GHILINI, Tommaso Maria

Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 53 (2000)

di Simona Feci

GHILINI, Tommaso Maria. - Nacque ad Alessandria il 5 ag. 1718, ultimogenito di Tommaso Ottaviano, marchese di Maranzana, e della nobildonna pavese Francesca Botta Adorno. Educato presso il collegio Clementino di Roma, ascritto nel 1724 all'Ordine dei cavalieri gerosolimitani, il 3 luglio 1727 ricevette la tonsura. Come suo padre, frequentò la corte di Vittorio Amedeo II di Savoia e del successore, Carlo Emanuele III, in qualità di gentiluomo di camera, compiendo contemporaneamente gli studi di diritto presso l'Università di Torino, dove si addottorò l'8 giugno 1740.

Tornato a Roma, intraprese la carriera curiale risalendone i gradi ordinari: dopo poco più di due anni di pratica legale, fu ammesso tra i referendari delle due Segnature (8 giugno 1747) e venne in breve chiamato a rivestire incarichi come il governatorato di Todi (8 luglio 1748) e di Orvieto (30 giugno 1751-fine 1753). In seguito, perlomeno dal 1756, fu tra i ponenti della congregazione della S. Consulta.

Il 22 dic. 1759 assurse al diaconato e qualche mese più tardi, il 22 marzo 1760, prese definitivamente gli ordini sacri. La promozione ad arcivescovo di Rodi, diocesi in partibus infidelium, discussa in concistoro il 14 luglio 1763 e sancita il 30 luglio 1763 con la consacrazione da parte del papa Clemente XIII, è da intendersi come preliminare al più prestigioso incarico di nunzio apostolico nei Paesi Bassi austriaci, di cui il G. fu investito il 30 luglio in sostituzione del defunto Giovanni Battista Molinari. Le ragioni della nomina - data per sicura fin dall'autunno del 1759, cosa che preoccupò molto il nunzio in carica - possono ravvisarsi nella stretta parentela che univa, per parte di madre, il G. al maresciallo Antonio Botta Adorno, il quale tra il 1749 e il 1753 aveva rivestito a Bruxelles la carica di ministro plenipotenziario dell'imperatrice Maria Teresa. La parentela introduceva il G. alla corte fiamminga con credenziali di favore, interrompendo la serie dei nunzi - che riprenderà dopo di lui - scelti tra prelati nati sudditi dell'Impero.

L'esistenza di un corpo di rappresentanza di tale rilievo appariva in stridente contrasto con la limitata autonomia dei Paesi Bassi austriaci. Tuttavia tale situazione rispondeva agli interessi delle due amministrazioni: Bruxelles ne traeva prestigio e vivacità politica e Roma, nonostante le responsabilità che competevano al nunzio riguardo alle missioni d'Olanda, Irlanda, Scozia e Inghilterra, probabilmente si avvaleva soprattutto del contributo offerto sul piano dell'informazione. Il nunzio assolse le incombenze della carica con piena soddisfazione degli interlocutori fiamminghi, presso i quali lasciò buona memoria, e dei suoi superiori, alle cui direttive si attenne sempre in modo puntuale, riuscendo ad anticiparne gli intenti soprattutto in virtù della cautela e, per quanto riguarda le aree di missione, del rispetto degli equilibri creatisi tra le confessioni dominanti e i cattolici.

L'esordio fu felice, poiché il G. seppe affrontare e superare il momento della presentazione delle credenziali senza che si creasse alcuna tensione con le autorità di Bruxelles. I governanti fiamminghi, infatti, presentavano quale condizione per il riconoscimento del nuovo nunzio la richiesta di sottoscrivere un documento che ne vincolava l'esercizio dei poteri. Il G., diversamente dai predecessori, non sollevò alcuna difficoltà nell'assumere, il 26 ott. 1763, gli impegni di tenore generale contenuti in una lettera di placet e nel firmare contemporaneamente ventisei "riserve" specifiche, tra cui la rinuncia a ogni giurisdizione contenziosa.

