LAURO, Vincenzo (Laureo, Lauri)

Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 64 (2005)

di Laura Ronchi De Michelis

LAURO, Vincenzo (Laureo, Lauri). - Nacque a Tropea il 28 marzo 1523 da Antonio e da Raimonda Migliarese. La famiglia apparteneva a un ramo della casata dei Sanseverino; dei sei fratelli del L., Marco e Dorotea presero i voti regolari e Leonardo entrò nel clero secolare. Il L. crebbe alla corte del duca di Nocera, Ferdinando Carafa, e fu, insieme con il figlio del duca, Alfonso, allievo di Juan Padilia, il famoso maestro spagnolo di latino, greco e retorica. Consapevole della sua vivace intelligenza, Ferdinando Carafa lo inviò prima a Napoli e poi a Padova per studiare medicina, filosofia e teologia.

Terminati gli studi, il L. si trasferì a Roma e divenne segretario del cardinale calabrese Pietro Paolo Parisi, alla cui corte ebbe l'occasione di conoscere Ugo Boncompagni, il futuro papa Gregorio XIII, con cui strinse un'amicizia destinata a durare tutta la vita. Alla morte di Parisi (1545) il L. entrò al servizio del cardinale Nicolò Gaddi; dal 1552, morto anche il Gaddi, il L. fu al servizio di François de Tournon, arcivescovo di Lione e grande inquisitore, e lo seguì in Francia. A Parigi conobbe il cardinale Ippolito d'Este, legato a latere, che rimase colpito dalle sue doti intellettuali e gli affidò, nel 1561, il delicato incarico di controllare la regina di Navarra Giovanna d'Albret, moglie di Antonio di Borbone, di confessione riformata.

Erano gli anni della guerra di religione in Francia. Il calvinismo aveva messo radici ormai solide nel paese, in particolare nelle province occidentali e meridionali (Guienna, Delfinato, Linguadoca, Provenza) e molti membri dell'alta aristocrazia si erano convertiti: i Coligny, i Montmorency, soprattutto i principi di Borbone, Antonio e Luigi, pericolosamente vicini - per i cattolici Guisa - al trono su cui sedeva un malaticcio Enrico II. Enrico morì nel 1559 e gli successe Francesco II, marito di Maria Stuart, regina di Scozia e nipote dei duchi di Guisa. Per resistere alla pressione cattolica gli ugonotti si erano dati anche un'organizzazione politico-militare che poggiava su un insieme di città fortificate ed era gestita da propri organismi rappresentativi; contro il predominio dei Guisa a corte essi organizzarono allora una congiura che prevedeva il rapimento del sovrano. Il piano fallì, ma nel dicembre 1560 Francesco II morì, e gli succedette Carlo IX, poco più che bambino. La reggente, Caterina de' Medici, tentò di conciliare i due partiti e promulgò, nel gennaio 1562, un editto di tolleranza. La fazione cattolica, assolutamente contraria all'editto, compì a Wassy un massacro degli ugonotti. Scoppiò così una guerra civile vera e propria e Antonio di Borbone, gravemente ferito nel corso dei combattimenti, morì nell'ottobre 1562.

Ligio all'incarico ricevuto, in quei mesi burrascosi il L. era rimasto presso la corte di Navarra. Una voce subito smentita aveva attribuito a lui, che gli sarebbe stato vicino come medico, la conversione al cattolicesimo di Antonio di Borbone in punto di morte; piuttosto, la frequentazione dei Borbone Navarra lo rese sospetto agli occhi degli Spagnoli che avrebbero ostacolato la sua candidatura a papa, avanzata tanto nel 1585 quanto nel 1592. Rientrato in Italia insieme con il cardinale d'Este, il L. si fermò a Roma e nel gennaio 1566 fu designato vescovo di Mondovì, dove succedette a Michele Ghislieri, eletto papa con il nome di Pio V. Il soggiorno nella sua diocesi fu assai breve perché nell'estate dello stesso anno il pontefice lo inviò come nunzio in Scozia presso Maria Stuart.

