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 TURPILOQUIO, MENZOGNA, MANIPOLAZIONE. LA PAROLA DEI POLITICI OGGI
 NUOVO SPECIALE ONLINE DA VENERDI' 9 GIUGNO

Un nuovo Speciale nel portale Treccani.it, nella sezione Lingua italiana, dedicato alla lingua dei politici, analizzata nel momento di una apparente esplosione espressiva ed implosione comunicativa e, forse, etica. Questo, almeno, sembrano pensare anche i linguisti: basta prendere il titolo, oggettivamente spietato, del recente saggio del linguista Giuseppe Antonelli: Volgare  eloquenza. Come le parole hanno paralizzato la politica (Laterza), qui analizzato da Emiliano Picchiorri (Emologismi, rispecchiamento e narrazione: la volgare eloquenza della politica italiana).
In questo Speciale, con non minore durezza, il linguista Michele A. Cortelazzo riassume nel trinomio “turpiloquio, menzogna, manipolazione” le caratteristiche peculiari del discorso dei politici supermediatizzati, ingaggiati(si) in una rincorsa populistica al gradimento del “volgo” (etimologicamente, del popolo), tanto da inaugurare una terza fase della lingua politica contemporanea: dopo la rivoluzione bossiana e berlusconiana degli anni Novanta del Novecento, col passaggio, come ha scritto Antonelli, dal paradigma della superiorità (io, politico, parlo meglio di te, cittadino, perché tu mi hai scelto migliore di te) a quello del rispecchiamento (io, politico, parlo come parli tu, uomo della strada, al bar o allo stadio, perché tu mi hai scelto uguale a te), ecco la fase dell’“iperrispecchiamento”, come scrive Michele A. Cortelazzo nell’intervento che qui ospitiamo (Sulla cattiva strada: la lingua politica e l’iperrispecchiamento): «il politico non segue più le scelte linguistiche dell'elettorato, ma le anticipa; dà via libera allo scatenamento degli istinti linguistici più irriflessi e alle strutturazioni discorsive più illogiche». Argomentazione e ragionamento? Zero, o quasi. In ogni caso, “dopo”: dopo la “narrazione”, cioè l’incanto ben confezionato del racconto sganciato dalla realtà.
Nessuno sfugge al binomio narrazione/denigrazione (degli altri): nemmeno Matteo Renzi, sebbene in forme apparentemente più morbide di altri leader, calcando l’accento sulle proprie qualità, piuttosto che sull’inadeguatezza degli avversari-gufi (Cristiana De Santis, Renzi: la forza del “noi”). Silvio Berlusconi, invece, ha fondato da sempre la sua narrazione proprio sul binomio protagonista/antagonista, cui ha aggiunto l’«apriorismo» dell’avere la “gente “con sé” (Maria Vittoria Dell’Anna, Berlusconi: io, la gente e me). Ma, in un modo diverso, un maestro dell’apriorismo è anche Beppe Grillo, la cui arte retorica, oltre che essere fondata su un manipolo di ricorrenti disfemismi aggressivissimi, è intessuta sulla volontà di indurre a credere di non essere mai caduto in contraddizione (Raffaella Petrilli, Grillo: senza possibilità di discussione). E mentre Matteo Salvini, sempre meno padano e sempre più dispensatore di lessico “imbarazzante”, tenta di costruire una figura di condottiero solitario, unico interprete dell’impazienza popolare (Stefano Ondelli, Salvini contro tutti: «Preferisco i populisti ai fessi»), Giorgia Meloni forgia nei suoi discorsi parlamentari l’immagine ruvida di una ragionatrice da “pane al pane”,  costretta a ripetersi per far capire ciò che la politica “ufficiale” non vuole intendere (Rocco Luigi Nichil, Meloni: coazione a ripetere).