WILIGELMO

    Enciclopedia dell' Arte Medievale (2000)

di A.C. Quintavalle

WILIGELMO

 

Scultore attivo tra la fine del sec. 11° e il terzo decennio del 12° in Italia settentrionale.W. è documentato da una delle prime firme della storia della scultura occidentale, incisa in lettere capitali nella lastra di fondazione della cattedrale di Modena (v.), oggi murata sulla facciata dell'edificio: "Inter scultores quan / to sis dignus onore. Claret scultura nu(n)c Vuiligelme tua".Il testo, inquadrato dalle figure dei profeti Enoc ed Elia, va messo in parallelo con un passo ben noto della Relatio translationis corporis sancti Geminiani (Modena, Arch. Capitolare, II.11), testo contemporaneo agli eventi descritti, passo riferito alla ricerca e infine al reperimento di un architetto per la cattedrale di Modena, Lanfranco: "Anno itaque dominice incarnationis millesimo nonagesimo nono ab incolis prefate urbis quesitum est ubi tanti operis designator, ubi talis structure edificator inveniri possit; donante quippe Dei misericordia inventus est vir quidam, nomine Lanfrancus mirabilis artifex, mirificus edificator" (Quintavalle, 1991, p. 147). Esso indica che l'architetto viene da lontano, è stato trovato dopo una ricerca in luoghi diversi e attesta che è un progettista, edificator, e un tecnico, artifex, di alto livello, dotato di una autorevolezza nata evidentemente da una antecedente fama.Se si pongono in parallelo le espressioni che la Relatio usa per Lanfranco con quelle della iscrizione retta da Enoc ed Elia, pare ragionevole pensare che il vanto di W. di una superiorità nei confronti degli scultori sia da riferire non certo alla officina che egli stesso guida, ma a un ambito assai più ampio. Ecco dunque che si pone in parallelo il problema dell'origine di Lanfranco e di quella di Wiligelmo. Lanfranco pensò la nuova cattedrale come basilica, con una copertura in travi di legno e matronei con pavimentazione lignea. W., da parte sua, propose un dialogo con l'Antico, con i sarcofagi e le stele con ogni probabilità distribuiti attorno alla cattedrale appena costruita, memorie di una antichità di preciso valore simbolico. Il rapporto con l'Antico sia di Lanfranco sia di W. è una delle caratteristiche innovatrici rispetto al periodo precedente e rispetto alla cultura lombarda; W. di fatto eliminò l'officina degli scultori lombardi presenti sul primo cantiere: i loro capitelli si trovano infatti soltanto nella cripta.Le ipotesi sull'origine di W. che si sono susseguite nel tempo sono diverse; si è voluto vedere nella sua scultura una matrice ottoniana o comunque renana (Krautheimer-Hess, 1928), mentre de Francovich (1940) lo contrapponeva alla cultura lombarda. Salvini (1966) pose in parallelo la formazione di Lanfranco con il problema della scultura; confrontò il duomo di Modena e il Saint-Etienne a Nevers, una fabbrica borgognona, e collegò le supposte matrici borgognone del Maestro della Porta della Pescheria, già proposte da de Francovich e riprese poi dalla ulteriore bibliografia (Quintavalle, 1964-1965b; 1968, ma non in seguito; Gandolfo, 1971), a quelle ipotizzate per il Maestro delle Metope, l'autore dei capitelli posti in alto sui salienti esterni degli arconi frangifuoco all'esterno del duomo modenese.L'altro aspetto significativo per restituire le origini di W. è da vedere nel rapporto fra uno dei tre scultori della cattedra eburnea di Gregorio VII (Salerno, cattedrale) e le Storie della Genesi della cattedrale di Modena. Una serie di placchette, conservate in parte a New York (Metropolitan Mus. of Art) e datate al sec. 11°, oltreché il complesso salernitano in parte oggi smembrato, propongono una evocazione dell'Antico che si ritrova anche a Modena: concezione degli spazi nelle Storie della Genesi, colonnine che dividono e organizzano in sezioni i campi, panneggi all'antica, gesti e loro modelli. Se si riflette su un altro prodotto della officina wiligelmica, i capitelli corinzi della cattedrale modenese, tanto raffinati da aver fatto a lungo ritenere fossero essi dei reimpieghi e non delle imitazioni dai modelli romani, si intende come questi facciano riferimento a modelli campani o romani o centroitaliani, e che trovino nessi eventualmente con i capitelli corinzi della cattedrale di Pisa, il cui cantiere, pure entro i domini matildici, antecede di una generazione quello modenese. Dunque l'origine di W. va veduta in inscindibile rapporto con la formazione di Lanfranco e va riconsiderata alla luce della programmazione dell'architettura e dell'immagine della riforma, dove evocazione del Paleocristiano, ripresa del corinzio e dell'Antico, utilizzo delle antiche tecniche fanno parte di un unico progetto culturale (Quintavalle, 1991).Ci