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Parole fuori registro

Rifiuti solidi urbani, spazzatura, immondizia, mondezza, monnezza: per definire quella roba che va a finire nei cassonetti, a Roma si hanno diverse possibilità, che implicano la scelta e l’adozione del vocabolo o dell’espressione appropriati a seconda del registro selezionato in relazione al contesto comunicativo in cui ci si trova a muoversi. La prima forma, una locuzione, è di ambito burocratico; la seconda parola appartiene all’italiano senza aggettivi (volendone usare uno, diciamo italiano standard); la terza è dell’italiano colloquiale; la quarta vive nell’italiano regionale e colloquiale; la quinta è dialetto verace e procace e ci ricorda l’antonomastico Monnezza, il trucido – ma de core – ispettore della polizia di una serie di commedie degli anni Settanta interpretate dal cubano Tomas Milian, doppiato con perizia da Ferruccio Amendola, attore romano de Roma.

Se scrivo una farsa dialettale ambientata a Trastevere, la sora Lella di turno parlerà, a ragione, tra un mannaggia a li pescetti e un ma de che!, di monnezza. Se scrivo alle autorità del Municipio I (che include anche il quartiere trasteverino), protesterò perché funziona in modo inadeguato la raccolta dei rifiuti solidi urbani. Se prendo la parola in un’assemblea di condominio di uno stabile in via Jacopa de’ Settesoli (in Trastevere), inviterò i condomini a non lasciare sul pianerottolo, di sera, i sacchetti di plastica, se pure ben chiusi, di spazzatura, per ritrovarli bell’e pronti la mattina seguente all’uscita di casa (riparata dagli eventuali cattivi odori). Ma se sono uno studente del liceo Vittorio Alfieri (in via Dandolo, Trastevere), non coglierò nel segno se scriverò in un compito in classe di italiano (traccia: L’ecologia come pratica di vita quotidiana) che «qualche volta nel nostro quartiere si vedono per terra troppi mucchi di mondezza». In un testo scritto in cui è richiesto un certo grado di formalità – come si evince dalla traccia, che non recitava Come fanno gli zozzoni –, sbagliare registro è grave quasi quanto andare fuori tema.

Segre e la «fallolatria»
 
Per dirla con le parole di un grande studioso della lingua italiana, Cesare Segre: «Si parla di registro aulico, colto, medio, colloquiale, familiare, popolare, ecc. Sappiamo che ci si esprime diversamente parlando a un re o a uno straccivendolo, in un’assemblea o all’osteria, a un superiore o a un compagno di bisbocce; o anche a un vecchio o a un bambino. Cambia la scelta delle parole: sventurato, sfortunato, scalognato, iellato, sfigato hanno, più o meno, lo stesso significato, ma appartengono a registri diversi». Sempre nello stesso intervento, comparso sul «Corriere della sera» (http://www.corriere.it/cultura/10_gennaio_13), Segre prima ammonisce: «Chi non sa usare i registri crea situazioni d’imbarazzo, e può persino offendere, quasi ricusasse le differenze tra le categorie e le funzioni sociali»; poi annota che «I giovani sono quelli che sembrano ignorare di più i registri, e con ciò stesso si mettono in condizione d’inferiorità, perché mostrano di non aver rilevato, nel parlare, che la scelta linguistica denota la loro attitudine a posizionarsi rispetto ai propri simili, e a riconoscere il ruolo o i meriti degli interlocutori»; per terminare con una requisitoria contro l’appiattimento sui registri più bassi di tanta lingua parlata, anche da esponenti politici in costante, sloganistica telerissa, dilagante nelle interrelazioni comunicative quotidiane (Segre se la prende in particolare con la fallolatria nel turpiloquio). I ragionamenti del professor Segre sono condivisibilissimi. In margine, sia permessa una noterella: Segre scrive, a un certo punto: «Si dovrebbe dunque essere pazienti quando un “vu cumprà” ci interpella col tu, ma chi gl’insegna la lingua dovrebbe fargli rilevare l’imprecisione, e soprattutto evitare di interpellarlo allo stesso modo, denunciando il proprio senso di superiorità». Magari, si potrebbe aggiungere, si tratta non soltanto di evitare di dargli del tu, ma anche smetterla di chiamarlo o di pensarlo come vu cumprà, lessicalizzazione di un’espressione di registro non soltanto colloquiale, ma anche screziata di connotazioni razziste, se pure di quel razzismo paternalistico e pseudo-buonista che rivela in realtà «il senso di superiorità» dell’italiano padrone di patria.
 
