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A chilometri zero

Un frequentatore del Portale Treccani, il signor Roberto Guido, ci ha scritto: «Chilometri zero, ovvero i prodotti agricoli in vendita nei mercatini della stessa zona di produzione, può essere considerato un neologismo?». Sì, può essere considerato un neologismo. Più comunemente, la locuzione, usata in funzione aggettivale, si incontra preceduta dalla preposizione a: prodotti, pasto, menu, ristorante a chilometri zero (anche: [a] km zero o [a] km 0). Non manca qualche attestazione di un meno proprio [a] chilometro zero. Nella locuzione si esprime la speranza o, nel caso di movimenti e associazioni, la politica che propugna l’alimento locale garantito nella sua genuinità, in contrapposizione all’alimento globale di irrintracciabile origine, sottoposto alle scorciatoie della legge del profitto, che non sono sinonimo di qualità. Insomma, se la carota, il carciofo, il vitello, il vino, l’olio, ecc., sono prodotti e certificati a due passi da casa nostra, dovremmo essere più sicuri che non contengano schifezze. Tra l’altro – è intuitivo – avremo risparmiato, come collettività, sui costi altissimi del trasferimento su gomma (inquinante, perdipiù), dal produttore al consumatore, ovvero da una parte all’altra del continente, degli stock di prodotti fatti in serie (magari utilizzando organismi geneticamente modificati).

 
Nelle terre dell’Emilia-Romagna
 
Pescando nell’archivio del quotidiano «La Repubblica», si trova, nell’edizione di Bologna, un articolo del 6 agosto 2005 su una manifestazione locale, nel corso della quale viene distribuito «un volantino che, con lo slogan "Gusto, piacere e benessere dalle terre dell’Emilia-Romagna", invita a scegliere prodotti locali e frutta a ‘chilometri zero’, con un occhio, dunque, anche alla riduzione delle emissioni inquinanti». Si tratterebbe della prima attestazione della locuzione a chilometri zero, nell’accezione che ci interessa.
Come spesso accade con vocaboli o espressioni di conio recente, l’autore dell’articolo avverte la necessità di marcarne, con virgolette o apici, lo statuto particolare, sentito come eccentrico all’interno della compagine lessicale dell’italiano. È un modo discreto di prendere le distanze: «Nello scritto le virgolette come indicazione di “detto con riserva” equivalgono ai distanziatori verbali espliciti cosiddetto / sedicente / preteso / si fa per dire» (Bice Mortara Garavelli, Prontuario di punteggiatura, ed. Laterza, Roma-Bari 200912, p. 111). Col passare del tempo, si prende l’abitudine a sentire, dire, leggere, scrivere alcune tra le parole ed espressioni nuove che mostrano la capacità di tendere a imporsi nell’uso. Ecco, allora, che virgolette e apici cadono. La coscienza linguistica comune sembra dire: cara parola o locuzione, ora sei davvero dei nostri
 
La rivincita del localismo
 
A testimonianza della crescita di un movimento d’opinione per un consumo consapevole e desideroso di qualità, oltreché sensibile agli equilibri (da tempo infranti) della sostenibilità ambientale, c’è un editoriale di Carlo Petrini, fondatore del movimento e associazione Slow Food (http://www.slowfood.it/), comparso sul quotidiano «La Repubblica» il 13 dicembre 2007, nel corso del cosiddetto “sciopero dei TIR”, che smascherò la dipendenza dell’economia (e perfino della catena alimentare), dalla rete dei trasporti su gomma, intitolato La rivincita del localismo (http://ricerca.repubblica.it/). L’articolo si conclude significativamente assegnando un bollino di qualità alla politica dei chilometri zero e dunque coonestando la spendibilità della locuzione aggettivale: «Le economie locali non hanno padroni, hanno una rete di interazioni. E parte di questa rete è costituita proprio dai consumatori, i quali si possono rilassare: escano a piedi, facciano una passeggiata nel centro storico delle loro città, arrivino fino al più vicino mercato, facciano due chiacchiere con i venditori, che magari sono anche agricoltori, acquistino frutta e verdura locali di stagione e quanto il loro territorio offre. Poi tornino a casa o in ufficio (anche uno spuntino può essere arrivato in Tir o essere stato prodotto localmente) e si godano un pasto a chilometri zero, a carburante zero, a emissioni zero, a nervosismo zero».
 
