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Dalla via Emilia al Bembo: Ariosto e il “Furioso”

Lettori d'eccezione come Italo Calvino, Jorge luis Borges, Luca Ronconi han dimostrato che è sempre l'ora giusta per leggere o rileggere l'Orlando furioso di Ludovico Ariosto, compendio e insieme superamento di un'epoca, dilatazione e ri-creazione, dall'interno, del mondo della grande tradizione letteraria - dal lirico Petrarca al prosatore Boccaccio -. Questo, poi, è un anno speciale: la prima edizione del Furioso fu impressa nel 1516, cinquecento anni fa. Il mondo del poema cavalleresco dell'Ariosto è un attraversamento, un percorso, un itinerario di ricerca di una misura originale, nella visione del mondo come nello stile; nella relazione con i predecessori (i cantari popolari, i cicli bretone e carolingio, il Boiardo) come nella dialettica istituita con un metro tradizionale, l'ottava, che viene dispiegata assecondando le volute di una sintassi ricca e complessa; nella selezione progressiva di un pubblico nuovo e più ampio, reso disponibile anche dalla rivoluzione della stampa, come nell'avvicinamento e adeguamento alla lingua dei modelli letterari toscani, codificati in quella prima metà del secolo XVI dal Bembo. La via Emilia, estense e cortigiana, che l'Ariosto poeta comincia a battere dagli inizi del secolo, attraverso la scrittura e le versioni successive del poema, fino all'edizione ultima del 1532, arriverà lontano. Interventi di Sara Giovine, Tina Matarrese, Arnaldo Soldani, Lucinda Spera.

Storia di un e-taliano. Dal PC a WhatsApp

«Come cambia la lingua, e in particolare la lingua italiana, nel suo incontro con il digitale e con la rete?», si chiede Gino Roncaglia nel suo intervento, che fa da cornice storico-culturale ai contributi dei linguisti Mirko Tavosanis, Massimo Prada e Stefania Spina, dedicati all'identità della lingua italiana nell'era e-(lettronica), o “e-taliano”, secondo la definizione che Giuseppe Antonelli ha rilanciato nel suo recente saggio di taglio divulgativo “Un italiano vero”. Tavosanis si occupa delle origini, così vicine ma già percepite come remote dagli esseri umani tecnologicamente modificati: videoscrittura e passaggio al digitale (decennio 1985-1995); Prada focalizza l'attenzione sulla posta elettronica e gli SMS (1995-2005); Spina traccia il profilo dell'era dei social network (2005-2015). Brevità, velocità, simultaneità, dialogicità, ma anche frammentarietà e granularità: quanto della logica interna dei mezzi e dei canali incide sulle caratteristiche dell'e-taliano da trent'anni in qua? Quali potenzialità sviluppa chi si immerge in questa inedita, massiccia, stimolante ondata di ritorno alla scrittura? Esaminati gli aspetti positivi, più che preoccuparsi del presunto abuso di anglicismi o delle sciatterie ortografiche nei cosiddetti social, bisognerebbe interrogarsi sui rischi di indebolimento della complessità testuale e della capacità argomentativa. Senza sottovalutare che, per la prima volta – passando da Facebook a Snapchat –, il testo viene relegato in un ruolo subalterno rispetto ai codici visivi.

L'estate 2016 in quattro parole

L’estate del 2016 è stata calda e non soltanto per le temperature. Basta prendere in considerazione quattro parole – alcune nuove, altre no – che sono state molto presenti nel dibattito pubblico e nelle conversazioni quotidiane, in relazione con eventi o situazioni, uno dei quali tragico, prodottisi tra giugno e settembre in Italia e fuori d’Italia. La storia e l'analisi degli usi delle parole possono aiutarci ad andare oltre la cronaca per addestrare il pensiero alla pluralità e al senso delle sfumature, necessari all'esercizio della ragione e alla volontà di conoscenza. Abbiamo dunque chiesto a Licia Corbolante di parlarci di “Brexit”, a Rosarita Digregorio di “burkini”, a Silvia Demartini di “sisma/terremoto”, a Daniele Scarampi di “concorsone”.

