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Achille Campanile, parola d'umorista (e divagatore, tra parentesi serpentesi)

Se la data della morte di Achille Campanile, di cui ricorre il quarantennale della scomparsa, è certa (il 1977), la data della nascita (avvenuta a Roma) è tuttora controversa a causa del suo stesso riserbo su questo dato: alcuni studiosi optano per il 1899, altri per il 1900 (Del Buono 2003, pp. VII-VIII); un dato minimale, che però offre una prima traccia per delineare il carattere di questo scrittore.

L’opera di Campanile si configura come una galassia nella quale appare impossibile e improprio separare un elemento dagli altri con i quali costituisce un sistema variabile ma coeso. Giornalista, scrittore di romanzi e di teatro, la chiave di lettura che consente di legare tra loro i frutti di queste diverse attività è, secondo Giovanni Calendoli, «la divagazione intesa in senso letterale (allontanarsi da un argomento per affrontare subito dopo un altro legato al primo da analogie più o meno superficiali, e così via)» (Calendoli 1982, p. 4431).

 

Ironia sull’ambiente medio borghese

 

La produzione teatrale di Campanile ebbe inizio assai presto, quando l’autore era ancora studente al Liceo Mamiani, con Rosmunda (1911), tragedia in cinque atti, che riscosse un entusiastico successo da parte dei compagni di scuola. Nel 1924 pubblicò sul «Corriere italiano» la prima delle sue Tragedie in due battute, dal titolo Le Due Locomotive; contemporaneamente iniziò a pubblicare sul periodico «Il sereno» le puntate del suo romanzo Ma che cosa è quest’amore? che vide le stampe nel 1927. Dal confronto tra i due testi emerge la modalità compositiva caratteristica di tutta l’opera di Campanile, ossia il travaso reciproco di temi e situazioni tra generi letterari diversi. Infatti, lo scambio di battute tra le due Locomotive («Le dà fastidio il fumo?» «Per carità, s’immagini, fumi pure. Fumo anch’io») (Campanile 2016, p. 20) viene ripreso, anche se riferito a due personaggi in carne e ossa, Carl’Alberto e la signora sua compagna di viaggio, proprio nel romanzo Ma che cosa è quest’amore? dando luogo a un lungo dialogo surreale. Nel 1925, Anton Giulio Bragaglia chiese a Campanile un atto unico da rappresentare nel Teatro degli Indipendenti che aveva appena fondato, così lo scrittore compose, oltre a L’invenzione del cavallo, Centocinquanta la gallina canta, che metteva in scena un furibondo litigio tra coniugi sul numero preciso da usare nella cantilena; anche molte battute di questa farsa vengono inserite in un capitolo centrale del romanzo Ma che cosa è quest’amore? Lo scopo principale dell’autore era quello di gettare un’ombra di fine ironia sull’ambiente medio borghese del suo tempo, sempre rappresentato nella sua educata insensatezza.

 

Tragedie in due battute

 

Achille Campanile «è riconosciuto solo da pochi anni quale il massimo rappresentante della nostra letteratura umoristica del Novecento» (Ariani-Taffon 2001, p. 118); a differenza però di altri celebri commediografi a lui contemporanei, la sua comicità non usa le potenzialità insite nel linguaggio dialettale: a parte alcuni regionalismi e dialettismi di base romana, la lingua teatrale di Campanile «è sostanzialmente lo standard tradizionale, con una punta di libresco. La scommessa, quasi sempre vinta, è quella di piegare questo italiano alle leggi della comicità» (D’Achille 2009, p. 108). Le Tragedie in due battute rappresentano il culmine dell’umorismo per sinteticità e creatività linguistica, trovando per la prima un antecedente celebre nel Teatro futurista sintetico, per la seconda due “Maestri” come Ettore Petrolini e il poeta Aldo Palazzeschi.

 

Assenza di senso in situazione

 

Fra le tre categorie, «di situazione», «di carattere» e «di parola», indicate da Henri Bergson per il genere comico (Bergson 1982), Campanile oscilla continuamente tra la prima e la terza. In molte delle Tragedie in due battute, la didascalia è decisamente sovrabbondante rispetto allo scambio tra le due brevissime battute, se non addirittura all’unica battuta presente, come in Ah, quel Darwin! (Campanile 2016, p. 181); in alcuni casi, la didascalia si trasforma in un vero e proprio breve testo narrativo, come in I misteri della Jungla (Campanile 2016, p. 26), nel quale l’autore non manca di inserire anche giochi di parole («parentesi serpentesi» e altri). In questi casi, è il contesto a dare un senso comico alle battute o, magari, a sottolinearne l’assenza di senso che determina l’assurdo del brevissimo atto unico; lo scrittore si avvicina al comico «di situazione» mediante una estensione abnorme della didascalia, che raffigura i personaggi, i loro movimenti, i loro sentimenti, come avverrà in modo estremizzato, eliminando ogni battuta, negli Atti senza parole di Beckett; e come avviene anche in Una tragedia evitata in tempo di Campanile (Campanile 2016, p. 7).

