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Lo slang di Fornero

Ci attendono di sicuro interessanti esegesi del verbo leghista, centrate non soltanto sul materiale di colorito eloquio forgiato dal suo gruppo dirigente (cerchio magico incluso) in occasioni pubbliche e accumulatosi negli anni. Specialmente ora, analisi e approfondimenti potranno avvalersi della vagonata di intercettazioni telefoniche che si riversano e si riverseranno sulle nostre orecchie dopo l’esplosione dello scandalo sul presunto uso privatistico di soldi pubblici da parte di questo o quell’esponente di spicco della Lega Nord.

Chiari, essenziali, intelligibili, i messaggi di Bossi e colleghi “padani” si raccomandano, secondo l’analisi di Gianluca Giansante (in Le parole sono importanti. I politici italiani alla prova della comunicazione, Carocci, 2011, in particolare alle pp. 83-86), per il costante ed efficace uso di metastorie («piccoli racconti che rinforzano il messaggio politico del partito, capaci di aumentare gli effetti di persuasione e di memorizzazione dell’uditorio»), in grado di incrociare narrazione e metafore immediate e trasparenti. Giansante cita, a mo’ di esempio, un intervento di Matteo Salvini, in cui una lunga premessa sul vantaggio di far scendere dalla barca il pigro che fa soltanto finta di remare si conclude così: «… ci sta che quello che rema dica sai cosa c’è? Scendi, remo io da solo, la barca è più leggera e dall’altra parte ci arrivo da solo. Quindi o l’Italia sta insieme col federalismo o penso che la Lombardia e la Padania che rema da sessant’anni, rema da sola, se ne va, saluta e ringrazia».
 
Rosi la dimessa
 
Tanta chiarezza piace a chi segue la Lega: quando, nel corso della serata dell’“orgoglio leghista”, Roberto Maroni dal palco quasi urla «Mi spiace che Rosi Mauro non abbia colto la richiesta di dimettersi, ma se non lo ha fatto lei ci penserà la Lega a dimetterla!» (http://www3.varesenews.it/), noteremo che il voluto uso transitivale del verbo dimettere strapazza la grammatica ma è indubbiamente efficace (a conferma, l’uditorio si spella le mani e ulula consenso).
 
Una paccata ministeriale
 
Che cosa succede se ci mettiamo dall’altra parte del confine? In territorio governativo e “romano”? Là dove giace la termocoperta spenta del parlar sopìto e impeccabile di Mario Monti? Molti osservatori sono stati colpiti dall’improvvisa adozione del registro colloquiale da parte dell’attuale ministra del Lavoro e delle Politiche sociali (con delega anche alle Pari opportunità), Elsa Fornero, quando, qualche tempo fa, in contrasto col suo tipico eloquio controllato e formale da eminente economista e accademica quale ella è, dopo aver dichiarato che, in risposta alle sollecitazioni della Cgil, si sarebbe impegnata a cercare risorse per gli ammortizzatori sociali e la dinamizzazione del mercato del lavoro, ha concluso così: «È chiaro però che, se uno comincia a dire no, perché dovremmo mettere lì una paccata di miliardie poi dire “Voi diteci di sì”? Non si fa così» (http://video.corriere.it/fornero-paccata-miliardi/). Una paccata di miliardi è un’espressione che ha la verve aggressiva di un Lavitola intercettato e suona bene come didascalia di una figurina Liebig che ritragga Lusi e Belsito assisi ridenti su un monticello paperonesco di rimborsi elettorali. Mica male, vuol dire che l’oratoria leghista (e non soltanto) ha fatto scuola; le contaminazioni fra tradizioni comunicativo-espressive lontane sono dunque possibili. Ci limitiamo a segnalare che la particolare “grammatica della rozzezza” mantiene pur sempre una visibile demarcazione gerarchica tra maestri e allievi: diciamo che Fornero sta, per ora, in apprendistato, poiché, a dire dei più attenti esperti di lingua italiana, come Giuseppe Patota, «la parola paccata non esiste, almeno nell’accezione di ‘gran quantità’, ‘gran numero’» (http://www.romaitalialab.it/Fornero_e_la_paccata_slang_o_errore). Esiste un pacco di, in quell’accezione, ma, aggiunge Patota, «è locuzione fin troppo colloquiale, geograficamente marcata, poco adatta a una ministra della Repubblica». Si vede che per fare a braccio di ferro con Camusso, rappresentante del più forte dei sindacati dei lavoratori, Fornero ha pensato di travestirsi da operaio, indossando la tuta e cercando di adeguare il registro espressivo a un immaginato eloquio casalingo e proletario.
 
