Icona_Motore-di-ricercaMotori di Ricerca Banche dati
  Biblioteche Meteo
 

Vorrei sapere se sia esatto dire (e scrivere) che le donne sono “incinte”, o se forse non sia meglio lasciare al singolare l’aggettivo, tenendo conto dell’etimologia.

L’etimologia è utile per capire di quale sostanza semantica e storica è fatta una parola della nostra lingua, ma non è un parametro sempre attendibile per ricavare indicazioni utili sulla realtà grammaticale della parola così come si è radicata nella lingua che adoperiamo.

 La lingua di partenza, in questo caso, è il latino. Sintetizza in questo modo il Treccani.it, alla voce incinta1: «latino medievale incincta, rifacimento, per etimologia popolare, del latino classico inciens -entis “gravida”, secondo il participio passato di incingĕre “recingere”, forse perché le donne gravide usavano portare una cintura, oppure, al contrario, dando a in- valore negativo (incincta = non cincta) per allusione al fatto che esse non portassero cintura».
 
Ciò detto, quando «si parla di donne in stato di gravidanza, un errore diffuso consiste nel dire donne incinta, lasciando l’aggettivo incinta al singolare: bisogna dire e scrivere, invece, donne incinte, perché l’aggettivo va regolarmente accordato, nel genere e nel numero, col nome al quale si riferisce» (Valeria Della Valle-Giuseppe Patota, Il salva italiano, Sperling & Kupfer editori, Milano 2000, p. 157).

UN LIBRO

Viva il Latino. Storie e bellezza di una lingua inutile

Nicola Gardini

Il saggio scorre come un romanzo, che racconta la storia di una passione personale, quella dell’autore, nata ai margini dei banchi di scuola e nutrita di letture e traduzioni solitarie, di incontri euforici e illuminanti con i testi classici.

TAG