Nessuna questione particolarmente delicata turberà i rapporti cordiali stabiliti con il governatore, principe Carlo Alessandro di Lorena, con il ministro plenipotenziario K. Ph. von Cobenzl, così come con l'influente arcivescovo di Malines, Johann Heinrich von Franckenberg, anche perché di fronte al profilarsi di situazioni spinose la condotta diplomatica con Roma veniva affidata all'iniziativa delle autorità di Vienna, presso le quali interveniva il nunzio in quella città.

Fu il caso di un'annosa vertenza sull'attribuzione di un canonicato del capitolo di Aquisgrana, per cui fin dal 1757 si erano contrapposti l'Università di Lovanio e la Dataria, i rispettivi pretendenti al beneficio e le istituzioni giudiziarie competenti. Qualche mese prima dell'arrivo del G., la Rota romana aveva comminato a P.M. Le Comte, cessionario della persona cui la facoltà delle arti dell'Università aveva conferito la prebenda, una scomunica per contumacia che però, in seguito al suo appello, il Consiglio del Brabante aveva annullato. Il G., dunque, appena giunto a Bruxelles si fece portavoce delle ragioni della S. Sede, nel tentativo di convincere l'Università di Lovanio a schierarsi a favore del tribunale romano e di riportare alla ragione Le Comte. Nell'estate del 1765, tuttavia, questi ottenne dal Consiglio del Brabante una sentenza di sequestro di tutti i beni del capitolo di Aquisgrana e la situazione s'inasprì nei mesi successivi per le rimostranze che, attraverso un memoriale, il nunzio di Vienna presentò a Maria Teresa e, di contro, per la difesa delle istituzioni locali sostenuta dal Consiglio privato fiammingo. Solo nella primavera-estate del 1770, morto l'agguerrito Le Comte, il G. riuscì a trattare con il presidente del Consiglio privato, P.F. de Nény, l'accordo che salvaguardava i diritti dell'Università di Lovanio e riconsegnava al capitolo le proprietà sequestrate.

Durante i due ultimi anni del mandato il G. seguì le vicende dell'abolizione della Compagnia di Gesù, decretata dal breve Dominus ac Redemptor del 21 luglio 1773. L'esistenza di una congregazione romana deputata "per gli affari risultanti dalla soppressione" e la competenza del governo civile nelle concrete operazioni di smantellamento dell'apparato istituzionale e materiale delle comunità, costrinsero il G. a un comportamento di non intromissione. Dapprima attese che da Vienna giungessero l'ordine di eseguire il breve e le disposizioni in merito, quindi, dalla seconda metà di settembre, si limitò a ordinarie comunicazioni con il ministro plenipotenziario G.A. Starhemberg. Le autorità dei Paesi Bassi austriaci procedettero con inusitato rigore contro i gesuiti, relegandoli in case della Compagnia, sottraendoli a ogni contatto esterno per i due mesi successivi (mentre si procedeva al censimento di tutte le proprietà della Societas Iesus) e interdicendo loro di predicare, celebrare in pubblico la messa, amministrare i sacramenti.

Sulle case dei gesuiti presenti in Olanda, Inghilterra, Scozia e Irlanda, province di missione fuori dal controllo diretto della Chiesa di Roma e sotto la giurisdizione del nunzio di Bruxelles, il G. applicò le direttive provenienti dalla congregazione di Propaganda Fide, eseguendo con successo l'allontanamento degli ex gesuiti dalle loro residenze e la ricollocazione in ambito secolare. Nell'area britannica i gesuiti rimasero nei luoghi della loro residenza e continuarono nelle loro funzioni, mentre in Olanda si tentò di allontanarli progressivamente; il governo fiammingo aveva rifiutato di concedere loro pensioni ricavate dai beni dell'ordine confiscati e incamerati nei Paesi Bassi austriaci, cosicché il G. dovette provvedere personalmente alle necessità più urgenti.

