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Fatto “apposta” o fatto “a posta”? Salve, una curiosità sull'uso dell'espressione in oggetto. “Apposta” (tutto attaccato), non si confonde col participio passato di “apporre”? Non è più corretto "fatto a posta", visto che esiste anche la locuzione "a bella posta", per rafforzare il medesimo concetto?

Come spesso è accaduto e accade nella nostra lingua, esistono varianti di scrittura che individuano elementi identici per funzione e significato. In genere, v'è una sorta di marcia evoluzionistica: la parola scritta inizialmente separata (per esempio: in fatti), successivamente si riunifica in un solo lessema (infatti).

Spesso il nuovo rampollo della specie scalza l'altro nell'uso, o lo mette in un angolino: chi scriverebbe oggi in vano, se non per scherzo o per ignoranza di come vadano le cose nel mondo della grafia?
 
Altre volte, due forme (raramente più di due: per esempio la forma principale dinanzi, la variante col raddoppiamento dinnanzi, la forma rara e un po' antiquata d'innanzi) convivono, anche se in genere una è viva o molto più viva dell'altra nell'uso (oltremisura rispetto a oltre misura, per esempio). Qualche volta vi è sostanziale equilibrio: per lo più e perlopiù si spartiscono fraternamente la mensa dell'uso.
 
È vero che apposta è omografo del participio passato di apporre, flesso al femminile singolare; ma è altrettanto vero che i contesti d'uso sono in grado di disambiguare immediatamente se si tratti del nostro apposta avverbio o dell'apposta participio.
 
Apposta nasce – torniamo al discorso iniziale – dall'univerbazione (unificazione grafica in una sola parola di due o più elementi distinti) della locuzione antica a posta, ricca senz'altro di attestazioni anche nobilmente letterarie (ce ne sono pure per a bella posta, a mia posta, a posta di 'a discrezione di'): ma, ad un certo punto, complice anche il padre dell'italiano moderno, Alessandro Manzoni («credete che non s'è fatto apposta», nei Promessi sposi), la forma univerbata è diventata decisamente quella prevalente negli usi assoluti, lasciando a posta in compagnia di bella nell'espressione cristallizzata già citata. Oggi, semplicemente, scrivere a posta significa adoperare una forma antiquata, rivolgendosi ai propri avi e non ai contemporanei.

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La lingua della radio in onda e in rete

Enrica Atzori

La struttura del volume è chiara e lineare: dopo un’iniziale panoramica, sintetica ma ricca di dati, sulla suddivisione attuale delle concessioni, l’autrice passa in rassegna tutti i generi testuali radiofonici, per poi procedere a un’analisi linguistica svolta su tre livelli, coincidenti con i vari fronti operativi della radiofonia contemporanea: i programmi radiofonici più seguiti, le loro estensioni su Facebook (post) e i commenti dei likers a questi contenuti.

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