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Longanesi, l'italiano tagliente dell'anti-italiano

Per Leo Longanesi «bisognerebbe coniare una parola nuova - qualche cosa come 'etografo' - per designare quella sua attitudine a sorprendere il costume di un popolo e di un'epoca e a renderne gli aspetti più meschini e più grotteschi attraverso l'osservazione della vita vissuta». Il giudizio sintetico dato dal musicologo Massimo Mila nel 1948 si attaglia perfettamente alla verve satirica di Leo Longanesi (Bagnacavallo, Ravenna, 1905 - Milano, 1957), inquieta e contraddittoria personalità di acutissima intelligenza e versatilità creativa, capace di segnare il Novecento culturale italiano attraverso la sua attività di creatore di riviste (su tutte, «L'Italiano» e «Omnibus» tra le due guerre; «Il Borghese» nel secondo dopoguerra), di teorico - e insieme attuatore - di un reciso rinnovamento di strutture, stili e linguaggio del giornalismo, di disegnatore, grafico, illustratore, sceneggiatore e scrittore elegante e incisivo; e, infine, di artefice dell'omonima casa editrice con la quale mostrò da subito di puntare a un agile scavalcamento di nuove e vecchie accademie paludate. In particolare, il Longanesi editore, a cinquant'anni dalla scomparsa (27 settembre del '57), viene ricordato e riletto lunedì 1° ottobre a Milano (Teatro Dal Verme, ore 17) da Sergio Romano, Nello Ajello, Luigi Brioschi, Gian Arturo Ferrari, Ranieri Polese e dal figlio di Leo, Paolo Longanesi, in un convegno organizzato dall'Istituto per il libro del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e dalla casa editrice Longanesi.

Il talento a libertà limitata
Come poté resistere al ventennale schiacciasassi fascista una persona estrosa, di gagliardo narcisismo, desiderosa di emergere per virtù di intelletto, colta, elegante, acuta e, volendo, efficacemente velenosa? Certo, Longanesi (con Maccari) dapprincipio fa suo lo spirito "rivoluzionario" e strapaesano del fascismo delle origini e lo scarica tutto contro gli antifascisti (memorabili - in negativo - le sue boutade di ventenne contro Gobetti massacrato dai sicari di Mussolini); poi, ridotto l'antifascismo in condizione di non nuocere dal regime, «il giovane Longanesi, opportunista e arrivista quanto si vuole», essendo «uomo troppo fine, ingegno troppo scaltro per non intuire presto le mire megalomani e gli aspetti cafoneschi del regime» (Adolfo Chiesa, La satira politica in Italia, Laterza 1990), prende atto del sopravvento di una civiltà dell'ignoranza, dell'arroganza, della volgarità e della pacchianeria, e contro gli interpreti anche minuti di questo infernetto italiano, che siano di città o provinciali, politici o non politici, letterati o professionisti, comincia la sua opera corrosiva di demolizione socio-antropologica, che si appunta soprattutto sui dettagli, sugli scorci rivelatori di abissi di torpidità, opportunismo, cafonaggine aggressiva celati sotto la patina rassicurante di modi e consuetudini socialmente condivisi. Scrive Adolfo Chiesa: Longanesi «non vuole partecipare, ma vincere, strafare. Ama essere esaltato, ammirato, invidiato. Di qui la sua contraddizione: da un lato il disprezzo del fascismo e della grossolanità del regime, dall'altro i morsi dell'ambizione, il timore di soccombere, scomparire, la mania del protagonismo, tutti sentimenti negativi che lo portano ad accettare lo statu quo, la sempre più castrante libertà limitata».

Due parole giuste ne batton cento
Longanesi dissoda i campi incolti pesticciati dall'incolto italiano che vivacchia o sgomita o tira calci ai passanti restando attaccato alla gonnella del regime (fatto ormai di burocrati e "normalizzatori"). Ed è in questo cimento fertile e nevrotico che Longanesi rivela la maestria del suo stile, del tutto inedita nel mondo culturale italiano a lui contemporaneo: fusione di leggerezza e cattiveria, arguzia e corrosività, attraverso una prosa elegante, armoniosa, architettata con fluente saggezza retorica ma pronta a scarti e clausole finali di inaspettato dinamismo, concentrate in una, due, tre parole che ribaltano o correggono il senso dell'enunciato iniziale («preferisco due parole a cento, purché in quelle due parole sian racchiuse le altre cento», scrisse in una lettera Longanesi). Un prosa che si ritrova nei suoi articoli su rivista e che riemerge, dopo la guerra, nelle scritture diaristico-autobiografiche raccolte in volume. Una prosa che accetta i periodi lunghi a patto di segmentarli in membrature sintattiche giustapposte (segnate dal punto e virgola o dai due punti); di segmentare poi le membrature in cola di diverso ritmo ed estensione, animati da filatesse di aggettivi o verbi, o raccolti in strutture dittologiche; di costruire la strada della leggibilità con basoli di stile nominale sui quali si trotta a ritmo di elencazioni asindetiche: l'accumulazione non mira a gaddiana sovrabbondanza magmatica o a centrifugazione iterativa, ma a distensione di fontana lavica, dispersione graduale di lapilli in direzione di una successione rapida di messe a punto dello sguardo (spesso ironico). Si legga questo passo dal brioso incedere giambico dedicato ai vicoli della Napoli del 1944, tratto dal testo autobiografico forse più bello di Longanesi, Parliamo dell'elefante (1947; edizione più recente, 2005: Longanesi editore, ovviamente):

Nei vicoli, bambini seminudi che giuocano sui mucchi dell'immondizia, vecchie coi piedi scalzi nel fango, ragazze gravide, spettinate, sudice, ragazzi che spaccano pezzi di travi sottratti alle macerie, e zoppi, giovani zoppi con la stampella che saltano come gamberi: tutti gridano, urlano, leticano, ridono, s'agitano in un continuo trafficare, in un sudiciume che non s'immagina. Nulla qui ha più una forma o un colore preciso; seggiole con tre gambe, cappotti senza maniche, carretti senza ruote, orinali sfondati.