Rientrata in patria dopo la morte del marito, Maria Stuart aveva trovato un paese ormai decisamente calvinista. La riforma era stata duramente perseguitata, ai suoi inizi, ma si era ugualmente radicata per l'adesione della quasi totalità dell'aristocrazia e una forte partecipazione popolare. La reggente, Maria di Lorena, non aveva ceduto alle richieste dei calvinisti (1559) e aveva rinnovato i divieti contro il culto riformato. I lords avevano protestato vivacemente e organizzato la resistenza, richiamando da Ginevra John Knox, esiliato per motivi di religione, la cui veemente predicazione aveva accompagnato la rivolta in tutto il paese. Nel 1559 il Parlamento abolì il culto cattolico e approvò la Confessio Scotica; nel 1560 con il First book of discipline furono organizzate su nuove basi la Chiesa e l'istruzione, dagli studi elementari a quelli superiori. Sollevando la disapprovazione e la protesta dei sudditi, al suo ritorno Maria ripristinò il culto cattolico, tentando di abolire quello riformato, e nel 1565 sposò Henry Darnley, conte di Lennox, un nobile scozzese cattolico e compromesso con il partito cattolico inglese; nel giugno 1566 nacque un figlio, il futuro Giacomo VI di Scozia, e I di Inghilterra. Il matrimonio aveva suscitato grandi speranze a Roma, ma l'assassinio del principe consorte (1567) e il successivo, frettoloso matrimonio della regina con James Hepburn, conte di Bothwell, sospettato di essere l'autore materiale dell'omicidio, fecero scoppiare una nuova rivolta. Maria fu costretta ad abdicare e a rifugiarsi in Inghilterra (1568).

Il L. dunque rientrò e fu subito inviato come nunzio presso Emanuele Filiberto di Savoia. Il nuovo incarico gli riservò maggiori successi. Nel Ducato sabaudo esisteva una minoranza non cattolica - quella valdese - la cui presenza risaliva al XIII secolo; nel 1532 le comunità valdesi avevano aderito alla riforma ginevrina e mantenevano rapporti intensi e stretti con la città, la cui perdita non fu mai accettata dai duchi di Savoia. Nel 1560, ai tentativi di conversione affidati al giovane gesuita Antonio Possevino era seguita una campagna militare conclusasi con il trattato di Cavour, contro il quale il pontefice aveva espresso la sua totale ostilità perché riconosceva di fatto l'esistenza giuridica dei valdesi e consentiva loro il culto, ancorché entro un territorio delimitato. In quell'anno Pio IV aveva istituito la nunziatura di Savoia e l'aveva affidata al vescovo di Ginevra, François de Bachod, che morì nel 1568.

Come nunzio e come vescovo di Mondovì il L. svolse un'intensa attività inquisitoriale; le sue lettere denunciavano ripetutamente la presenza, anche a corte, tra le nobildonne della cerchia della duchessa Margherita di Valois, di riformati francesi "li quali, quantunque bene spesso siano ignorantissimi, nondimeno, come leggono una volta il catechismo di Calvino, diventano incontanente predicatori e basta loro biasimare e calunniare li cattolici e la verità" (lettera al cardinale Michele Bonelli, 30 marzo 1569, in Pascal, p. 75). Il L. non si limitò a contrastare il diffondersi dell'eterodossia con misure repressive; in linea con le decisioni conciliari, si preoccupò che vi fossero predicatori adeguatamente preparati, controllò che i parroci curassero l'istruzione dei fedeli, consigliò di approntare un compendio del Catechismo romano in latino, italiano e francese.

Nel 1572 il papa neo eletto, Gregorio XIII, lo richiamò a Roma e lo designò nunzio in Polonia, incarico delicato in un momento particolarmente difficile, in sostituzione di Vincenzo Dal Portico.

