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Da leggere_de' Angelis

Giuseppe Caterbi
Er vangelo siconno Matteo. Edizione e studio linguistico a cura di Luigi Matt
Il Cubo, 2016


Tra il 1858 e il 1865 il principe Luigi Luciano Bonaparte commissionò 17 versioni del Vangelo di S. Matteo in altrettanti dialetti d’Italia, una delle imprese più importanti della dialettologia italiana ottocentesca accanto alle raccolte comparative di testi redatti in vari dialetti promosse da Attilio Zuccagni Orlandini nel 1864 e da Giovanni Papanti nel 1875.

Per la versione del Vangelo nella varietà linguistica di Roma Bonaparte si rivolse inizialmente a Giuseppe Gioachino Belli, che rifiutò la proposta per le ragioni chiaramente espresse nella celebre lettera del 15 gennaio 1861 al principe Placido Gabrielli: difficilmente si sarebbe potuto «innalzare a suggetto sì grave» il romanesco, «favella non di Roma ma del rozzo e spropositato suo volgo» che avrebbe dato luogo infine soltanto a «una irriverenza verso i sacri volumi» (si cita da Spagnoletti, a cura di, 1961: II, 441-42).

Il progetto venne di conseguenza affidato a Giuseppe Caterbi, avvocato di professione, e portato a compimento nel corso dello stesso 1861, quando fu stampato a Londra Il Vangelo di S. Matteo volgarizzato in dialetto romano dal Sig. G. Caterbi; con la cooperazione del Principe Luigi Luciano Bonaparte (Londra, Impensis Ludovici Luciani Bonaparte).

Con Er vangelo siconno Matteo Luigi Matt mette ora a disposizione un’edizione critica della stampa londinese, trascritta con criteri improntati alla massima conservatività (pp. 87-154), e un profilo linguistico del romanesco caterbiano tracciato a tutti i livelli di analisi (pp. 19-85). Una fitta rete di rimandi interni tra i vari fenomeni, numerati progressivamente, rende agevole la consultazione dello studio linguistico, arricchito per ciascun tratto dalla sistematica comparazione con le caratteristiche che emergono dallo spoglio di un’ampia selezione di documenti romaneschi di diversa tipologia prodotti nell’intero arco del XIX secolo.

Caterbi si basò probabilmente sia sul testo latino della Vulgata sia sulla settecentesca versione italiana di Monsignor Antonio Martini, come alcune evidenze consentono di ipotizzare, effettuando tuttavia una traduzione piuttosto libera di entrambe le fonti (pp. 10-16).

Pochissimi sono i casi in cui il dialetto del traduttore significativamente non rispecchia quello trasmesso dalla documentazione romanesca coeva, tra i quali si segnalano alcune forme del paradigma di ‘venire’ (§§ 6, 14) con radice in -i- anziché in -e- o -ie-, come è comune nel romanesco ottocentesco (vinne, vinì, vignuto anziché venne, vienì, vienuto). Mancano inoltre del tutto esempi di struttura a cornice o frase foderata (§ 146), ripetizione alla fine della frase del predicato o di una sua parte molto diffusa nei testi romaneschi sia in versi sia in prosa. Alcune scelte lessicali infine, come mercede e spirò anziché aricompenzia e morì, e gli avverbi adesso e ora in luogo del più tipico mo, assente nel testo, appaiono senz’altro «troppo letterarie o troppo toscane per armonizzarsi nella prosa romanesca» (p. 84), sebbene siano tutto sommato trascurabili in un testo che presenta per il resto termini prettamente dialettali o forme comuni all’italiano ma comunque preferite anche dal romanesco (pp.78-84).

Se si eccettuano questi pochi casi, le scelte linguistiche compiute da Caterbi «nella larghissima maggioranza delle occasioni […] rientrano pacificamente nel quadro del romanesco ottocentesco» (p. 85), all’interno del quale si inseriscono anche oscillazioni come quella tra er ed el per l’articolo determinativo maschile singolare – col secondo utilizzato soltanto davanti a forme inizianti per l-, come registrato anche da Filippo Chiappini nel Vocabolario romanesco (Chiappini 19452, ss.vv. El e Er) – oppure quelle tra campà e vive, sercio e sasso, forme coesistenti nella varietà linguistica di Roma ma collocate su diversi livelli di registro, popolare e alto.

