Volgare

    Enciclopedia Dantesca (1970)

di Pier Vincenzo Mengaldo

volgare (vulgare). - In senso tecnico, linguistico, cioè in riferimento alla nozione di lingua ‛ popolare ', parlata, l'aggettivo, e tanto più il relativo aggettivo sostantivato, sono assenti nel latino classico; per quello medievale i lessici non offrono di più che un vulgariter (già del 1117), nel senso di " in lingua volgare ", e un vulgarica lingua (Ducange; sospetto il vulgare " Muttersprache, Volksprache " dello Habel-Gröbel, senza referenza a testi, che può esser tratto proprio da D.); ma certo sia l'aggettivo che il sostantivo sono saldamente affermati in francese antico e in provenzale (qui, ad es., nel Donatz proensals), e così in italiano antico se ne hanno esempi anteriori a D. (per es. nel volgarizzamento del Régime du corps di Aldobrandino da Siena).

Prudente perciò, ma forse sostanzialmente inesatta, la decisione del Marigo, nel glossario alla sua edizione del De vulg. Eloq., di far precedere v. aggettivo e sostantivo da asterisco, cioè in quanto " voci di uso non accertato; forse neologismi " (e v. anche J. Jud, in " Vox romanica " XI [1950] 247 n.).

Comunque è in D. che troviamo l'attestazione più abbondante e articolata dell'aggettivo e del sostantivo, sia in latino che in volgare; e anzitutto è da notare che la stragrande maggioranza delle occorrenze copre proprio il senso tecnico-linguistico di cui sopra: del tutto minoritari gl'impieghi di v. in senso generico di " comune " o simili (per es. Cv II IV 2 la volgare gente; e ancora X 6, IV III 5, XXV 4, III V 3), che è anche quello dell'unica occorrenza della Commedia (If II 105 volgare schiera) e dell'unica della Quaestio 83 vulgares et phisicorum documentorum ignari (cfr. un perfetto riscontro nel " vulgares " pure sostantivato di s. Agostino, citato sia dal Forcellini che dal Blaise); con più netto valore peggiorativo in Cv 11 XV 8 l'anime libere de le misere e vili delettazioni e de li vulgari costumi.

Scivola senz'altro dal significato generico a quello più specifico l'esempio di Cv I IX 5 molt'altra nobile gente, non solamente maschi ma femmine... volgari e non litterati, così come il vulgarium gentium di VE I I 1 (i due casi si appoggiano a vicenda).

Già nella Vita Nuova l'uso del termine in accezione tecnica (e solo in questa) conosce un'ampia gamma, benché sia concentrato soprattutto nel capitolo teorico del libello, il XXV. Qui, e in generale nell'opera, l'asse concettuale è dato dalla dialettica e parallelismo fra latino e v. (italiano), e fra poesia latina e poesia italiana (o romanza in genere), nodo a cui si coordina per analogia anche l'unico esempio relativo ad altra area linguistica (XXV 3 avvegna forse che tra altra gente addivenisse, e addivegna ancora, sì come in Grecia, non volgari ma litterati poeti queste cose trattavano; e cfr. GRECIA).

Per il sostantivo si ha dunque: dire per rima in volgare, XXV 4 (contrapposto a dire per versi in latino); scrivere... per volgare, XXX 2, replicato al paragrafo successivo dal nesso più moderno ‛ scriver... volgare '; mentre l'aggettivo qualifica lingua (XXV 3, e vi si contrappone lingua latina) o parole (XII 5, e anche qui c'è contrapposizione implicita col latino), o poeta e il sinonimo parlatore (più volte nel cap. XXV [§§ 4, 6, e 7, due volte], ed è qui interessante la promozione del termine poeta, di solito attribuito esclusivamente ai Latini: cfr. POETA).

