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Da leggere_de' Angelis

Matteo Motolese
Scritti a mano. Otto storie di capolavori italiani da Boccaccio a Eco
Garzanti, 2017

Di che materia sono fatti i libri? di carta o pergamena e d’inchiostro, senza dubbio. E di fascicoli, filo per cucirli insieme, a volte di coperte e piatti e dorsi, unghiature, risvolti e bindelle. Ma anche di lunghe, in genere tormentate, fasi di scrittura, ripensa­mento, correzione, riscrittura, montaggio, aggiunta e sottrazione che si susseguono fino all’approdo alla sistemazione che conoscono i lettori, e che non di rado proseguono oltre la diffusione pubblica.

Matteo Motolese ha voluto rendere partecipi i lettori curiosi ma non specialisti di ciò che si cela dietro all’edizione ‒ di pregio o più spesso tascabile ‒ che leggono, o dietro al brano che hanno letto nelle antologie scolastiche: il percoso dell’autore per arrivare a quell’assetto, e, parallelamente, la non meno tortuosa strada già affrontata dallo studioso per arrivare all’edizione critica. Per far questo segue due principi cardini: raccontare con gli occhi e il punto di vista dello studioso che sa ancora meravigliarsi, incentrare il racconto sulla materialità dei testimoni del passato più o meno remoto.

Il racconto è in prima persona, come fosse la storia di un percorso d’indagine individuale; è quindi facile per il lettore identificare l’io che narra con l’autore, che dalla bandella editoriale sa essere studioso, tra le altre cose, di manoscritti autografi di autori della letteratura italiana. Lo studioso-narratore scorta il lettore lungo un itinerario nel tempo: dal Trecento di Boccaccio e Petrarca al Novecento di Montale ed Eco, passando per il Quattrocento di Alberti, il Cinquecento di Ariosto, il Seicento di Galileo, l’Ottocento di Leopardi, ripercorre otto tappe salienti della storia letteraria e linguistica italiana, alcune delle quali fissate nei ricordi liceali, altre meno note (la Grammatica di Alberti) o affidate piuttosto alle letture individuali (il Nome della rosa, non entrato nel canone degli autori scolastici).

Il lettore è guidato in modo discreto, senza eccessivi tecnicismi ma con ricchezza di informazioni, alla scoperta della materialità del lavoro di alcuni grandi scrittori. Scopre così come Boccaccio, da vecchio, copiasse il Decameron redatto vent’anni prima, non senza commettere gli errori di un copista qualsiasi; come Petrarca allestisse e correg­gesse la copia dei Rerum vulgarium fragmenta, intervenendo fino alla fine sull’ordine degli ultimi componimenti; come Alberti tentasse di risolvere il rapporto tra segni grafici ereditati dal latino e sostanza fonetica del volgare. E poi, ancora, come Ariosto lavorasse alla terza edizione dell’Orlando Furioso, pubblicata nel 1532, aggiungendo episodi e correggendo la lingua secondo il modello fonetico e morfologico del fiorentino del Trecento fissato, pochi anni prima, da Pietro Bembo; come Galileo postillasse una copia della stampa del Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, del 1632, in vista di una seconda edizione mai realizzata, a causa forse del processo e della condanna per eresia nel 1633.

Come si vede, i tipi di intervento redazionale sono diversi, e contemplano anche l’analisi dell’autografo della prima versione delle Operette morali, allestito a Recanati nel 1824, i taccuini con le stesure preliminari degli Xenia raccolti nel 1971 in Satura, i fogli con gli schemi di fabula e intreccio del Nome della rosa. E diverse sono le motivazioni correttorie degli autori, i supporti di scrittura, i modi di intervenire sul testo: i fascicoli bianchi aggiunti alla stampa di Galileo, le pagine di Ariosto e Leopardi piegate a metà, in verticale, per lasciare una colonna bianca per le correzioni, le carte degli abbozzi di Petrarca con le note marginali in latino per ricordare le circostanze di lavorazione. L’elemento che accomuna gli otto casi esemplari, al di là delle ovvie differenze storiche e materiali, è la capacità di non accontentarsi, il coraggio di abbandonare il già scritto e di riscrivere, il tornare continuamente su un testo che forse, per molti autori, non è mai definitivamente chiuso neppure quando sia già stato reso pubblico.

Al di là della volontà dell’autore, i testi così come le carte che ne costituiscono le fasi redazionali vivono però di una vita propria. Motolese descrive anche questa seconda vita, quando, separate dai loro autori, le carte sono affidate ad altri, siano privati premurosi siano istituzioni preposte alla conservazione. Lo spazio visitato dal narratore alla ricerca dei pezzi che descrive crea una curiosa terza dimensione, a volte in perfetta sintonia con gli oggetti descritti (sono i casi della Biblioteca medicea laurenziana di Firenze, dove si conserva la carta con l’alfabeto di Alberti funzionale alla Grammatica basata proprio sul fiorentino quattrocentesco; della Biblioteca ariostea di Ferrara per l’autografo dell’Orlando furioso; della biblioteca privata della famiglia Eco con gli schemi del Nome della rosa), a volte con un qualche rapporto, seppur mediato, con la vita dei loro autori (la Biblioteca nazionale di Napoli, dove Antonio Ranieri depositò le carte delle Operette morali, riempite a Recanati ma portate con sé nella capitale del Regno dallo stesso Leopardi; il Centro per lo studio della tradizione manoscritta di Pavia, al quale Montale affidò parte dei suoi autografi). In altri casi l’attuale conservazione è straniante (la moderna ed efficiente Staatsbibliothek Preussischer Kulturbesitz di Berlino per la copia, allestita in economia, del Decameron), a volte addirittura contraddittoria (la Biblioteca del Seminario vescovile di Padova per il postillato del Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, opera che costò a Galileo il processo, la condanna e l’abiura).

Oltre che per chiarezza espositiva e precisione informativa, Scritti a mano si distingue per l’attenzione dedicata a ricreare le atmosfere del passato della scrittura che si intreccia con il presente della conservazione, declinando a volte in immagini ardite (i personaggi di Ariosto «come palline di un flipper sulla mappa del mondo») che però si motivano con il desiderio di rendere viva e attuale, per il lettore moderno, la ricchezza documentaria che abbiamo, più o meno fortunosamente, ereditato dalla storia.

 

Roberta Cella

Università di Pisa

UN LIBRO

La lingua della radio in onda e in rete

Enrica Atzori

La struttura del volume è chiara e lineare: dopo un’iniziale panoramica, sintetica ma ricca di dati, sulla suddivisione attuale delle concessioni, l’autrice passa in rassegna tutti i generi testuali radiofonici, per poi procedere a un’analisi linguistica svolta su tre livelli, coincidenti con i vari fronti operativi della radiofonia contemporanea: i programmi radiofonici più seguiti, le loro estensioni su Facebook (post) e i commenti dei likers a questi contenuti.