si pone l'interrogativo sul periodo in cui W. giunse, con Lanfranco, a Modena e se furono attivi questi due artisti insieme fin dagli inizi oppure se si deve pensare che la loro officina si sia formata in una seconda fase, in un secondo momento e si sia in seguito divisa.Per un'ipotesi di due officine distinte optano diversi studiosi recenti (Lanfranco e Wiligelmo, 1984), ma il problema può essere altrimenti risolto tenendo conto dei diversi cantieri aperti nella parte settentrionale dei territori matildici, prima di quello della cattedrale di Modena: quelli dell'abbazia di S. Benedetto al Polirone a San Benedetto Po (v.) e dell'abbazia di Nonantola (v.).S. Benedetto al Polirone, monastero riformato secondo il modello cluniacense, appare un centro determinante della riforma al Settentrione, e la produzione dei manoscritti dal sec. 11° al principio del 12° è innovatrice rispetto ad altri scriptoria. L'Evangeliario di Matilde di Canossa (New York, Pierp. Morgan Lib., M.492), che si data forse verso il 1080-1090, mostra stretti rapporti con le Storie della Genesi di Wiligelmo. Anche la Vita Mathildis (Roma, BAV, Vat. lat. 4922), che si colloca forse intorno al 1115-1120, rappresenta un immediato svolgimento di una tradizione, di una cultura, di uno stile che trova diffusione in decine di codici (Zanichelli, 1991), nei capilettera come nei tralci abitati, che si ritrovano poi nelle sculture dei portali di Modena, ma prima a Nonantola e a S. Benedetto al Polirone. In questo intreccio strettissimo di modelli, di disegni e progetti ora perduti (quelli dell'officina wiligelmica, che però si ricostruiscono anche attraverso i manoscritti), si pone il problema della cronologia delle prime opere di ambito wiligelmico negli stati matildici al Settentrione. Ecco dunque che i tre Mesi superstiti (San Benedetto Po, Civ. Mus. Polironiano), all'origine negli stipiti, e il frammento con bove (proprietà Rubini, Romanore, prov. Mantova) dell'architrave del portale con i Mesi e con le Storie della Natività dell'abbazia di S. Benedetto al Polirone appaiono situarsi, per la loro stretta relazione con la civiltà degli avori e con l'Antico e il Paleocristiano, agli inizi del percorso di W. oggi restituibile solo con opere al Settentrione. L'attribuzione di Verzar-Bornstein (1983) si conferma e così una cronologia alta che vede una derivazione diretta prima alla porta della Pescheria a Modena, entro il 1106, poi ad Argenta (prov. Ferrara), entro il 1122. Se si considerano i resti scoperti anche di recente della chiesa di S. Maria a San Benedetto Po, e precisamente la base dello stipite, e ancora il capitello corinzio della sala capitolare del monastero e numerosi altri frammenti e reimpieghi, si vede che ci si trova davanti a monumenti da datare tutti entro gli anni ottanta-novanta del sec. 11° e tutti legati a precisi modelli antichi, il che conferma questa prima, importante fase wiligelmica.Il percorso ulteriore di W. porta all'abbazia di Nonantola, un monumento su cui la discussione della critica è stata lunga e assai articolata, vedendo gli studiosi su posizioni contrapposte: da una parte coloro che datano la chiesa e il portale di facciata dopo il 1121, dall'altra chi propone una cronologia antecedente il terremoto del 1117; altri problemi ha posto lo studio delle sculture, staccato da quello delle architetture e dalle vicende del monastero. L'attribuzione delle sculture del portale di facciata dell'abbazia di Nonantola non è stata mai direttamente collegata alla mano di W. fino all'ipotesi (Quintavalle, 1969) di assegnare al maestro la lastra mediana con il Pantocratore, seguita poi dall'assegnazione allo stesso maestro dei due leoni stilofori (Quintavalle, 1984c) e di parti delle sculture degli stipiti. Le tesi precedenti, in particolare quelle di Salvini (1956), vedono a Nonantola alcuni maestri dell'officina modenese attivi dopo il 1121 e l'edificio nel suo insieme viene considerato una struttura non collegata alla cultura della cattedrale modenese. La riconsiderazione delle architetture dell'abbaziale all'interno dei modelli della riforma, la sua progettazione dunque come una grande basilica a colonne, certo dipinte a imitare il marmo, con recinzione presbiteriale e grande cripta, rifatta dai restauratori del sec. 20° reimpiegando capitelli di disparata provenienza e con cronologie che vanno dal sec. 8° al 9° e al 10° (Gandolfo, 1974-1975; Serchia, 1985), fa pensare a una sostanziale arcaicità di modelli. Né lascia dubbi l'interpretazione dell'iscrizione in capitali sull'architrave del portale di facciata che recita: "Silvestri celsi ceciderunt culmina te(m)pli / mille rede(m)ptoris lapsis vertigine solis / annis centenis septe(m) nec non quoq(u)e