Articoli e sessismo
 
Meglio se l’era cavata, la nostra ministra, quando era rimasta nei più a lei acconci panni di professoressa, bacchettando certi usi giornalistici che suonano sottilmente lesivi dell’immagine della donna. Il 14 gennaio scorso, a Torino, presentando un libro di Emma Bonino, ha dichiarato: «Non mi piace quando dite la Fornero, oppure la Littizzetto. Dite Fornero e basta, così come dite Monti». I giornalisti, come capita quando si sentono criticati nell’uso degli strumenti di lavoro (che pensano di detenere in esclusiva anche quando, come in questo caso, sono comuni all’intera nazione di parlanti e scriventi), hanno risposto piccatini alquanto (è antimaschilismo: http://www.corriere.it/politica/non-chiamatemi-la-fornero.shtml; perché mai sottomettersi a questi diktat professorali?: «mi lascia perplesso l’adeguamento istantaneo di quotidiani, tg, intellettuali e conduttori al dictat lessicale forneriano: più istantaneo dell’abolizione fascista del “Lei”» (Massimiliano Parente, Giornale, 30 marzo 2012). È buona, in realtà, la lezione di grammatica impartita dalla ministra, commenta sempre Giuseppe Patota (http://www.romaitalialab.it/Fornero_o_La_Fornero_Meglio_Fornero), che cita un brano da Viva la grammatica! (Sperling & Kupfer, 2011), agile manuale scritto dallo studioso stesso insieme con Valeria Della Valle: «Per i cognomi di donne, anche per quelli di  donne contemporanee, fino a qualche tempo fa si usava quasi sempre l'articolo. Se Conti, Salvi e Bianchi erano degli uomini, niente il; se invece erano delle donne, tutti pronti a intonare il la: la Conti, la Salvi, la Bianchi.Ma perché mantenere questa discriminazione fra uomo e donna? Perché le opportunità siano pari anche sul piano linguistico, se dobbiamo nominare una coppia affiatata come quella formata da Rosy e Silvio, è giusto scrivere Bindi e Berlusconi, piuttosto che la Bindi e Berlusconi» (pp. 49-50).
 
Nell’alveo premiante del documento ufficiale
 
C’è anche il caso che la ministra Fornero e le teste d’uovo del suo ministero esagerino: bene se si va dal plebeismo immaginario della paccata alla perfetta norma sui cognomi; maluccio se da quest’ultima si devia per la strada presuntuosa del burocratese o politichese pomposo ed eufemistico. Sia Patota(http://www.romaitalialab.it/La_riforma_del_lavoro_scritta_in_burocratese), sia Michele Cortelazzo (altro eminente linguista http://cortmic.myblog.it/patota-su-fornero.html) si sono occupatidel documento sulla riforma del lavoro pubblicato sul sito del ministero del Lavoro e delle Politiche sociali. Spiccano, nel documento, espressioni come al contempo e al contorno, astrattezze come «riconducendo nell’alveo di usi propri i margini di flessibilità», pseudotecnicismi come «forte e inscindibile connessione sistemica», eufemismi quali «usi elusivi di obblighi contributivi e fiscali», attrezzi da sindacalese come «rendere premiante l’instaurazione di rapporti di lavoro». Non manca, in chiusura, il politichese da parata istituzionale: «l’auspicio che il Governo pone».
Insomma, l’italiano viene usato per gettare nell’oscurità, anziché per fare chiarezza.
Noi poniamo l’auspicio che dalle istituzioni (e dalla politica) la lingua italiana esca un po’ meno maltrattata.
 
Silverio Novelli
 
 

UN LIBRO

La quarta corona. Pietro Bembo e la codificazione dell’italiano scritto

Giuseppe Patota

Il libro La quarta corona. Pietro Bembo e la codificazione dell’italiano scritto di Giuseppe Patota si rivela foriero di novità già dal titolo: siamo soliti parlare delle “Tre corone del Trecento” ma nessuno, a mia conoscenza, aveva tributato a Bembo questa gloria, arrivando a considerarlo come una “quarta corona”.

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