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L’ossigeno di una lingua. Uomini e topi di John Steinbeck: due traduzioni d’autore a confronto

Un’operazione fondamentale

 

Le scienze neurologiche e cognitive hanno dimostrato come la traduzione sia una delle operazioni fondamentali compiute dal nostro cervello: tutto il nostro vissuto passa attraverso un processo del genere, sensazioni, immagini, pensieri, emozioni. A maggior ragione in letteratura la traduzione risulta generativa: le civiltà nascono dalle traduzioni, si pensi all’Odusia di Livio Andronico, alle Bibbie di Lutero e di re Giacomo. Per questo è importante analizzarne il valore e la funzione.

 

California, Langhe e una sfida

 

John Steinbeck (1902-1968) è uno dei grandi romanzieri americani del Novecento, e uno dei suoi capolavori è il romanzo breve Uomini e topi del 1937, storia di due lavoratori stagionali, due bindlestiff, nella feroce e assolata California del Sud. In Italia il romanzo è famoso anche per essere stato molto amato da Cesare Pavese che lo tradusse per Bompiani nel 1938, in un periodo storico estremamente difficile (“per qualche anno questi giovani lessero, tradussero e scrissero con una gioia di scoperta e di rivolta che indignò la cultura ufficiale, ma il successo fu tanto che costrinse il regime a tollerare, per salvare la faccia”, così scrive lo stesso Pavese commentando la temperie di quel periodo): la traduzione verrà ristampata decine di volte nel corso dei decenni, fino a diventare un classico a sé. Di recente, nel 2016, un altro scrittore italiano che è già un “classico”, Michele Mari, ha deciso di ritradurlo sempre per Bompiani.

Perché due scrittori apparentemente così diversi scelgono di tradurre questo romanzo?

Mentre Pavese vede nell’opera una certa affinità con il mondo agreste e barbarico delle Langhe piemontesi, Mari è probabilmente spinto dal desiderio di misurarsi con quello che ritiene “il più grande scrittore americano del Novecento” (www.iltascabile.com/linguaggi/intervista-a-michele-mari/), in una sorta di agone a distanza.

Tradurre, ovvero “dire quasi la stessa cosa”, per citare Umberto Eco, si pone sempre in bilico tra due polarità: da una parte, l’esigenza di un’adesione al testo, nelle sue molteplici forme ed esigenze (Eugenio Montale sosteneva che la migliore traduzione fosse quella letterale); dall’altra, l’iper-lettura, l’ermeneutica, l’alterità interpretativa (questa, ad es., la posizione di Cesare Garboli traduttore di Molière). Il traduttore è un acrobata sospeso nel vuoto, a metà strada, sollecitato da venti favorevoli e contrari.

 

Prima i topi o prima gli uomini?

 

Per questa breve analisi partiamo da ciò che balza subito agli occhi sulla soglia del testo: il titolo. L’originale è Of mice and men, alla lettera Di topi e uomini. L’impianto fonico va completamente all’aria: l’allitterazione della m- svanisce, i suoni distesi a/e diventano i più baritonali i/o/u, a conferma di quanto scriveva Ernst Jünger: “la difficoltà […] di tradurre […] ha la sua origine anzitutto nelle vocali”. La traduzione italiana, inoltre, inverte l’ordine dei sostantivi, Uomini e topi, scelta unica a quanto pare nel panorama europeo: ad es, la traduzione francese di Maurice-Edgar Coindreau (uno dei padri della traduzione oltralpe) è letterale, Des souris e des hommes; così come quella spagnola (De ratones y hombres) e quella tedesca (Von Mäusen und Menschen). Il rispetto della dispositio si spiega con il fatto che il titolo si riferisce a un verso del poeta scozzese Robert Burns (1759-1796): “The best-laid schemes of mice and men” (I migliori progetti di topi e uomini), tratto dalla celebre ode A un topo, buttandogli all’aria il nido con l’aratro. Dunque l’of iniziale è una citazione, ma così isolato può anche introdurre un complemento di argomento (Su topi e uomini); la traduzione italiana opta invece per un titolo puramente descrittivo e referenziale: sarebbe interessante capire se la scelta è stata dello stesso Pavese oppure della redazione di Bompiani; sta di fatto che un titolo, una volta consolidatosi nella tradizione, diventa quasi irremovibile, caso forse unico è Zauberberg di Thomas Mann, per decadi noto come La montagna incantata, e di recente tradotto La montagna magica; ma probabilmente molti classici meriterebbero un restyling anche paratestuale, si pensi al caso di Guerra e pace, titolo altamente polisemico in russo (la parola mir vuol dire non solo pace ma anche mondo, comunità); per non dire di molti titoli dostoevskijani.

