ZOROASTRISMO e MANICHEISMO

Enciclopedia dell' Arte Antica (1966)

di Red.

ZOROASTRISMO e MANICHEISMO. - La religione di Zoroastro (Zarathustra), nella sua predicazione iniziale (la religione gathica) e nella sua formulazione successiva (zoroastrismo), fu il fattore centrale che dette al mondo iranico la sua unità e la sua stessa identità spirituale per circa un millennio, dall'età achemènide alla fine dell'impero sassanide. Gli articoli achemènide, arte; iranica, arte; sassanide, arte, e simili trattano dunque dei monumenti di questa religione della quale si indicano qui brevemente alcuni tratti essenziali di contenuto e di storia.

L'età in cui visse Zarathustra è incerta secondo il Bundahisn, un trattato cosmologico in lingua pahlavica, egli avrebbe convertito il re Vishtāspa 258 anni prima di Alessandro Magno. Zarathustra sarebbe dunque vissuto tra il 570 e il 500 a. C., se il riferimento ad Alessandro indica l'inizio del regno seleucide (312 a. C.); tra il 650 e il 533, se indica invece la fine del regno degli Achemènidi (330 a. C.); Vishtāspa dovrebbe essere identificato con Histaspe, padre di Dario I.

La coincidenza della predicazione di Zarathustra con la formazione dell'impero achemènide ha fatto talora sopravalùtare l'intento sociale della nuova religione, pur presente, mentre altri hanno negato l'adesione al nuovo credo dei sovrani achemènidi, i quali, invece, nella concezione del potere come derivato da Dio, che li distacca decisamente dalle tradizioni politiche del vicino Oriente, o nella loro stessa tolleranza per le altre religioni, rivelano la profonda influenza del rinnovamento etico e religioso di Zarathustra, pur non accettandone mai pienamente l'impostazione monoteistica.

Il successivo inclinare dei sovrani achemènidi verso il dispotismo orientale porta ad un decadere dello z., travolto poi dalla conquista di Alessandro e a stento sopravissuto sotto i Seleucidi e gli Arsacidi, mentre motivi iranici emigrano e circolano nel mondo ellenistico e poi nelle file romane, completamente diversi dalle loro origini (v. specialmente mithra).

La rinascita dello z. avvenne con l'impero dei Sassanidi (266 d. C.). Allo z. si opporrà allora la predicazione di Mani (v. avanti), dalla quale gli elementi più significativi e più esasperati del dualismo iranico saranno trasferiti nello stesso ambito cristiano e trasmessi al mondo islamico. La battaglia di Nihāwand, del 21 dell'Egira (642 d. C.), segnò la fine dell'impero sassanide e l'assorbimento della Persia nel mondo musulmano.

Le fonti dello z. risiedono per noi essenzialmente nell'Avesta, il complesso dei libri sacri dello Z., in cui è agevole distinguere un gruppo di scritti più tardi, l'Avesta recente, dalle diciassette Gāthā (inni) che riflettono ancora viva la personalità di Zarathustra. È così definita gāthica la prima dottrina zoroastriana da A. Pagliaro in contrasto con l'uso più estensivo delle fonti di H. Lommel.

Il principio teologico di Zarathustra risulta nell'affermazione di un dio unico pensante, Ahura Mazdāh (v.) nel cui atto creativo si conciliano il mondo dello spirito e quello della natura. Ahura Mazdāh ha "al principio riempito gli spazi di luce e con la forza della sua mente creato la verità". Il dio continuamente accresce questo mondo dello Spirito, in cui egli è circondato da sette entità divine che costituiscono le sue modalità, i sette santi immortali (Amusta Spanta), che sono "le grandi e belle forme che egli assume", il passaggio dalla creazione del mondo spirituale a quello materiale avviene attraverso Spanta Mainyu, lo Spirito Santo, nel quale tuttavia è da riconoscere più che un'altra divinità, un principio attivo, dinamico, dello stesso Ahura Mazdāh. Allo spirito benefico di Ahura Mazdāh, allo Spanta Mainyu, principio del bene che è nel creato, si oppone Angra Mainyu, lo spirito del male. All'inizio della vita, i due spiriti scelgono le due strade opposte della verità e della menzogna. Del creato fa parte anche l'uomo, che come tutti gli individui, ha la sua propria essenza mentale. Il posto di quest'ultima è nella mente operante di Ahura Mazdāh, e ad essa si ricongiungerà dopo la morte l'essenza mentale dell'uomo buono. L'essenza spirituale del seguace della menzogna perderà invece la ricompensa di ricongiungersi con il divino principio, e la sua anima precipiterà nel baratro.

