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Il bel Paese dove il weekend suona

 

La Società Dante Alighieri da tempo è impegnata in un’azione di difesa delle prerogative dell’italiano come lingua comunitaria. Di fatto, nella Commissione europea, nonostante l’articolo 1 del regolamento plurilinguistico del 2008 comprenda l’italiano tra le lingue ufficiali delle istituzioni dell’Unione (27 Paesi e 23 idiomi ufficiali; http://europa.eu/languages/it/home), v’è in atto, da qualche tempo a questa parte, una tendenza a privilegiare il trilinguismo inglese-tedesco-francese, intese come “lingue di lavoro”, all’interno degli organismi della Ue. Questo ha più volte messo in luce, nel corso degli ultimi mesi, attraverso polemici articoli di stampa e costruttive azioni congiunte con il Ministero degli Esteri, il Segretario Generale della Dante Alighieri, Alessandro Masi, ricordando anche che il portale dell’Unione reca pagine e informazioni non tradotte in italiano, con possibile danno per chi, come le imprese, debba seguire certe procedure burocratiche per partecipare a gare d’appalto (recente è una prima risposta in merito, interlocutoria, da parte della Ue). Il Governo Berlusconi si è mostrato sensibile alle questioni sollevate dalla Società Dante Alighieri, impegnandosi in particolare su due questioni: 1. Nelle importanti riunioni informali dei ministri dei 27 Stati membri, che si tengono di volta in volta nel Paese che ha la presidenza di turno della Ue, deve essere «garantito l’interpretariato attivo e passivo per l’italiano»; 2. I ministri e i dirigenti dei dicasteri italiani dovranno «evitare di partecipare a discussioni o votazioni ogni volta non si disponga dei documenti di lavoro nella nostra lingua» (le citazioni sono tratte da una lettera inviata dal presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ai ministri del suo gabinetto, riportata dal «Corriere della sera» il 13 luglio 2008).

Siamo di fronte a posizioni sensate, soprattutto se inserite in un ragionamento di respiro integralmente collegiale ed europeista, secondo cui i rappresentanti designati dai parlamenti nazionali dei 27 Paesi della Ue dovrebbero, ci pare, poter normalmente fruire, durante i lavori degli organismi europei, della versione di atti ufficiali, ma anche di materiali preparatori, nella propria lingua madre e di un costante supporto di interpretariato nelle interazioni orali multilinguistiche. Se invece, in problematica deroga al plurilinguismo costitutivo della Ue, si volesse decidere ufficialmente di creare un binario preferenziale per alcune lingue di maggior diffusione e prestigio, ritenute funzionalmente veicolari alla comunicazione tra gli addetti ai lavori in sede Ue, allora non si vede perché l’italiano, per numero di nativi parlanti e di tradizione culturale, non potrebbe entrare, insieme con lo spagnolo, nel novero delle “lingue di lavoro”. Questo senza togliere nulla al fatto che la classe dirigente italiana, di destra, di centro e di sinistra, è, nei fatti, mediamente ignorante nella conoscenza delle lingue straniere, compreso l’inglese, che, volenti o nolenti, è la principale lingua di comunicazione a livello internazionale e perciò, per ogni politico di un certo livello, dovrebbe far parte del bagaglio culturale di base (magari Silvio Berlusconi, nonostante il recente moto di orgoglio nazional-linguistico, parlerebbe di know-how, come fece qualche anno fa non discutendo di finanza o impresa – materie in cui è comprensibile che si possa far ricorso ad anglicismi –, ma a proposito della più italiana delle istituzioni, la mamma: «mia madre dice che non ho il know-how per odiare»).

 

In guerra contro l’inglese

 

