21 marzo 2019

Protezionismo e commercio internazionale nell’era Trump

di Matteo Tranchero

● Economia e innovazione

 

Qualche anno fa colsi l’opportunita’ di trascorrere alcuni mesi come stagista alla Rappresentanza Permanente d’Italia presso l’Organizzazione Mondiale del Commercio a Ginevra (OMS, o WTO in inglese). Era l’autunno 2015, e l’intera OMC era in fibrillazione per i negoziati che avrebbero portato alla Conferenza Ministeriale di Nairobi. Fu un’esperienza interessante e formativa, ma che mi fece riflettere su alcune cose. Forte del mio esame in “Economia Internazionale”, arrivai a Ginevra avendo chiare le principali teorie economiche sul commercio internazionale, ed in particolare la Teoria dei vantaggi comparati. Elaborata da Ricardo due secoli fa, questa teoria e’ unanimemente riconosciuta come uno dei risultati piu’ eleganti e al contempo illuminanti dell’intera Economia Classica. (Tempo fa venne chiesto al premio Nobel per l’economia Paul Samuelson di menzionare un risultato della teoria economica che fosse al contempo vero e non banale; Samuelson rispose senza esitazioni che questo era il principio dei vantaggi comparati). In estrema sintesi, questa teoria mostra come Paesi che differiscono per livelli tecnologici o abbondanza di materie prime godano di importanti benefici nel commerciare tra loro; benefici che saranno tanto piu’ grandi quanto piu’ ciascun paese tendera’ a specializzarsi nella produzione dei beni per cui gode di un vantaggio comparato (ossia per i quali e’ relativamente piu’ produttivo, potendo produrli ad un minor costo).[1]

 

Nonostante le chiare implicazioni di questa teoria (e di tutti i teoremi che avevo studiato!), la realta’ che incontrai a Ginevra era molto diversa dai libri di testo. Contrariamente a quanto potremmo aspettarci, viviamo in un mondo in cui il commercio internazionale e’ lungi dall’essere veramente libero, sottoposto com’e’ a barriere sia tariffarie che non. Bene, pensai, allora e’ proprio a questo che serve l’OMC: negoziare nuovi trattati per l’abolizione graduale e completa di tutti i lacci e lacciuoli che impediscono la piena realizzazione dei benefici individuati da Ricardo (e poi rifiniti in modelli e teorie dai vari Heckscher, Ohlin, Samuelson, Krugman, Melitz, e molti molti altri accademici). In quest’ottica, dovrebbe esserci ben poco da discutere all’OMC, e i delegati delle varie nazioni sarebbero ridotti a poco piu’ che “esecutori materiali” della completa liberalizzazione del commercio.[2]  E invece, con mia grande sorpresa, nulla di piu’ lontano dalla realta’. L’OMC  e’ un luogo profondamente conflittuale, dove ciascun delegato cerca di tutelare (e spesso, di far prevalere) gli interessi del proprio Paese. Su molti capitoli negoziali si e’ raggiunto uno stallo che ormai dura da decenni, ed ho avuto modo di assistere alle estenuanti trattative necessarie ad arrivare ad un consenso anche solo su dichiarazioni vaghe e di principio. Fu allora che cominciai a chiedermi: se la Teoria dei vantaggi comparati  (ed i vari altri modelli che studiati sui libri) e’ corretta, perche’ ancora sentiamo parlare di guerre commerciali e disaccordo su come liberalizzare i mercati internazionali? La risposta a questa domanda e’ quanto mai pressante, visti i recenti venti di protezionismo riportati in auge dall’Amministrazione Trump.

 

Di recente, un crescente numero di ricercatori ha iniziato a mettere in discussione alcune assunzioni dei modelli di commercio internazionale che venivano date per assodate. I risultati di alcune di queste ricerche sono magistralmente riassunti nell’articolo pubblicato da David Autor e i suoi colleghi un paio di anni fa (Autor et al., 2016), pertanto mi limitero’ a menzionare i  risultati piu’  salienti.[3]   In  particolare,  la  poderosa  crescita  economica  della  Cina  che  ne  ha  fatto la “manifattura del mondo”[4] ha comportato un vero e proprio shock commerciale per le economie avanzate. Il valore delle importazioni dalla Cina negli Stati Uniti e’ cresciuto del 1156% dal 1991 al 2007 (Autor et al, 2013), un dato che rende l’idea della dimensione del fenomeno. L’emergere della Cina tra i maggiori esportatori di beni commerciali e’ stata cosi’ rapida da costituire un vero e proprio “esperimento naturale” con cui re-investigare empiricamente l’effetto della concorrenza internazionale.