denis / quod refici magnos cepit post quatuor annos". Lungi dal potersi fissare a dopo il 1121 (Salvini, 1956; 1966; Gandolfo, 1975), la cronologia dell'edificio, dunque anche quella delle sculture, appare antecedente; risulta chiaro dall'iscrizione il dissesto delle parti alte dell'edificio, capriate e tetto, ed eventualmente anche del tiburio che si vede nel modello presentato da s. Anselmo in uno stipite del portale.La scritta dunque parla di un restauro o ricostruzione iniziata dopo quattro anni e le sculture del portale, nel quale manca l'architrave, evidentemente sostituito, devono datarsi a prima del terremoto del 1117 e, probabilmente, con le architetture, tra la fine del sec. 11° e il 1102, di fatto insomma subito prima dell'impegno di W. a Modena o in parziale coincidenza con quel cantiere. Comunque, la lunetta era all'origine aperta, visto che il Pantocratore, scolpito su un pezzo romano di reimpiego con nel retro un tralcio, deriva da una recinzione presbiteriale i cui pezzi, forse con storie cristologiche, sono scomparsi, mentre i quattro simboli evangelici e i due angeli che tamponano la lunetta sono parte di un pulpito a suo tempo ricostruito (Quintavalle, 1969; 1991) e nel quale la mano del magister è evidente ancora negli angeli. Gli stipiti della porta nonantolana vedono operoso W. nelle scene della Natività, nelle Storie di s. Anselmo e, ancora, nel tralcio abitato degli sguanci interni, ma con la presenza di un aiuto. L'iconografia inventata da W. nelle scene dell'Infanzia di Cristo si ritrova dal S. Benedetto al Polirone (architrave) fino al portale minore sud della cattedrale di Piacenza, insomma dagli anni novanta del sec. 11° al 1122 circa.L'arrivo di W. alla cattedrale di Modena si deve collocare in parallelo con quello di Lanfranco; si tratta di due personalità estranee all'ambito locale: non è noto se uno dei due o ambedue fossero chierici, certo è che ebbero comunque una educazione nelle scholae delle cattedrali e furono considerati profondi conoscitori delle artes. Del resto le miniature della Relatio sulla traslazione del corpo di Geminiano, finora sempre datate agli inizi del sec. 13°, ma di recente (Masetti, 1993) retrodatate al principio del 12° e assegnate ad ambito toscano, che mostrano un Lanfranco togato, con il compasso, mentre partecipa all'apertura della tomba di Geminiano e alle operazioni di fondazione e poi di edificazione della nuova cattedrale modenese, confermano proprio questa dignità intellettuale dell'architetto. Nella cattedrale modenese Lanfranco impose un progetto modulare complesso (Quintavalle, 1964-1965b; Peroni, 1984a), per il proporzionamento dei rapporti fra navata centrale e minori, organizzò un sistema alternato con matronei agibili ma leggeri grazie all'uso di ponti di calpestio ligneo sospesi e propose, grazie all'assenza di volte, una navata centrale ben illuminata. Lanfranco e W. collaborarono strettamente all'organizzazione degli spazi interni: la zona presbiteriale vede la presenza di una recinzione, che non si può oggi ricostruire con dati archeologici, e di un pulpito a suo tempo ricomposto (Quintavalle, 1964-1965b), oggi fissato sull'alto della facciata oltre la grande ruota aperta dai Campionesi. Un altare, probabilmente dove era fissata la lastra con Enoc ed Elia, ora in facciata, doveva avere una precisa funzione simbolica. Il sistema dei percorsi di accesso al presbiterio e alla cripta con le reliquie di Geminiano è stato manomesso completamente fin dall'epoca campionese e poi di nuovo in seguito, fino alla ricomposizione dovuta ai restauri di Sandonnini, che ancora oggi si vede.In questo contesto l'opera di W. appare ricca e complessa e certamente un modello per una serie di interventi ulteriori nelle cattedrali collegate alla riforma. Come è stato ipotizzato (Gandolfo, 1989), la cattedrale precedente l'attuale doveva avere un orientamento parzialmente diverso e un nartece coperto a volte. La ricostruzione dunque del nuovo edificio lanfranchiano partì dall'abside ma anche dalla facciata fino al momento in cui l'antica abside dovette essere distrutta e la traslazione delle reliquie compiuta. L'operazione, fra 1099, tempo della fondazione, e 1106, momento della consacrazione quantomeno dell'intera zona absidale, e, all'incirca, fino all'inizio del presbiterio, deve avere veduto nel 1106 in piedi e ben fuori terra il tracciato completo delle mura d'ambito e anche le strutture della navata maggiore e delle minori; certamente la facciata doveva essere portata avanti abbastanza da permettere una organizzazione dei rapporti strutturali e dei proporzionamenti. D'altro canto l'unità di stile fra le varie parti scolpite e quelle architettate, le tracce continue della