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Autrici varie
Le autorità inaugurano il monumento all'Aurora. La grammatica la fa... la differenza!

Casa editrice Mammeonline, Foggia, 2015

 

«L'Associazione Donne in Rete ha generato l'idea di attivare un progetto per promuovere concretamente il linguaggio sessuato nella scuola primaria e avere uno strumento per condurre incontri e laboratori con le bambine e i bambini». Così nella bandella di terza si spiega l'origine del progetto che ha avuto una ricaduta concreta nel libro illustrato (da Gabriella Carofiglio). Il libro include racconti, poesie e filastrocche di Anna Baccelliere, Annamaria Piccione, Flavia Rampichini, Chiara Valentina Segrè, Luisa Staffieri e Gianna Yehya. Allegato alla nitida ed elegante pubblicazione, v'è lo stampato La grammatica e le parole, che contiene gli interventi di Lina Appiano, Daniela Finocchi, Graziella Priulla, Debora Ricci, Maria Teresa Santelli, tesi a illustrare con chiarezza la sostanza di un discorso sull'uso della “grammatica della differenza”, posta a fondamento, a sua volta, di un uso non sessista della lingua, come sosteneva Alma Sabatini. Proprio lo studio pionieristico (in Italia) di Alma Sabatini Il sessismo nella lingua italiana (1987), le conseguenti Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua e le successive elaborazioni di studiose della lingua come Cecilia Robustelli (realizzate per conto di amministrazioni pubbliche, anche insieme con l'Accademia della Crusca; e con l'attivo gruppo di giornaliste Giulia, come l'importante, nitido opuscolo Donne, grammatica e media del 2014) sono da considerarsi parte integrata delle riflessioni delle intellettuali che hanno contribuito alla nascita di un progetto culturale e didattico tradottosi in un prodotto editoriale utilizzabile a sua volta come strumento didattico e volano culturale. A questo proposito, si vedano le ultime pagine di La grammatica e le parole, ricche di bibliografia, indicazioni e suggerimenti di comportamento linguistico (specialmente nel caso dei nomi di professione al femminile), esercizi in forma di gioco linguistico destinati a bambine e bambini.

 

Un progetto, dunque, frutto di esperienze fatte sul campo, cioè nella scuola dei più piccini, praticando la didattica di una lingua che vuole essere, più che specchio, promotrice di una cultura diversa, perché, come scrive Gemma Pacella, «lì dove si lavora per iniziare a costruire la propria identità, dove le bambine e i bambini cominciano a riconoscersi in qualcosa, nell'appartenenza a un genere, il loro genere», ci si accorge che «su bambine e bambini si scorgono poche incrostazioni di un retaggio culturale e anacronistico, per cui lo stereotipo non vince, non ci si preclude alcuna ipotesi di conoscenza». Pertanto – continua Pacella - «ci è venuta voglia di comunicare soprattutto a loro l'importanza delle parole, degli articoli o degli aggettivi e del modo corretto in cui debbano essere coniugate per rendere il loro giusto significato».

 

Naturalmente, quanto sta dietro all'uso sessista della lingua è faccenda assai complessa e profonda. Lo dimostra, per esempio, il fatto che «si cerca di minimizzare, ancora oggi, affermando che l'uso del maschile inclusivo deve essere considerato neutro in quanto racchiude in sé anche il soggetto femminile, ma in realtà il femminile sottinteso diventa assolutamente inesistente perché invisibile e ciò che non si nomina non esiste» (Debora Ricci). Le donne stesse non è raro che ritengano onorevole il maschile inclusivo o la maschilizzazione del mestiere: nel 2002, Stefania Prestigiacomo, allora ministra per le Pari opportunità, aveva dichiarato che preferiva essere chiamata signora ministro o il ministro. Grande dunque è la responsabilità di chi fornisce, volente o nolente, modelli di riferimento linguistico, specialmente se lavora nei mezzi di informazione di massa: anche molte giornaliste perpetuano il classico schema rappresentato dal tipo il ministro + cognome di donna, che, oltre tutto, nell'estremismo cieco da neolingua orwelliana, può portare a obbrobri grammaticali come intervistata sui recenti fatti, il ministro Pinotti ha dichiarato o la ministro Pinotti ha dichiarato.

 

Viceversa, capita che quando il femminile viene evocato, facilmente possa essere demonizzato attraverso certi elementi grammaticali (uno per tutti, il suffisso -essa), caricati di connotazioni negative nel corso dei secoli fino a oggi: come quando, nel 2013, Silvio Berlusconi in tv attaccò le giudichesse di Milano che avevano stabilito l'entità degli alimenti da corrispondere a Veronica Lario.

Pesava (e pesa ancora, in parte) un interdetto che prima di tutto colpisce il ruolo della donna nella società e nel mondo del lavoro. Per secoli la donna è stata confinata nella dimensione della fattrice/nutrice casalinga. Soltanto da pochi decenni le donne sono in più rapida, per quanto non lineare né incontrastata, affermazione nella società, e nel mondo dei lavori fino a ieri di quasi esclusivo appannaggio degli uomini. Insomma, fino a pochi anni fa il problema di dire ministra o ministro neanche si poneva poiché le donne che avevano ricoperto tale carica nei primi cinquant'anni della Repubblica si contavano sulle dita di una mano: soltanto nel 1976 abbiamo la prima ministra, Tina Anselmi.

Importanti – ma dovrebbero moltiplicarsi - sono le prese di posizione espresse ai massimi livelli istituzionali, come nel caso di Laura Boldrini, l'attuale presidente della Camera, che già nel settembre del 2013 dichiarò: «Chiedo da mesi, non per puntiglio, di essere chiamata “la presidente”. E invece quando si rivolgono a me mi chiamano “signor presidente”. Ora basta. Non è un puntiglio o un vuoto formalismo, bensì l’affermazione che esiste più di un genere».

 

Le indicazioni fornite sinteticamente in Le autorità inaugurano il monumento all'Aurora. La grammatica la fa... la differenza!, gli elenchi presenti nell'opuscolo Donne, grammatica e media e altrove per i nomi di mestiere al femminile (per esempio, in Dizionario del 2012, di G. Adamo e V. Della Valle, in Treccani. Il libro dell'anno 2012, pp. 266-69, p. 269) si offrono come ragionati, ragionevoli e funzionali strumenti operativi, agili e chiari, per una consapevole “sessuazione” della grammatica.

 

Non resta che cambiare la lingua, per cambiare il mondo; e cambiare il mondo, per cambiare la lingua. Come in fondo recita allegramente Alessandra, pensando a ciò che farà da grande, nella poesiola Verso il futuro che chiude il volume: «O la sindaca, ci pensi? / Trasformare la città / e creare parchi immensi / per bambini d'ogni età / E perché non avvocata / per difender chi ha ragione? / O magari la ministra / della pubblica istruzione. / Ho già in mente la riforma / della scuola elementare / per tre mesi si va in classe / e poi basta, tutti al mare!»

 

Silverio Novelli

UN LIBRO

Arnaut Daniel di Pietro Tripodo venti anni dopo

Arnaut Daniel

A distanza di vent’anni sono state ripubblicate le traduzioni che Pietro Tripodo fece del corpus poetico del trovatore provenzale Arnaut Daniel. Il complesso lavoro del traduttore e poeta romano, edito per la prima volta nel 1997, fu anche l’ultimo della sua vita.