Si noti che il grado massimo di subordinazione è dato dall'uso di proposizioni relative. Un grado tenue, insomma, che può servire ad esplicare le caratteristiche degli antecedenti («bambini seminudi», «ragazzi», «giovani zoppi», «sudiciume») senza appesantire la frase. Notazioni marginali: le forme toniche dittongate del verbo giocare (giuocano), seguendo la regola del dittongo mobile, erano normali ancora cinquant'anni fa (oggi suonerebbero affettate). Leticare (leticano nel testo) è variante toscana (e letteraria) di litigare: l'ha usata anche Montale nelle sue prose (fa meno notizia che l'abbia usata Aldo Palazzeschi, fiorentino). Tornando al brano citato, concluderemo che la sensazione dominante è di una veloce, mossa, concisa eleganza descrittiva. La stessa che si ritrova, ancor più compressa, in questo schizzo, beffardo, in cui si raffigurano militari inglesi, sempre a Napoli, nel '44:

Tenenti inglesi che sembrano disegnati da Beardsley; mani bianche e affusolate, anelli nel mignolo, giacche di capretto, baffi alla tartara; dinoccolati e lenti, sembrano alghe marine. Eccentrici, conservano tuttavia una certa aria di collegio che li rende un po' angelici: angeli equini.

In questo caso - forse ancor più che in quello precedente - la misura ridotta del brano esalta lo stile di scrittura di Longanesi che, come si capisce bene, è sempre da mettere in stretta relazione con le caratteristiche della sua opera di disegnatore e illustratore. Qui sembra di avere davanti, dispiegato nella scrittura, il processo mentale che porta l'occhio culturale di Longanesi alla sintesi iconica finale. Molto efficace sotto il profilo linguistico, la clausola conclusiva («angeli equini») sembra lanciata in regalo dal Longanesi scrittore al Longanesi disegnatore.

E poi perse la parola
Intelligenti, sapidi e colti, i libri di Longanesi, secondo Eugenio Ragni, sarebbero inficiati dalla «fragile struttura a frammenti e illuminazioni tipica della sua scrittura giornalistica». Si tratta però dell'unico stile coerente con la personalità e la vocazione satirica profonda di Longanesi: un'immagine, «due parole», scrittura come didascalia graffiante, frammento di vetro che incide in spazi ridotti ma in profondità. Parliamo dell'elefante non può che muoversi rapsodicamente per blocchetti narrativi (come quelli citati) e più che il suo limite, sembra questo il pregio della sua architettura. Soltanto in questo modo si risolve al meglio la tensione verso lo sguardo giudicante nelle parti più narrative. Allo stesso modo si può realizzare la concentrazione del bel garbo visivo di parallelismi, antitesi e correctiones nell'ironico - fino alla ferocia - moraleggiamento in forma aforistica. Sempre da Parliamo dell'elefante:

Un triste passato nel quale tutti sono stati benissimo (alludendo al fascismo, ndr)

Ci si conserva onesti il tempo necessario che basta per poter accusare gli avversari e prendergli il posto.

Non sono le idee che mi spaventano, ma le facce che rappresentano queste idee.

È meglio assumere un sottosegretariato che una responsabilità.

Un pubblico politico senza spirito pubblico.

Non ho idee in questo momento, ho soltanto antipatie.

Longanesi è via via più deluso dalla piega che la vita pubblica prende in Italia nel secondo dopoguerra, con il ceto politico antifascista a suo avviso capace di rinverdire ottusità, opportunismo, arrivismo e arroganza che avevano caratterizzato i gerarchi fascisti. In Una vita (Longanesi, 1950; ed. più recente, 2006), la storia della vita di un possibile italiano tipico nato agli inizi del Novecento scorre come una sceneggiatura per immagini, corredate di didascalie, alcune delle quali polemiche e ringhiosamente desolate: «... mentre i romani mangiavano la panna, cadde Mussolini...»; «... quel giorno, dopo aver sputato sulla salma di Mussolini, i milanesi andarono al cinematografo...». L'"anti-antifascista" Longanesi sembra perdere progressivamente fiducia nei mezzi e nel senso delle parole e finisce con il consegnarsi negli ultimi anni a libri fotografici o disegnati, ispessendo il filtro tra sé e il mondo.

Silverio Novelli

UN LIBRO

La lingua del diritto e dell’amministrazione

Nicola Gardini

Il saggio scorre come un romanzo, che racconta la storia di una passione personale, quella dell’autore, nata ai margini dei banchi di scuola e nutrita di letture e traduzioni solitarie, di incontri euforici e illuminanti con i testi classici.

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