Gli equilibri politico-diplomatici negli anni di Machiavelli

Claudio Finzi

Se osserviamo una carta geografica dell’Italia della seconda metà del XIV secolo, vediamo un gran numero di organismi politici, città, Stati e staterelli, uno soltanto da potersi definire grande, alcuni di medie dimensioni, la maggioranza minuscoli e piccolissimi; in mano straniera sono soltanto la Sicilia e la Sardegna oltre alcune altre minori presenze sparse. Se ripetiamo la nostra osservazione nel 1454, dopo la pace di Lodi e la Lega Italica, il quadro è cambiato; gli organismi politici sono drasticamente diminuiti di numero e cinque Stati (Venezia, Milano, Firenze, Roma, Napoli) si spartiscono la maggior parte della penisola, avendo assorbito molti dei più piccoli. Se, infine, guardiamo nuovamente la carta d’Italia negli anni Trenta del Cinquecento, troviamo che la situazione politica si è ulteriormente semplificata, ma soprattutto constatiamo che ben più ampie parti d’Italia, il Milanese e il Regno di Napoli oltre le due isole maggiori, sono ormai sotto il controllo della Spagna imperiale.
Leggendo geograficamente i tre momenti storici abbiamo la sensazione immediata dell’evoluzione politica dell’Italia in due secoli cruciali della nostra storia: un faticoso semplificarsi della geografia politica, che però, invece di condurre a duraturi risultati di formazione di uno Stato o di pochi Stati consolidati, raggiunge soltanto lo stadio drammatico di una sostanziale, benché non totale, sottomissione alle potenze straniere. Mentre, allo stesso tempo, il pensiero politico, la filologia, la letteratura, le arti, conseguono uno sviluppo e una raffinatezza, quale per un certo tempo non sarà possibile riscontrare negli altri Paesi d’Europa, che se ne nutriranno. Un contrasto tra prestigio culturale e crisi politica, che non è certamente l’unico nella storia d’Italia.
Gli anni dal cadere del Trecento fino alla pace di Lodi sono anni di guerre continue in ogni parte d’Italia.
Il regno di Napoli è governato dagli Angiò, dinastia francese, che nel 1442, dopo una lunga guerra complicata da continue variazione politiche, deve cederlo ad Alfonso V d’Aragona, il Magnanimo. Napoli manterrà la dinastia aragonese fino ai primi anni del Cinquecento, ma il Regno è italiano per interessi politici e centro di gravità. Non a caso Alfonso il Magnanimo scelse di risiedere in Napoli e non in Barcellona, av valendosi di collaboratori in gran parte italiani. Politica equilibri1 Abraham ortelius, Mappa dell’Europa, da Theatrum orbis terrarum, Anversa, 1570 - Berlino, Staatsbibliothek (Scala, Firenze/BPK, Bildagentur für Kunst, Kultur und Geschichte, Berlino) continuata dal figlio Ferdinando I (Ferrante), che ebbe per primo ministro uno dei massimi intellettuali del Quattrocento: l’umbro Giovanni Pontano.
Molto più articolata e frammentata era a quei tempi la situazione dell’Italia centrale e settentrionale, dove alcune città, Milano, Venezia, Firenze, erano impegnate nel costruirsi un dominio di dimensione almeno regionale. Ma mentre Milano cerca un’espansione, che coinvolge buona parte dell’Italia settentrionale e centrale, la politica di Firenze finisce per essere soprattutto una politica di contenimento, tendente ad arginare Milano senza riuscire a contrapporle una pari forza espansiva.
Più volte i Visconti, signori di Milano, scendono sotto il Po verso l’Emilia, la Romagna, la Toscana, l’Umbria, impadronendosi di molte città di queste regioni, nonché di Genova. ogni volta però trovano sulla loro strada la repubblica di Firenze, che intanto occupa Arezzo, Pisa e altre città toscane; non passa i confini della regione, ma vi si consolida. Quando nel 1402 Gian Galeazzo Visconti, che è ormai signore di Perugia, Assisi, Siena, sembra sul punto di circondare definitivamente Firenze e conquistarla, ecco che a favore di Firenze interviene il destino, facendo morire il milanese di improvvisa malattia. Lo stesso avverrà nel 1414, quando Ladislao d’Angiò durazzo, re di Napoli, muore, anch’egli improvvisamente, mentre sta mettendo in grave pericolo Firenze. Cosicché Niccolò Machiavelli, commentando i due fatti, scrive: «E così la morte fu sempre più amica a’ Fiorentini che niuno altro amico, e più potente a salvargli che alcuna loro virtù».