presenza di una stessa officina, la coerenza del programma di costruzione, la presenza di magistri già attivi a Modena su altri cantieri appena dopo il 1106, per es. alla cattedrale di Cremona, tutto fa pensare che W. e i suoi scultori operassero in stretto rapporto con Lanfranco e che le architetture venissero compiute in correlazione con le sculture realizzate tutte, a Modena, avant la pose.Nel duomo di Modena tre sono i portali degli inizi del sec. 12°: quello mediano di facciata (i laterali sono stati aperti in epoca campionese e dunque agli inizi del sec. 13°), quello sul fianco nord e quello sul fianco sud verso la facciata, dato che la porta Regia è essa pure di epoca campionese come i transetti e la parte superiore della Ghirlandina, la torre posta sul lato nord nei pressi delle absidi. Nel progetto originario lanfranchiano dunque vi erano tre porte, non simmetriche, una al centro della facciata, una volta verso nord, verso la via Emilia, una verso sud, in corrispondenza di un'ampia piazza. Gli scultori della officina di W. intervennero fin dagli inizi nella zona sia delle absidi sia della facciata, ma il piano generale delle sculture previde la messa in opera, sulle semicolonne addossate che articolano i fianchi dell'edificio, dei semicapitelli spesso figurati, oltreché di una serie di capitelli minori nelle arcatelle interposte fra le semicolonne. Altri capitelli, detti anche metope (Modena, Mus. Lapidario del Duomo), erano collocati in origine al culmine dei salienti che fanno corpo con i muri frangifuoco che traversano il tetto e che all'interno corrispondono ai grandi archi trasversi. A Modena la parte più importante della decorazione scolpita è fissata in facciata: il portale mediano, retto su leoni romani reimpiegati, rimodificato in epoca campionese e restaurato agli inizi del Novecento, ma anche in epoche antecedenti, mostra una lunetta libera, come del resto i due minori sui fianchi nord e sud, ed è illustrato da un tralcio abitato all'antica che, dalla base, retto da telamoni, al culmine, percorre l'archivolto e l'architrave al cui centro sta un mascherone. Nell'entradosso degli stipiti si vedono scolpiti dodici profeti, sei per parte: sotto l'architrave sono scolpiti rosoni all'antica. A fianco del portale si vedono quattro grandi lastre con Storie della Genesi, due delle quali sollevate in epoca campionese sopra le porte di accesso create allora, agli inizi del sec. 13°, a fianco della mediana. Le quattro lastre con Storie della Genesi rappresentano: la prima la Creazione di Adamo, quella di Eva, il Peccato originale; la seconda la Vergogna dei progenitori davanti a Dio, la Cacciata, il Lavoro; la terza il Sacrificio di Caino e di Abele, l'Uccisione di Abele, Dio che rimprovera Caino; la terza Lamec che uccide Caino, l'Arca sulle acque con dentro Noè, Noè con i figli che escono dall'arca. Sempre in facciata sono importanti i capitelli delle semicolonne, di qualità assai alta; sopra il rosone campionese sono fissati i simboli dei quattro evangelisti in collocazione spuria e parzialmente ridotti, che erano all'origine un pulpito sito all'interno (Quintavalle, 1964-1965b, 1969; 1984c; 1991). Ancora in facciata sono ora fissati altri pezzi, la lastra retta da Enoc ed Elia e, in alto, quella con Sansone che smascella il leone, provenienti probabilmente da un altare parallelepipedo ad ara, come si vede in altri casi, per es. nella pieve di Castell'Arquato (prov. Piacenza) prima del 1122 (Quintavalle, 1969).Il portale meridionale, con protiro retto da leoni (uno, rifatto dopo i danni di guerra, è falso: l'originale danneggiato si conserva al Mus. Lapidario del Duomo), presenta sulla fronte un tralcio che corre pure sull'archivolto, mentre sull'architrave è scolpita la vicenda di Geminiano e del suo viaggio a Costantinopoli per guarire la figlia dell'imperatore.Il portale nord è pure preceduto da un protiro retto da leoni e mostra un tralcio nella fronte degli stipiti, nell'intradosso di questi sono scolpiti i Mesi; sull'archivolto è scolpita la leggenda arturiana, mentre sull'architrave si vedono, entro riquadri, alcuni fabliaux.Conviene adesso vedere le attribuzioni delle sculture. Caduta la cronologia post 1145 ca. dell'archivolto del portale nord detto della Pescheria, in quanto le scritte che illustrano i personaggi indicano una tradizione della Chanson arturiana diversa da quella di Goffredo di Monmouth che era stata, da Olschki (1935) in qua, terminus post per datare l'archivolto stesso; caduti anche i rapporti con il mondo borgognone, il dibattito, dopo ampie oscillazioni, sembra confermare la tesi (Quintavalle, 1991) che vede uno stretto nesso tra edificazione delle strutture e sculture. Dunque gli anni fra 