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Primo Levi e la coscienza della parola chiara

«Sempre più citato, sempre meno capito, come non di rado capita a figure divenute nel tempo imprescindibili riferimenti dell’immaginario culturale medio», scrive Luigi Matt in questo Speciale, riferendosi a Primo Levi, morto suicida nella sua Torino trent’anni fa. Un quadro generale di ciò che sappiamo di Levi, della sua parola e del suo pensiero, ci è dato da Vittorio Coletti e Daniele Scarampi. Abbiamo poi cercato di affrontare Levi scrittore e, inevitabilmente, uomo convocatosi come testimone sulla scena della più tragica Storia del Novecento, da prospettive meno frontali, ma sempre interpellando i testi, lo stile, la lingua. Dunque, lavorando sui margini, nell’analisi di Michele Ortore ecco Levi poeta, còlto in una parabola che lega la felicità formale in termini proporzionali e inversi all’angoscia iniziale e finale del percorso letterario e vitale; poi, due interventi su Levi tecnografo (ne scrive Stefano Rossetti) e fantascientista (nell’analisi di Mirko Tavosanis), in cui la medietà stilistica e la veste letteraria si fondono nel tentativo di introdurre a una fascia di lettori più ampia (oggi anche i giovani a scuola) i temi morali posti dallo sviluppo della scienza e della tecnologia. Infine, Luigi Matt problematizza la fortuna di Levi e spiega nel dettaglio come tanta narrativa contemporanea italiana si dichiari o si senta “nipotina” di Primo Levi, ma ben poco a ragione.

Tullio De Mauro: un grande Italiano, l'italiano e gli Italiani

Non si può racchiudere la figura di un essere umano, di nessun essere umano, in poche righe. Quando poi l'essere umano corrisponde a una persona come Tullio De Mauro, scomparso il 5 gennaio 2017, nemmeno una pur nutrita schiera di contributi scritti può pretendere di renderne la sostanza e la qualità. Dalle nostre pagine on line, che hanno ospitato più volte, negli ultimi anni, interventi di De Mauro e su De Mauro e la sua opera di linguista, contiamo però di fare cosa utile fissando i punti principali di una prima mappatura dei territori da lui attraversati. Siamo consapevoli che da una sintesi dell'opera del filosofo della lingua, teorico di linguistica e linguista straordinariamente innovativo, dell'ispirato e tenace propugnatore della linguistica educativa democratica, dell'impegnato ministro della Pubblica Istruzione, del creatore di originali e fondamentali opere lessicografiche, del sapiente organizzatore culturale (Presidente della Fondazione Bellonci, legata al premio Strega) emergerà la figura di un grande Italiano tra gli Italiani, che ha interpretato la lingua come strumento di crescita sociale, civile e culturale dei singoli, della collettività, del Paese, battendosi perché fossero rimossi i gravi ostacoli alla realizzazione dell'articolo 3 della nostra Costituzione, frapposti dai diffusi fenomeni di deprivazione linguistica vecchi e nuovi. È stato possibile perseguire questo intento grazie alla disponibilità e agli interventi di Valeria Della Valle, Valter Deon, Stefano Gensini, Cristina Lavinio, Luca Lorenzetti, Maria Emanuela Piemontese, Alberto A. Sobrero, Massimo Vedovelli.