osservazione, che ci induce a domandarci quanto e come sarebbe stata diversa la nostra storia, se Gian Galeazzo avesse conquistato Firenze. domanda tutt’altro che inutile, qualsiasi cosa affermi in contrario chi sostiene che la storia non si fa né con i se né con i ma. Chiedersi che cosa sarebbe avvenuto se …, è invece strumento molto utile a comprendere come e perché la storia sia andata in un certo modo. Perché la storia non ha un senso e una direzione prestabiliti e inevitabili; è fatta dagli uomini e dalla loro libertà. Niccolò Machiavelli ci dice infatti che la fortuna controlla la metà del nostro agire, ma l’altra metà sta nelle nostre mani.
Nei primi decenni del Quattrocento Venezia, fino al quel momento limitata al primitivo spazio lagunare e a Treviso, presa nel Trecento, inizia la sistematica occupazione delle regioni di terraferma, a ovest, a nord e a nord-est della sua laguna, così da controllare le principali vie di comunicazione con l’Europa, sulle quali passano le merci, fonte della sua ricchezza. occupa Vicenza (1404), Verona (1405), Padova (1406); prende Udine e il Friuli (1420), dove cessa di esistere il Patriarcato di Aquileia; si spinge in Lombardia, ottenendo Brescia (1426) e Bergamo (1427); cerca di controllare la Romagna. Non è una politica abbracciata senza contrasti interni nel ceto di governo; chi vuole l’espansione in terraferma deve vincere le ostinate resistenze di chi vuole invece una Venezia ancora proiettata esclusivamente sui mari, ma prevalgono le tesi di Francesco Foscari, che salirà al dogato nel 1423 e porterà Venezia allo scontro con la Milano di FilippoMaria Visconti. Ciò non significa però l’abbandono della politica marittima, che conserva tutta la sua importanza vitale per Venezia, ma soltanto una nuova apertura verso terraferma accanto al tradizionale impegno in Adriatico e nel Levante. Durante il grande scisma, terminato soltanto nel 1418, il Papato ha perso di fatto il controllo del suo territorio, che di diritto comprendeva il Lazio, l’Umbria e le Marche, la Romagna e parte dell’Emilia. I papi dunque devono fare i conti con una serie di città e signorie, che sono diventate autonome e non intendono tornare sotto il controllo papale. Inizia un difficile processo di consolidamento, che durerà a lungo con fasi di prevalenza del Papato e fasi di recupero delle città, fino alla chiusura definitiva nel 1631, quando si estinguerà il ducato di Urbino. Unico organismo sopravvissuto e rimasto indipendente fino a oggi: la Repubblica di San Marino.
L’altro inevitabile aspetto di questo ristrutturarsi del sistema politico è il continuo stato di guerra e di conflitto tra gli Stati italiani. Guerre e paci si susseguono in tutto il periodo, segnato anche da frequenti cambiamenti di fronte e di alleanze. Infine un punto fermo è costituito dalla pace di Lodi del 9 aprile 1454 tra Venezia e Milano.
Alla pace di Lodi segue nel febbraio 1455 la costituzione della Lega Italica venticinquennale tra Milano, Venezia, Firenze, Roma e Napoli: i cinque maggiori Stati italiani depongono le armi e giurano di muovere insieme contro chiunque rompa la pace in Italia. Il risultato auspicato fu in buona parte raggiunto. Nei cinquant’anni tra il 1454 e il 1494 l’Italia vide ben pochi conflitti, se facciamo il confronto coi decenni precedenti. Non che la pace sia stata assoluta: guerre e contrasti vi furono, ma non così vasti e duraturi come prima. Di fatto tale pace fu opera di quella che è stata definita la «politica dell’equilibrio». L’Italia risulta organizzata su tre livelli: le cinque potenze maggiori; alcuni organismi medi come il ducato di Savoia, il ducato di Ferrara, le repubbliche di Genova e Siena; numerosi organismi minori. L’alternarsi delle alleanze mantiene sempre in vita tutte le cinque potenze maggiori, quasi fosse in atto una tacita convenzione: nessuno dei cinque può essere distrutto.