1099 e 1106 devono avere veduto attivi i tre principali magistri della cattedrale: W., che realizzò il portale mediano e le Storie della Genesi; il Maestro della Pescheria, che realizzò porta dei Mesi, archivolto, architrave e tralcio; il Maestro del Portale dei Principi, cui si deve l'intera porta con qualche aiuto. La distinzione di mani non ha visto finora dunque un sostanziale dissenso per quello che concerne le porte e le Storie della Genesi e Wiligelmo. Divergenti invece le opinioni sulle altre sculture. Salvini (1956) ipotizza un Maestro degli Evangelisti per i simboli evangelici ora murati alti sulla facciata, un Maestro delle Metope per le sculture sui salienti esterni, e poi ancora altri maestri fra cui uno detto del Veridico, autore del pezzo con la Verità che strappa la lingua alla frode, assai danneggiato da eventi bellici e fissato a destra della porta dei Principi. Quintavalle (1982a; 1983; 1984c; 1991) rileva invece che è W. l'autore dei quattro pezzi con i simboli degli evangelisti e cioè del pulpito all'interno della cattedrale, e sempre W. è l'autore della lastra con il Sansone ora in facciata e dei capitelli detti metope. Di W. è la gran parte dei capitelli sulle semicolonne di facciata e questi infatti si collegano direttamente, per es. quello con sirena, al Maestro delle Metope, che si confronta perfettamente con la figura di Eva e con altre figure delle Storie della Genesi. Dunque W. non è solo autore del portale di facciata e delle lastre ai lati, ma dell'altare e del pulpito all'interno, di molti dei capitelli sulle semicolonne salienti in facciata e di molti ancora sul lato nord e sud. La cronologia di questi lavori dovrebbe non scostarsi dagli anni indicati per i portali e le Storie della Genesi e i capitelli di facciata e, per le metope, non si dovrebbe giungere oltre il 1110 circa. Questo permette di collegare agevolmente l'officina di S. Benedetto al Polirone e quella di Nonantola a quella di Modena e l'officina modenese a quella cremonese e a tutta una serie di altre imprese significative nella diocesi di Modena e in quella di Reggio Emilia.È di ambito strettamente wiligelmico il pulpito della pieve di Quarantoli (prov. Modena), pur risegato ai bordi dei simboli evangelici, mentre quello di Carpi mostra una mano diversa e alquanto più avanzata, quella di Nicolò; sono probabilmente di W. le acquasantiere di Ganaceto e di Rubbiano (prov. Modena), finora attribuite al Maestro delle Metope; è di W. un pezzo di altissima qualità, la Madonna con il Bambino (Modena, Mus. Lapidario Estense), forse parte di una lunetta vista la sagomatura della lastra retrostante, proveniente dalla Sagra di Carpi, e sempre di W. è la Madonna con il Bambino del Kunsthaus di Zurigo (Quintavalle, 1984c; 1991).I problemi dell'attribuzione alle diverse mani e quelli della cronologia non possono essere staccati da quelli della nuova iconografia e del nuovo modo di scolpire che dava a W. la certezza di essere dignus honore fra gli scultori. L'ipotesi avanzata di collegare al Jeu d'Adam et Eve, testo apocrifo anglonormanno del 1146-1147, l'interpretazione del valore simbolico delle Storie della Genesi (Frugoni, 1984a) è interessante, ma deve essere letta all'interno di una riflessione diversa che colleghi queste Storie al resto della programmazione delle porte, della facciata, dei capitelli esterni e degli arredi interni. Prima di tutto la cattedrale modenese intendeva proporre, dopo un lungo periodo di scisma, una nuova immagine che rappresentasse questo suo ritorno nel seno della Chiesa di Roma. Ecco dunque che le Storie della Genesi mostrano sì il peccato originale e la salvezza, ma rappresentano soprattutto la Chiesa, l'arca di Noè, che questa salvezza impersona; il claustrum a due livelli di arcata è la vita canonicale e la Chiesa. Il sacrificio di Caino non gradito al Signore e il castigo di Caino trafitto dal cieco Lamec sono un altro segno inconfondibile contro gli scismatici, gli eretici, contro i sacerdoti che hanno piegato verso l'arcivescovo di Ravenna, o verso l'imperatore, e in certo senso Modena è da porre in parallelo con la cattedrale di Parma, dove un capitello dei matronei (ca. 1115-1120) iscritto "Est monachus factus lupus hic sub dogmate tractus" allude probabilmente proprio al vescovo Cadalo (1045-1072) e allo scisma. Il rapporto a Modena fra portale mediano e portali laterali è importante: il parallelismo evidenzia il tempo della Chiesa e quello cosmico, profeti nel portale di facciata, apostoli nel portale sud, mesi nel portale nord. Nel portale sud il viaggio di Geminiano per mare verso Oriente allude alla crociata e al rapporto con l'imperatore di Bisanzio, mentre il portale nord con i fabliaux pone un problema di simbologia cosmica nel segno della religione e l'archivolto con storie arturiane sottintende ugualmente la lotta contro l'infedele e dunque la salvezza di Winlogee dentro una fortezza che è la città, che potrebbe essere ogni città, anche Jerusalem. Insomma il progetto di W. a Modena comprende una didattica della crociata e del viaggio; del resto la cattedrale è prossima alla via Emilia, parallela a essa.