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Desidererei sapere come si chiama la casa dove vivono le oche.

Elena Terminelli

Non esiste una denominazione specifica che designi il luogo in cui vengono messe le oche domestiche per essere protette e allevate. Che si tratti di semplici recinti (stie, soprattutto nell’italiano parlato nelle regioni settentrionali) che delimitano spazi, con l’aggiunta di ricoveri chiusi o aperti, sormontati da tettoie o forniti di pagliericci, tali luoghi o strutture non hanno un nome preciso come il comunissimo pollaio per i gallinacei. Nel pollaio, tra l’altro, secondo gli esperti, è sconsigliabile tenere, oltre a galli e galline, le oche, animali noti per una certa imprevedibile aggressività. Nelle aie davanti alle case coloniche di campagna, sarà forse possibile trovare ancora oggi delle oche, anche se nella vecchia fattoria dello zio Tobia (versione Quartetto Cetra) non ve n’era traccia.

Oca è attestato nell’italiano scritto a partire dalla metà del XIII secolo e continua il latino tardo auca(m). In una parte consistente dell’Italia mediana e meridionale meridionale si è affermato, in luogo di auca, la forma latina più tarda paparus (da cui papera, papero), di origine onomatopeica.

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Scritti a mano. Otto storie di capolavori italiani da Boccaccio a Eco

Matteo Motolese

Matteo Motolese ha voluto rendere partecipi i lettori curiosi ma non specialisti di ciò che si cela dietro all’edizione ‒ di pregio o più spesso tascabile ‒ che leggono, o dietro al brano che hanno letto nelle antologie scolastiche

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