È indubbio che Zarathustra elaborò motivi già presenti nel pantheon iranico; ma è anche arrischiato sostenere che la sua predicazione soltanto sistemasse miti già accolti. Gli accenti polemici delle gatha; l'uso del nome daēva, in indo-iranico "dio", nel significato di "demone", indicano bene una religione militante in contrasto con il mondo circostante.

Il secondo periodo della religione zoroastrica, il suo momento persiano-achemènide, è invece caratterizzato dalla reazione del primitivo paganesimo sulla religione riformata. Accanto ad Ahura Mazdāh figurano, non più dèi, ma venerabili, molti numi del pantheon indo-iranico, sopra ogni altro Mithta e la dea fluviale Ardvī Sūra Anāhita. Ma accanto al risorgere delle tendenze naturalistiche, si accentua l'impostazione dualistica. In essa lo z. trova la sua attuazione rituale, nelle regole che sovrintendono alla vita morale e religiosa. Dal punto di vista archeologico, sono significative le torri del silenzio, costruzioni in cui si depositano i cadaveri, e la venerazione del fuoco. E infatti nel suo scadimento dalla pura intellettualità del suo fondatore, che lo z., ormai popolato di demoni e di spiriti numerosi, svolto in regole di vita e di culto precise, può dar luogo a manifestazioni artistiche e monumentali.

Infine sotto il regno sassanide lo z. diventò e fu quel che non era mai stato, la religione nazionale e ufficiale della Persia, abbandonando l'universalismo primitivo. Come religione di Stato, si fece intollerante e di conseguenza ricercò di distinguersi in correnti vieppiù ortodosse, sino ad ammettere, alle stesse origini, la coesistenza dei due opposti principî (Zaradhustija).

manicheismo. - Contro il carattere nazionale dell'ultimo z. il m. si annunciò come religione universale, anzi rimproverò allo z. e ad ogui altra religione, allo stesso cristianesimo, la mancanza di universalità. Rispetto alle religioni precedenti il m. si pone dunque come superamento, o meglio come l'ultima e suprema rivelazione. La rivelazione era stata ricevuta da Mani (nato nella Babilonia meridionale nel 216-17 d. C.) nel 228-29; egli iniziò a diffondere la nuova religione nel 240-41, con viaggi in regioni diverse, e specialmente in India. La dottrina manichea risente dello gnosticismo di Bartesane, di Marcione, nel sentimento cupo della natura umana, inscindibilmente mista di bene e di male. Il problema dell'origine del male è risolto dal m. con un ipotesi dualistica, che attribuisce il male ad un principio opposto, anche se inferiore, al sommo bene, che è Dio. Dio e le anime degli uomini partecipano della stessa natura ed è appunto nella conoscenza, che l'anima risale a Dio dall'abbietta coabitazione col male. Questo schema è espresso dal m. nelle forme più ardite e fantastiche del mito, in un disegno vastissimo teologico e cosmogonico. In esso, la lotta tra i due regni, del bene, presieduto da Zurvan (v.), e del male, retto da Ahriman, si scatena in eventi grandiosi fino allo scontro in cui il figlio del "padre della grandezza" (Zurvan), l'uomo primevo, soccombe e precipita nell'abisso. È di nuovo salvato, ma ha lasciato nelle tenebre la sua anima. Seguono altri tentativi di salvezza, con la creazione del mondo fenomenico, con l'invio del salvatore, chiamato talvolta "Gesù splendore". Sino alla fine dei tempi durerà la lotta fra le due forze opposte e continuerà la decadenza delle anime; ma la gnosi, la conoscenza, offre la strada alla salvezza individuale. Come il creato è opera di Dio, così un'anima hanno anche gli animali, le piante, le rocce, le acque in una concezione universalistica, che Mani esprime con alti accenti poetici. E avvincente è tutta la complessa storia della creazione, della dannazione, della salvezza narrata da Mani.