La possibilità di osservare le caratteristiche linguistiche del Vangelo siconno Matteo nella più ampia prospettiva costituita dalla documentazione coeva, offerta dall’impostazione del lavoro d’analisi, consente di confermare, precisare o rettificare precedenti acquisizioni sui tratti caratterizzanti il romanesco dell’Ottocento. La presenza nel testo di Caterbi della forma tera ‘terra’ ad esempio, affiancata però a corre, guerra, mirra, serra, torre, con rr ancora conservate (§ 38), conferma che una delle più tipiche innovazioni del romanesco moderno, lo scempiamento di rr, si afferma timidamente dopo vocale accentata solo dalla seconda metà dell’Ottocento (per il fenomeno, si vedano Palermo 1993, Trifone 2008: 76-78, Trifone 2017). Del pari, la scelta dell’articolo indeterminativo maschile singolare no davanti a s complicata, come no scribba ‘uno scriba’, e prima di sibilante palatale (š), come no scemo ‘uno scemo’, si allinea a quanto ricavabile dalla documentazione romanesca considerata da Matt nel volume, consentendo di affermare che la forma no ‘uno’ compare con maggiore decisione dalla metà del XIX secolo: nei Sonetti romaneschi di Belli infatti è presente ancora, nelle stesse posizioni, anche l’alternanza tra uno e un, accanto a diciassette occorrenze di no di cui almeno sei non dipendenti da ragioni metriche (§ 78 e n. 39 per la fenomenologia belliana, cui si aggiunga Lorenzetti 2004: 91-92).

Allineano il romanesco del Vangelo alle testimonianze riscontrate di recente in altri autori ottocenteschi (Vaccaro 2014) anche le numerose forme con -ne finale (§ 71), frequenti soprattutto per le parole grammaticali (accusine ‘così’, sine ‘sì’, none ‘ no’) e per gli infiniti verbali tronchi (dane ‘dare’, fane ‘fare’), che consentono di rettificare l’inserimento del -ne epitetico tra le caratteristiche pre-belliane e di confermare invece che le forme uscenti in -ne si conservano ben oltre la testimonianza belliana, e «verosimilmente sono uscite dall’uso solo alla fine dell’Ottocento» (p. 47).

L’edizione e lo studio linguistico di Er vangelo siconno Matteo offrono dunque, per impostazione, metodo d’analisi e ricchezza dei dati, un nuovo e interessante contributo per delineare con maggiore precisione i contorni del romanesco ottocentesco, portando a riconsiderare fenomeni già noti e gettando luce su tratti linguistici per i quali mancava finora una più adeguata periodizzazione.

 

Silvia Capotosto

 

Bibliografia essenziale

Chiappini, Filippo (19452), Vocabolario romanesco. Edizione postuma delle schede a cura di Bruno Migliorini, con aggiunte e postille di Ulderico Rolandi, Roma, Leonardo da Vinci.

Lorenzetti, Luca (2004), Benedetto Micheli e il 'Misogallo romano': due romaneschi a confronto, «Contributi di Filologia dell'Italia Mediana» XVIII, pp. 83-93.

Palermo, Massimo (1993), Note sullo scempiamento di ‘r’ nel romanesco pre-belliano, in «Studi linguistici italiani» XIX / II, pp. 227-35.

Papanti, Giovanni (1875), I parlari italiani in Certaldo alla festa del V centenario di messer Giovanni Boccacci, Livorno, Vigo.

Spagnoletti, Giovanni (a cura di) (1961), G. G. Belli, Le lettere, Milano, Cino Del Duca, 2 voll.

Trifone, Pietro (2008), Storia linguistica di Roma, Roma, Carocci.

Trifone, Pietro (2017), “Tera se scrive co’ddu ere, sinnò è erore”. Nuovi appunti sullo scempiamento di rr in romanesco, in Annette Gerstenberg / Judith Kittler / Luca Lorenzetti / Giancarlo Schirru (Hrsg.), Romanice loqui. Festschrift für Gerald Bernhard zu seinem 60. Geburtstag, Tübingen, Stauffenburg, pp. 89-96.

Vaccaro, Giulio (2014), Intorno al Belli. Autori romaneschi dalla Repubblica romana all’Unità, «Il 996» XII / 3, pp. 69-80.

Zuccagni Orlandini, Attilio (1864), Raccolta di dialetti italiani con illustrazioni etnologiche, Firenze, Tip. Tofani.

UN LIBRO

La lingua della radio in onda e in rete

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La struttura del volume è chiara e lineare: dopo un’iniziale panoramica, sintetica ma ricca di dati, sulla suddivisione attuale delle concessioni, l’autrice passa in rassegna tutti i generi testuali radiofonici, per poi procedere a un’analisi linguistica svolta su tre livelli, coincidenti con i vari fronti operativi della radiofonia contemporanea: i programmi radiofonici più seguiti, le loro estensioni su Facebook (post) e i commenti dei likers a questi contenuti.