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Da leggere_de' Angelis

Nicola Dal Falco e Marco Forni
Cuntedes de paroles. Storie di parole
Istitut Ladin Micurá de Rü, 2016



Trentatré parole, come i boccioli della scala mistica bizantina, sono contenute in questo originale percorso sul doppio binario italiano/ladino gardenese, che mira a far fiorire dall'etimologia e dalla semantica gli stupori del viaggio di esplorazione. Per dimostrare che ogni lingua, e ogni parola di ogni lingua, può essere il centro dell'universo, bisogna avere piedi e cervello, occhio e cuore: e voler ascoltare le vibrazioni trasmesse dal corpo culturale della lingua, delle lingue, mettendo in gioco la propria sensibilità. Ascoltare e poi raccontare. Questo fanno Nicola Dal Falco, scrittore viaggiante che ama le radici, ovunque esse siano nel mondo, e Marco Forni, lessicografo, autore di un importante Dizionario italiano - ladino gardenese; Dizioner ladin de gherdëina – talian e amante della storia che si fa lingua e della natura che si fa storia: srotolano cuntedes de paroles, racconti di parole, in una sorta di scambio epistolare privato in pubblico.

 

La natura della lingua che si fa storia è incisa in un prima che segna l'intanto e si ripercuote sul dopo. «Le lettere da cui dipendono le parole erano in origine immagini» (Nicola, p. 6): lo raccontano estrosamente Nicola e Marco scomponendo fonemi e “immaginemi” della bianca parola neve/nëif o rintracciando le immagini sonore che fanno silenzio in italiano (dal latino silere, in cui sibila il frusciante ssssh dell'onomatopea) e chiet in ladino gardenese, in cui qualcosa «sembra stridere di fronte all'accoglimento della quiete» (dice Marco, p. 11, ricordando che alla base del vocabolo c'è il latino quietus).

 

Quasi metà delle parole, che qui raggruppiamo per temi nella loro doppia identità italiana e ladino-gardenese, riconduce alla sfera della natura e della natura alpina in particolare (neve/nëif, albero/lën, bosco/bosch, picchio/pëcalën, sole/surëdl, gheppio/filadrëssa, luna/luna, nuvola/nibla, cielo/ciel, gufo/ciafita); e altre – non poche – alla natura minerale, vegetale, atmosferica comunque rinviano o possono rinviare (silenzio/chiet, azzurro/brum, tempo/tëmp, volare/julé, sera/sëira). Vi sono poi denominazioni di azioni più tipicamente umane (parlare/rujené, mugugnare/muferlé, morire/murì, tacere/scuté, guardare/cialé) e di umane attitudini, condizioni e stati dell'animo, comportamenti (nostalgia/nchersciadum, speranza/speranza, gioia/legrëza, ma anche fretta/prëscia, e anche scusa/viertla 'giustificazione non rispondente a verità'); oggetti concreti (ruota/roda) che ripercorrono la filogenesi dell'umanità e sono ancora inscritti nella civiltà dei popoli montanari («Il ladino roder 'carradore' era il costruttore e riparatore di carri e ruote. È un'invenzione semplice che continua a far girare il mondo», Marco, p. 115) come, in vesti diverse, in quella delle genti metropolitane, fino ad allargarsi a una ciclicità universale che tutto ricomprende («La ruota è il mandala della vita, di una vita non gettata, ma catturata nella circolarità del tempo e diretta verso la realizzazione di sé», Nicola, p. 112); situazioni che mettono in causa l'esistenza e l'umanità (guerra/viera).

