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I nostri lettori cacciatori di parole nuove/15

Abbiamo davvero bisogno di parole nuove? Certo che ne abbiamo bisogno. Da sempre. Nasce un oggetto nuovo o si manifesta un fenomeno nuovo (nella realtà o nella fantasia: la quale ultima è sempre un aspetto della realtà) ed ecco che ci vuole (si sente la necessità di) una parola nuova, o anche di più, perché un nuovo oggetto, per esempio, spesso comporta azioni che vi sono connesse; o, in altri casi, c’è bisogno di un significato nuovo che si aggiunga a quelli già posseduti da una parola esistente.

Spesso, viene da dire che di certe parole nuove si farebbe volentieri a meno: in tempi come i nostri di diffusione massiccia, centripeta, pervasiva (invasiva, per alcuni) di parole scritte e parlate, sembra che la necessità del nuovo lessicale si obliteri a cospetto di seduzioni modaiole. Infine, l’uso reiterato e meccanico di alcune parole (che assurgono o si degradano, a seconda dei punti di vista, al rango di tormentoni), non nuove ma rese nuove nella psiche individuale dalla parossistica ripetizione collettiva, provoca un effetto di ripulsa simile a quello che può suscitare la parola nuova di zecca, avvertita come non necessaria, ma lesiva di una presunta e, chissà come, ordinata e originaria purezza comunicativa ed espressiva.

 

L’osservatorio non statistico ma – parolona! – esperienziale che abbiamo messo in piedi con questa rubrica ci porta questa volta a prendere in esame cinque parole nuove (o ritenute tali: può succedere di essere smentiti dalla grande madre lingua), che sono state scovate, negli ultimi tempi, dai nostri lettori e da loro puntualmente segnalate e, talvolta, definite, con indubbia personalità lessicografica.

 

Aspettazione

 

S. P. segnala questo, come lo definisce lei, «frutto della unione fra aspettativa ed emozione. La parola aspettazione combina dunque due stati d'animo già di per loro significativi ma che, combinati, offrono l'idea di qualche cosa di ulteriormente desiderato, desiderato ardentemente ma la cui realizzazione non è certa».

L’intenzione che muove la neoconiazione è lodevole. Si può interpretare l’esercizio compiuto da S. P. come una prova di paretimologia applicata, perché, in realtà, la parola aspettazione è lemmatizzata nei dizionari della lingua italiana, come sinonimo letterario dei più usati e comuni sostantivi attesa e aspettativa, e ha una sua storia etimologica consolidata (latino exspectatiōne[m]).

 

 

Cicloesplorazione

 

R. G. commenta in questo modo la sua proposta: «Il termine è stato usato per la prima volta nel 2015 a proposito della "cicloesplorazione dell'Acquedotto Pugliese" dai rappresentanti del Coordinamento dal basso per la ciclovia dell'Acquedotto Pugliese (vedi sito www.aqp.bike) ed è stato ripreso da diverse testate (anche da Repubblica) per parlare dell'iniziativa che si è poi ripetuta nel 2016. In seguito al successo dell'iniziativa (grazie alla quale la Ciclovia dell'Acquedotto Pugliese è stata riconosciuta come una delle quattro ciclovie di interesse nazionale dalla Legge di Stabilità 2016), il termine cicloesplorazione è entrato nell'uso comune di molti appassionati di cicloturismo non solo in Puglia, per indicare escursioni e gite in bicicletta».

Favorevole a ogni parola che si colleghi a cose così salutari, virtuose e piacevoli come la pratica del moto ciclistico, accolgo la segnalazione e la immagazzino in attesa di capire se la parola prenderà effettivamente piede, perlomeno fuori dell’area regionale d’origine. Ciclo- e -ciclo configurano un confisso piuttosto produttivo in tempi moderni, tanto che bisogna tenere desta l’attenzione per non lasciarsi sfuggire qualche nuovo composto lessicale prodotto dalla famiglia ciclistica. Noto, intanto, che, a fronte di ciclopista, lemmatizzato nel Vocabolario on line Treccani (come sinonimo di pista ciclabile), manca ciclovia – un iperonimo che contiene le denominazione di sottotipi specifici come ciclopista, ciclostrada –, oltre a cicloesplorazione. L’aggettivo ciclopedonale, invece, è presente.