Il sistema italiano è in sostanza un sistema autonomo, che si regge però anche grazie a un altro fattore fondamentale: gli Stati europei, che pure sono comunque presenti in Italia, non dimostrano forte interesse ai fatti italiani o non sono capaci di intervenire in modo pesante; almeno fino al 1494 non c’è, dunque, un vero problema di difesa dello spazio italiano contro i Transalpini. Ne consegue però che il sistema regge più per le debolezze dei Transalpini che per la forza degli Italiani.
L’Italia quattrocentesca ha un notevole sviluppo economico, tanto produttivo quanto commerciale. I mercanti italiani operano in buona parte del Mediterraneo e dell’Europa. Le città godono di un notevole sviluppo demografico, urbanistico e monumentale; nessun altro paese in Europa ha tante grandi città come l’Italia. Creazione italiana è la nuova cultura umanistica, che a partire da Francesco Petrarca si è sviluppata potentemente, segnando un mondo nuovo, che sta già espandendosi oltre le Alpi. Se molte scuole, soprattutto alle origini dell’Umanesimo, sono opera di maestri privati, che hanno tra i loro allievi il meglio delle classi dirigenti, ben presto alcune città provvedono a istituire scuole pubbliche. Politica e cultura sono strettamente intrecciate. Scegliere come testo di studio della lingua greca la Ciropedia di Senofonte, invece della Politica di Aristotele, non è una scelta soltanto culturale, ma anche e soprattutto politica: significa dare la preferenza a un regime principesco invece che a un regime repubblicano. E viceversa.
Eppure questa Italia, che appare così fiorente per la cultura e l’economia, è ricca di problemi, che si mostreranno in tutta la loro perversa efficacia tra la fine del Quattrocento e i primi decenni del Cinquecento, quando essa cederà di fronte alle invasioni francese e spagnola.
Milano, Firenze e Napoli sono assillate da gravi problemi istituzionali e di legittimità dei governanti. A Milano è tutto un fare e disfare. Alla morte del signore spesso lo Stato viene diviso tra gli eredi, con conseguenti lotte fratricide, fino a quando si ristabilisce il governo di un solo. Verso la metà del Quattrocento l’esaurirsi della famiglia Visconti dà spazio al breve esperimento della Repubblica Ambrosiana, rapidamente soppiantata dagli Sforza, famiglia di condottieri, con Francesco, che sposa Bianca Maria Visconti e su questa base rivendica il suo diritto alla successione. Alla fine del secolo, però, le lacerazioni esplodono anche dentro gli Sforza, quando Ludovico il Moro cerca, riuscendoci, di impadronirsi di Milano.
A Firenze balza in primo piano la famiglia Medici, contro la quale si batte la vecchia oligarchia, che nel 1433 riesce a colpire Cosimo il Vecchio de’ Medici, mandandolo in esilio; ma nel 1434 Cosimo rientra in Firenze e stabilisce una signoria di fatto, benché non di diritto. Formalmente Cosimo resta un cittadino come gli altri, che partecipa alle cariche pubbliche ma niente di più; in realtà governa Firenze tanto che, come è stato detto, le decisioni sono prese nel suo studio e non a Palazzo Vecchio. Alla sua morte, nel 1464, segue il breve periodo di Piero il Gottoso, quindi dal 1469 al 1492 abbiamo Lorenzo il Magnifico.
Intricata è anche la situazione di Napoli. Alla morte di Alfonso il Magnanimo (1458), per sua volontà il Regno di Napoli si stacca dagli altri domini catalano-aragonesi e diventa autonomo. Il trono passa a Ferdinando I d’Aragona, che però è figlio illegittimo di Alfonso, fatto che viene sfruttato da chi ambisce al trono e da molti tra i nobili del Regno, che cercano sempre di irrobustire la loro autonomia. E spesso si tratta di uomini molto potenti, come Giovanni Orsini, principe di Taranto, signore di un territorio vasto, che potrebbe diventare uno Stato autonomo. Appena salito al trono, Ferdinando I deve combattere una durissima guerra di successione contro i baroni; la vince, ma negli anni ottanta deve reprimere un’altra rivolta baronale, ancor più pericolosa, di fatto una vera e propria guerra civile.
