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Il reality come hard discount della psicoanalisi
Nell’opera XXI Secolo della Treccani una netta presa di posizione del critico Aldo Grasso

«In molti sostengono che il reality sia falso, che sia irreality. Forse è la cosa più sincera della televisione. È un hard discount della psicoanalisi. È una confessione in pubblico, dopo che la fatica, il clima della competizione, le “dinamiche di gruppo” (come amano dire le conduttrici e i conduttori colti) hanno fatto il resto. Hanno cioè dissolto ogni remora, bruciato i freni inibitori, offuscato l’immagine dei singoli». Con queste parole si apre la parte dedicata al reality del saggio scritto dal critico Aldo Grasso (La buona televisione del Duemila) per il secondo volume (Comunicare e Rappresentare) dell’opera XXI Secolo, edita dall’Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani. Diretta da Tullio Gregory, è dedicata appunto ai primi anni di questo nuovo secolo, periodo sicuramente breve, ma in cui i mutamenti di orizzonte e di prospettive, tanto nei saperi quanto nei modi di vita quotidiana, sono stati importanti e complessi. Grasso parte dall’assunto che ormai la televisione generalista, free, ha eletto il talk show e il reality suoi generi privilegiati per “far vedere” la realtà. «Anzi – come sottolinea lo stesso critico – per fare entrare la realtà in corto circuito con la TV (si chiede ai protagonisti, gente comune in carne e ossa, di essere come tutti ma contemporaneamente di fare audience, cioè di incarnare l’eccezione, la diversità), come se la televisione stessa fosse uno specchio “deformante” del reale». Il suo gioco segreto quindi non è il diktat della trasparenza assoluta o il diritto di lasciare sentimenti, desideri, emozioni nell’ombra. «Il reality – continua Aldo Grasso nell’opera XXI Secolo – è la più pirandelliana delle rappresentazioni televisive: una schiera di ombre, tutte percorse dall’ansia di divenire personaggi. Il personaggio, pur del tutto diseroicizzato ridicolizzato. Viene sorpreso nel momento della sua torbida esasperata coscienza, quando realizza l’orrore del proprio apparire». La conclusione dell’argomentazione appare quasi rassegnata. Puntualizza infatti l’autore: «I reality rientrano così nel novero di quei rituali pubblici con cui la nostra società finge di parlarsi e mettersi in discussione ben sapendo che ormai nel “grande acquario della vita” (di cui trasmissioni come Il Grande Fratello o L’isola dei famosi sono perfette metafore) anche le distinzioni risultano fluide, liquide e, dunque, tutto appare esattamente uguale al suo opposto, “autentaticamente inautentico».