LE PAROLE DI CERONETTI, IL PROFETA DISARMANTE

 

Tornare a pensare la parola profonda, stravolta, ripulita e restituita tra bagliore e mistero a nuovi significati dal grande eteroclito scrittore, teatrante, poeta, traduttore torinese Guido Ceronetti (1927 – 2018) può essere un’attività molto utile, in tempi di frequente svilimento del discorso pubblico e di riduzione a macchiette triviali delle parole spese quotidianamente in una comunicazione stereotipata.

Lo Speciale di questo mese, consultabile online sul Portale Treccani (www.treccani.it) a partire da oggi lunedì 25 marzo nella sezione Lingua italiana, è dunque energetico, nonostante la problematicità e sfaccettatura dell’intellettuale e dell’uomo Ceronetti, capace, purtroppo – come ci ricorda Alessandro Iovinelli –, da polemista di giornata, di dare voce a un reazionarismo così sordo e piatto da contraddire tutte le vibrazioni verbali e speculative di cui i suoi testi artistici, le sue traduzioni in primis, sono stati vividi trasmettitori.

Ma Ceronetti è un’anima vasta e proteiforme. Secondo i princìpi elaborati dai fratelli Schlegel, e poi da Novalis, Mallarmé e Valéry, – argomenta Francesco Zambon in questo speciale – egli ha abitato il «regno del Male [da cui] nasce molta della più grande letteratura moderna». Il regno del Male, per l’eresia catara corradicale alle parole e al pensiero di Ceronetti, è questo mondo di miseria e dolore, in cui la Sophia, la Sapienza, è profuga, mentre entro i margini del vuoto deserto la voce del poeta cerca di affermare la dignità della propria in-essenza affinando lo stile come «potenza purgativa e al contempo radiante, tale per cui la sua azione finale può essere catartica ma anche contagiante; energia pulita che deve serbare nel proprio lucore una linfa oscura, quell’enigma che chiarisce pur senza dire» (Antonio Castronuovo).

La stessa “potenza purgativa” Ceronetti la impiega nell’opera di disarmo delle strutture culturali e semantiche che hanno tramandato nei secoli l’interpretazione della parola nei testi sacri: le sue traduzioni, come mostra Magda Indiveri, «sono sempre sull’orlo di un ulteriore senso, di un capovolgimento». E quando Ceronetti si accosta ai classici precristiani, lo fa da una prospettiva remota, alla luce dell’induismo, per esempio (come spiega Alessandro Iovinelli), trasformando Orazio in «“jīva liberato”, l’essere che ama la vita, pur non rievocando le gioie passate, né inquietandosi per le incognite dell’avvenire, ma radicandosi nell’unica dimensione che c’è: il presente».

Nel nuovo Speciale ci saranno interventi di Antonio Castronuovo (Ceronetti: la catarsi dello stile), Magda Indiveri (Ceronetti traduttore dei libri sacri), Alessandro Iovinelli (Ceronetti traduttore di Orazio) e Francesco Zambon (Ceronetti e l’eresia catara).

 

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