La parola di chi ce la canta e ce la suona

Le canzoni, come genere di musica cantata popolare, di massa e di consumo, esistevano ben prima del 1960, in Italia: con tutto il carico di poeticismo lirico e amore a colpi di baci (come scrive qui Ranieri Polese), condito in rime tronche e verbi apocopati. Ma certo, la nascita, quell'anno, della parola “cantautore” e, nove anni più tardi, della locuzione “canzone d'autore”, segna una svolta. L'Italia dell'economia e della vita civile si sviluppa in modo impetuoso, tra adrenalina e dramma. Ed ecco – dicono Gabriella Cartago e Franco Fabbri – che, con incedere colto e movenze colloquiali, una élite di autori dei testi delle proprie canzoni viene a muovere la morta gora del discorso sulla realtà e sulla vita. Spiccano (Daniele Scarampi) i testi degli autori della cosiddetta “scuola genovese”: De André, Paoli e Lauzi sliricizzano o estremizzano l'amore, non più bamboleggiante, e denunciano la massificazione e l'ipocrisia borghese. Per Andrea Felici, in particolare De André ricrea il dialetto genovese come voce utopica e acronica degli angiporti e dei bassifondi mediterranei. E mentre un colto menestrello come Branduardi può mettere una ricca cultura letteraria al servizio della ricerca dell'Oltre in un raffinato percorso di ballate medievaleggianti (Saverio Simonelli), i bassifondi giovanili delle metropoli di oggi, intrisi di marginalità e ansie identitarie, esplodono in filo di sillaba i ritmati proslogi rap, miscelando nel gioco verbale inglese, colloquialità, dialetto e turpiloquio (Rosarita Digregorio). E all'estero? L'italiano musicato è nelle mani dei nuovi “italianati” (Stefano Telve), che cantano, spesso con stereotipi e pseudoitalianismi, un'Italia “percepita” di successo e tradizione, quasi la canzone d'autore non fosse mai esistita. Mentre invece, in Italia, la canzone d'autore viene perfino usata - e sempre più spesso - per insegnare la lingua ai giovani italiani e agli stranieri, avvicinandoli alla letteratura.

La parola si mette in gioco

Si può “giocare con le parole”? Sì, si può, come hanno mostrato Simone Fornara e Francesco Giudici in un recente, agile saggio intitolato proprio così e pubblicato da Carocci. Anzi, verrebbe da dire: si “deve” giocare con le parole. In questo Speciale, intervistato da Tamara Baris, lo afferma con grande convinzione Anthony Mollica, il fondatore della “ludolinguistica” accademica: ridere è salutare, a tutti piace giocare e lo studio di una lingua, prima o seconda, si trasforma da fatica in ginnastica intellettuale e perfino in godimento dell'animo. I giochi di parole che han fatto la fortuna della «Settimana Enigmistica», scrivono qui Fornara e Giudici, e altri giochi ancora, dai tempi dei “Draghi locopei” (1986) della maestra Ersilia Zamponi, hanno avuto un successo fuori discussione nelle aule scolastiche – anche se il riconoscimento dell'accademia ha tardato a giungere -. Dentro al gioco con le parole c'è sostanza psichica e linguistica, come scrive Luigi Spagnolo, rivisitando il motto di spirito secondo Freud. E c'è una ricca e plurisecolare stratificazione di suoni, voci e significati che arte e filologia, combinate nel diletto creativo, possono far fruttare a vantaggio di tutti, come spiega Sabrina D'Alessandro (particolari delle sue opere illustrano questo Speciale; qui accanto, “Esempio di ingiurie in una redamazione rimpedulata”, http://www.ufficioresurrezione.com/Ufficio_Resurrezione/Dipartimento_Rinascita_Psicovocale.html, 2011). Infine – tanto è generoso il gioco! - si può “giocare” con la lingua storico-naturale sperimentando, con serietà scientifica, la traduzione di un'opera letteraria (Pinocchio) in emoji, anche tramite un lavoro aperto e condiviso in internet, e avviando la costruzione in progress di un codice a base pittografica, come spiega Francesca Chiusaroli.