È importante comprendere quali sono le ragioni per chiudere intorno al 1106-1110 la campagna di costruzione della cattedrale e della torre lanfranchiana fin dove salgono le paraste. Nel 1107 si aprì il cantiere della cattedrale di Cremona (v.) e qui si ritrovano molti dei maggiori attori presenti nella officina di Modena. L'impegno cremonese è certo troppo grande (portali, lastre, centinaia di capitelli) per poter condurre avanti i due cantieri in parallelo e, d'altro canto, se si calcolano le giornate indispensabili per realizzare le opere scolpite a Modena, gli anni fra 1099 e 1106, attestati a livello documentario, sono da considerare sufficienti per quello che W. e i suoi hanno lasciato.La scritta retta dai due profeti Enoc ed Elia, conservata oggi nella sagrestia della cattedrale di Cremona, attesta chiaramente che la data di fondazione dell'edificio è il 1107: "Ann(o) d(omi)nic(e) incar/nac(ionis) millesimo centesimo VII indi/tione XV p(rae)sidente / domno Pascale / in romana sede / VII k(a)l(endas) sept(em)b(ris) incep/ta e(st) aedificari hec ma / ior aeccl(esi)a cremonen / sis q(ue) media videt(ur)".La vicenda architettonica della cattedrale cremonese è stata discussa da alcuni studiosi in relazione a quella delle sculture, traendo conclusioni ancora oggi in gran parte accettabili (Porter, 1915-1917), da altri separando architetture e sculture (Salvini, 1966; 1971; Puerari, 1969; 1971; Cochetti Pratesi, 1974-1976) e dunque avanzando ipotesi, anche di cronologia, assai disparate. Il problema dell'accertamento archeologico dei caratteri della fabbrica del sec. 12°, l'edificio che il terremoto del 1117 distrusse in parte notevole se, come si legge sulle cronache locali, a lungo le reliquie di s. Imerio furono sepolte dalle macerie, è se quell'edificio è ancora in parte restituibile oggi oppure se è stato rifatto completamente, e se le sculture esistenti sono da collegare a questa prima fase oppure a una seconda, di una decina di anni ulteriore rispetto al sisma. La cronologia dei pezzi scolpiti e quella delle architetture dipendono dalla soluzione di questo dilemma. Ma vi è un altro problema, l'attribuzione di alcuni importanti pezzi scolpiti a W., e quindi alla sua officina, oppure ad altri artefici. Il dibattito è stato vivacissimo: Porter attribuiva i quattro profeti negli stipiti del portale di facciata a W., Salvini identificava un Maestro dei Profeti seguace di W., Cochetti Pratesi pensava a influssi germanici e negava il rapporto con W., spostando inoltre in avanti la gran parte delle sculture, come in parte faceva anche Puerari. Il problema delle architetture e delle sculture va considerato insieme e la ricostruzione delle strutture originarie della cattedrale cremonese è possibile utilizzando l'analisi archeologica e confrontandola con le testimonianze delle trasformazioni ulteriori, per es. della facciata, che emergono dagli antichi sigilli, oltreché rileggendo l'insieme degli edifici che alla piazza si collegano. Il primo duomo cremonese era una struttura a tre navate, con copertura a capriate, grandi pilastri compositi con ricchi capitelli figurati, ora nascosti da aggiunte lignee, matronei percorribili aperti sull'interno con polifore dai raffinati capitelli. Le manomissioni ulteriori, all'interno soprattutto cinquecentesche, non impediscono la lettura delle forme medievali originarie che si ritrovano nelle absidi. Il confronto con la cattedrale lanfranchiana, la cronologia probabile dell'edificio fra 1107-1115 ca., in parte crollato con il terremoto del 1117 sopra le reliquie del santo, e l'uso degli stessi moduli proporzionati sul quadrato fanno ritenere, unitamente ai caratteri inconfondibili degli scultori, che il progettista della cattedrale sia da collegare alla cultura riformata. A Cremona (Quintavalle, 1973b; 1984c; 1991) si vedono attivi gli stessi maggiori scultori del duomo di Modena e questo di per sé ribadisce la cronologia alta, fra 1099 e 1106 e il 1110 ca., della cattedrale modenese.A Cremona più ancora che a Modena ci si deve impegnare nella restituzione degli insiemi scomposti, in primo luogo dei portali. Quello al centro della facciata è preceduto da un protiro campionese databile intorno al 1220-1230, ma reimpiega pezzi più antichi il cui rapporto con le strutture è modificato proprio