Timèo

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Timèo (gr. Τίμαιος, lat. Timaeus). - Storico greco siciliano (n. 356 a. C. circa - m. 260 a. C. circa). Autore di un'opera storiografica sui Siciliani e gli Italioti, godette di una grandissima popolarità fino al sec. III d. C., e in particolare nei secoli prima di Cristo; sebbene l'opera trattasse dei Greci che avevano colonizzato l'Italia, essa riscosse forse maggiore interesse tra i Romani che non tra i Greci, per le notizie che offriva sia su Roma in particolare, sia su tutte le altre città dell'Italia, che stava diventando romana, sia infine sui Cartaginesi e sull'Occidente barbaro.

Vita e opereNacque quasi certamente a Siracusa e non a Tauromenio come si è comunemente creduto. Visse ad Agrigento, poi ad Atene per cinquant'anni; forse in vecchiaia tornò in Sicilia. La sua opera, di cui restano circa 150 frammenti, era una storia dei Siciliani e degli Italioti in 33 libri, cui seguiva una monografia su Agatocle (il tiranno che l'aveva espulso e che T. giudicò assai aspramente) e un'appendice sulla storia di Pirro (fino al 264). L'economia dell'opera è molto incerta, ma pare avessero trattazione ampia il periodo più antico e la storia fra i secc. 4º e 3º. L'opera fu largamente utilizzata da altri scrittori, ma soprattutto da Diodoro Siculo. T. fu un continuatore della storiografia politico-retorica iniziata da Isocrate; ma per lui non esiste più un problema panellenico e i suoi interessi sono volti ai Greci d'Italia: di qui la parte preponderante che ha il contrasto fra Greci e Cartaginesi, considerati questi come barbari e perseguitati con odio tenace. Tendenze nuove egli mostra nell'ampia raccolta di documenti e negli interessi per l'etnografia. Contro questa tendenza erudita si rivolgono appunto le accuse di Polibio, che pure asserisce di voler continuare l'opera di T.; ma nella polemica di Polibio si dovranno riconoscere anche motivi di gelosia verso uno storico che di Roma si occupava nella sua opera e che a Roma godeva di notevole credito. La popolarità di T. fu infatti grande fino al sec. 3º d. C., e maggiore fra i Romani (il primo che lo utilizzò pare fosse Catone, nelle Origines) che fra i Greci.

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