Sensibilità e civiltà
 
A proposito dei giovani e della tra di loro diffusa incapacità di maneggiare i registri, Segre cita, nel suo articolo, un documento intitolato Lingua italiana, scuola, sviluppo, presentato alla stampa il 18 dicembre 2009 a Firenze e promosso e sottoscritto da Accademia della Crusca, Accademia dei Lincei e Associazione per la Storia della Lingua Italiana – ASLI. Uno dei punti centrali del documento, smilzo ma denso (http://www.comunitaitalofona.org/), è costituito dalla sottolineatura dell’importanza dell’intervento che la scuola (dalla materna alla scuola superiore) dovrebbe fare sulla carente padronanza della lingua italiana mostrata dagli studenti. Il ragionamento riguarda anche i registri:
«Una conoscenza della lingua materna sicura e ricca, che non si limiti ai bisogni comunicativi primari, elementari, ma includa un ampio repertorio lessicale, una flessibilità di usi sintattici e una capacità di passare da un registro comunicativo all’altro in modo appropriato e cioè con sensibilità all’occasione e alla concreta circostanza comunicativa, è insomma una precondizione per un paese civile che intenda restare competitivo nella contemporaneità e nel futuro prossimo».
 
Torniamo tra i banchi
 
Il punto è tanto decisivo quanto delicato, anche perché, di là dalle capacità didattiche dei docenti – spesso sottostimate – e senza voler generalizzare, «mantenendo in vita un improbabile “scolastichese” fatto di recarsi per andare o inquietarsi per arrabbiarsi, la scuola instilla l’idea di una “doppia verità linguistica” (la forma corretta è egli, anche se parlando si dice lui, e così via) che continua ad avere pessimi effetti sulla capacitàdi gestire con disinvoltura il testo scritto. Il risultato, infatti, è quello di sostituire al continuum di registri che esistono nella realtà una polarizzazione tra uso e norma: una distanza apparentemente incolmabile tra essere e dover essere che alimenta – di fatto – atteggiamenti di lassismo e di sfiducia». Quanto scrive Giuseppe Antonelli (L’italiano nella società della comunicazione, Il Mulino,Bologna 2007, p.48) sollecita interrogativi cruciali. Il primo: che cosa potrebbe/dovrebbe fare l’insegnante, in una scuola che privilegia «un modello formativo intuitivo rispetto ad uno legato a nessi logici» (Leonardo Maria Savoia, citato da Antonelli)? Una risposta non esaustiva, ma circoscritta, mirata e perciò efficace, può scaturire dalle considerazioni che Luca Serianni trae dall’analisi di alcune “consegne” date da un docente ai suoi allievi (in Scritti sui banchi. L’italiano a scuola tra alunni e insegnanti, Carocci, Roma 2009, p.142, scritto da Serianni insieme con Giuseppe Benedetti): «Per addestrare all’uso dei registri linguistici, e in particolare alla rimozione delle forme colloquiali in contesti inappropriati, sono utili gli esercizi consistenti per l’appunto nel cambio di registro di un testo dato, da colloquiale-informale a medio-sorvegliato, tipicamente con sostituzione di destinatario».
La strada da fare è molta, affinché il cammino del parlare e dello scrivere adeguatamente non sia intralciato da troppa monnezza.
 
Silverio Novelli

UN LIBRO

Viva il Latino. Storie e bellezza di una lingua inutile

Nicola Gardini

Il saggio scorre come un romanzo, che racconta la storia di una passione personale, quella dell’autore, nata ai margini dei banchi di scuola e nutrita di letture e traduzioni solitarie, di incontri euforici e illuminanti con i testi classici.

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