L'ascesa al soglio pontificio di Pio VI provocò il richiamo a Roma, nella tarda estate del 1775, del G., che fu promosso segretario della S. Consulta (novembre 1775). Tre anni più tardi, il 1° giugno 1778, ottenne la porpora cardinalizia con il titolo di S. Callisto (20 luglio 1778), sostituito poi da quello di S. Maria sopra Minerva (17 febbr. 1783), mantenendo i benefici ecclesiastici di S. Pietro in Acqui, che deteneva dal 1743, S. Marziano in Tortona e S. Giovanni del Cappuccio in Alessandria. La sua attività fu comunque molto intensa, dovendo egli partecipare ai lavori delle congregazioni di Propaganda Fide, dove poté sfruttare l'esperienza maturata nei Paesi Bassi austriaci, di quella dei Vescovi e regolari, della Concistoriale, delle Indulgenze e sacre reliquie; inoltre fu protettore della nazione maronita e di numerosi luoghi pii di Roma e nello Stato pontificio (Todi, Bagnaia, Gualdo Tadino, Spoleto).

Trasferitosi a Torino presso il convento dei frati minori conventuali, che aveva eletto a sua residenza, il G. vi morì improvvisamente la notte tra il 3 e il 4 apr. 1787.

Fonti e Bibl.: Alessandria, Arch. stor. comunale, Sez. II, tit. A, Famiglia Ghilini; Arch. di Stato di Roma, Tribunale della Segnatura, b. 721, f. 9; Arch. segreto Vaticano, Acta concistorialia, 35, f. 409; Processus concistoriales, 151, cc. 437-444v; Processus Datariae, 140, cc. 215-231v; Fondo Gesuiti, 15, cc. 268 s., 314 s.; 16, cc. 31 s., 149, 280-281v; Segreteria di Stato, Fiandra, 135R; 135Ff-135Nn; 153C-D; 190-191; 205; Ibid., Lettere di cardinali, 167, f. 286; Index brevium, 86, cc. 137rv; Sec. Brev., 3533, cc. 7 ss.; 3829, cc. 170 s.; Documents relatifs à l'admission aux Pays-Bas des nonces et internonces des XVIIe et XVIIIe siècles, a cura di J. Lefèvre - P. Lefèvre, Bruxelles-Rome 1939, ad indicem; Una lettera del cardinal G. a d. Teresa Salazar Guasco (24 luglio 1784), a cura di G. Ponte, in Riv. di storia, arte, archeologia della provincia di Alessandria, XLVIII (1939), pp. 184 s.; Documents relatifs à la jurisdiction des nonces et internonces des Pays-Bas pendant le régime autrichien (1706-1794), a cura di J. Lefèvre, Bruxelles-Rome 1950, ad indicem; Relations des Pays-Bas, de Liège et de la Franche-Comté avec le Saint-Siège d'après les "Lettere di particolari"conservées aux Archives Vaticanes (1525-1796), a cura di L. Jadin, Bruxelles-Rome 1962, pp. XV s., 718, 734; L. Vicchi, Vincenzo Monti, le lettere e la politica in Italia dal 1750 al 1830 (triennio 1778-1780), I, Fusignano 1885, pp. 179, 181 s.; A. Vernaeghen, Le cardinal de Franckenberg, archevêque de Malines, Bruges-Lille 1889, pp. 54 s.; F. Gasparolo, Vittorio Amedeo Ghilini, in Riv. di storia, arte, archeologia della provincia di Alessandria, VII (1898), pp. 109 s., 163 s.; E. Nava, Per la nomina a cardinale di mons. T.M. G. (1778), ibid., XXIII (1915), pp. 273 s.; Id., Il cardinale T.M. G., ibid., pp. 356 s.; A. Bonenfant, La suppression de la Compagnie de Jésus dans les Pays-Bas autrichiens, Bruxelles 1925, p. 51; A. Bianchi, L'Ordine dei cavalieri di Malta nell'Alessandrino, in Riv. di storia, arte e archeologia di Alessandria, XLVII (1938), pp. 5-73 passim; T. Santagostino, T.M. G. principe e nunzio di S. Romana Chiesa (con lettere inedite) ed altri scritti vari, Alessandria 1947; L. von Pastor, Storia dei papi, XVI, 2-3, Roma 1954-55, ad indices; Legati e governatori dello Stato pontificio (1550-1809), a cura di Ch. Weber, Roma 1994, p. 696; R. Ritzler - P. Sefrin, Hierarchia catholica…, VI, pp. 32, 357.

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