Dai tuberi alla crociera
 
Scrivevamo che un segnale importante di acclimazione di un neologismo è dato, nello scritto, dalla scomparsa di distanziatori come virgolette, caporali e apici. Un altro segnale di vivacità propulsiva e, dunque, in potenza, di capacità di radicamento, è la traslazione di campo metaforico. Se (partiamo sempre dal caso in questione) a chilometri zero, con tutte le sue varianti formali, sconfina dall’ambito d’uso semi-settoriale delle politiche agro-alimentari per essere riferito estensivamente a referenti che siano tutt’altro da tuberi o vitigni, abbiamo una prova della versatile diffusività della locuzione. È come se questa superasse i recinti entro i quali è nata e cresciuta ed è ben accetta e si gettasse alla conquista di altre porzioni di lingua-mondo. Sta succedendo questo? Si può dire, in effetti, che si trovano numerose tracce di usi estensivi della locuzione. In vari articoli di giornali si scrive genericamente di risorse (beni materiali; in un caso, perfino fonti energetiche inquinanti come il carbone…) a chilometri zero, di manodopera, di moda, … di crociera a chilometri zero. Ci troviamo di fronte a uno dei tanti paradossi di cui la lingua si pasce: da un uso, per dir così, equo e sostenibile, “verde”, della locuzione, siamo passati a usi che esprimono l’integratissimo desiderio di non rinunciare a beni di consumo (moda, crociera) o a qualche conveniente forma di sfruttamento del lavoro (manodopera), pur di continuare a illudersi che la società del benessere ipertrofico e, soprattutto, del superfluo, funzioni ancora da codice identitario e neurolettico consolatorio.
 
Piccolo colpo di scena finale
 
Giunti a questo punto, si può dire che la circolazione della locuzione a chilometri zero, in realtà, parte proprio dall’orizzonte ideologico del consumismo, pur se un po’ frustrato, a tutti i costi. Infatti, l’accezione che abbiamo chiamato “verde” è già una traslazione di campo metaforico da un altro settore semantico: prima del 2005, a partire almeno dalla prima attestazione reperita in un articolo comparso sul quotidiano «La Repubblica» il 22 giugno 1997, a firma di Tommaso Tommasi, l’unica accezione disponibile di a chilometri zero è interna al mondo delle vendite di vetture da parte delle concessionarie delle grandi case automobilistiche. Nell’articolo, si parla di un consistente lotto di autoveicoli nuove di zecca danneggiate da una tremenda grandinata, le quali «[v]erranno rispedite in fabbrica per un profondo ripristino o riparate e poi vendute come usato a chilometri zero ad un prezzo evidentemente interessante». Ecco come lo stesso Tommasi, in un articolo del 2000 (http://ricerca.repubblica.it/), spiega il fenomeno: «ci sono le vetture “chilometri zero”, che il concessionario finisce per autoimmatricolarsi pur di raggiungere l’obiettivo previsto che gli consentirà di beneficiare di speciali premi. Queste vetture vengono poi immesse sul mercato con prezzi che talvolta arrivano anche al 30% in meno rispetto a quelli di listino». Un vantaggio per i clienti, insomma (anche se queste vetture vanno comprate a scatola chiusa, con gli optional che si ritrovano), ma un segno della frenesia di vendita delle case e, di conseguenza, delle concessionarie.
Il mercato delle auto a chilometri zero è tutt’ora fiorente; così come la locuzione in questo ambito d’uso. Nel frattempo, nel corso degli anni, la locuzione si è anche tinta di verde, poi si è allargata e sfilacciata, finendo col riconnettersi, come abbiamo visto, alle dinamiche di un consumismo un poco straccione: dal “vorrei ma non posso” si è passati al “non potrei, ma voglio lo stesso”.
 
Prestiti e inquinamento
 
Ricordiamo, infine, che zero entra anche in almeno altre due locuzioni di una certa recente vitalità: a tasso zero, detto di prestiti, finanziamenti e mutui concessi al cliente a condizioni favorevoli sul tasso annuo nominale; a emissione zero, detto di macchinari, motori, elettrodomestici che non emettono sostanze inquinanti. Di nuovo si torna alla polarità ideologica insita nella semantica della locuzione: da una parte, i tentativi di far spendere e le tentazioni di spendere, anche se la vita è più grama; dall’altra, la voglia, il desiderio, l’intenzione di fare qualcosa per rendere più sostenibile, si dice così, lo sviluppo – quasi una moderna utopia (per qualcuno, un ossimoro).
 
Silverio Novelli
 

UN LIBRO

Arnaut Daniel di Pietro Tripodo venti anni dopo

Arnaut Daniel

A distanza di vent’anni sono state ripubblicate le traduzioni che Pietro Tripodo fece del corpus poetico del trovatore provenzale Arnaut Daniel. Il complesso lavoro del traduttore e poeta romano, edito per la prima volta nel 1997, fu anche l’ultimo della sua vita.

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