Il 7 luglio era morto Sigismondo II Augusto e con lui si era estinta la casa degli Jagelloni. I pretendenti al trono polacco, elettivo, erano molti, e non tutti graditi a Roma: Enrico di Valois, gli arciduchi d'Austria Ernesto e Ferdinando, Alfonso II d'Este, Giovanni III Vasa, Stefano Báthory, Ivan IV Vasil´ević. Nell'Europa divisa dalla Riforma e insidiata dall'espansione turca, la Res publica polacca era di un'importanza strategica tanto dal punto di vista religioso che da quello politico. I rapporti tra gli ultimi Jagelloni e il pontefice avevano vissuto momenti di grande tensione in relazione alla irrisolta questione della dote di Bona Sforza; la Riforma si era ampiamente diffusa nel Regno, conquistando rappresentanti significativi dell'aristocrazia polacca e lituana; ma soprattutto, la libertà di coscienza per i nobili era stata inserita come punto irrinunciabile nei Pactaconventa che il nuovo eletto avrebbe dovuto giurare di accettare. Nonostante l'opposizione del papa e le pressioni del L. perché si rifiutasse, Enrico di Valois, preferito agli altri candidati, aveva accettato tanto i Pacta che il matrimonio con la matura Anna Jagellona ed era stato incoronato nel febbraio 1574. Nel maggio, però, morì Carlo IX ed Enrico salì sul trono di Francia, senza rinunciare per il momento alla corona polacca. In Polonia furono allora attivate le procedure per dichiararlo ufficialmente decaduto e procedere a una nuova elezione, ma la nobiltà era divisa.

Il L. sostenne la candidatura di Enrico e svolse anche una incisiva attività inquisitoriale: approvò l'incendio del tempio riformato di Cracovia, favorì l'espulsione dei predicatori evangelici da Varsavia, si adoperò per il ritorno al cattolicesimo di alcuni ambasciatori svedesi. Forte anche della sua esperienza francese, il L. cercò di convincere Enrico a mantenere entrambe le corone ("non lasciai di ricordare al re quanto importava alla riputazione et dignità sua far ogni sforzo per conservare sotto il suo dominio li due Regni", Cracovia, 17 luglio 1574, lettera al cardinale Tolomeo Gallio, in Acta Nuntiaturae Poloniae, IX, p. 238).

La ricca corrispondenza di questi anni mostra con quanto acume e disincanto il L. osservasse gli avvenimenti e con quanta disinvolta lucidità cercasse ogni volta di trarre il maggior profitto per la causa di Roma. Blandiva, pur non credendo nella sua sincerità, Giovanni III di Svezia, marito di Caterina Jagellona, che appariva disposto alla conversione: "sebbene questa potrebbe essere una simulazione per pervenire al regno di Polonia per il quale, avendo il favore del Turco se potesse coll'autorità di N.S. avere i cattolici dalla banda sua, avrebbe una grandissima parte del regno di Polonia, nondimeno sarebbe forse di giovamento per guadagnarlo non esasperarlo, ma tenerlo in speranza" (14 sett. 1574, lettera al cardinale Gallio, in Biaudet, p. 284 n. 5).

Contemporaneamente il L. si adoperò contro le candidature più forti, sino a mostrare propensione, purché accettasse il primato del pontefice, per quella dell'ortodosso "car'" Ivan IV - di cui parla diffusamente e positivamente nella sua Relatione di Polonia (Roma, Biblioteca Vallicelliana, Mss., L.16, cc. 7-20r) -, che la piccola nobiltà lituana sosteneva "per la voglia che ha di liberarsi di star sotto i grandi" (Varsavia, 16 ag. 1575, lettera al cardinale Gallio, in Litterae nuntiorum apostolicorum…, p. 78 n. 64). Stando alle relazioni di Andrea Dudith, emissario di Massimiliano II, il L. avrebbe appoggiato anche la candidatura dell'imperatore: "Conveni sub noctem Nicodemico more nuntium apostolicum, cuius erga maiestatem vestram propensionem et studium reperi ardentissimum" (Varsavia, 7-8 nov. 1575, lettera a Massimiliano II, in Dudith, p. 434) pur di impedire l'elezione del principe di Transilvania, troppo ben visto dai Turchi.

Quando fu finalmente incoronato Stefano Báthory, la situazione del L. si fece assai difficile. Espulso come persona non gradita nel giugno del 1576, il L. si ritirò a Bratislava in attesa di nuove istruzioni; dopo la riconferma di Roma, nel marzo 1577 il Báthory gli permise di rientrare in Polonia. Ad aprile, a Piotrków, fu convocato un sinodo nazionale (che Roma aveva a lungo ostacolato temendo che potesse trasformarsi in un concilio nazionale) per l'attuazione dei decreti tridentini; nulla, però, il L. riuscì a ottenere contro le clausole della Confederazione di Varsavia che consentivano libera professione di fede anche ai dissidenti, la cui abolizione gli stava invece molto a cuore. In questa fase il L. si concentrò sulla riorganizzazione e sul rafforzamento della Chiesa cattolica polacca: favorì la fondazione di collegi gesuiti; si preoccupò di individuare giovani adatti, polacchi e russi, da inviare a Roma presso il Collegio greco di S. Atanasio, appena fondato; sostenne la missione del Possevino, legato pontificio in Svezia, che avrebbe poi ottenuto il ritorno al cattolicesimo di Sigismondo Vasa, il figlio di Caterina Jagellona destinato a salire sul trono polacco dopo il Báthory.

