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Le opinioni di Tullio De Mauro

L’Italia, fino a qualche anno fa popolata da cinquanta milioni di commissari tecnici, si è ultimamente trasformata in un Paese di sessanta milioni di linguisti, grammatici e storici dell’italiano, il cui profilo collettivo s’incarna perfettamente nel loro ultimo rappresentante: Ernesto Galli Della Loggia. Se le competenze linguistiche dei giovani italiani si stanno avviando verso la balbuzie twittesca – riprendo alla lettera una sua affermazione comparsa sul «Corriere della Sera» del 7 febbraio 2017 – la responsabilità è da ascrivere, almeno in parte, alle «opinioni devastanti» di Tullio De Mauro sull’insegnamento dell’italiano a scuola.

Di queste «opinioni devastanti» Galli Della Loggia offre al lettore  «un piccolo campione»: un florilegio nefasto di frasi che, estrapolate dai loro contesti, assumono un significato completamente diverso rispetto a quello – altissimo – che hanno avuto e continuano ad avere nel pensiero linguistico di De Mauro. Per rendere un minimo di giustizia a questo gigante della linguistica italiana del Novecento, mi permetto di ricordare che cosa abbia significato per molte generazioni di storici della lingua italiana come me una sua opera pubblicata un po’ prima di quella metà degli anni sessanta del Novecento evocata da Galli Della Loggia. La Storia linguistica dell’Italia unita ha cambiato, nei linguisti e negli insegnanti più motivati e meno rassegnati, il modo di guardare all’italiano, alla sua storia e al suo insegnamento. Per molti di noi quell’opera è stata una vera «folgorazione»  (Marazzini 2005, p. 147; Mancini 2013, p. 75). Con quel libro, De Mauro ha insegnato a tutti che la storia linguistica di una nazione è intimamente e inestricabilmente connessa con le sue vicende economiche, sociali, politiche e culturali, e che è impossibile ricostruirla prescindendo da queste (Asor Rosa, 2003, pp. 8-9; Alberto Varvaro in Lo Piparo, Ruffino, 2005, pp. 322-323). La quantità di tematiche aperte cinquantaquattro anni fa da quel libro è impressionante. Provo, con Mancini (2013, p. 81), a ricordarne alcune: «l’educazione linguistica, le analisi lessicografiche su base quantitativa, lo studio dei processi di italianizzazione dei dialetti, i riflessi dell’emigrazione, l’analisi delle lingue settoriali della burocrazia», l’influsso della letteratura, della stampa, della televisione e del cinema sui fatti linguistici. Insomma, la Storia linguistica dell’Italia unita è una specie di sommario in anteprima dei lavori che la linguistica generale, la linguistica applicata, la sociolinguistica e la linguistica storica italiane avrebbero prodotto nel e per il nostro Paese negli anni a venire. In particolare, lo studio di De Mauro impose all’attenzione dei suoi lettori il tema della responsabilità della scuola nella mancata sconfitta dell’analfabetismo, nel protrarsi del fenomeno degli abbandoni scolastici e nell’adozione di modelli linguistici e didattici superati; tema che si affermò anche per la passione civile con cui lo studioso, dopo averlo proposto nella Storia, lo ripropose in innumerevoli interventi pubblici. Nel suo editoriale Della Loggia aggiunge che, in séguito, De Mauro «non trovò mai il modo di tornare su quanto aveva scritto e sostenuto in precedenza». A mio avviso, ciò che De Mauro aveva scritto e sostenuto in precedenza (e continuò a sostenere anche dopo) fu la necessità di un insegnamento rigoroso e scientificamente fondato dell’italiano a scuola. In un’intervista del 1998 che intendeva essere una risposta alla vulgata che ha fatto e continua a fare delle Dieci tesi per un’educazione linguistica democratica il manifesto dell’antigrammaticalismo scolastico, De Mauro dichiarò:  «Il bravo insegnante deve sapere tanta di quella grammatica, avere letto tanto Renzi e tanto Serianni e tanto Lepschy e tanto Schwarze […], deve sapersi destreggiare così bene tra i buoni dizionari della lingua italiana, da poter far vivere allo studente, dal livello elementare ai livelli sempre più complessi, delle medie superiori, l’esperienza di manipolazione della strumentazione grammaticale che una lingua ti mette a disposizione» (Ferreri, Guerriero, 1998, p. 31).  Segnalo ai sessanta milioni di linguisti, grammatici e storici della lingua italiana attualmente in circolazione nel nostro Paese che Lorenzo Renzi, Luca Serianni, Giulio Lepschy e Christoph Schwarze sono autori o curatori, insieme ad altri, delle più importanti grammatiche dell’italiano pubblicate nel Novecento. Ho buone ragioni per pensare che siano stati tutti e quattro onorati dalla citazione di questo loro grande collega.

 

Giuseppe Patota

 

Asor Rosa A. (2003), Una riflessione notturna, in T. De Mauro, Una storia linguistica, Laterza, Roma-Bari, pp. 7-9.
Ferreri S., Guerriero A. R. (1998) (a cura di), Educazione linguistica vent’anni dopo e oltre. Che cosa ne pensano De Mauro, Renzi, Simone, Sobrero, La Nuova Italia, Firenze.
Lo Piparo F., Ruffino G. (2005) (a cura di), Gli italiani e la lingua, Sellerio, Palermo. 
Mancini M. (2013), La Storia linguistica dell’Italia unita e la sociolinguistica storica, in F. Albano Leoni, S. Gensini, E. Piemontese (a cura di), Tra linguistica e filosofia del linguaggio. La lezione di Tullio De Mauro, Laterza, Roma-Bari, pp. 74-102. 
Marazzini C. (2005), Che cosa gli storici della lingua italiana devono alla “Storia linguistica dell’Italia unita” di Tullio De Mauro, in Lo Piparo, Ruffino (2005), pp. 147-154.

 

UN LIBRO

L’etimologia

Daniele Baglioni

Daniele Baglioni, che insegna Linguistica italiana all’Università Ca’ Foscari di Venezia, ci racconta le complesse vicende delle parole nel tempo. Prima di tutto facendo un po’ di ordine, anche per restituire a questa disciplina il suo rango e la sua nobiltà

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