinto che papa Carafa non avesse avuto bisogno di grandi stimoli nella sua avversione contro la Spagna e che quindi "il papa havesse malanimo da sé, et che fosse poi aiutato da Caraffa come quello che voleva la guerra" (Ancel, p. 77n), intervenne in favore del cardinale invitando chi lo giudicava al rispetto per la dignità della porpora e del Sacro Collegio tutto. L'intervento del C. fu vano, e il cardinal Carafa fu impiccato in carcere.

Morì a Sutri (Viterbo) il 6 ott. 1566 il corpo fu trasportato a Capranica e tumulato nel duomo.

Fonti e Bibl.: A. Massarelli, Diaria, in Concilium Tridentinum..., a cura della Soc. Goerresiana, I, Friburgi Br. 1901, ad IndicemRicordi della città di Perugia di C. Bontempi, a cura di F. Bonaini, in Arch. stor. ital., XVI (1851), 2, pp. 393-95 P. Giovio, Lettere, a cura di G. G. Ferrero, 1, Roma 1956, ad Indicem P.Pellini, Della historia di Perugia, Perugia 1970, pp. 715 ss. R. Ancel, Nonciatures de France, Paris 1909, pp. 246, 556 L. Cardella, Mem. stor. de' cardinali, IV, Roma 1793, pp. 271 s. F. Petruccelli della Gattina, Histoire diplom. des conclaves, I, Paris 1864, pp. 47 s., 67, 80, 94, 96, 146, 158, 181 G. Cappelletti, Le chiese d'Italia, XX, Venezia 1866, pp. 223 s. E. Rocchi, Le piante iconografiche e prospettiche di Roma, Torino-Roma 1902, passim D.Pagliucchi, I castellani di Castel Sant'Angelo, in Misc. di storia e cultura eccles., V (1903), 3, pp. 257-264 G. Perdi, Orvieto, Orvieto 1919, pp. 177 ss. L. von Pastor, Storia dei papi, V-VIII, Roma 1924-1929, ad Indices Abd-el-Kader Salza, F. Coppetta... poeta perugino, in Giorn. stor. d. lett. ital., Suppl. III, pp. 29 s. L. Bonazzi, Storia di Perugia, Città di Castello 1960, pp. 161 s. R. de Maio, A. Carafa, Città del Vaticano 1961, p. 315 Gli affreschi di Paolo III a Castel Sant'Angelo 1543-1548 (catal.), I-II, Roma 1981 (cfr, pp. 31, 53 s., 86 e passim).

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