DARIO FO: IL GIUILLARE CHE VINSE IL PREMIO NOBEL


In un’intervista del 1970 Dario Fo dichiarava che «i giullari erano gli attori del popolo e facevano un teatro-giornale contro la cultura ufficiale, contro i potenti: religiosi o laici»; di qui l’enfasi sul preteso antagonismo dell’istrione medievale nei confronti della classe dominante, sino ai fantasiosi etimi del termine “giullare” collegato a ciullare, ossia far l’amore. In fondo l’intero percorso dell’attore e autore consiste, come ha sottolineato Pagliarani nel libro Dario Fo parla di Dario Fo del 1977, «nel passare da mimo a giullare e poi a giullare impegnato ideologicamente».

Con queste parole si apre la biografia di Dario Fo (Sangiano, Varese, 1926 – Milano, 2016) inserita tra quelle degli Italiani della Repubblica, sezione del Portale dell’Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani (www.treccani.it). Artista capace di muoversi in tutti i campi dello spettacolo, dalla radio al cinema, dalla televisione alla musica, dalla pittura al teatro, Dario Fo fu un grande attore, ma allo stesso tempo l’autore teatrale italiano più premiato, più rappresentato in Italia e oltre confine, vincitore spesso del Biglietto d’oro dell’Associazione generale italiana dello spettacolo (AGIS), oltre che coperto di lauree ad honorem in giro per il mondo e onorificenze, primo tra tutte il Premio Nobel per la letteratura di cui fu insignito nel 1997, tra vibranti proteste da parte della destra e di alcuni scrittori nostrani, con la seguente motivazione: «nella tradizione dei giullari medievali, (il giullare) dileggia il potere e restituisce dignità agli oppressi». Da ricordare che lo stesso Dario Fo devolvette l’intera somma percepita, pari a 1.650.000.000 di lire, in favore dei disabili.  

Nella sua crescita come attore a autore fu molto supportato da Jacques Lecoq, che lo aiutò a trasformare i difetti fisici di un corpo goffo e dinoccolato in qualità acrobatiche tali da sfidare quasi la forza di gravità e dal quale assimilò anche un bagaglio espressivo, fisiognomico, sonoro, forme diverse (anche mute) del riso, mettendo a fuoco la follia teatrale del proprio personaggio. Lo stesso grammelot, miscela di vernacoli medievali del Nord e Centro Italia, che rese Dario Fo unico nel suo genere, nacque da esercizi vocali che Lecoq impartiva durante le prove.
Nelle sue opere sempre di più nel corso degli anni si è fatto largo uno spirito quasi aggressivo nei confronti del sistema Italia (e non solo), di imprenditori cinici e politici corrotti e corruttori, ma anche una satira politica che rimaneva sempre legata a temi di grande attualità (le lotte operaie, la Resistenza, l’appoggio ai palestinesi, gli attacchi all’Unione Sovietica e al moderatismo del PCI, le vicende di Pinelli e Valpreda, gli attentati ai treni e alle stazioni, il colpo di stato in Cile, l’appoggio alla battaglia per la legalizzazione dell’aborto, il dibattito sulla droga e sull’AIDS, la discesa in campo di Berlusconi, il massacro degli indigeni a opera dei civilizzatori spagnoli, la questione femminile).

Personaggio non facile, Dario Fo e la moglie Franca Rame (di cui vogliamo ricordare Lo stupro, scritto due anni dopo la violenza reale da lei subita il 9 marzo 1973 per mano di fascisti collusi con i servizi segreti) furono probabilmente i primi “epurati” della televisione di Stato: la loro collaborazione nel 1962 alla trasmissione di successo abbinata alla lotteria di Capodanno Canzonissima fu infatti interrotta prima dell’inizio dell’ottava puntata a causa della censura dei loro sketch satirici su temi all’epoca inusuali e scottanti, come la mafia e gli incidenti sul lavoro.

Tra le sue opere più conosciute: Mistero Buffo, L’operaio conosce 300 parole, il padrone mille. Per questo il padrone è il padrone, Lu santo jullare Francesco, Fabulazzo osceno, Guerra di popolo in Cile, Pum, pum! Chi è? La polizia!, Il papa e la strega, Il grande bugiardo).                    
          

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