Icona_Motore-di-ricercaMotori di Ricerca Banche dati
  Biblioteche Meteo
 

Brexit, parola del XXI secolo

di Licia Corbolante*

 

Quando si è saputo che era scoppiata “Brangelina”, la coppia più nota di Hollywood, i social media si sono scatenati. Per alcuni giorni il divorzio di Angelina Jolie da Brad Pitt è stato tra i temi più commentati e anche in Italia sono diventati di tendenza gli hashtag #Brangelexit, #Bradexit e #Brexpitt. Non occorre sapere l’inglese per riconoscere subito il riferimento a Brexit, da molti già incoronata parola dell’anno 2016 e il cui successo globale è dovuto in parte proprio alle nuove modalità di comunicazione “social”.

 

In inglese e in italiano

 

L’anglicismo Brexit, come è noto, indica la (potenziale) uscita del Regno Unito dall’Unione europea, scelta dai cittadini britannici con il referendum del 23 giugno 2016. La parola è in uso in inglese dal 2012, inizialmente nella forma alternativa Brixit. È stata formata dalla fusione di British+exit sul modello di Grexit (Greek o Greece+exit), che però descriveva la possibile uscita della Grecia non dall’Ue ma dall’eurozona.

Nell’inglese britannico Brexit si comporta come un nome proprio, usato senza articolo. In italiano invece è la Brexit, di genere femminile come la parola uscita, ed è preceduta dall’articolo, come i nomi propri di eventi [cfr. Thornton]. Sta invece scomparendo la forma maschile il Brexit, a suo tempo influenzata dal genere maschile di referendum in italiano, dalla pronuncia, e dalla tendenza prevalente di assegnare il maschile ai forestierismi. 

Brexit presenta tutte le caratteristiche delle parole che vengono assimilate spontaneamente perché efficaci e durature. È rappresentativa perché denomina un evento nuovo che sarà rilevante a lungo. È breve e facile da memorizzare e pronunciare perché composta da una sequenza di fonemi ricorrenti in inglese e comuni ad altre lingue. È trasparente, e non solo in inglese: il segmento exit è riconoscibile dalla segnaletica internazionale e riconducibile a una radice latina comune. Può essere usata in contesti e registri diversi, si è distinta per l’alta frequenza d’uso e si è dimostrata anche molto produttiva: ha dato origine al verbo brexit, ad altri sostantivi come brexiter e brexiteer (i sostenitori e i paladini della Brexit), a vari altri neologismi e a innumerevoli occasionalismi.

 

Un’uscita tira l’altra

 

Sul modello di Brexit (e prima ancora di Grexit) sono nate subito altre combinazioni con nomi di paesi, come Scoxit, Spexit, Irexit, Swexit, Italexit o Itexit, Frexit, Nexit: indicano ipotetiche uscite di Scozia, Spagna, Irlanda, Svezia, Italia, Francia e Paesi Bassi. In tedesco hanno ispirato Dexit e Oexit (Öxit), da Deutschland e Oesterreich.

Subito dopo il referendum sono proliferati nuovi tipi di formazioni, con nuove associazioni semantiche, come regrexit, il rammarico (regret) per il risultato del voto, apocalexit e wrexit in previsione di conseguenze apocalittiche o disastrose (da wreck, mandare in rovina, distruggere), e ProgrExit, un’eventuale uscita graduale (progressive) del Regno Unito dall’Ue. Tra le combinazioni con nomi propri di persona si rilevano Boxit e Faragexit, le inaspettate dimissioni dei leader della campagna pro-Brexit, Boris Johnson e Nigel Farage, mentre Jexit auspicava le dimissioni del leader laburista Jeremy Corbyn. Hanno avuto vita breve perché legate a eventi specifici e non duraturi, ma hanno confermato la grande flessibilità di composizione e sono state un modello anche per altre lingue, come Merkelexit in Germania e Renzexit o Renxit in Italia in conseguenza di eventuali risultati elettorali sfavorevoli.

È risultato molto produttivo anche il segmento iniziale Br-  però con minore efficacia globale perché ristretto a contesti britannici.  Qualche esempio: Bremain come antonimo di Brexit, il Brexodus delle aziende internazionali dal Regno Unito, ed episodi di Brexistential crisis.

 

“Brexit significa Brexit”

 

Anche se tutti ormai conoscono la parola Brexit, il concetto che rappresenta è così vago che nessuno sa ancora cosa comporterà veramente per il Regno Unito e per l’Unione europea. L’indeterminatezza è sottolineata dalla tautologia “Brexit means Brexit”, ripetuta spesso dal primo ministro britannico Theresa May che però si rifiuta di scendere nei dettagli. Ma forse è proprio questa genericità, unita alla riconoscibilità, che ha reso Brexit un traslato efficace per tutt’altro tipo di uscite o rotture brusche e traumatiche, anche impreviste, come quella di Jolie e Pitt.