 

Nel viaggio per parole contenuto nel libro, vi è una propensione allo sguardo etnografico, ben riassunta nella scelta e nella trattazione partecipe, da parte di entrambi gli autori, del lemma paese d'origine, che suona ncësa o dacësa in ladino gardenese. La cësa (i)n- cui si nasce e si vive o da cui si parte per la vita (da-) è lo spazio «avito», «raccolto, protettivo», l'«utero materno» (Nicola, p. 102) dal quale staccarsi, anche perché «le famiglie ladine più bisognose erano costrette, nei mesi estivi, a mandare qualche loro figliolo a lavorare, come pastore o fattore, presso i contadini delle aree contermini di lingua tedesca» (Marco, p. 104). Ma, conclude Marco (p. 105), oggi, a causa del benessere più generalizzato, del turismo, dei progressi tecnologici, i «contorni definiti di un tempo» sbiadiscono e ncësa sembra contenere il passato (o, almeno, quel determinato passato), più che il futuro.

 

Lo sguardo degli autori è pronto a illuminare di sorpresa il lettore, mostrando come, nel gioco intricato delle relazioni tra lingue, una origine comune (il latino) possa mantenere intere le proprie forme nelle propagginazioni, investendole però con la potenza dello spostamento semantico progressivo, fino al possibile capovolgimento, da cui la parola, identica nell'aspetto, esce trasformata in interiore verbo, esprimendo comunque inoppugnabili veritates pregne di storia e di umanità: è il caso di pecunia/pecunia, che non olebat in latino, anzi segnalava il benessere dei proprietari di greggi e armenti (pecus 'bestiame'), e diventa vieppiù ricca («Quattrini, schei, piccioli, grano, pila, sacchi, carte, dindi, palanche, argià, conquibus...», Nicola, p. 94) nell'italiano antico, letterario, e nello scherzo, oggi (la vil pecunia), ma è da sempre povera nel ladino-gardenese, in cui pecunia vale, all'opposto, 'miseria' («La trasformazione deve essere passata attraverso una fase intermedia con il senso di 'risparmio messo da parte faticosamente' e da qui è passato a 'ristrettezze finanziarie'», Marco, p. 95).

 

La riscoperta del nuovo e dell'inedito nell'antico e nell'usato fa scintillare, come le venature cristalline nelle lastre d'ardesia, le parole “contate” dai due scrittori. Anche voci grammaticali all'apparenza inerti (prima/dant, dopo/do, intanto/ntant) si prestano a un attraversamento della materia verbale in grado di far scoccare scintille di significato che addomesticano l'esotico e mettono in dialogo civiltà tra di loro lontane, nel tempo o nello spazio. Lo stupore nasce dalla cura attenta del passo nell'attraversamento: del resto, seguendo il modo degli autori, l'etimo suggerisce che nel corpo di stupore c'è la radice indoeuropea *(s)teup, che significa battere. E Dal Falco e Forni battono la via delle parole, stupendoci e mirando a quanto di stupendo contengono.

 

Come scrive Alberto Faustini nella postfazione, questo libro raccoglie «i segni d'un viaggio, le tracce di parole da abitare, da vivere, da ritrovare, da sentire per la prima volta, ma da considerare magicamente sgorgate da un dentro e mai da un fuori. Come se noi, in questo continuo gioco di concetti rovesciati, fossimo le case (Heimat […]) e le parole gli abitanti» (p. 131). Possiamo quindi affidarci all'itinerario allestito da Dal Falco e Forni, verificando in quale misura i loro azzardi affabulanti possano trasportarci felicemente dentro e fuori le nostre case di parole, ovunque queste abbiano le fondamenta. «Possiamo spingerci in cima al Sassolungo. Da lassù cambia la mappatura di quaggiù» (Marco, p. 69).

 

Silverio Novelli

UN LIBRO

Er vangelo siconno Matteo. Edizione e studio linguistico a cura di Luigi Matt

Giuseppe Caterbi

Con Er vangelo siconno Matteo Luigi Matt mette ora a disposizione un’edizione critica della stampa londinese, trascritta con criteri improntati alla massima conservatività, e un profilo linguistico del romanesco caterbiano tracciato a tutti i livelli di analisi.