Questi contrasti interni provocano due fenomeni: i fuorusciti e le congiure. La durezza delle lotte intestine induce o costringe molti a lasciare la propria città per salvarsi la vita o anche soltanto per poter vivere più tranquillamente. Ma è ovvio ed evidente che i fuorusciti cercano di rientrare in ogni modo e con qualsiasi mezzo, cosicché sono duri e tenaci nemici del governo del proprio Paese e buoni alleati dei suoi nemici. «Il nemico del mio nemico è mio amico» dice un vecchio proverbio.
Frequenti e pericolose le congiure. La più famosa è quella dei Pazzi, ordita a Firenze contro i Medici e posta in atto nel 1478. Giuliano de’ Medici viene ucciso, mentre si salva il fratello Lorenzo il Magnifico, che dà il via a una robusta repressione. Ma Milano non è da meno: nel 1476 Galeazzo Maria Sforza è ucciso in una congiura.
Lo Stato più solido d’Italia è certamente la Serenissima Repubblica di Venezia. Anche senza voler indulgere al mito di Venezia, che nel 1421 celebra il millenario della sua fondazione di città unica e singolare, libera fin dalle origini perché «fundata in mari», sempre stabile nelle istituzioni, pacifica al suo interno,
forte per mare e per terra, dobbiamo però riconoscere che tra Venezia e gli altri Stati italiani la differenza è notevole. Non che manchino a Venezia tensioni politiche ed economiche, ma non raggiungono la virulenza che hanno altrove, e inoltre restano coperte, nascoste dietro una calma e concordia generale. Concordia che peraltro è reale, se misurata con le discordie altrui.
Anche le sue istituzioni sono più stabili di quelle di Firenze o di Milano. Al Maggior Consiglio partecipano tutti i nobili; il Senato dirige la vita politica; il Consiglio dei dieci, sul quale più tardi si svilupperà una vera e propria leggenda nera, è organo molto attento a tutelare gli interessi dello Stato. Anche coloro che sono esclusi dalla politica e dal governo mostrano solitamente un’affezione altrove sconosciuta. In buona sostanza, Venezia è l’unica città italiana nella quale possiamo vedere una vera sensibilità statale. Inoltre, anche nella seconda metà del Quattrocento, nonostante la conquista turca di Costantinopoli (1453), il dominio veneziano nel Levante non soltanto resta saldo, ma si allarga col controllo di Cipro.
Tra i protagonisti della nostra storia tra Quattrocento e primo Cinquecento ecco anche i condottieri. Il sistema militare adottato dai nostri Stati si fonda sulla condotta: un comandante ha ai suoi ordini un gruppo di armati, che da lui dipendono sempre, in pace e in guerra. Questi gruppi, veri Stati mobili, combattono e agiscono per chi li assolda mediante un regolare contratto col condottiero. Un sistema in atto da tempo, collaudato e funzionante, contro il quale a poco valgono le accorate difese del sistema antico del

equilibri2 Francesco Granacci, Entrata di Carlo VIII in Firenze, 1518 circa Firenze, Galleria degli Uffizi (Scala, Firenze su concessione Ministero Beni e Attività Culturali) cittadino soldato, perché il problema vero è di avere soldati professionisti, cittadini o mercenari che siano.
Il sistema delle condotte ha alcuni difetti; il primo dei quali è la possibilità, frequentemente avveratasi, che il condottiero abbandoni il committente e passi agli ordini di un altro; talvolta per vero e proprio tra dimento, ma anche per lo scadere di un contratto, che lascia libero il condottiero di accordarsi con chiunque, anche un nemico del primo committente. Inoltre, i condottieri possono anche ambire a un proprio dominio e combattere per ottenerlo. Possiamo peraltro riscontrare spesso un rapporto diretto tra solidità dello Stato e fedeltà dei condottieri; la fedeltà mag giore è quella ottenuta da Venezia, che può anche contare sulle qualità militari delle famiglie nobili della sua terraferma.