Nell'autunno del 1578, dopo l'arrivo di Giovanni Andrea Caligari che lo sostituì, il L. lasciò la Polonia e rientrò nella propria diocesi. Dal 1580 al 1583 ricoprì ancora l'incarico di nunzio presso i Savoia; negli stessi anni si occupò anche, in qualità di membro della commissione voluta da Gregorio XIII, dell'esame e dell'approvazione (1582) del progetto di riforma del calendario formulato da Luigi Lilio e presentato al pontefice dal fratello Antonio nel 1577. Nel dicembre 1583 il L. ricevette la nomina a cardinale, con il titolo di S. Maria in Via, poi di S. Clemente e si stabilì a Roma, lasciando definitivamente la propria diocesi, nella quale rimaneva un ricordo profondo della sua attività, come testimonia la biografia stesa da Ruggiero Tritonio, abate di Pinerolo e suo segretario. Negli ultimi anni della sua vita il L. ricoprì l'ufficio di prefetto della congregazione dei Riti e della congregazione dei Vescovi e regolari.

Morì a Roma il 15 dic. 1592, assistito da Camillo De Lellis, e fu sepolto nella basilica di S. Clemente.

Nel testamento lasciò la sua biblioteca al Collegio romano e i suoi beni alla Congregazione dei ministri degli infermi (camilliani). Amico e protettore di Torquato Tasso, al di fuori delle molte, interessantissime lettere connesse ai suoi numerosi uffici, il L. non ha lasciato una sua eredità letteraria, anche se Accattatis sostiene che abbia scritto "molte opere, che andarono perdute perché mai stampate" e ricorda che D. Andreotti, nella sua Storia dei Cosentini, affermava di possedere "molte poesie inedite del Lauro" (Accattatis, p. 66).

Fonti e Bibl.: Nunziatura di Savoia, I, 15 ott. 1560 - 29 giugno 1573, a cura di F. Fonzi, Roma 1960, pp. 398-485; Litterae nuntiorum apostolicorum historiam Ucrainae illustrantes (1550-1850), a cura di P.A. Welykyj, I, 1550-1593, Romae 1959, ad ind.; Acta Nuntiaturae Poloniae, a cura di M. Koralko - H.D. Wojtyska, IX, Romae 1994; A. Dudith, Epistulae, a cura di L. Szczucki - T. Szepessy, IV, 1575, a cura C. Kotonska - H. Kowalska, Budapest 1998, ad ind.; R. Tritonio, Vita Vincentii Laurii S.R.E. cardinalis Montis Regalis, Bononiae 1599; L. Accattatis, Biografie degli uomini illustri della Calabria, II, Cosenza 1870, pp. 63-66; P. Pierling, Papes et tsars (1547-1597), Paris 1890, ad ind.; J.H. Pollen, Papal negotiations with Mary queen of Scots, Edinburgh 1901; H. Biaudet, Le Saint-Siège et la Suède durant la seconde moitié du XVIe siècle, Paris 1906, pp. 273, 283-285; D. Taccone Gallucci, Memorie di storia calabra ecclesiastica, Tropea 1906, pp. 57 s.; A. Pascal, La lotta contro la Riforma in Piemonte al tempo di Emanuele Filiberto…, in Bulletin de la Société d'histoire vaudoise, LIII (1929), ad ind.; M.F. Mellano, La controriforma nella diocesi di Mondovì, Torino 1955, pp. 107-136; A.F. Parisi, Il cardinale del Mondovì (V. L.), in Historica, X (1957), pp. 24-33, 104-115, 172-185; XI (1958), pp. 1-13, 51-70, 107-119, 157-161, 200-209.

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