Dalla memoria al mondo: il discanto di Alessandro Iovinelli

Quanto parte lontano, dentro di sé, chi scrive, per arrivare al mondo? Merleau-Ponty, filosofo dell'essere, sintetizzava così: «Il mondo nella mia mente, il mio corpo nel mondo». Non serve a nulla un canto monodico, a voce spiegata, che tratti il testo come il riflesso di una realtà salda, esteriore o interiore. Per dare luce a percorsi intrecciati, ma profondamente diversi e perfino tra di loro scissi, lo scrittore nato del tardo Novecento ha bisogno di un discanto che sperimenti una voce aggiunta (dolente ma ironica) e tenti di governare la polifonia delle altre voci in concerto, protese in direzioni contrastanti. In un Bildungsroman che accoppia in concordia discorde vita vissuta e vita scritta (romanzi e racconti, poesia, teatro, critica letteraria e cinematografica), Alessandro Iovinelli parte dalle profondità delle radici familiari (l'estro del bisnonno Peppe, creatore del teatro Ambra Jovinelli in Roma, all'inizio del XX secolo) e dalle fondative esperienze giovanili (la politica, il comunismo, le amicizie e i primi amori, in città come nei campeggi estivi di Settarme, in Valle d'Aosta) per approdare all'amore maturo, alla famiglia e alla paternità (stabilità?), ma anche al trasferimento all'estero per lavoro (avventura?), a Zagabria e a Parigi (dove incontra e frequenta Antonio Tabucchi), in una «ricerca ostinata, erratica, nomade, in una parola: étrange» – come ha scritto Predrag Matvejević in questo Speciale – di ponti da gettare tra l'esperienza della mente e l'apertura verso il mondo. Ora divaricate, ora in dialogo, ora sovrapposte, le voci del discanto, ascoltate ed escusse con passione, energia (anche drammatica) e lucidità sempre più matura, sono filtrate dalla poliedrica e ricca cultura di Iovinelli, che si fa scrittura di lingua tersa, nitida e colta e, dunque, per lui, per noi - lettrici e lettori -, nuova forma di vita. Interventi di Domenico Adriano, Tamara Baris, Paolo Di Paolo, Srećko Jurišić, Tonko Maroević, Predrag Matvejević, Julien Pouplard.

Dalla via Emilia al Bembo: Ariosto e il “Furioso”

Lettori d'eccezione come Italo Calvino, Jorge luis Borges, Luca Ronconi han dimostrato che è sempre l'ora giusta per leggere o rileggere l'Orlando furioso di Ludovico Ariosto, compendio e insieme superamento di un'epoca, dilatazione e ri-creazione, dall'interno, del mondo della grande tradizione letteraria - dal lirico Petrarca al prosatore Boccaccio -. Questo, poi, è un anno speciale: la prima edizione del Furioso fu impressa nel 1516, cinquecento anni fa. Il mondo del poema cavalleresco dell'Ariosto è un attraversamento, un percorso, un itinerario di ricerca di una misura originale, nella visione del mondo come nello stile; nella relazione con i predecessori (i cantari popolari, i cicli bretone e carolingio, il Boiardo) come nella dialettica istituita con un metro tradizionale, l'ottava, che viene dispiegata assecondando le volute di una sintassi ricca e complessa; nella selezione progressiva di un pubblico nuovo e più ampio, reso disponibile anche dalla rivoluzione della stampa, come nell'avvicinamento e adeguamento alla lingua dei modelli letterari toscani, codificati in quella prima metà del secolo XVI dal Bembo. La via Emilia, estense e cortigiana, che l'Ariosto poeta comincia a battere dagli inizi del secolo, attraverso la scrittura e le versioni successive del poema, fino all'edizione ultima del 1532, arriverà lontano. Interventi di Sara Giovine, Tina Matarrese, Arnaldo Soldani, Lucinda Spera.

Storia di un e-taliano. Dal PC a WhatsApp

«Come cambia la lingua, e in particolare la lingua italiana, nel suo incontro con il digitale e con la rete?», si chiede Gino Roncaglia nel suo intervento, che fa da cornice storico-culturale ai contributi dei linguisti Mirko Tavosanis, Massimo Prada e Stefania Spina, dedicati all'identità della lingua italiana nell'era e-(lettronica), o “e-taliano”, secondo la definizione che Giuseppe Antonelli ha rilanciato nel suo recente saggio di taglio divulgativo “Un italiano vero”. Tavosanis si occupa delle origini, così vicine ma già percepite come remote dagli esseri umani tecnologicamente modificati: videoscrittura e passaggio al digitale (decennio 1985-1995); Prada focalizza l'attenzione sulla posta elettronica e gli SMS (1995-2005); Spina traccia il profilo dell'era dei social network (2005-2015). Brevità, velocità, simultaneità, dialogicità, ma anche frammentarietà e granularità: quanto della logica interna dei mezzi e dei canali incide sulle caratteristiche dell'e-taliano da trent'anni in qua? Quali potenzialità sviluppa chi si immerge in questa inedita, massiccia, stimolante ondata di ritorno alla scrittura? Esaminati gli aspetti positivi, più che preoccuparsi del presunto abuso di anglicismi o delle sciatterie ortografiche nei cosiddetti social, bisognerebbe interrogarsi sui rischi di indebolimento della complessità testuale e della capacità argomentativa. Senza sottovalutare che, per la prima volta – passando da Facebook a Snapchat –, il testo viene relegato in un ruolo subalterno rispetto ai codici visivi.