La politica dell’equilibrio e gli Stati italiani vanno in crisi nel 1494, quando Carlo VIII re di Francia scende col suo esercito in Italia per conquistare il Regno di Napoli, al quale ritiene di avere diritto in quanto erede degli Angiò. L’attacco francese opera sia sul mare, verso Genova, sia per terra, lungo la via della Toscana. Firenze si spacca: Piero de’ Medici, il figlio di Lorenzo il Magnifico morto due anni prima, abbandona la politica filofrancese, mentre gli ottimati antimedicei la continuano. Il risultato è tragico: Piero si reca al campo francese, dove deve accettare condizioni umilianti, inclusa la cessione di Pisa. da quel momento la marcia verso Napoli sembra ed è inarrestabile. Nel gennaio 1495 Carlo VIII è a Roma, il 22 febbraio entra in Napoli. Ma proprio allora muta la fortuna, muta il quadro di riferimento. A Napoli l’opinione pubblica diventa ostile ai Francesi; mentre gli altri Stati italiani, a cominciare dalla Milano di Ludovico il Moro, capiscono di essere tutti minacciati e firmano un accordo generale, la Lega Santa, alla quale aderiscono Venezia, Milano, Roma, la Spagna e l’Impero. Il 20 maggio Carlo VIII lascia Napoli e col suo esercito si dirige a nord, cercando di forzare il passo dell’Appennino a Fornovo di Taro, dove avviene una di quelle battaglie strane, che en trambi i contendenti possono pretendere di avere vinto. Carlo VIII, infatti, riesce a passare, ma deve abbandonare l’artiglieria e l’equipaggiamento, mentre le truppe spagnole e napoletane risalgono la penisola, costringendo alla resa le guarnigioni francesi rimaste a presidiare il territorio. Nello stesso tempo Venezia occupa alcuni porti pugliesi, sperando di trasformarli in possessi definitivi.
Perché questo crollo improvviso degli Stati italiani, così incapaci di affrontare la situazione?
Il problema non è certamente militare. Gli Stati italiani hanno buoni soldati e ottimi comandanti. d’altronde gli stessi Stati stranieri utilizzano per le loro guerre comandanti italiani. L’artiglieria italiana è buona, quella del duca di Ferrara forse la migliore in Europa. L’industria delle armi è efficiente e abili e competenti sono i tecnici militari. L’arsenale e i marinai di Venezia non hanno rivali.
Il vero problema è strettamente politico. Il quadro transalpino è cambiato: gli Stati si sono consolidati e mostrano ormai interesse per lo spazio italiano peninsulare. Non solo, ma intendono anche sfruttare appieno i diritti, più o meno validi, che accampano su varie regioni italiane. Come non bastassero le pretese di Carlo VIII al Regno di Napoli, ecco che un altro francese, Luigi d’orléans, accampa diritti di origine matrimoniale
sul ducato di Milano. Anche la Spagna guarda al Regno equilibri3 Mino da Fiesole, Busto di Piero de’ Medici, 1453 Firenze, Museo Nazionale del Bargello (Archivi Alinari, Firenze) equilibri4 Michiel Sittow (?), Re Ferdinando II di Aragona (detto il Cattolico), 1490-1500 circa Vienna, Kunsthistorisches Museum, Gemäldegalerie (Austrian Archives/Scala, Firenze) di Napoli, pochi decenni prima legato alla Corona d’Aragona. L’Impero da anni conduce un’opera di penetrazione nel Nord-Est d’Italia, dal Trentino all’Istria.
È dunque venuto meno il primo presupposto per la sopravvivenza dello spazio italiano, del quale abbia mo detto sopra: il disinteresse transalpino per l’Italia. Al contrario, la questione italiana si è trasformata in questione europea; ormai la penisola è destinata a essere il campo di battaglia delle potenze transalpine.
