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ROMAN DE LA ROSE


Lunedì 8 maggio a Roma alle ore 17.30 presso la Sala Igea di Palazzo Mattei di Paganica (piazza della Enciclopedia Italiana 4) si terrà un seminario sul tema Il Roman de la Rose: un’allegoria dell’amore tra parole e immagini. L’iniziativa è organizzata in occasione della pubblicazione del Roman de la Rose, riproduzione integrale in facsimile del manoscritto Douce 195.
Come nel Medioevo intendevano l’Amore? Come l’Uomo doveva corteggiare l’amata per conquistarne il cuore? A queste domande, e alla complessità dei rapporti tra uomo e donna, il Roman de la Rose, nel pieno del Medioevo, intendeva provare a dare una risposta.
Il poema è sicuramente uno dei testi letterari medievali in lingua volgare di maggiore fortuna, secondo solo alla commedia Dantesca: si tratta infatti di uno dei poemi più rappresentativi del filone letterario dell’amor cortese, una rilettura in versi dell'ars amandi ovidiana alla luce della sensibilità e della cultura filosofico-morale del pieno Medioevo. Una sorta di vera e propria enciclopedia in versi sul tema, complesso, della conquista amorosa e del desiderio, rappresentati attraverso una equilibrata sintesi tra la dimensione narrativa e quella allegorica che ne hanno fatto uno dei fondamenti della cultura europea. Qui proposta nell’edizione facsimile di uno dei manoscritti miniati più belli ed iconograficamente espliciti della sua tradizione. 
Si sbaglierebbe però a dare del Roman de la Rose una lettura semplicistica alla luce della sola lirica cortese: il testo nasconde infatti molto altro. Scritto nella Francia del XIII secolo, quella delle grandi dispute filosofico-teologiche dell’università parigina e delle fastose corti principesche francesi, il poema rappresenta una summa della cultura europea di un’intera epoca. L’opera è stata  infatti composta in due fasi: la prima, databile intorno al 1235 e di cui ci sono giunti 4058 versi, è attribuita a Guillaume de Lorris e ha carattere prevalentemente cortese e cavalleresco; la seconda, redatta a distanza di circa quarant’anni, consta di 17.722 versi, e fu scritta da Jean de Meung, ed ha un tenore molto diverso dalla prima, rappresentando una sorta di sua retractatio (attraverso una satira pungente infatti l’autore critica fortemente lo stile di vita della sua epoca).
Il primo autore (Guillaume), secondo modalità narrative ben note ai romanzi cavallereschi e alla lirica provenzale, racconta l’esperienza onirica (un sogno premonitore) vissuta dall’Amante nella primavera dei suoi venti anni, durante la quale egli venne condotto in un meraviglioso giardino, dove si innamorò perdutamente dell’immagine di una Rosa riflessa nella magica fontana di Narciso. Tutta questa prima sezione del poema, costruita secondo la grande allegoria della quête infinita, si incentra sulle peripezie e le strategie che l’Amante mette in campo per conquistare la Rosa (allegoria della Donna), salvo però concludersi senza una soluzione narrativa: la Rosa infatti rimane inaccessibile e l’amante-narratore inconsolabile.
Diverso è invece l’atteggiamento del suo continuatore, Jean de Meung, il quale, a discapito della narrazione, tende a dilungarsi in articolate e complesse riflessioni intellettuali, tra cui cupe disquisizioni sulla filosofia, la psicologia, l’etica, l’ottica, i sogni e l’inganno sessuale. L’autore costruisce il suo testo facendovi confluire un’intera enciclopedia della quale fanno parte, oltre all’amore ormai difforme dall’arcaico sentimento della prima lirica cortese, anche le riflessioni sulla virtù, sulla fortuna, sulla ragione e sul linguaggio proprie della contemporanea teologia e filosofia morale. Lungi però dall’essere centrifuga e prolissa, la seconda parte del Roman de la Rose conduce il lettore nell’immaginario erotico di un Medioevo tutt’altro che scontato e bigotto: alla fine delle innumerevoli e vertiginose riflessioni infatti l’Amante riesce a possedere la Rosa (dopo averla letteralmente cinta con un assedio militare), offrendoci una delle scene erotiche più esplicite e dettagliate che la letteratura medievale abbia prodotto.
Crocevia tra due sensibilità culturali, quella cortese e quella filosofico-scolastica, il Roman de la Rose è un’opera tra le più straordinarie del Medioevo occidentale, una sorta di enciclopedia della società e della cultura europea del XIII secolo e dei suoi modelli culturali, capace non solo di incidere a lungo sull’immaginario della sua epoca, tanto da ispirare correnti letterarie, il Dolce stil novo, e autori come Dante, che sul modello di questo realizzò due brevi poemetti in volgare italiano (Il Fiore e Detto d’amore), ma di esercitare anche un certo ascendente su autori a noi più vicini del tempo, tra i quali Antoine de Saint-Exupéry, che ne trasse la celebre Rosa de Il Piccolo Principe, e trovare spazio, quasi a simbolo di un’intera epoca, in una delle principali opere del medievalismo contemporaneo, Il nome della rosa di Umberto Eco.
Il facsimile, edito dalla Treccani, fa parte della collana Tesori svelati (di cui fanno parte il Decameron, il Romanzo d’Alessandro e Notitia Dignitatum) ed è la riproduzione integrale del manoscritto Douce 195, realizzato per Maria Luisa di Savoia e conservato presso la Bodleian Library of Oxford. Stampato in tiratura mondiale di 399 copie numerate a mano su carta pergamenata Luxor delle cartiere Fedrigoni, il volume, 166 carte e 127 miniature, è contenuto in un pregiato cofanetto con impressioni in oro sul piatto anteriore e sul dorso. Arricchisce l’opera un Commentario contenente i contributi di studiosi quali Roberta Manetti, Nathalie Coilly, Martin Kauffmann e un apparato iconografico composto di 60 tavole a colori, teso a fornire al lettore gli strumenti necessari per comprendere l’opera sia dal punto di vista filologico che da quello artistico.
Interverranno Silvia Ronchey, Chiara Frugoni e Roberta Manetti.