 

Una parola macedonia particolare

 

In italiano il neologismo Brexit è identificato come parola macedonia, termine coniato da Bruno Migliorini per le formazioni che risultano “da una o più parole maciullate” unite a una seconda parola che invece rimane intatta, come appunto Br[itish]+exit o cantautore [cfr. Gaeta e Thomson].

In inglese le parole macedonia sono molto più comuni che in italiano ma di solito sfruttano un altro tipo di composizione (blend, “fusione”) che usa la parte iniziale di una prima parola e la parte finale di una seconda parola, con troncamento oppure sovrapposizione fonetica od ortografica nel punto di fusione – come motel da motor+hotel e come la forma alternativa iniziale Brixit. È un meccanismo che può essere usato ad effetto  per divertire ma che è anche molto incisivo, specialmente quando sequenze di poche lettere riescono a concentrare significati evocando associazioni di intere parole: come Brexpitt, che con otto caratteri richiama Brad Pitt, una fine burrascosa e la nuova condizione di ex.

Se l’elemento finale di una parola macedonia è ricorrente, può acquisire anche un significato proprio, spesso metaforico, e trasformarsi in un elemento formativo con funzione suffissale [cfr. Iacobini]. In inglese è stato denominato libfix: è l’affisso che si è “liberato” dalla parola da cui ha avuto origine, come -tainment da entertainment per coniare nuovi tipi di intrattenimento. È un processo avvenuto anche per -exit da Brexit ed è stato particolarmente rapido perché exit era già una parola integra e riconoscibile, con proprio valore semantico, che non aveva subito gli accorciamenti tipici invece della maggior parte delle parole macedonia inglesi.

 

Parole globali e “social”

 

Negli ultimi anni le parole macedonia sono diventate uno dei meccanismi di formazione di neologismi più produttivi e sfruttati della lingua inglese. Non sono più prerogativa di ambiti pubblicitari, commerciali e tecnici, e il loro uso non è più ristretto a contesti informali. C’è chi le ritiene un prodotto tipico della società contemporanea, autoreferenziale, amante della commistione di generi e sempre alla ricerca di novità, anche lessicali [Kelly]. I social media, su cui avviene ormai buona parte della comunicazione, favoriscono l’uso ludico della lingua e spingono alla ricerca delle parole più efficaci e divertenti per l’hashtag perfetto, breve e memorabile, che viene condiviso, coinvolge e dà l’illusione di essere parte degli eventi anche globali. È inevitabile che questa funzione sia affidata alle parole macedonia dell’inglese, che non solo è la lingua franca del XXI secolo ma è anche dominante nell’informazione e nell’intrattenimento. Brexit è un esempio particolarmente riuscito.

 

Riferimenti:

Corbolante, L., Da Brexit a regrexit, è wrexit. E poi nexit?, Terminologia etc., 2016.

Gaeta, L., Parole macedonia, Enciclopedia dell’Italiano Treccani, Istituto della Enciclopedia Italiana, 2010. 

Hamans, C., Global Language Contact, in Languages in Contact, 2014.

Iacobini , C., Elementi formativi, Enciclopedia dell’Italiano Treccani, Istituto della Enciclopedia Italiana, 2010.   

Kelly, J., Branger. Debression. Oexit. Zumxit. Why Did Brexit Trigger a Brexplosion of Wordplay?, SLATE, 2016.

Lignos, C. e Prichard, H., Quantifying cronuts: Predicting the quality of blends, Linguistic Society of America Annual Meeting 2015.

Thornton, A. M., Il genere di Brexit, Accademia della Crusca, 2016.

 

*Licia Corbolante è una terminologa che opera in àmbiti informatici e tecnici, occupandosi in particolare di formazione e comunicazione interculturale. Ha studiato traduzione alla SSLMIT di Trieste e linguistica applicata, marketing e linguistica computazionale a Salford (GB) e Dublino. Fa parte della REI, Rete per l’eccellenza dell′italiano istituzionale, e scrive regolarmente sul blog Terminologia etc. con annotazioni su lingua, terminologia e traduzione.

 

UN LIBRO

Fiumi di parole. Discorso e grammatica delle conversazioni scritte in Twitter

Stefania Spina

Il saggio, strutturato con chiarezza, rigore metodologico, ricchezza di dati, dovizia di esempi, individua i tratti essenziali della scrittura breve e condensata di Twitter nella frammentazione e nella fluidità illustrandoli con una metafora molto efficace: quella del “fiume di parole” nel senso della scrittura come processo ininterrotto, fluido e mutevole, in apparenza disordinato e improvvisato, ma regolato da convenzioni specifiche

TAG