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Desidererei sapere come si chiama la casa dove vivono le oche.

Elena Terminelli

Non esiste una denominazione specifica che designi il luogo in cui vengono messe le oche domestiche per essere protette e allevate. Che si tratti di semplici recinti (stie, soprattutto nell’italiano parlato nelle regioni settentrionali) che delimitano spazi, con l’aggiunta di ricoveri chiusi o aperti, sormontati da tettoie o forniti di pagliericci, tali luoghi o strutture non hanno un nome preciso come il comunissimo pollaio per i gallinacei. Nel pollaio, tra l’altro, secondo gli esperti, è sconsigliabile tenere, oltre a galli e galline, le oche, animali noti per una certa imprevedibile aggressività. Nelle aie davanti alle case coloniche di campagna, sarà forse possibile trovare ancora oggi delle oche, anche se nella vecchia fattoria dello zio Tobia (versione Quartetto Cetra) non ve n’era traccia.

Oca è attestato nell’italiano scritto a partire dalla metà del XIII secolo e continua il latino tardo auca(m). In una parte consistente dell’Italia mediana e meridionale meridionale si è affermato, in luogo di auca, la forma latina più tarda paparus (da cui papera, papero), di origine onomatopeica.

UN LIBRO

Fiumi di parole. Discorso e grammatica delle conversazioni scritte in Twitter

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Il saggio, strutturato con chiarezza, rigore metodologico, ricchezza di dati, dovizia di esempi, individua i tratti essenziali della scrittura breve e condensata di Twitter nella frammentazione e nella fluidità illustrandoli con una metafora molto efficace: quella del “fiume di parole” nel senso della scrittura come processo ininterrotto, fluido e mutevole, in apparenza disordinato e improvvisato, ma regolato da convenzioni specifiche

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