 

Giochi di parola: colpa del lino o col padellino?

 

Per quanto riguarda l’altro polo della oscillazione nell’umorismo delle Tragedie in due battute, quello del comico «di parola», le operazioni linguistiche possono investire sia il livello del significato che quello del significante secondo varie modalità.

Nel primo caso, la violazione delle regole comunicative, realizzata sostituendo il senso letterale a quello convenzionale con esito comicamente imbarazzante, si trova in Il signore poco socievole: al primo personaggio che, stendendo la mano verso l’altro per presentarsi, chiede: «Permette?», il secondo, infrangendo ogni regola di comportamento, risponde: «No». Ma la manomissione del significato che più frequentemente scatena il comico si concentra sui doppi sensi generati dai casi di omonimia: riso come nome e come participio passato di ridere in L’umorista (Campanile 2016, p. 55); ritirata nel senso di gabinetto e in quello di ripiegamento in Alla stazione (Campanile 2016, p. 80); disturbo nel senso di intralcio e in quello di malessere in In casa del degente (Campanile 2016, p. 137). Rientrano in questa categoria anche quelle che D’Achille definisce «omonimie sintattiche» (D’Achille 2009, p. 107): «Colpa del lino!» viene interpretato dai congressisti di Lino contro cotone (Campanile 2016, pp. 69-70) come «col padellino!», scatenando una situazione comica proprio sulla base di questo equivoco.

Tutte giocate sul piano del significante mediante l’aggiunta o la variazione di vocali o consonanti sono battute come quella di Atlante sotto il peso del mondo: «Che rottura di spalle!» (L’immane fatica, Campanile 2016, p. 84); e ancora, la battuta conclusiva di La maliarda e i viziosi (Campanile 2016, p. 9): «Si dice che seduce sedici sudici sadici», non può non farci ricordare certe filastrocche di Petrolini o anche le sperimentazioni poetiche più estreme di Palazzeschi.

 

Stefania Stefanelli*

 

Bibliografia

Ariani, Marco - Taffon Giorgio (2001), Scritture per la scena. La letteratura drammatica nel Novecento italiano, Roma, Carocci.

Bergson, Henri (1982), Il riso. Saggio sul significato del comico, Roma-Bari, Laterza.

Calendoli, Giovanni (1982), Achille Campanile, in Letteratura italiana. Novecento. Gli scrittori e la cultura letteraria nella società italiana, a cura di G. Grana, Milano, Marzorati, vol. V, pp. 4430-4442.

Campanile, Achille (2016), Tragedie in due battute, Milano, Rizzoli.

D’Achille, Paolo (2009), Varietà e registri dell’italiano in tre autori comici del teatro novecentesco: Ettore Petrolini, Achille Campanile, Franca Valeri, in Varietà dell’italiano nel teatro contemporaneo, a cura di S. Stefanelli, Pisa, Edizioni della Normale, pp. 89-113.

Del Buono, Oreste (1989), Introduzione, in A. Campanile, Opere. Romanzi e racconti 1924-1933, a cura di O. Del Buono, Milano, Bompiani, pp. VII-XXX.

Del Buono, Oreste (2003), Date & Dati, in A. Campanile, Opere. Romanzi e scritti stravaganti, a cura di O. Del Buono, Milano, Bompiani, pp. VII-X.

 

*Stefania Stefanelli, già ricercatrice alla Scuola Normale Superiore di Pisa, collabora con l’Accademia della Crusca. Tra le sue pubblicazioni: Manifesti futuristi. Arte e lessico (Livorno, Sillabe, 2001), Va in scena l'italiano (Firenze, Cesati, 2006), Scrittura verbovisiva e sintestetica (con Lamberto Pignotti, Udine, Campanotto, 2011). Ha curato gli Atti di convegni da lei organizzati: Avanguardie e lingue iberiche nella prima metà del Novecento (Pisa, Edizioni della Normale, 2007), Varietà dell’italiano nel teatro contemporaneo (Pisa, Edizioni della Normale, 2009); La lingua italiana e il teatro delle diversità (Firenze, Accademia della Crusca, 2012). Ha introdotto e curato la ristampa anastatica di F.T. Marinetti-Fedele Azari, Primo Dizionario aereo (futurista) (Sesto Fiorentino, apice libri, 2015).

 

UN LIBRO

Arnaut Daniel di Pietro Tripodo venti anni dopo

Arnaut Daniel

A distanza di vent’anni sono state ripubblicate le traduzioni che Pietro Tripodo fece del corpus poetico del trovatore provenzale Arnaut Daniel. Il complesso lavoro del traduttore e poeta romano, edito per la prima volta nel 1997, fu anche l’ultimo della sua vita.

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