L'estate 2016 in quattro parole

L’estate del 2016 è stata calda e non soltanto per le temperature. Basta prendere in considerazione quattro parole – alcune nuove, altre no – che sono state molto presenti nel dibattito pubblico e nelle conversazioni quotidiane, in relazione con eventi o situazioni, uno dei quali tragico, prodottisi tra giugno e settembre in Italia e fuori d’Italia. La storia e l'analisi degli usi delle parole possono aiutarci ad andare oltre la cronaca per addestrare il pensiero alla pluralità e al senso delle sfumature, necessari all'esercizio della ragione e alla volontà di conoscenza. Abbiamo dunque chiesto a Licia Corbolante di parlarci di “Brexit”, a Rosarita Digregorio di “burkini”, a Silvia Demartini di “sisma/terremoto”, a Daniele Scarampi di “concorsone”.

La parola di chi ce la canta e ce la suona

Le canzoni, come genere di musica cantata popolare, di massa e di consumo, esistevano ben prima del 1960, in Italia: con tutto il carico di poeticismo lirico e amore a colpi di baci (come scrive qui Ranieri Polese), condito in rime tronche e verbi apocopati. Ma certo, la nascita, quell'anno, della parola “cantautore” e, nove anni più tardi, della locuzione “canzone d'autore”, segna una svolta. L'Italia dell'economia e della vita civile si sviluppa in modo impetuoso, tra adrenalina e dramma. Ed ecco – dicono Gabriella Cartago e Franco Fabbri – che, con incedere colto e movenze colloquiali, una élite di autori dei testi delle proprie canzoni viene a muovere la morta gora del discorso sulla realtà e sulla vita. Spiccano (Daniele Scarampi) i testi degli autori della cosiddetta “scuola genovese”: De André, Paoli e Lauzi sliricizzano o estremizzano l'amore, non più bamboleggiante, e denunciano la massificazione e l'ipocrisia borghese. Per Andrea Felici, in particolare De André ricrea il dialetto genovese come voce utopica e acronica degli angiporti e dei bassifondi mediterranei. E mentre un colto menestrello come Branduardi può mettere una ricca cultura letteraria al servizio della ricerca dell'Oltre in un raffinato percorso di ballate medievaleggianti (Saverio Simonelli), i bassifondi giovanili delle metropoli di oggi, intrisi di marginalità e ansie identitarie, esplodono in filo di sillaba i ritmati proslogi rap, miscelando nel gioco verbale inglese, colloquialità, dialetto e turpiloquio (Rosarita Digregorio). E all'estero? L'italiano musicato è nelle mani dei nuovi “italianati” (Stefano Telve), che cantano, spesso con stereotipi e pseudoitalianismi, un'Italia “percepita” di successo e tradizione, quasi la canzone d'autore non fosse mai esistita. Mentre invece, in Italia, la canzone d'autore viene perfino usata - e sempre più spesso - per insegnare la lingua ai giovani italiani e agli stranieri, avvicinandoli alla letteratura.

La parola si mette in gioco

Si può “giocare con le parole”? Sì, si può, come hanno mostrato Simone Fornara e Francesco Giudici in un recente, agile saggio intitolato proprio così e pubblicato da Carocci. Anzi, verrebbe da dire: si “deve” giocare con le parole. In questo Speciale, intervistato da Tamara Baris, lo afferma con grande convinzione Anthony Mollica, il fondatore della “ludolinguistica” accademica: ridere è salutare, a tutti piace giocare e lo studio di una lingua, prima o seconda, si trasforma da fatica in ginnastica intellettuale e perfino in godimento dell'animo. I giochi di parole che han fatto la fortuna della «Settimana Enigmistica», scrivono qui Fornara e Giudici, e altri giochi ancora, dai tempi dei “Draghi locopei” (1986) della maestra Ersilia Zamponi, hanno avuto un successo fuori discussione nelle aule scolastiche – anche se il riconoscimento dell'accademia ha tardato a giungere -. Dentro al gioco con le parole c'è sostanza psichica e linguistica, come scrive Luigi Spagnolo, rivisitando il motto di spirito secondo Freud. E c'è una ricca e plurisecolare stratificazione di suoni, voci e significati che arte e filologia, combinate nel diletto creativo, possono far fruttare a vantaggio di tutti, come spiega Sabrina D'Alessandro (particolari delle sue opere illustrano questo Speciale; qui accanto, “Esempio di ingiurie in una redamazione rimpedulata”, http://www.ufficioresurrezione.com/Ufficio_Resurrezione/Dipartimento_Rinascita_Psicovocale.html, 2011). Infine – tanto è generoso il gioco! - si può “giocare” con la lingua storico-naturale sperimentando, con serietà scientifica, la traduzione di un'opera letteraria (Pinocchio) in emoji, anche tramite un lavoro aperto e condiviso in internet, e avviando la costruzione in progress di un codice a base pittografica, come spiega Francesca Chiusaroli.