 

La teoria economica ha da tempo teorizzato che il commercio internazionale avrebbe potuto avere effetti redistributivi, penalizzando in particolar modo certe fasce della popolazione (ad esempio i lavoratori meno qualificati o impiegati in industrie tecnologicamente poco dinamiche). Tuttavia, in assenza di stime precise questo problema pareva poca cosa: del resto, le teorie di cui sopra implicherebbero una riallocazione dei lavoratori rimasti disoccupati nei settori del vantaggio comparato, risultando a lungo andare in un’allocazione addirittura migliore della forza lavoro (Harrison, 2018). Purtroppo, questi processi economici non sono cosi’ rapidi o meccanici nella realta’. L’impatto della competizione cinese sui lavoratori americani e’ stato devastante: Autor e colleghi (2013) stimano che almeno un quarto dei posti di lavoro persi in manifattura siano dovuti alle importazioni cinesi. Tradotto in cifre, si tratta di una perdita di oltre due milioni di posti di lavoro nel periodo 1999–2011 (Acemoglu et al, 2016). Ma non solo: lo shock commerciale ha portato a riduzioni dei salari dei lavoratori meno qualificati, sia in manifattura che in altri settori produttivi ad essa collegati (Autor et al, 2016). Mentre gli effetti negativi sui lavoratori sono molto robusti, meno chiare sono le conseguenze per le imprese. Alcuni studi documentano che la competizione da Paesi con basso costo del lavoro ha spinto le imprese nostrane ad innovare di piu’ (Bloom et al, 2016), mentre altri trovano che l’intensa competizione ha spinto a tagliare le spese in ricerca e sviluppo riducendo il numero di brevetti (Autor et al, 2019).

 

Oltre all’impatto su occupazione e imprese, la competizione commerciale ha avuto anche ricadute sulla scena politica. Diversi studi hanno mostrato come i disagi e perdita di lavoro causati dalla competizione internazionale si siano tradotti in voti di protesta o per i candidati piu’ estremisti. Per esempio, il solito David Autor ha mostrato come le contee americane piu’ colpite dalle importazioni cinesi abbiano progressivamente eletto rappresentanti piu’ estremisti, da ambo i lati dello schieramento politico (Autor et al, 2017). Ma non sorprende constatare che in genere tale malcontento e malessere abbiano favorito i Repubblicani, soprattutto durante l’elezione presidenziale del 2016. E infatti, il mio collega dottorando Andrea Cerrato ha recentemente mostrato come i candidati repubblicani abbiano gradualmente cambiato la propria posizione sul tema del commercio internazionale. Da convinti assertori del libero commercio, essi si sono fatti negli ultimi tempi portatori di richieste di protezionismo (Cerrato et al., 2018). Non stupisce, quindi, che il primo tra i Paesi avanzati a mettere seriamente in discussione l’attuale sistema commerciale sia proprio il leader tecnologico ed economico, ossia gli Stati Uniti d’America.

 

A partire dal marzo 2018, l’Amministrazione Trump ha iniziato ad imporre tariffe sulle importazioni cinesi. Le prime misure sull’acciaio (tariffa del 25%) e l’alluminio (tariffa del 10%) si sono poi estese a vari altri prodotti di consumo. La lista e’ lunga molte pagine e raccoglie i beni piu’ disparate, dai pannelli solari agli elettrodomestici, passando per le borsette made in China. Il pretesto ufficiale per giustificare queste misure e’ duplice. Da un lato, Trump lamenta l’eccessivo deficit commerciale, e sostiene che le tariffe servono a stabilizzare la bilancia commerciale. Dall’altro, a seguito di alcune investigazioni, e’ emerso che le imprese cinesi abbiano spesso violato i termini della proprieta’ intellettuale di imprese statunitensi. Al di la’ delle motivazioni politiche, questa accusa e’ quasi certamente vera, ma non certo una novita’ come la si vuole fare apparire. Emulazione e importazione di tecnologie dall’estero sono la norma nei processi di sviluppo, una delle poche invarianti nelle storie di successo dei Paesi che sono riusciti a diventare ricchi (Dosi e Tranchero, 2018). Tra l’altro, e’ ironico che l’istituzione del brevetto moderno sia nata proprio con questo scopo: secoli fa, i monarchi europei cominciarono a garantire monopoli temporanei a coloro che importavano novita’ tecnologiche dall’estero. La stessa durata del brevetto (inizialmente 14 anni in Inghilterra) corrispondeva al tempo necessario per formare due generazioni di apprendisti, affinche’ la nuova tecnologia si diffondesse e venisse adoperata allo scadere del brevetto originario.

