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Il docente di lingua e letteratura italiana nell'epoca dell'intermedialità

di Paolo Giovannetti*

 

L’orizzonte, per certi versi, è sin troppo chiaro: intermediale è l’epoca letteraria e linguistica in cui viviamo, perché mai come oggi – grazie alla digitalizzazione – la parola scritta e parlata è stata al centro di vertiginosi trasferimenti da un medium all’altro. Dalle pagine agli schermi; dallo stampato alle voci-corpo, fino ai meri suoni – di nuovo – smaterializzati in bit. E così via. Si tratta del «reticolo mediale» di cui ha parlato più volte Gabriele Frasca. Lingua e letteratura dentro questo scenario mutano la propria identità, anche se – beninteso – non ci è chiaro in che direzione esatta si stiano muovendo. Quella che molti hanno chiamato «oralità secondaria» si è manifestata in parallelo a un immenso sviluppo dell’alfabetizzazione su scala globale. Che la scrittura si smaterializzi, digitalizzandosi, è un dato di fatto; ma cosa questo precisamente comporti in termini più generali, in chiave di evoluzione del sistema, al momento nessuno può dire.

 

Transmedialità e fruizione

 

Di fronte a uno scenario tanto suggestivo quanto confuso, la prospettiva didattica forse più praticabile è quella che si fissa sulla regione dell’intermedialità con cui è più facile negoziare: solitamente la chiamiamo transmedialità o, ma in modo forse meno preciso, crossmedialità. Insistere sulla natura transmediale delle odierne esperienze estetiche significa concentrare l’attenzione sulla fruizione delle opere, e quindi sui destinatari, sospendendo ogni giudizio intorno alle condizioni della scrittura, alle preoccupazioni in merito all’uso dei molti devices a nostra disposizione (computer, smartphone ecc.). Nel mondo transmediale l’oggetto letterario smette di vivere solo dentro i libri, e migra pressoché liberamente da un medium all’altro: ma ciò avviene perché una massa ingente di lettori-spettatori si riconosce nelle opere e decide di rimodellarle (commentarle, raccontarle, persino riscriverle) dentro la Rete. L’azione del pubblico sale in dominante. La tecnologia in questo senso è presupposta, è un trampolino di lancio per qualcosa che merita di essere colto nella sua (relativissima, appunto) autonomia.

 

Dal lettore-spettatore al prosumer del web 2.0

 

Dunque: il docente di letteratura ha sempre più spesso a che fare con comportamenti estetici fondati su un’inedita definizione dei ruoli e delle capacità. Il giovane appassionato di una serie TV trova in Internet infinite occasioni (a partire dagli spazi social) per ri-mediare i contenuti a lui cari. Ciò comporta una forma di protagonismo e di soggettivismo esasperati, ben noti a chiunque si occupi di simili questioni. E non si tratta solo di cyberbullismo. Prepotenze e prevaricazioni di specie narrativa non sono escluse: e il tanto evocato spoiler – colui che propala lo scioglimento di una storia a un pubblico in attesa di completarne la fruizione – è un po’ l’anti-eroe dei nostri tempi artistici. Se il lettore-spettatore, divenuto prosumer del web 2.0, è sempre più importante in virtù della sua capacità appunto di produrre oltre che di consumare (leggere, guardare, assistere ecc.), è pressoché inevitabile che attitudini trasgressive e personalismi cerchino di imporsi.

 

Orticelli disciplinari e nuovi media

 

La professoressa, il professore di lettere deve essere in grado di inserirsi in questo scenario, scegliendo i percorsi migliori per portarlo dalla propria parte, per piegarlo alle proprie esigenze. È un ragionamento che è stato fatto più volte: la scuola non può chiudersi a ciò che i nuovi media propongono, non può non confrontarsi con ciò che sta fuori i suoi orticelli disciplinari.

Ma in questo caso il problema è leggermente diverso. Adesso, nell’universo della transmedialità, stanno emergendo comportamenti e scelte anche ‘forti’ che prescindono dagli ambiti volta per volta attraversati (il libro, il cinema, la televisione, la canzone ecc.). La fluidificazione dell’attività estetica sta creando esperienze trasversali che mettono in questione ogni discorso intorno alle competenze. Proprio le competenze ‘digitali’ – cioè nate in un ambiente digitale – devono essere collocate al centro dei percorsi educativi. Ciò significa enfatizzare qualcosa che una certa didattica purtroppo tende a trascurare. Vale a dire che la ‘competenza’ non è tanto ciò che viene monitorato in uscita, ma è una realtà più generale che collega la scuola al contesto sociale. Dunque: quali le reali azioni simboliche praticate collettivamente dai discenti? e quali le modificazioni che è plausibile determinare in vista di un ‘rientro’ nella società, a percorso concluso?

 

Il docente: portare dalle competenze ai valori

 

Non è un problema da poco. L’insegnamento per competenze, se inteso in modo corretto, e tanto più nello scenario che qui stiamo cercando di definire, implica un atteggiamento student oriented, che impone ricadute onerose. La prima, con ogni evidenza, è una necessaria discussione dei contenuti disciplinari tradizionalmente intesi. Programma e programmazione passano in secondo piano rispetto al percorso che anno dopo anno siamo tenuti a fissare. La classe, con i suoi specifici valori ogni volta rilevati, diventa il luogo in cui gli argomenti devono essere modulati. Il docente, più che un detentore di valori da declinare poi in abilità e competenze, segue il percorso opposto: individuate le competenze reali degli studenti, disegna i propri percorsi didattici attraverso la caratterizzazione di abilità (saper leggere, saper interpretare, saper commentare ecc.), per giungere infine alla pianificazione dei valori (quali opere, quali autori, quali aspetti dei testi ecc.).

Non è un problema da poco, ripeto, perché rischia di mettere in crisi molti aspetti della visione contenutistica della letteratura e dell’esperienza estetica che abbiamo ereditato. Tuttavia, un docente che si senta padrone della propria tradizione, che sappia bene cosa davvero conti nel nostro passato, dovrebbe essere capace di attraversare con scioltezza un simile scenario.

 

*Paolo Giovannetti (Milano 1958). È professore ordinario di Letteratura italiana contemporanea all’Università IULM di Milano. Studioso di metrica e poesia dall’Ottocento a oggi, si occupa anche di rapporti fra media e letteratura, di didattica e di narratologia. Le sue pubblicazioni più recenti sono: Il racconto (2012) e Spettatori del romanzo (2015).

 

UN LIBRO

Arnaut Daniel di Pietro Tripodo venti anni dopo

Arnaut Daniel

A distanza di vent’anni sono state ripubblicate le traduzioni che Pietro Tripodo fece del corpus poetico del trovatore provenzale Arnaut Daniel. Il complesso lavoro del traduttore e poeta romano, edito per la prima volta nel 1997, fu anche l’ultimo della sua vita.

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