Sulle pagine del sito della Società Dante Alighieri (www.ladante.it; qui è presente anche la rassegna stampa della “querelle europea”), nello stesso periodo in cui si dava conto del dibattito e delle iniziative sul trattamento dell’italiano come lingua comunitaria, è comparso l’esito di un interessante sondaggio on line. Questa la domanda, alla quale hanno risposto per il 70% italiani: “Qual è la parola straniera che ritiene più inopportuna nell’uso quotidiano della lingua italiana, scritta o parlata?”. Sono inglesi le prime 15 parole in classifica (al decimo posto notiamo know how). Primo weekend (11%), poi ok (10%), welfare (8%), briefing (5%), mission (4%), location (3%), devolution (3%), bookshop (3%), computer (2%), ecc. È ovvio che l’inglese spadroneggi: è la lingua che oggi (come il francese nel Settecento e parte dell’Ottocento) lancia nel mondo, attraverso gli affari, i commerci e la comunicazione, parole circonfuse da «quell’aura di prestigio che le porta a essere sentite – a seconda dei casi – come parole tecniche, scientifiche, autorevoli, divertenti, alla moda» (Giuseppe Antonelli, L’italiano nella società della comunicazione, Il Mulino, 2007, p. 15). A fronte del commento preoccupato della Società Dante Alighieri («è chiaro che gli italiani chiedono più rispetto e più tutela per la propria lingua, soprattutto quando debba essere rimpiazzata da vocaboli stranieri solo per presunta eleganza e non per concreta efficienza, in ambito istituzionale, politico e commerciale ma anche nelle conversazioni e nei discorsi di tutti i giorni»), il quotidiano inglese «Daily Telegraph» del 9 settembre 2008 replica con ironia che «gli italiani cospargono le loro conversazioni di termini inglesi, alcuni dei quali comicamente storpiati e dal suono fantasioso per un qualsiasi parlante madrelingua inglese. “Baby parking”, per esempio, è una strana fusione che significa “asilo” o “asilo nido”. Una “baby gang”, d’altro canto, è un costrutto più sinistro. Designa un gruppo di giovanissimi criminali o teppisti».

 

Ma è davvero “itangliano”?

 

Davvero, però, si può dire che l’italiano rischia di essere minato dall’“invasione” di anglicismi? Che ormai la nostra lingua è una specie di creolo, di ibrido bilingue, di itangliano (la parola fu ironicamente usata per primo dallo scrittore Primo Levi, nel 1977)? Già la posizione della Dante Alighieri saggiamente suggerisce che «per concreta efficienza, in ambito istituzionale, politico e commerciale» può ben esserci un termine inglese a farsi largo, specialmente perché designa concetti, manufatti, pratiche nuovi rispetto al passato: concetti, manufatti e pratiche che nell’ambito della civiltà del lavoro e delle idee sono nati e si sono affermati per primi nel mondo angloamericano. Si tratta dunque in gran quantità di termini settoriali: «tutti risalenti agli ultimi quindici anni, sono collegati direttamente o indirettamente alla “rivoluzione telematica”» (Antonelli, p. 14), da blog a font, da download a provider, da cookie a widget (e si noti comunque che non di rado l’italiano sviluppa calchi efficaci, che affiancano i prestiti integrali: attachment / allegato, web / rete, download / scaricare, desktop / scrivania ecc.). Altri settori recentemente ad alta densità di anglicismi sono quelli del lessico economico, commerciale e finanziario; anche il lessico della politica, dello sport e del costume è interessato al fenomeno del prestito. In verità, si può dire che negli italiani convivono, in modo ambivalente, l’accoglimento spesso effimero di parole inglesi (angloamericane, perlopiù), inclusa la «strana fusione» di unità lessicali inglesi fatta con creatività tutta italiana (tecnicamente, si tratta di pseudo-anglicismi), veicolato e decisamente sovrarappresentato dai mezzi di comunicazione di massa (tv, radio, rete, giornali – con conseguente percezione alterata del fenomeno, nel destinatario), e, in ossimorica coabitazione, un senso acuito della dignità e della “purezza” della lingua, iperreattivo alle presunte violazioni endogene o esogene della norma linguistica. Insomma, mi va bene il prodotto cosmetico pubblicizzato come coadiuvante del fitness, cerco e nomino magliette extralarge e leggo sulla «Gazzetta dello sport», senza fare una piega, dei tap in di Gilardino o di Bargnani, ma poi mi scoccia l’abuso ripetitivo di ok, non sopporto sul posto di lavoro chi si dà le arie parlando di briefing e mi infastidiscono i servizi tv sulla moda che esaltano il glamour. In realtà, spesso, più che la parola inglese in sé, ce ne infastidisce l’uso sovrabbondante, modaiolo e massificato. Che però è un’amplificazione che vive più sulla scena dei media che nel parlato quotidiano e nella realtà delle interazioni scritte.