 

Mentre scrivo e’ ancora in corso il negoziato tra USA e Cina per evitare che a marzo 2019 scattino le tariffe minacciate da Trump. Nel caso di mancato accordo, si tratterebbe di introdurre tariffe nell’ordine del 10-25% su circa 200 miliardi di dollari di import cinese (The Economist, 2019). Da qualche tempo si parla di possibili distensioni tra i due fronti, soprattutto visto che nessuno ha interesse ad entrare in una vera e propria guerra commerciale. La Cina da tempo mostra i segni di un rallentamento economico (pur continuando a crescere a tassi sostenuti), e Donald Trump ha bisogno di una vittoria in chiave elettorale. Ma alla luce dell’evidenza empirica discussa nei paragrafi precedenti, e visto che sempre meno persone si sentirebbero oggi di negare gli effetti avversi della competizione cinese, sono quindi giustificate le attuali politiche (e minacce) commerciali dell’Amministrazione Trump? La risposta a questa domanda non e’ banale, e in assenza di scenari controfattuali non avremo mai una risposta certa. Ciononostante, in quanto segue cerchero’ di argomentare perche’ Trump non stia implementando le politiche giuste per gli USA.

 

In un recente lavoro con Giovanni Dosi, ho discusso e riassunto l’evidenza empirica circa l’effetto del libero commercio nei confronti dei Paesi meno avanzati. Quasi tutte le storie di Paesi che sono riusciti a scappare dalla trappola della poverta’ sono accomunate da una costante: il ruolo attivo che lo Stato ha giocato, mettendo in atto le giuste politiche industriali e commerciali. Dalla Germania di Bismarck alle Tigri Asiatiche, tutti questi Paesi hanno saputo superare i loro vantaggi comparati originari in settori tradizionali e poco dinamici, raggiungendo la frontiera economica e tecnologica. Per dirla con il Nobel Joseph Stiglitz, “se la Corea del Sud avesse lasciato prevalere le forze del libero mercato, non avrebbe iniziato il suo straordinario processo di sviluppo. L’efficienza statica [ossia i vantaggi comparati, ndr] avrebbe implicato che la Corea producesse riso; effettivamente oggi avrebbe potuto essere tra i piu’ efficienti produttori di riso - ma sarebbe ancora un Paese povero” (Stiglitz, 2011). Il caso del Giappone del secondo dopoguerra e’ emblematico. Mediante un mix di politiche industriali e di protezione commerciale, lo Stato ha guidato passo a passo l’industrializzazione di un Paese uscito piegato dalla guerra. E la Cina non fa eccezione, dato che negli ultimi tre decenni ha impiegato una vasta gamma di strumenti non convenzionali per arrivare ad essere competitiva (dalle imprese di Stato alla liberalizzazione selettiva e graduale dei settori industriali e dei mercati finanziari). In teoria economica, ci si riferisce a queste situazioni come “industria nascente” (che in inglese suona molto meglio: infant industry argument). In parole povere, i neonati settori industriali di un Paese ancora non godono delle necessarie economie di scala e delle competenze tecnologiche per competere con i produttori stranieri. Se lasciati alla merce’ del libero mercato, essi non avrebbero scampo: anche i consumatori domestici finirebbero per acquistare i prodotti importati, impedendo di fatto la creazione di un’industria nazionale. Se pero’ lo Stato interviene, con barriere doganali o con investimenti diretti per supportare l’industria nelle prime fasi in cui essa sara’ in perdita, allora e’ possibile che essa acquisti nel tempo la capacita’ di essere competitiva anche sul piano internazionale. Questa semplice ma potente idea fu elaborata per primo da Alexander Hamilton nel 1790, come giustificazione teorica per l’imposizione di barriere doganali nei neonati Stati Uniti d’America. Inutile dire che abbia funzionato molto bene.[5] Di fatto, quasi tutti i Paesi sviluppati hanno in varia misura adoperato questo genere di politiche; eppure, esse sono viste di malocchio e fortemente limitate dai trattati dell’Organizzazione Mondiale del Commercio. Citando Ha-Joon Chang, e’ un po’ come se le potenze commerciali volessero “calciare via la scala” per lo sviluppo che esse stesse hanno in passato adoperato per diventare tali (Chang, 2002). Non per nulla, un paio di anni fa al forum di Davos si e’ presentato in difesa della globalizzazione lo stesso Presidente della Repubblica Popolare Cinese, Xi Jinping (New York Times, 2017). In questo modo si e’ sancito ufficialmente il passaggio della Cina dall’altra parte dello schieramento, ossia tra i vincitori della globalizzazione e del libero commercio.