Mani iniziò il suo apostolato in India, per tornare poi in Persia. Missioni manichee si rivolsero sin dal III sec. alla Battriana, forse alla Sogdiana, all'Egitto. Contro il m. insorgeva Alessandro di Licopoli (odierna Asyūt, località nella quale si sono rinvenuti testi manichei in lingua copta). Alla fine del III sec. il m. era diffuso in Africa; nel 311 gruppi manichei erano attivi a Roma; altri manichei erano colpiti, in Gallia e in Spagna, dalle leggi di Valentiniano I e di Teodosio. Fermenti manichei rimasero comunque vivi nel mondo latino e bizantino sino al sec. IX e oltre, anche se è difficile ammettere un rapporto fra le eresie medievali dualistiche e l'effettiva predicazione manichea. Nessuna connessione con il m. antico è dimostrata per le stele dette dei "Bogomìli" diffuse nella penisola balcanica. Le alterne vicende del m. in Oriente non rientrerebbero nei limiti cronologici di questa enciclopedia se non fosse che là sono venuti alla luce i più consistenti monumenti del m., che riflettono qualche luce sull'arte e sull'iconografia manichea delle origini.

In Persia i Manichei affrontarono subito la persecuzione dei Sassanidi. Sisinnio, il successore di Mani, fu mandato a morte sotto Bahrām II (276-293); il successore di Iannaios, trovò invece un protettore nel piccolo re di Hira sull'Eufrate, Amr ibn Adī. Ben presto i manichei dovettero rifugiarsi più a Oriente, verso il Korāsan, mentre il loro capo supremo risiedeva a Babilonia. Al cadere della potenza sassanide si ebbe una riviviscenza manichea, ma nel X sec. i manichei erano stati già banditi, e il capo della religione si era intanto trasferito a Samarcanda fra i Turchi occidentali. Al 694 risale la prima notizia del m. in Cina, religione tollerata con l'editto del 752. Dalla Cina il m. si propagò di nuovo verso Occidente, quando il Qaghan turco (Uiguro) di Orkhon (Manciuria settentrionale) avendo conquistato la città di Loyang (sul Hoang-ho), centro del m. cinese, si convertì a sua volta e fece convertire il suo popolo. Monumento dell'accettazione del m. è l'iscrizione trilingue (cinese, turco uigurico e sogdiano) di Katabalgasser. Allorché nell'840 l'impero uigurico fu sopraffatto dai Kirghisi, due dei piccoli regni che si formarono sulle sue rovine, nelle odierne province cinesi del Kansu e dello Shansi, e l'altro più importante, nel Kao-teh'ang, a E di Turfān, rimasero fedeli alla loro religione che, tollerata finché era protetta dagli Uiguri, cominciò ad essere perseguitata in Cina fin dall'842.

È appunto nel Turfān, presso le rovine della città d'Idiqutšahn e di Qara-qočo (o Chotscho) che le missioni russe (1848, 1893-95, 1902) tedesche (1902-03, 1904-05, 1905-07), inglesi (1907), francesi (1908) e giapponesi (1908) hanno messo in luce il gruppo più cospicuo di monumenti manichei (raccolti nei musei dell'Ermitage, di Berlino, al British Museum e al Musée Guimet; v. anche iranica, arte; serindia).

In forme intimamente compenetrate dell'arte cinese, affiorano temi e motivi che possono risalire alle origini sassanidi dell'arte manichea, presentando gli electi manichei, pitture di gruppi che, nonostante il loro carattere orientale, possono rifarsi a schemi tardo-antichi (una delle grotte di Bezeklik e pitture murali a Qočo).

Secondo un testo turco, Mani stesso avrebbe affrescato un santuario a Čigil. Abū'l Ma῾ali nella sua storia delle religioni, celebrò Mani come pittore, e così Mīrchon nella sua storia dei Sassanidi. Mani fu certamente un temperamento artistico e, secondo le tradizioni, egli e i suoi seguaci coltivarono in modo particolare la musica.

Ma soprattutto fra i manichei fu tenuto in altissima considerazione il libro. Agostino (Contra Faustum, xlii, 6 e 18), parla delle membranas elegantes (codici di pergamena) dei manichei e questa fama si estende fino al IX secolo. Secondo la tradizione Mani stesso avrebbe illustrato, oltreché scritto, i suoi libri.