 

 

Dipreismo

 

M. R. segnala e definisce in questo modo: «Postmoderna e massmediatica rivisitazione dell'edonismo epicureo e libertino, la quale ravvisa il fine ultimo dell'esistenza umana nella disponibilità di denaro e, conseguentemente, nell'appagamento sessuale mercenario e nell'oblio e nello stordimento indotti da sostanze psicotrope. Dal nome del suo iniziatore, Andrea Diprè. "Ha fondato il 'dipreismo', una religione del godimento" (Andrea Riva, "Il Giornale", 13 giugno 2015). "La vestale del dipreismo" ("Il Fatto Quotidiano", 22 giugno 2015). Deriv. "dipreista": adepto del "dipreismo"; edonista, gaudente, libertino».

Non sono sicuro che gli epicurei e i libertini dell’antichità più e meno remota sarebbero felici di contare ad honorem il sedicente critico d’arte Andrea Diprè tra i loro incliti ranghi, anche in termini di «postmoderna e massmediatica rivisitazione», ma senz’altro la definizione, velata di ironia – se non di sottile scherno – rende bene l’idea. Dipreismo è uno dei tanti deantroponimici (nomi comuni tratti da nomi propri di persona) che vengono sfornati un giorno sì e l’altro pure dall’inventiva seriale che anima la fucina giornalistica, pseudogiornalistica e non-giornalistica, su carta e in internet. Non si tratta di un fenomeno neologico nuovo, per carità (un esempio per tutti: Giuseppe Bottai, il fascista colto, nel 1941: «Ci sono varie specie di mussolinismo, alcune di buona e altre di cattiva lega, queste più abbondanti di quelle. C'è il mussolinismo delle provincie, o oppresse dalla tirannia incosciente d'un capo locale o tediate dalla sua albagiosa sufficienza...»): si tratta, però, di un’abitudine oggi quasi automatica, talvolta un vezzo, talaltra un vizio. Il suffisso -ismo aggiunto al tema nominale (del nome proprio di persona) fa entrare il derivato nell’ampia famiglia dei nomi che indicano, di solito – ma non sempre – con sfumatura scherzosa, ironica, polemica, una persona assunta come esempio o modello di comportamento.

 

 

Scandire, scannare, scansire

 

G. P. espone la definizione di scansionare: «digitalizzare un documento cartaceo mediante uno scanner». E commenta: «è un sinonimo percepito come più tecnico, più "raffinato" di scannerizzare». Poi inanella una breve serie di sinonimi, dichiarandoli «mai sentiti!», anche se, forse, sentiti, o letti, li ha già, in quanto ce li offre in degustazione: scandire, scansire, scannare. All’elenco possiamo aggiungere scannerare.

Si tratta di parole che provengono dalla lingua degli informatici. Circolano dagli anni Ottanta-Novanta del secolo scorso. Alle prese con i nuovi ritrovati della tecnologia elettronica e informatica, inventati, brevettati o prodotti in gran quantità dall’industria multinazionale che parla l’inglese d’America, i nostri informatici si sono arrangiati con le parole che avevano tra le mani, e hanno fatto bene. Mantengono le parole inalterate (in effetti, si può parlare di scanning), oppure adattano più o meno compiutamente o felicemente l’anglismo alla fonomorfologia dell’italiano. Peraltro, lo fanno seguendo istintivamente (con un istinto che include la propria cultura personale) le istruzioni operative che la mente e la memoria linguistica collettive di tutti i parlanti italiani hanno incorporate.