Mondi nei suoni, parole nel mondo

Di che cosa ci parlano le tante parole fatte di suoni che evocano altri suoni, prodotti da entità naturali o artificiali? Gli onomatopeici ahi!, bau bau, din don, brrrrr o i fonosimbolici miagolare, ronfare, sussurro in quale relazione stanno col mondo reale e come funzionano nel sistema della lingua? Una striscia di battigia separa, nei secoli, la concezione convenzionalistica del segno linguistico (la parola aristotelica che mostra la sua capacità di descrivere una realtà che esiste indipendentemente da ciò che se ne dice) dalla concezione naturalistica (la parola, anche nella sua fisicità sonora, partecipa alla creazione o modulazione del mondo), come spiega in questo Speciale pieno di trilli e di grugniti Luca Nobile (autore con Edoardo Lombardi Vallauri del recente Onomatopea e fonosimbolismo, Carocci ed.). Il convenzionalismo fa corpo con la tradizione scritta; il naturalismo è nel mare dell'oralità. In certi momenti di crisi (dei sistemi di trasmissione della cultura, per esempio), capita però che le onde del secondo avanzino fin dentro le terre del primo: l'animismo dell'onomatopea e del fonosimbolismo conquista posizioni e dignità, anche poetica, fino a entrare, sia nello scritto, sia per via orale, tra le convenzioni di generi testuali e stili del discorso tradizionali e nuovi, dalla fiaba, al fumetto, alla pubblicità. Torna in primo piano il potere evocativo, subliminale e persuasivo, che la parola fatta suono (e il suono fatto parola) può sprigionare, con una forza che il rigore manifesto dell'argomentazione, in certe situazioni, non possiede. Interventi di Daniele Barbieri, Rosarita Digregorio, Edoardo Lombardi Vallauri, Fabio Magro, Luca Nobile, Giuseppe Sergio.

La lingua italiana di domani

Intitolato Che lingua fa?, il numero 73/2016 del trimestrale «Nuovi Argomenti» è costituito quasi integralmente da una ricca messe di contributi, raccolti e curati da Giuseppe Antonelli. Linguiste e linguisti, scrittori e scrittrici italiani e “nuovi italiani”, poeti e traduttrici, esperte di editing forniscono interessanti analisi sulla nostra lingua contemporanea, inquadrata, secondo diverse angolazioni, da chi la “lavora” per professione. Stimolati da questa importante serie di letture sull'oggi, abbiamo azzardato un pensiero sul domani, chiedendo a Maurizio Dardano, Luigi Matt, Edoardo Novelli, Massimo Palermo, Giuseppe Sergio, Luca Serianni, Mirko Tavosanis di tratteggiare alcune linee evolutive della lingua italiana, pur nella consapevolezza che la sfera di cristallo non funziona (si veda in proposito il contributo di Eugenio Salvatore sulle previsioni fatte trent'anni fa). Il quadro che ne esce è problematico e suggestivo, nel giornalismo come nella narrativa, nella politica-spettacolo, alla radio e in internet, nella realtà dei “nuovi italiani” e tra gli studenti di oggi. Proprio questi ultimi, che rappresentano il futuro in atto, corrono il rischio, secondo Luca Serianni, di diventare adulti per l'anagrafe senza padroneggiare con proprietà e ampiezza le risorse del lessico, uno degli strumenti fondamentali di quel sapere avanzato sul quale si costruisce una civiltà di cittadini, oltre che di parlanti, consapevoli e maturi.

Il Bel Paese dove l'OK suona

«Non vogliamo fare la guerra all’inglese, ma vogliamo rammentare ai parlanti italiani che in molti casi esistono parole italiane utilizzabili, comode e trasparenti. Vogliamo provare a proporle a tutti come possibile alternativa, per promuovere la grande ricchezza lessicale ed espressiva della nostra lingua». In questo modo si espresse, circa un anno fa, Claudio Marazzini, presidente dell'Accademia della Crusca, accogliendo il senso ultimo della petizione intitolata Un intervento per la lingua italiana (#dilloinitaliano), lanciata da Annamaria Testa, pubblicitaria ed esperta di comunicazione e creatività, e indirizzata in prima battuta agli organismi direttivi dell'Accademia perché si facesse «portavoce e autorevole testimone di questa istanza presso il Governo, le amministrazioni pubbliche, i media, le imprese». L'appello e la petizione hanno riscosso successo e vasta eco negli organi di informazione e in rete. Nel settembre 2015, nell'àmbito dell'Accademia della Crusca, si è formato il gruppo Incipit, «con lo scopo di monitorare i neologismi e forestierismi incipienti, nella fase in cui si affacciano alla lingua italiana e prima che prendano piede», proponendo sostituti italiani a vocaboli e locuzioni inglesi come hotspot, voluntary disclosure, smart working, bail in, bail out... Alle spalle della Crusca, c'è un ampio sentire comune che, soprattutto in rete, si traduce in una forte insofferenza soprattutto verso gli anglicismi, percepiti come un'orda selvaggia e inarrestabile che attenta all'identità della lingua italiana. Vi sono pericoli reali? È proprio delle lingue e dei linguisti erigere steccati e stabilire confini? Si possono escogitare dei filtri? È sensato farlo? E quale autorità delibererebbe in materia? Di questo e d'altro discutono Mihai Butcovan, Licia Corbolante, Michele A. Cortelazzo, Valeria Della Valle, Roberta D'Alessandro, Giovanni Iamartino, Daniele Scarampi, Salvatore Claudio Sgroi.

