TIRINTO

TIRINTO

Enciclopedia dell' Arte Antica (1966)
di F. Matz

TIRINTO (Τίρυνς, Tiryns). - Centro miceneo dell'Argolide. Tra le rocche micenee, T. è quella meglio conservata. I ruderi sono situati su di uno sperone roccioso che corre interamente da N a S (lunghezza m 300 circa, larghezza massima m 100 circa, minima- nel mezzo- circa m 45, altezza m 26 sul livello del mare), a circa 1.500 m dall'odierna costa orientale del golfo argolico, appena un'ora di cammino a N di Nauplia; il terreno su cui si eleva è quello alluvionale della pianura costiera (v. anche minoico-micenea, arte, tav. a colori a p. 8o).

La tradizione posteriore ravvisava nelle mura possenti un'opera dei Ciclopi. Il palazzo della rocca superiore è stato scavato dallo Schliemann e dal Dörpfeld negli anni 1884 e 1885. Dal 1905 è stato compito del Deutsches Archaologisches Institut di Atene di scavare tutte le rovine e di chiarirne la storia. Gli scavi, che sono stati effettuati nel periodo 1905-14, e, dopo la prima guerra mondiale, soprattutto negli anni 1926-29, possono considerarsi sostanzialmente ultimati per quanto riguarda la rocca superiore. Bisogna invece ancora completare i saggi in profondità nelle parti settentrionali della rocca e l'esplorazione della città inferiore e delle necropoli. I lavori sono stati diretti da W. Dörpfeld, G. Karo e K. Müller e ultimamente proseguite dall'eforo Verdelis.

Nella prima Età del Bronzo (Antico Elladico, circa 2400-1900 a. C.), già erano abitati il dorsale dello sperone e almeno parte della zona della più tarda città inferiore. Sull'altura della rocca superiore si ergeva un possente edificio circolare di circa m 28 di diametro. Nel caso in cui lo si dovesse considerare una casa signorile, si tratterebbe dell'esempio più monumentale del tipo di torre di abitazione a noi noto nelle civiltà primitive mediterranee. La ceramica di questo periodo è caratterizzata da vasi a vernice (Urfirnis) o con decorazioni ornamentali.

Nel periodo seguente, cosiddetto Elladico Medio (dal 1900 al 1580-70 circa), periodo nel quale i greci Achei si stabilirono nel paese, sorse una rocca cinta da mura. Le prime costruzioni micenee, di cui abbiamo tracce in cospicui avanzi di mura e nelle fondazioni di una porta, appartengono già alla tarda Età del Bronzo. Esse sono state erette intorno al 1400 e con questo risultano contemporanee alla fine del regno minoico in Creta. La rocca, ampliata circa 100 anni più tardi, acquistò il suo aspetto definitivo e più grandioso non molto prima del 1200. Al massimo due generazioni dopo, travolta nella tempesta delle migrazioni egee, la sua importanza era tramontata.

Alla fine del sec. XIII, le installazioni erano composte di tre parti: la rocca inferiore, a N, che si estendeva lungo tutto lo sperone; all'interno di essa non vi erano costruzioni: evidentemente in tempo di pericolo vi si raccoglieva la popolazione dei dintorni; la piccola rocca centrale, divisa dalla prima da forti mura e, a S, la rocca superiore, che era la più fortificata, con il palazzo.

Le mura ciclopiche della fortezza, il cui spessore è in media di 6 m, in qualche punto raggiungono ancora i 10 m di altezza. Dobbiamo rappresentarci il coronamento delle mura come un cammino di ronda, costruito con mattoni crudi e travi.

A S-O e a S, all'interno delle mura che qui hanno forma di bastione, sono sistemate alcune casematte accessibili mediante scale e allineate lungo corridoi. I passaggi e i singoli locali sono ricoperti da una vòlta a sesto acuto ottenuta mediante l'aggetto degli strati di pietre. Questa è una delle espressioni più grandiose di un sistema costruttivo che deriva dall'architettura megalitica dell'antico Mediterraneo e che si estrinseca, in altra forma, anche nelle tombe a cupola micenee.

A O, fortificata da un possente muro, una scala, ai piedi della quale si trova una porta di sortita, serviva evidentemente per l'approvvigionamento idrico. Infatti, circa un centinaio di metri all'esterno, ancora oggi si trova una sorgente. (La rocca di Micene a N, e l'acropoli di Atene, sul versante settentrionale, possiedono installazioni analoghe attribuibili all'incirca al medesimo periodo).

La più antica delle porte, che appartiene al periodo della prima costruzione della rocca, è costituita da uno stretto passaggio fra due bastioni che si prolungano verso l'interno. Questa tipologia si riscontra, più anticamente, in Mesopotamia, a Dimmi e negli strati più antichi di Troia II. La porta principale della seconda rocca, conservata nell'ultima trasformazione, era una copia, soltanto di poco più recente, della Porta dei Leoni di Micene. I grandi e i piccoli propilei, all'interno, non appartengono già più all'opera di fortificazione. Essi riproducono la tipologia micenea del portale interno- vano della porta e colonne inquadrati da ante, sia sulla fronte che sulla parte posteriore- tipologia che, in forma più semplice, già si trova a Troia II e che, attraverso esempî greco-arcaici, possiamo seguire fin nell'età classica ed ellenistica: l'espressione più splendida ne sono i Propilei di Mnesikles.