 

I dialoghi: un lavoro di cesello

 

Uno degli elementi linguistici più rilevanti dell’americano di Steinbeck è la mimesi dell’oralità nel dialogato. Per riprodurre la pronuncia pastosa e strascicata della California del Sud lo scrittore utilizza molte forme abbreviate: ’cause (per because), ’stead (per instead), an’ (per and), -in’ (per la terminazione-ing dei numerosi participi presenti); semplificazioni ortografiche come dunno (per don’t know), gonna (going to), wanna (want to), kinda (kind of), outa (out of), ya (you), them (articolo plurale the), us come pronome soggetto. Questa tessitura salta subito all’occhio in maniera vistosa a un lettore inglese.

Come è stato reso tutto ciò in italiano?

Sia Pavese sia Mari decidono di lavorare di cesello, sugli interstizi e sul ritmo più che sul lessico, evitando di attingere al serbatoio regionalistico, se non per rapide screziature sovraregionali: da qui il ricorso, ad es., all’avverbio mica o alle forme ’sto, ’sta dei dimostrativi. Mari introduce un elemento come l’uso dell’indicativo in luogo del congiuntivo, accorgimento sostanzialmente assente in Pavese: Se c’era qualcuno con me […] tornava tutto (Mari) vs Se con me ci fosse stato qualcuno, […] sarebbe andato tutto bene (Pavese). Entrambi non calcano mai la mano, così un espressivo ed espressionistico dunno (corrispondente, a livello di registro, al nostro colloquiale Boh) diventa un interlocutorio Non so (Pavese), Be’ non so (Mari). Entrambi non cercano mai una mimesi iperbolica attraverso il ricorso a qualche dialetto italiano, scelta che avrebbe creato un effetto di straniamento: George Milton e Lennie Small parlanti napoletano o siciliano perderebbero di credibilità, generando il riso.

Nella traduzione di Pavese, che resta a tutt’oggi molto efficace e leggibile, la temperie dell’epoca si avverte però negli eufemismi e nelle censure d’obbligo. Questa necessità di autocensura però porta paradossalmente a un incremento del tasso di inventività in certi casi, per cui si incontrano soluzioni espressionistiche come Sangue di dio, Sangue del boia a fronte di un generico Jesus Christ (che invece Mari decide di mantenere). Una vera perdita invece si registra nel lessico disfemico che in Pavese è in pratica inesistente, per cui il termine osceno tart è tradotto “una ragazza così” –  laddove Mari varia (sgualdrina, baldracca).

 

O la salsa o il ketchup

 

Quanto ai realia e agli elementi culturospecifici, ketchup è reso con un generico e addomesticante salsa da Pavese, mentre Mari ripristina il termine originale. Rientra in questo trattamento addomesticante di Pavese anche la scelta di tradurre beans con fave (laddove Mari traduce più coerentemente fagioli); mentre diversifica il registro Mari quando sceglie di rendere cans con il termine di origine settentrionale tolle, anziché con un più comune e standard scatole come Pavese.

A volte le due traduzioni sono significativamente simili, se non uguali: an elaborate pantomime of innocence risulta elaborata pantomima di innocenza in entrambi gli autori, varia però il verbo: ostentò (Pavese), inscenò (Mari), a fronte del polivalente made americano.

In conclusione, un breve cenno merita il termine dispregiativo nigger: quando Pavese lo traduce con negro, il termine italiano era di uso comune, dunque un lettore dell’epoca non percepiva il tono offensivo; oggi invece la scelta di Mari di mantenere negro risulta particolarmente efficace, vista l’attuale connotazione negativa della parola.

Le lingue si prendono le loro rivincite. Per questo motivo è fondamentale tradurre: la traduzione è l’ossigeno di una lingua e di una letteratura.

 

Flavio Santi

 

UN LIBRO

Arnaut Daniel di Pietro Tripodo venti anni dopo

Arnaut Daniel

A distanza di vent’anni sono state ripubblicate le traduzioni che Pietro Tripodo fece del corpus poetico del trovatore provenzale Arnaut Daniel. Il complesso lavoro del traduttore e poeta romano, edito per la prima volta nel 1997, fu anche l’ultimo della sua vita.

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