Poiché la pratica della scansione tramite scanner non è più, come trent’anni fa, un’operazione gestita soltanto da tecnici specializzati, ma, a un certo livello standard, un’attività quotidiana negli uffici, in tanti posti di lavoro e perfino a casa, i numerosi sinonimi si sono diffusi a macchia d’olio nella lingua comune. Ci vuole un Giudice della Lingua per decidere quale creatura deve sopravvivere, quali devono essere giustiziate? No. La lingua si regola da sola. Inoltre, di tutto il drappello di parole nuove, l’unica zoppicante è scansire, un incrocio tra scans(ione) e (scand)ire, che va a inserirsi nella coniugazione verbale in -ire, improduttiva nell’italiano contemporaneo.

Scansionare e la polirematica fare (o eseguire) una scansione, nella medesima accezione di ‘acquisire un’immagine o un documento mediante lettore ottico (scanner)’, sono certamente la coppia più immediata. Il verbo è un denominale, porta nel corpo il nome dal quale deriva. Funziona bene. Utilizzabile anche passare allo scanner.

Scannerizzare è un ibridato ma efficace modo di creare un verbo italiano (suffisso -izzare, presente da sempre, su base greco-latina, come secondo elemento formante di verbi che contengono l’idea dell’azione, della messa in atto, della produzione: pensiamo a realizzare) a partire dalla base straniera (sostantivo scanner).

Stessa cosa si può dire per scannerare (scanner + -are) e scannare (scann[er] + -are). In scannare, ovviamente, dà fastidio l’omonimia con un’altra parola (non si tratta infatti della stessa parola, né per origine, né per significato), che ha una ben diversa accezione (‘sgozzare’). Niente di più facile che tra qualche anno scannare ‘scansionare’ non si usi più. Ma se anche si usasse – perché no? – potrebbe diventare un “oggetto” socializzante e relazionale, esposto com’è a scherzosi commenti metalinguistici: difficile credere, infatti, che chiunque possa pensare, in ufficio, con un mazzo di fogli in mano, che lo scanner taglierà la gola a qualcuno o a qualcosa.

Di utile lettura un articolo dell’Accademia della Crusca.

 

 

Spoileroso

 

M. D. P. suggerisce di inserire nel Vocabolario questa parola, definendola «colui o colei che fa molti spoiler». Forse a sostenere questa proposta c’è il recente ricordo del successo mediatico ottenuto da un altro aggettivo in -oso, petaloso? Ciò detto, spoileroso trae origine dal sostantivo inglese spoiler, una voce che è di recente ingresso nella nostra lingua nell’accezione, come scrive il Garzanti, di «parte di una recensione, di un testo, di un discorso ecc. che rivela in parte o in tutto i punti chiave della trama di un libro, film ecc.». In inglese, spoiler è documentato dal 1982 (si parla sempre e solo dell’accezione che ci interessa). Il verbo (to) spoil, dal quale spoiler deriva, ha, come significato originario, quello di ‘guastare, saccheggiare’ (l’etimo remoto è il latino spoliare): insomma, potremmo dire alla buona che lo spoiler e chi lo fa sono dei guastafeste.

Secondo me spoileroso potrebbe riferirsi anche a una cosa, oltre che a una persona (per es., un trailer spoileroso).

Per ora spoileroso si fa leggere nei siti dedicati al cinema e ai videogiochi. Vediamo se acquisterà peso col tempo, allargando il suo uso scritto oltre l’orizzonte dei siti specializzati.

 

Silverio Novelli

 

Inviateci le parole nuove che incontrate e vi interessa commentare insieme con noi, come è già successo nelle precedenti puntate della rubrica:

la puntata di apertura, la seconda, la terza, la quarta, la quinta, la sesta, la settima, l'ottava, la nona, la decima, l'undicesima, la dodicesima, la tredicesima e la quattordicesima.

 

UN LIBRO

La lingua del diritto e dell’amministrazione

Nicola Gardini

Il saggio scorre come un romanzo, che racconta la storia di una passione personale, quella dell’autore, nata ai margini dei banchi di scuola e nutrita di letture e traduzioni solitarie, di incontri euforici e illuminanti con i testi classici.

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