Gli scavi di Qočo hanno restituito libri preziosi e di tipo diverso, rotuli di seta, che si avvolgevano a una stecca; pothīz, il tipico libro indiano composto di fogli di carta, e di foglie di palma e di altri materiali; una specie di pieghevole di carta scritto su una sola facciata; infine codici nel senso europeo, che sono i più numerosi e che, in contrasto con l'esotismo degli altri, testimoniano della conservazione di tradizioni maturatesi nel III-IV sec. nelle sedi originarie del manicheismo. Anche l'uso della seta può avere addentellati con il mondo sassanide; assai probabile è l'influsso buddhista nell'uso della carta. I testi sono su una o due colonne e l'intera pagina si presenta ricercatissima nella scrittura, talvolta a righe alternate di vario colore, nei titoli colorati che occupano tutta la pagina e - che sono assai spesso ornati di fiori. In quanto alle miniature, tutte di soggetti difficilmente identificabili (saggi, electi, divinità, scene mitologiche) i molti tentativi di riconoscervi specifici tratti iranici o copti originari, hanno incontrato seri ostacoli, così come ipotetici restano gli influssi manichei ricercati nell'arte islamica.

Bibl.: Zoroastrismo: C. Clemen, Fontes Historiae Religionis Persicae, Bonn 1920; id., Die griechischen u. lateinischen Nachrichten über die persische Religion, Giessen 1920; A. Christensen, Etudes sur le Zoroastrisme dans la Perse antique, Copenaghen 1928; E. Benveniste, The Persian Religion according to the Chief Greek Texts, Parigi 1929; H. Lommel, Die Religion Zarathustras nach dem Avesta dargestellt, Tubinga 1930; G. Messina, Der Usprung der Magier und die Zarathustrische Religion, Roma 1930; A. Pagliaro, Agni, Mithra, India e i fuochi sacri del Zoroastrismo, in Studi e materiali di Storia delle religioni, 1929; E. Herzfeld, Die Religion der Achaemenider, in Revue de l'histoire des Religions, 1936; R. Pettazzoni, Zoroastrismo, in Enciclopedia Italiana, XXXV, cc. 1022-1024; E. Benveniste, Les Mages dans l'ancien Iran, Parigi 1938; H. S. Nyberg, Die Religionen des alten Iran, Lipsia 1938; S. Wikanden, Der avische Männerbund, Lund 1938; id., Essai sur la démonologie iranienne, Copenaghen 1941; id., Feuerpriester in Kleinasien und Iran, Lund 1941; E. Herzfeld, Zoroastre and his World, Princeton 1947; J. Duchesne-Guillemin, Zoroastre, Parigi 1948; W. B. Henning, Zoroastre Politician or Witch-Doctor?, Oxford 1951; A. Pagliaro, in Enciclopedia Cattolica, IX, 1952, cc. 1206-1217, s. v. Persia. Per manicheismo: cfr. in generale gli articoli Manicheismo di A. Pagliaro, in Enciclopedia Italiana, con ampia bibliografia; Dualismus, di J. Duchesne-Guillemin e di H. Dorrie, in Reall. Ant. u. Christ., IV, cc. 334-350; G. Windellgren, Mani und Manichäismus, Stoccolma 1961, con bibl. Sull'arte e sull'archeologia: A. von Le Coq, Köktürkisches aus Turfan, in Sitzungsberichte d. preuss. Acad. (phil.-histor. Kl.), 1909; id., in Abhandl. d. preus. Akad., 1911 (1912), 1919, e 1922; A. Grünwedel, Altbuddhistische Kulstätten in Chinesisch-Turkestan, Berlino 1912; A. von Le Coq, Chosscho, Königliche Preussiche Turfan-Expedition (2° Exped.), Berlino 1913; id., Budditsche Spaetantike in Mittellasien: II, Manichäische Miniaturen, Berlino 1923; U. Monneret de Villard, L'arte Manichea, in Rend. Istit. Lombardo di Scienze e Lettere, s. II, LVI, 1923, pp. 16-20; T. W. Arnold, Survivals of Sasanian and Manichaean Art in Persian Painting, Oxford 1924; J. Charpentier, Manikeiska Miniatyrer från Centralasien, in Svenska Orient. Sällskapets, 1924, p. 73; J. Hackin, Recherches archéologiques en Asie Centrale, in Revue des Arts Asiatiques, IX, 3, 1935, pp. 124-143; X, 2, 1936, pp. 65-73; U. Monneret de Villard, The relations of Manichaean Art, in Survey of Persian Art, III, 1939, pp. 1820, 1828; M. Bussagli, La Peinture de l'Asie Centrale, Ginevra 1963.

(Red.)

Invia articolo Chiudi