dalla diversa dimensione del rinnovato sistema. Dunque i quattro profeti, pensati come stipiti del portale, si dovevano collocare probabilmente nell'intradosso, come quelli modenesi, mentre sulla fronte dei due stipiti doveva articolarsi un ricco, carnoso tralcio abitato, del quale tre importanti frammenti si conservano a Milano (Castello Sforzesco, Mus. d'Arte Antica), e uno minore è alla cattedrale di Cremona ma gravemente usurato. L'archivolto del portale di facciata originario, appare ancora in situ, come sono in situ le due mensole che reggevano l'architrave; in basso due telamoni dai manti panneggiati e di altissima qualità sono chiaramente oggi in collocazione spuria. Dunque al portale manca oggi l'architrave originario, che forse potrebbe vedersi in due frammenti, con Storie della Genesi, murati nel sottoportico di facciata, frammenti che peraltro potrebbero essere stati parte di un grande fregio esterno, come appunto a Modena e altrove, per es., nella cluniacense Saint-Paul-de-Varax (dip. Ain; Quintavalle, 1985). Comunque sia, tutti i pezzi citati appartengono a un'unica mano, che diresse eventualmente qualche esecutore ma che, nel caso dei profeti, dei telamoncini, delle mensole e del fregio con i progenitori, è inconfondibilmente quella di W. in una fase appena ulteriore a quella del cantiere modenese.La conferma della presenza del maestro a Cremona viene indirettamente da quella dei due suoi maggiori collaboratori, quelli che si conviene chiamare Maestro della Pescheria e Maestro del Portale dei Principi. Infatti l'inconfondibile tralcio a strigilo della Porta della Pescheria si ritrova nel frammento di tralcio retto da telamone, certo parte di uno stipite di porta minore, murato nel sottoportico di facciata. Quanto all'altro magister, quello della Porta della Pescheria o di Artù, lo si ritrova in un leone affilato e dalle costole che ne scandiscono il fianco, ora nel sottoportico di facciata, in un'acquasantiera di altissima qualità, collocata ora presso l'ingresso della sagrestia, e in alcuni capitelli della navata che, peraltro, si distribuiscono fra diversi magistri. Il maestro che guidò l'officina è comunque W., al quale è possibile assegnare (Quintavalle, 1984c) anche il gruppo dei quattro bellissimi simboli evangelici, scomposti e murati adesso nel protiro di facciata ma, all'origine, parti di un pulpito collocato all'interno dell'edificio, e, inoltre, anche l'architrave del portale minore settentrionale, con Cristo entro una mandorla e gli apostoli, e, ancora, numerosi altri pezzi, fra cui si ricorda un frammento di testa murato adesso all'esterno del battistero (Quintavalle, 1991) e un telamone conservato mutilo nel deposito del Camposanto e che si collega al telamone a Milano (Castello Sforzesco, Mus. d'Arte Antica), opera altissima di Wiligelmo.Ecco dunque che a Cremona l'officina wiligelmica ripropose lo schema 'narrativo' elaborato alla cattedrale modenese e in anni che paiono doversi necessariamente chiudere intorno al 1115 circa. Dunque l'intera cronologia della struttura e delle sculture della cattedrale cremonese appare fissata entro limiti comunque antecedenti il terremoto del 1117; eventuali, ulteriori modifiche di quelle strutture andrebbero esaminate dopo una attenta analisi archeologica delle strutture stesse, peraltro in parte modificate e nascoste da interventi rinascimentali e barocchi.Comunque, l'officina che si conviene chiamare modenese non chiuse a Cremona la propria attività. Infatti la si ritrova, con una forte e diversa presenza, accanto a quella wiligelmica, alla cattedrale di Piacenza, per la quale la cronologia fra 1122 e 1130 ca. per la prima fase dei lavori appare confermata proprio dall'impostazione dei portali di facciata e, in particolare, dei due portali laterali, dato che quello mediano, a parte interventi e rifacimenti dei restauri, appare collegabile alla cultura di Nicolò. Dunque il portale settentrionale, con nell'architrave le scene della Natività di Cristo e figure ritmate dalle arcate come di un chiostro o della navata di una ecclesia, mostra bene, come del resto i telamoni ai lati e l'archivolto sovrastante, la mano di W. e si confronta con le opere cremonesi, per es. l'architrave della porta minore nord. Il protiro è retto su telamoni, essi pure di ambito strettamente wiligelmico, e da confrontare con quello cremonese frammentario e l'altro a Milano (Castello Sforzesco, Mus. d'Arte Antica). Il portale minore sud, con Storie di Cristo scolpite nell'architrave, appare collegabile al primo Nicolò e del resto il tralcio sovrastante con il consueto doppio strigilo caratteristico del Maestro del Portale dei Principi pare confermarlo, proponendo una diretta successione dell'officina