Ma è nel Convivio e nel De vulg. Eloq. che la referenza del termine si allarga e articola, in rapporto all'approfondimento cui - soprattutto nel trattato latino - D. sottopone il concetto di lingua naturale e delle sue varietà spazio-temporali. In sostanza v. sostantivo o aggettivo (accompagnato a vocaboli come lingua o locutio) si applica qui a tre ordini fondamentali di nozioni, tra i quali beninteso non è sempre possibile stabilire esatti confini: a) la nozione generale di lingua popolare e naturale, in contrapposto a quella di lingua artificiale (specie il latino); b) il concetto di lingua nazionale di cultura, eminentemente l'italiano; C) quello di varietà particolari all'interno di un determinato dominio linguistico, qualcosa insomma come la moderna nozione di ‛ dialetto '. In questo senso v. partecipa di quella latitudine e approssimazione semantica che si constata inevitabilmente per tutti i termini danteschi che indicano lingua ' e concetti affini (cfr. LINGUA).

Iniziamo dal De vulg. Eloq., in cui la casistica degl'impieghi di v. è più varia. La nozione di ‛ lingua naturale ', in generale, è espressa dal nesso ‛ locutio vulgaris ' (I I 2 e 4, e qui stesso [§ 1] locutioni vulgarium gentium), che ritorna anche nel celebre passo di Ep XIII 31 [il] modus loquendi [del poema] remissus est... et humilis, quia locutio vulgaris in qua et mulierculae comunicant (e ci si chiede allora se la traduzione esatta, piuttosto che " la lingua volgare ", non sia " una lingua volgare "); allo stesso ambito si riferiscono, per il sostantivo, i primi due dei tre esempi di proprium vulgare del trattato (I XI 7, XV 2). Tutte le altre occorrenze si riferiscono invece a v. concreti, a cominciare dalle varie lingue in cui si è franta l'originaria unità pre-babelica (cfr. I VIII 3, 4 e 6) per giungere alle lingue nazionali-letterarie dell'Europa romanza (o meridionale per D.), ed è quasi superfluo dire che qui v. alterna con sinonimi più generici che indicano " lingua ": e dunque vulgare latium, I X 5, ecc., o vulgaris Ytaliae, § 9, e in vulgari oc, II XII 3. Ma vulgaria sono per D. anche i ‛ dialetti ' cittadini o regionali che risuonano per la penisola italiana (I X 9 ad minus XIII vulgaribus sola videtur Ytalia variari), e la cui formula complessiva è municipalia... vulgaria [Latinorum], XV 6, ecc.; ecco perciò Romanorum... vulgare, XI 2; sicilianum vulgare, XII 2, 6, ecc., o, con valore più ampio (gruppi dialettali piuttosto che dialetti singoli), i duo... vulgaria che si fronteggiano con opposte caratteristiche nell'Italia nord-orientale in XIV 2, mentre è possibile che il patrium vulgare di XV 2 abbia significato bivalente, mantovano per un senso, italiano in generale per un altro (cfr. MANTOVA: Lingua).

Al latium vulgare, inteso come lingua letteraria quintessenziata e nettamente distinta da tutti i v. municipali, viene attribuita tutta una serie di aggettivi qualificativi che ne indicano l'eccellenza e la portata, anche politica, unitaria, come aulicum, cardinale, curiale e soprattutto illustre (cfr. le singole voci), i quali mediano il passaggio al secondo libro del trattato, dove la definizione del v. supremo, o eccellentissimo o altissimo, e dei vari livelli di uso inferiori del v. stesso (gli inferiora vulgaria già di I XIX 4) diventa da linguistica, stilistica, fino all'applicazione sintomatica al v. (II IV 1 e 6) di categorie tradizionalmente riservate alla discussione retorica e all'analisi dei vari ‛ stili ': mediocre vulgare, humile vulgare (cfr. STILI, Dottrina degli). Va qui precisato che se D. ovviamente ha di mira soprattutto il v. italiano e la relativa letteratura, tuttavia questa nozione di v. e delle sue possibilità stilistiche è sempre riferita all'unità culturale dell'ydioma tripharium, indistintamente, così come già in I X 2 il vulgare prosaycum in cui i Francesi hanno il primato s'intende come il v. in prosa di tutte e tre le lingue.