Ma soprattutto si rivelano qui tutte le debolezze degli Stati italiani. Restano vivissimi, anzi peggiorati, tutti i problemi, dei quali abbiamo già detto. Ma c’è un altro elemento da sottolineare: il difficile rapporto tra città dominante e città sottomesse o collegate. Gli Stati italiani non sono veri Stati territoriali, ma sono costituiti da una serie di rapporti tra la città dominante e le singole città del dominio, nelle quali i ceti che le governavano non hanno abbandonato la speranza e il desiderio di riprendersi tutto il potere precedente e di ritrovare la perduta autonomia. Lo Stato in Italia è debole per la sua forma istituzionale, ancora legata alla città-Stato, ormai in grave crisi, o a una forma principesca che conserva molti dei difetti della cittàStato, ma dove, soprattutto, i signori non riescono a fondare una dinastia duratura. Gli Stati italiani si sfasciano perché non sono corpi organici, ma la somma di una serie di corpi minori in lotta fra loro e col centro del potere. Non a caso chi ne uscì meglio fu Venezia, lo Stato italiano più solido.
Carlo VIII muore improvvisamente nell’aprile del 1498; al trono sale Luigi d’orléans, Luigi XII di Francia, che senza perdere tempo si accorda con Venezia per un’azione congiunta contro la Milano di Ludovico il Moro. In agosto iniziano le operazioni; le truppe francesi sono comandate da Gian Giacomo Trivulzio, abile generale, nonché fuoruscito milanese. A metà settembre la campagna è già finita e nessun risultato ha un contrattacco di Ludovico il Moro nel febbraio successivo. Il Milanese è ormai francese, tranne alcune terre passate a Venezia, che però deve immediatamente reggere un robusto attacco dei Turchi, che compiono scorrerie persino in Friuli.
Passa appena un anno, e nel novembre del 1500 Ferdinando II di Aragona (detto il Cattolico) e Luigi XII rinnovano un precedente accordo del 1497 per la spartizione del Regno di Napoli, che nel 1501 è attaccato con una grande operazione a tenaglia. da Nord scendono i Francesi, che attraversano senza contrasto tutta la penisola, da Sud risalgono gli Spagnoli. Federico, ultimo re aragonese di Napoli, per il quale il comportamento del sovrano spagnolo è un vero e proprio tradimento, preferisce consegnarsi ai Francesi e si imbarca per la Francia.
Ma non è ancora finita. Nella primavera del 1502 Francesi e Spagnoli incominciano a guerreggiare tra loro per il Regno di Napoli. Il 28 aprile, a Cerignola, Consalvo di Cordoba, il Gran Capitano, distrugge l’esercito francese; un altro esercito francese è annientato al Garigliano il 28 dicembre, grazie al piano di uno dei più geniali condottieri italiani: Bartolomeo d’Alviano. Il Regno di Napoli è ormai spagnolo. Approfittando della situazione, Venezia occupa numerose
equilibri5 Albrecht dürer, Ritratto dell’Imperatore Massimiliano I 1519 Vienna, Kunsthistorisches Museum (Austrian Archives/Scala, Firenze) città tra Romagna ed Emilia. ovviamente questo non piace al pontefice Giulio II, cosicché i rapporti tra Papato e Venezia diventano sempre più tesi. Inoltre, l’imperatore Massimiliano intende scendere in Italia, ma per farlo deve attraversare il territorio della Serenissima, che rifiuta il transito. Massimiliano risponde con le armi, ma mal gliene incoglie: le truppe veneziane, comandate da Bartolomeo d’Alviano, gli infliggono dure sconfitte, cosicché varie terre in Friuli e in Istria passano sotto il dominio veneziano. Purtroppo, questa manifestazione di forza dell’ultimo Stato italiano solido, forte e indipendente, allarma tutti: Impero, Spagna, Francia e Papato stringono un’alleanza, la Lega di Cambrai, il cui scopo è lo smembramento dello Stato veneziano.
Venezia resiste. Il suo esercito è comandato da Niccolò orsini conte di Pitigliano, che ha in subordine Bartolomeo d’Alviano. Il 14 maggio 1509 presso Agnadello, in Lombardia, vicino a Treviglio, avviene una delle battaglie decisive della storia d’Italia. I Veneziani sono sconfitti e l’idea, che pure era balenata soprattutto nell’Alviano, di conquistare rapidamente Milano svanisce. Anzi, è la terraferma veneziana ad andare quasi completamente perduta.