Il palazzo è una creazione puramente micenea, grazie alla sintesi di elementi anticamente egei, rielaborati sul continente, con motivi minoici. La disposizione congiunta di cortile e mègaron appare a Dimmi e a Troia II già nel III millennio. A T. l'esistenza di due complessi di questo genere, ognuno dei quali era ampliato da un vestibolo, era giustificata dal desiderio di creare accanto ai locali adibiti alle normali necessità della corte principesca, altri locali per scopi di ricevimento e di culto. Il complesso più piccolo, ad E, con i suoi due mègara, è il più antico; forse appartiene già alla seconda costruzione della rocca. Il mègaron, importato in Creta soltanto grazie agli Achei, è stato ritrovato a Troia già nella città più antica, nella prima metà del III millennio, e non è infrequente sul continente greco anche negli strati medio-elladici. Nel mègaron maggiore di T. il sistema di apertura a tre porte dell'atrio interno ha subito l'influsso della Sala dei Pilastri minoica. E anche i porticati dei cortili, con le loro colonne di legno, e la costruzione a piani sovrapposti derivano dall'architettura di palazzo minoica. Questa osservazione è valida, in particolare, per la decorazione delle sale. Lo zoccolo dell'atrio esterno del mègaron grande era decorato, all'interno, da un fregio in alabastro, in rilievo, con incastonature di vetro azzurro, che è materiale e motivo ornamentale di importazione cretese. A modelli cretesi si rifanno le pitture parietali, a fresco, e le cornici di stucco colorato. Un gruppo più antico di affreschi è da attribuirsi al palazzo della prima rocca (Tiryns, i, tavv. 1-7), gli affreschi più recenti appartengono all'ultima costruzione (Tiryns, i, tavv. 8 ss.). Molti dei motivi figurativi sono di derivazione continentale: questo vale in particolare per le rappresentazioni di guerrieri e carri e di cacce. Caratteristica dello stile è il senso tettonico tipicamente tardo-miceneo.

Ma l'aspetto più significativo è la composizione architettonica, nella quale si esprime l'epoca con immediatezza e potenza meravigliose. La concezione esterna, con le sue fortificazioni, contrasta con la tendenza all'apertura propria dei palazzi cretesi; essa era però imposta dalla funzione della rocca. L'idea direttrice della costruzione è l'ascesa: la rocca non si sviluppa soltanto dall'esterno verso l'interno, ma anche dal basso verso l'alto. Il culmine era costituito dal mègaron maggiore, il tetto del quale si elevava presumibilmente in forma di "lanterna", appoggiandosi sui quattro pilastri interni. In questo consiste la vera differenza con la struttura centralizzata dei palazzi minoici, e con l'architettura dell'Egitto e dell'Asia Minore, che tende ad allineare, mentre l'affinità coll'architettura greca e romana non si può disconoscere.

La città inferiore attorniava la rocca da ogni lato. Le case finora esplorate sono modeste, ad eccezione di un imponente mègaron situato ai piedi dello sperone, a S-O. Per prevenire le inondazioni, provocate periodicamente, nella parte meridionale dell'agglomerato cittadino, da un torrente che fluiva verso il mare a N di T., si fece deviare il corso d'acqua verso S, spianando verso l'interno della regione una collina, detta di Sant'Elia, all'incirca m 1.5oo ad E, della rocca, e costruendo grosse mura di sostegno, ciclopiche, di cui esistono ancora avanzi.

Ad O, ai piedi della collina di Sant'Elia, gli scavi hanno portato alla luce una tomba a cupola tardo-micenea, e segnalato la presenza di una seconda tomba. Verso E sono state scavate numerose tombe a camera, per lo più tardomicenee. Un tesoro consistente in suppellettili di bronzo e oggetti d'oro, che è stato rinvenuto nell'agglomerato cittadino, sembra essere stato costituito in età post-micenea da refurtiva ricavata dalle tombe.

La popolazione, in età post-micenea, si concentrò nell'ambito della rocca superiore. A quell'epoca appartengono le tombe contenenti ceramiche geometriche che si trovavano nella città inferiore, a 150 m a S dell'acropoli. Secondo le osservazioni, invero messe in dubbio ma non confutate, degli scavatori, il mègaron grande sarebbe sopravvissuto alla distruzione della rocca e solo nel corso dell'VIII sec. a. C. sarebbe stato incendiato. Allora, con parziale impiego di materiale tratto dalle antiche mura di fondazione, fu costruito un nuovo mègaron, molto più piccolo, adibito al culto di Hera, culto che per T. è documentato da testimonianze letterarie. Il rinnovamento di questo tempio nel VII sec. a. C. è attestato da un'antefissa fittile con decorazioni ornamentali e da un quasi contemporaneo capitello di stile alto-dorico.

Nel corso della stessa fase degli scavi si ricuperarono, in una fossa ad O della rocca superiore, le offerte votive che si erano accumulate, dopo la ricostruzione del mègaron verso la metà dell'VIII secolo. Questo ritrovamento è in procinto di essere pubblicato ad opera di E. Kunze; attualmente se ne conoscono solo gli scudi votivi in argilla e una maschera di Gorgone di dimensioni superiori al naturale. Tra le offerte votive di età più recente, dedicate alla Hera di Tirinto fino alla metà del sec. IV, abbiamo alcune figurine in terracotta: sono saggi significativi di arte argiva, raffiguranti fanciulle in peplo, che portano un maialetto in oblazione. La definitiva distruzione della rocca ad opera degli Argivi avviene nel periodo intorno al 300 a. C. L'antichissima immagine della divinità era stata già precedentemente traslata nell'Heraion vicino ad Argo.

Bibl.: v. minoico-micenea, arte. Per le tombe geometriche: N. M. Verdeli, Neue geometrische Gräber in Tiryns, in Ath. Mitt., LXXVIII, 1963, p. i ss.

(F. Matz)

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