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Da leggere_de' Angelis

Sergio Lubello
La lingua del diritto e dell’amministrazione

Il Mulino, 2017

 

In un volume denso e ben meditato, Sergio Lubello affronta, con una rigorosa ed esaustiva rassegna diacronica, la genesi, la formazione e le prospettive dell’italiano giuridico e amministrativo. Il profilo linguistico della prima parte (pp. 17-133) prende le mosse dalle più antiche attestazioni scritte del volgare, data l’importanza dei testi notarili e giuridici per le origini della storia della lingua: dal latino «ormai proteso verso il volgare» (un breve del 715, un atto di donazione dell’828) alla celebre formula del placito di Capua del 960 («Sao ko kelle terre […]»), senza trascurare le altre scritture giuridiche comprese tra X e XII secolo (i Placiti campani, la Postilla amiatina, le Testimonianze di Travale, la Carta osimana, ecc.). Lo stile giuridico-amministrativo due-trecentesco già presenta alcuni tratti peculiari dell’italiano burocratico: le costruzioni astratte o impersonali, le nominalizzazioni, la deagentivizzazione, le perifrasi con verbi modali. Grazie alla paziente sintesi di Lubello è possibile ripercorrere le tappe principali del processo di toscanizzazione, compreso il superamento delle varie koinè cancelleresche del Quattro-Cinquecento.

 

Si può notare come fin dal principio agisca, di fondo, un complesso di inferiorità rispetto al latino, per cui la maggiore quantità di parole diventa di per sé auspicabile nel passaggio tra le due lingue. Ad es., in un brano delle provvisioni fiorentine (1354) citato da Lubello (p. 74), il cum causale diventa «Con ciò sia cosa che» (seguito dal congiuntivo), in luogo del più semplice «Poi che»; stessa motivazione è alla base della dittologia sinonimica, di cui è un perfetto esempio la coppia statuire e ordinare che dagli statuti medievali (p. 77) arriva, appena ritoccata, fino all’editto di Emanuele Filiberto del 1577 (p. 145), con la formula «stabiliamo, & ordiniamo» (che diventerà «comandiamo e ordiniamo» nella legislazione napoleonica).

Alle figure della quantità si possono ricondurre anche la litote, la circonlocuzione, la nominalizzazione, la ridondanza, la tautologia; di esse Lubello fornisce vari esempi (utilissimo, al riguardo, l’Indice delle cose notevoli [pp. 257-262]), tanto nella prima quanto nella seconda parte (pp. 137-232), un’antologia di testi introdotti e commentati con rara acribia.

Sul versante del lessico spicca la predilezione per i latinismi, sia letterari sia settoriali, dalle cancellerie quattro-cinquecentesche (Palermo 2010) fino all’amministrazione comunale milanese nella seconda metà dell’Ottocento (Atzori 2009): il connettivo Item replicato a inizio di periodo in un bando romano del 1447 (pp. 166-167), ancora vitale negli statuti lucchesi del 1539; il verbo militare (traslato per ‘servire’) in un bando di concorso («quei titoli speciali che stimassero militare a loro favore» [p. 179]).

 

L’ordo artificialis si manifesta in forme diverse: l’anteposizione del cognome al nome (anche nella firma), dell’aggettivo al sostantivo, del complemento al verbo; la posposizione del numerale (mesi due); l’enclisi pronominale, sporadico relitto della legge Tobler-Mussafia; il pronome soggetto posposto al gerundio («Considerando Noi» nel preambolo dello Statuto albertino [cit. da Spagnolo 2012, p. 104]). Sono tutti espedienti con cui si presume di innalzare il registro allontanando il testo dalla lingua comune.

Non a caso i semicolti guardano al burocratese come a un modello da imitare («norma rassicurante» [p. 90]), con esiti significativi per lo storico della lingua. Nel lungo paragrafo Il diritto dal basso: le scritture dei semicolti e la parola d’altri (pp. 89-97), si notano malapropismi (malata cronaca ‘malata cronica’), alternanza degli allocutivi («Certa di un vostro riscontro colgo l’occasione per inviarle»), infiltrazione del lessico burocratico nell’uso epistolare privato («Adorata Giulia, ti notifico con la mia presente che io godo buona salute come spero di te» [cit. da Trifone 2009, p. 265]).

 

Per la legislazione statale (pp. 137-159) si offrono ottimi esempi, tanto illustri quanto immuni dagli eccessi di legulei e burocrati: il breve di Montieri (1219), il Costituto senese in volgare (1309-1310), l’editto savoiardo già menzionato sull’uso dell’italiano nei processi (1577), il Codice napoleonico del 1806, lo Statuto albertino (1848) e la Costituzione repubblicana (1947), cui non sarebbe esagerato attribuire i tre aggettivi che Cicerone riferiva ai commentarii di Cesare (nuda, recta, venusta). Esito diverso, per superfetazione burocratica, avrebbe avuto una campionatura sulla legislazione del secondo dopoguerra, comprensiva delle revisioni costituzionali dell’ultimo ventennio (sia quelle entrate in vigore sia quelle respinte dai cittadini nei due referendum del 2006 e del 2016).