Venezia però reagisce e nel luglio riconquista Padova, dove poi ci sarà un’epica difesa contro i tentativi nemici di recuperarla. A Padova si battono anche quasi duecento patrizi veneziani, tra i quali due figli del doge Leonardo Loredan. Lo Stato veneziano mostra ancora una volta la sua solidità. Mentre buona parte delle aristocrazie cittadine accoglie i vincitori, artigiani e contadini restano fedeli a San Marco, facendosi impiccare piuttosto che rinnegarne il nome. Situazione che si ripeterà quasi identica alla fine del Settecento in occasione di un’altra invasione francese, quella napoleonica.
Ben presto però i rapporti tra i collegati antivene ziani si incrinano. Giulio II comprende che con la vittoria la Francia si avvia a conquistare l’egemonia sulla penisola italiana e si riavvicina a Venezia, che gli restituisce le città della Romagna. Nell’ottobre 1511 si conclude una Lega Santissima tra il Papato, Venezia e la Spagna, alla quale aderisce subito dopo anche l’Inghilterra. L’11 aprile 1512, presso Ravenna, l’esercito francese, agli ordini di Gastone di Foix, comandante tanto giovane quanto abile, ottiene una clamorosa vittoria, ma le loro perdite – tra le quali lo stesso Gastone di Foix – sono tali da rendere insostenibile la situazione.
Poco meno di un anno dopo ecco un ulteriore rovesciamento di alleanze: Francia e Venezia sono di nuovo insieme, ma sono sconfitte entrambe. Cambiano anche i protagonisti di queste vicende. Papa Giulio II muore nel febbraio 1513; col nome di Leone X gli succede Giovanni de’ Medici, figlio di Lorenzo il Magnifico. Nella notte tra il 31 dicembre 1514 e il primo gennaio 1515 muore Luigi XII di Francia. Gli succede Francesco d’Angoulême, re di Francia come Francesco I, che rivendica anche il titolo di duca di Milano. Si conferma l’alleanza tra la Francia e Venezia. Il 13 e 14 settembre 1515 a Marignano (oggi Melegnano), a poca distanza da Milano, gli Svizzeri affrontano i Francesi e i Veneziani, comandati ancora una volta da Gian Giacomo Trivulzio e da Bartolomeo d’Alviano. Il primo giorno sembra favorire gli Svizzeri, ma il giorno seguente il coordinamento fra Trivulzio e Alviano funziona: la vittoria è della coalizione franco-veneziana. Milano torna ai Francesi, mentre continua la guerra di Venezia per il recupero della terraferma.
Meno di un anno dopo si arriva alla pace di Noyon tra Francesco I di Francia e Carlo I d’Asburgo, nuovo re di Spagna. Nel gennaio 1517 Venezia ha sostanzialmente recuperato i suoi domini di terraferma.
Gli anni che seguono la pace di Noyon fino alla pace di Cambrai (1529) e al ritorno definitivo dei Medici a Firenze (1530) sono segnati dal continuare e acuirsi del contrasto tra la Francia di Francesco I e la Spagna di Carlo d’Asburgo, eletto imperatore nel 1519. Sono più gli anni di guerra che gli anni di pace, guerra spesso molto dura per i combattenti, ma anche e persino di più per le popolazioni sia cittadine sia rurali.
L’Italia è quasi esclusivamente spettatrice e vittima degli avvenimenti. La stessa Venezia, che pure è solida e ancora potente, non riesce a influire sostanzialmente sulle vicende italiane di quel tempo. Paradossalmente, invece, gli Italiani sono ben presenti e attivi sulla scena politica e militare in entrambi i campi. Italiano è Mercurino Arborio marchese di Gattinara, gran cancelliere di Carlo V, uomo di ottima cultura e di notevoli capacità. Gattinara è un convinto sostenitore della tesi secondo la quale l’imperatore è signore universale, signore dell’intero mondo. Non a caso Gattinara vorrebbe dare alle stampe l’allora ancora inedita Monarchia di dante Alighieri, testo fondamentale del pensiero politico filoimperiale del tardo Medioevo, dove si sostiene appunto la tesi dell’imperatore signore universale. Per la cura dell’edizione Gattinara si rivolge a Erasmo da Rotterdam, ma il celebre umanista lascia cadere la cosa.