 

Chi resta e chi va

 

A quanto pare, peraltro, sotto il più o meno leggiadro «tocco di cosmopolitismo» (Antonelli) che l’anglicismo in bocca italiana prometterebbe di dare alla conversazione, si cela la robusta secolare struttura del nostro idioma, difficile da scalfire anche nel distretto lessicale, quello più esposto ai mutamenti e agli influssi culturali. Analizzando il corpus di ben 260.000 lessemi presenti in un grande dizionario italiano dell’uso come il GRADIT di Tullio De Mauro, Luca Lorenzetti (L’italiano contemporaneo, Carocci, 2004, pp. 48-49) nota come la quota più cospicua di parole d’origine inglese è d’importazione recente e di ambito settoriale (qui l’inglese sopravanza il francese); ma se ci si restringe ai circa 50.000 lemmi del vocabolario corrente (sedimentate da più tempo), la percentuale delle voci d’origine francese è del 5%, mentre è del 3% per l’inglese. Se ci si focalizza poi sul fondamentale vocabolario di base (i mattoncini lessicali di quel solido costrutto di cui sono fatte gran parte delle nostre conversazioni quotidiane), la percentuale di anglicismi si abbassa allo 0,7% (50 parole), quella di francesismi è del 5,7% (più di 400 parole). Insomma la reale capacità di penetrazione degli anglicismi è limitata. «La sensazione – scrive Antonelli (p. 18) – è che il fenomeno si allarghi – come suol dirsi – a macchia d’olio, cioè in modo esteso ma superficiale: abbastanza sistematico, ormai, nella comunicazione di massa, sicuramente più esteso di prima nella lingua di tutti i giorni, ma ancora molto lontano dall’intaccare il nucleo della lingua spontanea, della comunicazione familiare».

Degli anglicismi ogni anno immessi a carrettate da molti dizionari dell’uso nel lemmario, a breve molti se ne vedranno scorrere, cadaveri, lungo il fiume: questione di anni.

 

Galileo oggi scriverebbe about the stars

 

Tornando al tema dell’italiano in Europa, Antonelli si stupisce (e noi con lui) che, in contrasto con quanto predicato circa la difesa necessaria del nostro idioma, si insista nell’avallare denominazioni istituzionali come authority per le telecomunicazioni, garante della privacy (Maurizio Sacconi è ministro del Lavoro, Salute e Politiche sociali, ma i giornali continuano a definirlo ministro del Welfare, anche se il ministero del Welfare non esiste più, come denominazione); mentre i settori della televisione di Stato continuano a sembrare filiali della Bbc (Rai international, Rai educational, Rai trade ecc.). Difficile che atteggiamenti siffatti possano contribuire alla credibilità della nostra lingua in campo internazionale. A ciò si aggiunga che «vi sono comunque segni di crisi dell’italiano più gravi della semplice intrusione di forestierismi […] l’italiano scientifico, al di fuori del settore umanistico, è praticamente già morto. Fisici, astronomi, medici, se vogliono essere letti, devono ormai scrivere sulle loro riviste specializzate usando sempre l’inglese», come nota Claudio Marazzini (Da Dante alla lingua selvaggia, Carocci, 1999, p. 226). Di questo bisognerebbe ragionare, di questa come di altre spie di un disagio che, attraverso il veicolo linguistico, investono tutto il disomogeneo sistema culturale italiano (scuola, formazione, ricerca). Intervistato da Marazzini, Alfredo Stussi qualche anno fa concluse in questo modo il suo ragionamento sui destini della lingua italiana contemporanea: «Mi chiedo allora se la lingua italiana non corra il rischio di tornare a essere, com’era secondo Villari prima dell’Unità, la lingua di qualche milione di arcadi, mentre i ceti produttivi useranno, a seconda del loro livello, o l’inglese o il dialetto».

 

Silverio Novelli

 

UN LIBRO

Arnaut Daniel di Pietro Tripodo venti anni dopo

Arnaut Daniel

A distanza di vent’anni sono state ripubblicate le traduzioni che Pietro Tripodo fece del corpus poetico del trovatore provenzale Arnaut Daniel. Il complesso lavoro del traduttore e poeta romano, edito per la prima volta nel 1997, fu anche l’ultimo della sua vita.

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