da Cremona a Piacenza. Nel portale mediano, fortemente manomesso dai restauri (falsi sono l'architrave, parte delle mensole e alcune figure nel frontespizio del protiro), l'archivolto e alcune altre sezioni devono assegnarsi ancora a Nicolò.Dunque si è giunti alla fine di un percorso, o almeno di quello che oggi è possibile ricostruire, di W. e della sua officina di scultori e architetti, che si è visto muovere da Nonantola e da S. Benedetto al Polirone, proseguire a Modena con l'arrivo di Lanfranco, operare ancora a Cremona di nuovo con i tre maggiori scultori attivi a Modena, infine trasferirsi a Piacenza, dove probabilmente il magister delle architetture è un altro protagonista, Nicolò, con cultura ed esperienze assai diverse da Lanfranco. Intorno alla metà forse degli anni venti si perdono però le tracce del grande Wiligelmo. Ma si può, a questo punto, proporre un bilancio che permetta anche di porre ordine fra le varie ipotesi avanzate dalla critica sulla formazione di W., sui suoi rapporti con la committenza, sulla sua cultura. W. fu certamente, come del resto Lanfranco, una figura determinante nei cantieri innovatori voluti da Matilde di Canossa nell'ambito della riforma. L'evocazione dell'Antico, la riscoperta della scultura tardoromana come modello, la ripresa delle capitali, dunque della littera, l'attenzione all'organizzazione del 'racconto' con evidenti citazioni paleocristiane, sono perfettamente rispondenti al recupero di quei modelli che Lanfranco venne compiendo edificando le grandi basiliche-cattedrali di Modena e di Cremona e progettando probabilmente altri edifici in queste terre della riforma. Ma la programmazione delle immagini vuole dire soprattutto lotta contro l'eresia e contro gli scismi, e molti testi appaiono indirizzati in questo senso, non solo le Storie della Genesi presenti a Modena e Cremona, ma anche le sculture con le Storie di Cristo, che sottolineano la funzione della Chiesa.Di W. dunque si è delineato un percorso che copre circa un trentennio, dalla metà ca. degli anni novanta del sec. 11° al terzo decennio del 12°, dunque in piena lotta per le investiture e, insieme, subito prima e subito dopo la prima crociata. Riflessi di quest'ultimo evento si sono trovati a Modena, ma ancora altrove, nelle sculture, e certamente ve ne erano nei mosaici e nelle pitture. Il rapporto dunque con la committenza appare evidente: l'officina di Lanfranco e quella poi di W., e dopo ancora quella di Nicolò, sono legate a un programma ideologico preciso, rispondono a una esigenza di persuasione attraverso l'immagine che nasce da un programma unitario che solo la Chiesa, e la committenza prima matildica, poi delle singole città, potevano proporre. Non si tratta a livello occidentale di un evento isolato, anzi, semmai, è vero il contrario, e dunque W. si inserisce in un programma culturale più ampio, che vide Cluny e i suoi modelli diffondersi sulle vie del pellegrinaggio in Occidente.Resta da chiedersi se W. e i suoi scultori fossero consapevoli di quanto venivano facendo: certamente sì, visto che almeno il capo dell'officina era probabilmente una persona di alta cultura, come del resto Lanfranco. Essi non potevano non sapere che evocare il 'latino' delle sculture e delle lettere capitali, delle architetture e dei capitelli corinzi, delle basi e delle colonne all'antica, degli arredi interni come recinzioni presbiteriali e pulpiti in cornu epistolae e in cornu evangelii, voleva dire in sostanza puntare sulla ripresa del mondo paleocristiano: dunque essi erano consapevoli che il progetto di ecclesia portato avanti dai pontefici della riforma era un progetto di ritorno alla Chiesa delle origini. Insomma, Lanfranco, come del resto W., come Buscheto e Rainaldo al duomo di Pisa, e tanti altri con loro in Toscana, nel Lazio e nel Sud, erano consapevoli che la lingua da loro prescelta era il latino, un aulico latino nel segno del cristiano impero d'Occidente.

 

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Approfondimenti

WILIGELMO > Enciclopedia Italiana (1937)

WILIGELMO. - Scultore. Operò nei primi decennî del sec. XII specialmente per il duomo di Modena. Non v'è ragione di crederlo venuto di Germania, benché nella sua arte si possano isolare elementi di derivazione germanica, dagl'intagli in avorio e dall... Leggi

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Bonamico. - Scultore (seconda metà del sec. 12º), attivo in Toscana. Autore, fra l'altro, di un mediocre rilievo, firmato, ora nel Museo dell'Opera del duomo di Pisa, e dei vigorosi capitelli della pieve di Mensano in Valdelsa. Seguace di Biduino, concorse alla diffusione dei modi pisani.

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