Lubello dà conto dei vari tentativi di semplificazione e chiarificazione linguistica a livello istituzionale (a partire dal Codice di stile del 1993, promosso dal Dipartimento per la Funzione Pubblica), interrotti dopo «la metà degli anni 2000 […], anche per via dei tagli alla spesa pubblica», con un «preoccupante passo indietro»: «l’introduzione di un nuovo Codice di comportamento dei dipendenti pubblici […] entrato in vigore il 19 giugno 2013 […], che […] non contiene più alcun accenno alla chiarezza e alla comprensibilità del linguaggio del dipendente pubblico» (p. 99).

A ben vedere, la stratificazione, anche linguistica, della burocrazia italiana e lo spirito quasi corporativo dei funzionari, ostili a ogni cambiamento di tipo razionale, andrebbero messi in relazione con un esercizio del potere che, dietro l’apparenza del rigore procedurale, nasconde l’arbitrio più selvaggio, a garanzia della corruzione e del malaffare. Questa è forse una delle ragioni (la più grave) per cui i «manuali di stile e gli strumenti di cui si può disporre per la scrittura di testi giuridico-amministrativi chiari e comprensibili restano spesso inutilizzati, lettera morta» (p. 101). Ignorantia legis non excusat… Ergo magistratibus [ai pubblici funzionari] ignorantia placet. 

 

In chiusura si può leggere il noto brano sull’«antilingua» del brigadiere (Calvino 1980, pp. 122-126 [già come articolo sul «Giorno» del 3 febbraio 1965]), purtroppo ancora attuale. Anzi pare opportuno richiamare un passaggio (in relazione alla polemica con la critica pasoliniana alla lingua «tecnologica») di grande interesse per studiosi e accademici: «Nella cultura, se lingua “tecnologica” è quella che aderisce a un sistema rigoroso – di una disciplina scientifica o d’una scuola di ricerca –, se cioè è conquista di nuove categorie lessicali, ordine più preciso in quelle già esistenti, strutturazione più funzionale del pensiero attraverso la frase, ben venga, e ci liberi di tanta nostra fraseologia generica. Ma se è una nuova provvista di sostantivi astratti da gettare in pasto all’antilingua, il fenomeno non è positivo né nuovo, e la strumentalità tecnologica vi entra solo per finta». Calvino è stato buon profeta: spesso infatti i tecnicismi, specialmente nelle scienze umane (per non parlare del linguaggio amministrativo dell’università), hanno contribuito e contribuiscono a rafforzare l’antilingua, anziché a migliorare la conoscenza, lo studio e la comunicazione.

Il panorama offerto da Lubello è così ampio che ognuno potrà apprezzarne aspetti ed elementi diversi. Non manca nemmeno un capitolo dedicato all’italiano giuridico-amministativo fuori d’Italia, che comprende il genovese d’oltremare, il veneziano coloniale e l’euroletto (l’italiano in uso presso gli organismi dell’Unione europea).     

 

Luigi Spagnolo

 

BIBLIOGRAFIA

    

Alfieri – Cassola (a cura di) 1998 = La «Lingua d’Italia»: usi pubblici e istituzionali (Atti del XXIX convegno della SLI, Malta, 3-5 novembre 1995), Roma, Bulzoni.

Atzori 2009 = Enrica A., La comunicazione pubblica nel comune di Milano. Analisi linguistica (1859-1890), Milano, Angeli.

Bambi (a cura di) 2012 = Un secolo per la Costituzione (1848-1948). Concetti e parole nello svolgersi del lessico costituzionale italiano (Atti del convegno, Firenze, 11 novembre 2011), a cura di Federigo Bambi, Firenze, Accademia della Crusca.

Calvino 1980 = Italo C., Una pietra sopra. Discorsi di letteratura e società, Torino, Einaudi.

Fiorelli 2008 = Piero F., Intorno alle parole del diritto, Milano, Giuffrè.

Mortara Garavelli (2001) = Bice M. G., Le parole e la giustizia. Divagazioni grammaticali e retoriche su testi giuridici italiani, Torino, Einaudi.

Palermo 2010 = Massimo P., La lingua delle cancellerie, in Enciclopedia dell’Italiano, diretta da Raffaele Simone, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, I, pp. 167-170.

Spagnolo 2012 = Luigi S., L’italiano costituzionale. Dallo Statuto albertino alla Costituzione repubblicana, Napoli, Loffredo.

Trifone 2009 = Maurizio T., Il linguaggio burocratico, in Lingua e identità. Una storia sociale dell’italiano, Roma, Carocci, pp. 263-291.

Viale 2008 = Matteo V., Studi e ricerche sul linguaggio amministrativo, Padova, Cleup.

 

UN LIBRO

Viva il Latino. Storie e bellezza di una lingua inutile

Nicola Gardini

Il saggio scorre come un romanzo, che racconta la storia di una passione personale, quella dell’autore, nata ai margini dei banchi di scuola e nutrita di letture e traduzioni solitarie, di incontri euforici e illuminanti con i testi classici.