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Vorrei sapere se sia esatto dire (e scrivere) che le donne sono “incinte”, o se forse non sia meglio lasciare al singolare l’aggettivo, tenendo conto dell’etimologia.

L’etimologia è utile per capire di quale sostanza semantica e storica è fatta una parola della nostra lingua, ma non è un parametro sempre attendibile per ricavare indicazioni utili sulla realtà grammaticale della parola così come si è radicata nella lingua che adoperiamo.

 La lingua di partenza, in questo caso, è il latino. Sintetizza in questo modo il Treccani.it, alla voce incinta1: «latino medievale incincta, rifacimento, per etimologia popolare, del latino classico inciens -entis “gravida”, secondo il participio passato di incingĕre “recingere”, forse perché le donne gravide usavano portare una cintura, oppure, al contrario, dando a in- valore negativo (incincta = non cincta) per allusione al fatto che esse non portassero cintura».
 
Ciò detto, quando «si parla di donne in stato di gravidanza, un errore diffuso consiste nel dire donne incinta, lasciando l’aggettivo incinta al singolare: bisogna dire e scrivere, invece, donne incinte, perché l’aggettivo va regolarmente accordato, nel genere e nel numero, col nome al quale si riferisce» (Valeria Della Valle-Giuseppe Patota, Il salva italiano, Sperling & Kupfer editori, Milano 2000, p. 157).

UN LIBRO

La quarta corona. Pietro Bembo e la codificazione dell’italiano scritto

Giuseppe Patota

Il libro La quarta corona. Pietro Bembo e la codificazione dell’italiano scritto di Giuseppe Patota si rivela foriero di novità già dal titolo: siamo soliti parlare delle “Tre corone del Trecento” ma nessuno, a mia conoscenza, aveva tributato a Bembo questa gloria, arrivando a considerarlo come una “quarta corona”.

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