La tesi universalista sarà invece radicalmente negata dal grande pensiero politico spagnolo del Cinquecento. «Imperator non est dominus totius orbis» scrive Francisco de Vitoria. Ma non lo è neppure il papa, scrive ancora Vitoria, benché sia un frate domenicano. Affermazioni condivise dagli altri principali scrittori di politica spagnoli fino a Francisco Suárez alla fine del secolo: non esistono poteri universali.
In Italia, ormai, sia Francesco I sia Carlo V hanno due robuste basi: Milano il primo, il Regno di Napoli il secondo. Ma poiché entrambi mirano al controllo globale della penisola, lo scontro è inevitabile. E infatti la primavera del 1521 riporta la guerra, che dopo varie vicende e molti scontri campali, quasi sempre vittoriosi per le armate imperiali, si conclude il 25 febbraio 1525 con una terribile sconfitta francese nella battaglia di Pavia; non soltanto muoiono in combattimento i migliori generali di Francesco I, veterani di infinite battaglie, ma lo stesso sovrano cade prigioniero di Carlo V. La Lombardia è nelle mani degli Spagnoli. E questo provoca molta paura, soprattutto a Venezia e a Roma, dove si teme che Carlo V voglia farsi signore di tutta l’Italia. Il 14 gennaio 1526 si conclude il trattato di Madrid con condizioni pesan tissime per la Francia, che Francesco I, dopo la sua equilibri6 Christoph Amberger, Ritratto di Carlo V, 1532 Lille, Musée des Beaux-Arts (Musée des Beaux-Arts, Lille/Lauros/Giraudon Bridgeman Art Library/Archivi Alinari) liberazione, rifiuterà di rispettare perché firmate sotto costrizione.
In questa situazione è ovvio che più che di una pace si è trattato soltanto di una tregua; infatti passa ben poco tempo prima che si ricominci a combattere. Nella primavera del 1526 si forma una nuova coalizione contro Carlo V, la Lega di Cognac tra la Francia, il pontefice Clemente VII, Venezia e Milano, dove domina nuovamente Francesco Sforza.
Dall’Austria calano in Italia 12.000 lanzichenecchi tedeschi, quasi senza contrasto da parte delle truppe della Lega. Passano il Po a ostiglia, dove in un singolo episodio di disturbo cade Giovanni de’ Medici (Giovanni dalle Bande Nere). I lanzichenecchi vanno avanti sfruttando quanto offre il territorio attraversato, con saccheggi e distruzioni, animati anche dall’odio verso Roma e il Papato. Giunti a Roma, la mettono a sacco con distruzioni umane e materiali immense. Fu un avvenimento che impressionò profondamente i sentimenti, lasciando un segno duraturo negli animi. Nello stesso tempo a Firenze crollava il dominio dei Medici e tornava un regime repubblicano.
Francesco I tenta un contrattacco inviando verso Napoli un esercito al comando di Odet de Foix, signore di Lautrec, mentre dal mare la città è bloccata dalla flotta di Andrea doria, il quale però passa dalla parte di Carlo V, abbandona il blocco di Napoli e occupa Genova. L’impresa francese di Napoli è fallita. Si va verso la pace, che sarà conclusa a Cambrai il 5 agosto 1529 da Luisa di Savoia, madre di Francesco I, equilibri7 Stefano Bonsignori, Mappa dell’Italia e della Corsica, 1576-1586 Firenze, Palazzo Vecchio, Sala del Mappamondo (White Images/Scala, Firenze) e da Margherita d’Austria, zia di Carlo V: è la «pace delle due dame».
Carlo V è di fatto il padrone d’Italia; i dettagli sono definiti poco dopo in un incontro a Bologna col pontefice Clemente VII; sostanzialmente soltanto Venezia resta libera e indipendente, ma da comprimaria e spettatrice, non più grande protagonista. Nel 1530, a Bologna, Clemente VII incorona imperatore Carlo V. Nello stesso anno Firenze è espugnata dalle truppe imperiali, che la assediano da tempo; tornano definitivamente i Medici.
Sempre nel 1530 muoiono due grandi protagonisti di quei tempi: Mercurino Arborio di Gattinara − Carlo V non avrà mai più un altro «gran cancelliere» − e Margherita d’Austria. L’anno dopo muore anche Luisa di Savoia.