Mondi nei suoni, parole nel mondo

Di che cosa ci parlano le tante parole fatte di suoni che evocano altri suoni, prodotti da entità naturali o artificiali? Gli onomatopeici ahi!, bau bau, din don, brrrrr o i fonosimbolici miagolare, ronfare, sussurro in quale relazione stanno col mondo reale e come funzionano nel sistema della lingua? Una striscia di battigia separa, nei secoli, la concezione convenzionalistica del segno linguistico (la parola aristotelica che mostra la sua capacità di descrivere una realtà che esiste indipendentemente da ciò che se ne dice) dalla concezione naturalistica (la parola, anche nella sua fisicità sonora, partecipa alla creazione o modulazione del mondo), come spiega in questo Speciale pieno di trilli e di grugniti Luca Nobile (autore con Edoardo Lombardi Vallauri del recente Onomatopea e fonosimbolismo, Carocci ed.). Il convenzionalismo fa corpo con la tradizione scritta; il naturalismo è nel mare dell'oralità. In certi momenti di crisi (dei sistemi di trasmissione della cultura, per esempio), capita però che le onde del secondo avanzino fin dentro le terre del primo: l'animismo dell'onomatopea e del fonosimbolismo conquista posizioni e dignità, anche poetica, fino a entrare, sia nello scritto, sia per via orale, tra le convenzioni di generi testuali e stili del discorso tradizionali e nuovi, dalla fiaba, al fumetto, alla pubblicità. Torna in primo piano il potere evocativo, subliminale e persuasivo, che la parola fatta suono (e il suono fatto parola) può sprigionare, con una forza che il rigore manifesto dell'argomentazione, in certe situazioni, non possiede. Interventi di Daniele Barbieri, Rosarita Digregorio, Edoardo Lombardi Vallauri, Fabio Magro, Luca Nobile, Giuseppe Sergio.

La lingua italiana di domani

Intitolato Che lingua fa?, il numero 73/2016 del trimestrale «Nuovi Argomenti» è costituito quasi integralmente da una ricca messe di contributi, raccolti e curati da Giuseppe Antonelli. Linguiste e linguisti, scrittori e scrittrici italiani e “nuovi italiani”, poeti e traduttrici, esperte di editing forniscono interessanti analisi sulla nostra lingua contemporanea, inquadrata, secondo diverse angolazioni, da chi la “lavora” per professione. Stimolati da questa importante serie di letture sull'oggi, abbiamo azzardato un pensiero sul domani, chiedendo a Maurizio Dardano, Luigi Matt, Edoardo Novelli, Massimo Palermo, Giuseppe Sergio, Luca Serianni, Mirko Tavosanis di tratteggiare alcune linee evolutive della lingua italiana, pur nella consapevolezza che la sfera di cristallo non funziona (si veda in proposito il contributo di Eugenio Salvatore sulle previsioni fatte trent'anni fa). Il quadro che ne esce è problematico e suggestivo, nel giornalismo come nella narrativa, nella politica-spettacolo, alla radio e in internet, nella realtà dei “nuovi italiani” e tra gli studenti di oggi. Proprio questi ultimi, che rappresentano il futuro in atto, corrono il rischio, secondo Luca Serianni, di diventare adulti per l'anagrafe senza padroneggiare con proprietà e ampiezza le risorse del lessico, uno degli strumenti fondamentali di quel sapere avanzato sul quale si costruisce una civiltà di cittadini, oltre che di parlanti, consapevoli e maturi.

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UN LIBRO

Viva il Latino. Storie e bellezza di una lingua inutile

Nicola Gardini

Il saggio scorre come un romanzo, che racconta la storia di una passione personale, quella dell’autore, nata ai margini dei banchi di scuola e nutrita di letture e traduzioni solitarie, di incontri euforici e illuminanti con i testi classici.