Per quanto riguarda ancora v. aggettivo, notevole la formula vulgaris eloquentiae di 1 I 1, XI 2 e XIX 3 (ricalcata sul " latina eloquentia " ad es. di Prisciano), da cui il singolare e pregnante vulgares eloquentes (equivalente all'eloquentes doctores usato altrove) di X 3. Tra i derivati, spicca l'astratto ‛ vulgaritas ' di X 2 (si parla della Francia che eccelle nella prosa propter sui faciliorem ac delectabiliorem vulgaritatem), da tradursi non con " divulgazione " (Marigo), ma con " natura di volgare " (S. Pellegrini).

Meno articolato ma sempre interessantissimo il quadro degli usi di v. nel Convivio. Come nella Vita Nuova il problema fondamentale è il confronto v. (italiano)-latino, e la liceità dell'impiego letterario senza remore del primo; per cui il senso generalmente oscilla fra il preciso riferimento all'italiano e l'accezione più estensiva di " lingua popolare, naturale ": così generalmente in I VI 6 (due volte), e 7 (tre volte), e basti citare il seguente passo: in qualunque uomo fosse tutto l'abito del latino, sarebbe l'abito di conoscenza distinto de lo volgare (I VI 7; e infatti nel paragrafo successivo questo indifferenziato v. si specifica nei vari e concreti v. nazionali); lo stesso si dica di due passi in cui v. è per così dire iponimo di lingua: § 10 lo latino non ha conversazione con tanti in alcuna lingua con quanti ha lo volgare di quella..., e XI 16 Intra li uomini d'una lingua è la paritade del volgare; e vedi XII 5, XIII 6 e 9, XII 8, e per l'aggettivo, I V 7 (le canzoni... volgari). D'altra parte si hanno tutti i riferimenti a lingue nazionali precise, e la precisazione è data da aggettivi etnici o possessivi, ecc., o da complementi di specificazione: si parla dunque di v. inghilese, tedesco, italico e provenzale (VI 8), di volgare di sì (X 12), spesso di nostro volgare (cioè degl'Italiani: I X 6, XI 5, 11 e 15, XII 13, IV VIII 2); e cfr. ancora questo prezioso volgare, I XI 21; lo volgare altrui, § 1; lo volgare proprio, § 12; lo proprio volgare, § 20; al mio volgare, XII 3; questo mio volgare, XIII 4 e 5 (in alcuni di questi casi, dov'è in causa la speciale esperienza e biografia di chi scrive, si potrebbe pensare che v. inclini verso il senso più particolare di ‛ fiorentino ' o qualcosa di simile, ma il generale contesto concettuale del trattato fa propendere anche qui per l'interpretazione di ‛ italiano ').

Un'oscillazione o incertezza contestuale fra i due significati fondamentali si potrebbe postulare per i famosi paragrafi sul rapporto e confronto v.-latino di I V 7 (due volte), 8, 12 (due volte) e 14 (due volte), VI 2, 8 (3ª occ.), 9,10 (2ª occ.) e 11, VII 5, 8 e 12, VIII 2, IX 4, 6, 9, 10 e 11, X 10 (2ª occ.); ma, nonostante l'esemplificazione del § 9 Onde vedemo ne le cittadi d'Italia..., sembra preferibile pensare che il senso è ancora quello categoriale-generale, anche se certamente D., pur ragionando qui, da ‛ filosofo del linguaggio ', ha concretamente in mente lo specifico volgare italiano del progettato commento (I V 1) alle proprie canzoni. In I IX 8, probabilmente come aggettivo, si riferisce a chi pratica il v. (e questi sono quasi tutti volgari), e così anche, ma forse con una sfumatura peggiorativa, in II X 7. Tra gli usi di v. come aggettivo, prevale naturalmente la formula ‛ volgare comento ' (I VIII 1, IX 1, X 5; e vedi anche I V 1, X 10, 2ª occ.); Volgare Eloquenza (I V 10) parafrasa titolo e contenuto del De vulg. Eloq.; altrove si parla ad es. di lingua, lingua, dico, veramente volgare (IV XXI 6), e più specificamente di canzoni... volgari (I VI 1, VII 5).

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