Da Galileo alle onde gravitazionali: come divulgare le scienze

A partire dal Settecento, la creazione di moderne comunità scientifiche viaggia di pari passo con il consolidamento di aggiornate, omogenee, plurilinguistiche terminologie disciplinari, cresciute sotto l'ala del latino scientifico. Nel Novecento espansivo, centrifugo e interconnesso, il timore di perdere la bussola della condivisione e le spinte globalizzanti esercitate dalle economie delle monete e dei saperi portano all'adozione dell'inglese come unica lingua veicolare della comunicazione scientifica. Al vantaggio dell'interscambio immediato tra i membri di una comunità sovrannazionale, si oppone lo svantaggio di un impoverimento delle culture e delle lingue scientifiche nazionali, in difficoltà nella trasmissione dei saperi alla comunità di riferimento. Inoltre, in Italia, esistono storici problemi di debolezza del discorso divulgativo in campo scientifico, nato tardi e penalizzato dal prevalere di una concezione umanistico-erudita della cultura, anche nella scuola. Se lessici come quello dell'astronomia e della fisica, da Galileo in poi, tecnicizzano parole di uso comune, rendendo necessari distinzioni e approfondimenti, oggi una frotta di anglicismi affolla i testi scientifici, complicando la vita a chi divulga. Divulgare riesce bene a una serie di saggisti e giornalisti della carta stampata, capaci di usare una lingua chiara e a volte emozionante; molto meno al giornalismo nel web, povero e approssimativo; con risultati discontinui nella formazione scolastica, stretta tra una manualistica per sua natura ibrida e complessa e la scarsa vocazione istituzionale a un'educazione linguistica trasversale, in grado di far interagire gli insegnanti di italiano con quelli delle materie scientifiche. Interventi di Michele A. Cortelazzo, Michele Ortore, Stefano Telve, Matteo Viale, Maria Luisa Villa.

Quarant'anni dopo, le Dieci Tesi per l'educazione linguistica democratica

Nel 1975, dopo due anni di lavoro da parte di un piccolo gruppo di ricercatori e insegnanti costituitosi come Giscel (Gruppo di intervento e studio nel campo dell'educazione linguistica) intorno a un documento elaborato da Tullio De Mauro, videro la luce le Dieci Tesi per l'educazione linguistica democratica, uno spartiacque nella riflessione sulla lingua italiana e insieme un punto di avvio critico e creativo per una scuola in cui l'educazione linguistica diventasse il perno di una didattica completamente rinnovata in senso democratico. Le Dieci Tesi si innestavano in una ricca tradizione di studi ed esperienze, che affondava nella concezione della lingua come viva espressione del moto operoso delle menti di una comunità, da far crescere tramite l'educazione e la scuola (nell'Ottocento, Graziadio Isaia Ascoli, Francesco De Sanctis), si prolungava nel Novecento in istanze pedagogiche rinnovate (Giuseppe Lombardo Radice), antiautoritarie e anticlassiste (don Lorenzo Milani), e nella pratica didattica di alcuni insegnanti d'eccezione, spesso impegnati in difficili realtà periferiche e marginali. Le Tesi chiedevano di essere discusse nella scuola ma erano rivolte a tutta la società. Suggerivano alle istituzioni, all'università e alla ricerca di impegnarsi per una svolta nelle politiche dell'istruzione, applicandosi con continuità alla realtà della scuola, dei programmi, della didattica, rivisti alla luce di una nuova educazione linguistica sia per gli insegnati che per i discenti. Quarant'anni dopo le Dieci Tesi, uno Speciale su storia, analisi, bilanci, eredità e prospettive negli scritti di alcuni protagonisti di allora e di oggi: Rosa Calò, Andrea Colombo, Tullio De Mauro, Valter Deon, Cristina Lavinio, G. Maria Lo Duca, Maria Emanuela Piemontese, Alberto A. Sobrero, Matteo Viale.

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UN LIBRO

Fiumi di parole. Discorso e grammatica delle conversazioni scritte in Twitter

Stefania Spina

Il saggio, strutturato con chiarezza, rigore metodologico, ricchezza di dati, dovizia di esempi, individua i tratti essenziali della scrittura breve e condensata di Twitter nella frammentazione e nella fluidità illustrandoli con una metafora molto efficace: quella del “fiume di parole” nel senso della scrittura come processo ininterrotto, fluido e mutevole, in apparenza disordinato e improvvisato, ma regolato da convenzioni specifiche