 

Tuttavia, queste argomentazioni in favore di politiche di temporanea protezione dal commercio estero sono pensate per Paesi in via di sviluppo, che necessitano di sviluppare il proprio tessuto industriale di base. In quei contesti un massiccio intervento statale con politiche industriali e di protezionismo sono una via quasi obbligata per permettere alle industrie nazionali di sopravvivere alla competizione estera e accumulare le necessarie capacita’ tecnologiche. Difficilmente questo e’ il caso degli Stati Uniti di Donald Trump. Piuttosto, il suo tentativo di ridurre le importazioni estere sembra rispondere ad una logica simile al cosiddetto “caso australiano” per la protezione dell’industria. In parole povere, si tratta di una politica commerciale simile nei fatti a quelle necessarie per industrializzarsi, solo attuata con obiettivi opposti. In questo caso l’obiettivo e’ proteggere industrie declinanti, spesso obsolete o tecnologicamente superate, ma che continuano a dare lavoro ad ampie fasce della popolazione in Paesi sviluppati. Onde evitare che queste persone perdano il lavoro, si sceglie di tutelare queste industrie con manovre protezionistiche. In quest’ottica vanno lette le misure di Trump: nessuna particolare strategia di lungo termine, ma protezione di posti di lavoro (peraltro di persone in Stati chiave per le presidenziali, e che nel 2016 hanno prevalentemente votato per lui).[6] Con cio’ non voglio dire che tutelare questi posti di lavoro sia necessariamente un male dal punto di vista del welfare complessivo; per ora questo non ci e’ dato saperlo, e in ogni caso servira’ tempo per poterne valutare appieno gli effetti. Per il momento, l’unica cosa che si puo’ affermare con certezza e’ che non e’ dai settori protetti da Trump (acciaio, alluminio, carbone, elettrodomestici…) che emergera’ il prossimo paradigma tecnologico. Focalizzare l’intera azione politica della sua Amministrazione su questi temi e’ a dir poco miope.

 

Gli Stati Uniti sono ancora oggi il leader tecnologico ed industriale sulla scena globale. Cio’ pero’ non toglie che in molti ambiti essi stiano perdendo terreno: su “Industria 4.0”, per esempio, la Germania ha molto da insegnare agli USA, mentre sui temi di intelligenza artificiale ancora non e’ chiaro quale nazione sara’ all’avanguardia negli sviluppi del deep learning; neppure va sottovalutata la rapida accumulazione di capacita’ innovative da parte della Cina stessa. Insomma, un approccio mercantilistico all’innovazione difficilmente garantira’ agli USA di restare alla frontiera tecnologica e scientifica. Al contrario, gli Stati Uniti dovrebbero continuare ad investire nel loro peculiare “sistema nazionale di innovazione”: un ecosistema fatto di universita’ e centri di ricerca eccellenti, imprese dinamiche e innovative, ma anche di un intervento silenzioso ma massiccio dello Stato nello sviluppare nuove e radicali tecnologie (spesso a scopi militari, ma di solito con importanti ricadute civili come il GPS, internet, e via dicendo). E questo richiede di andare oltre le guerre commerciali e le tariffe per proteggere le industrie declinanti, cercando piuttosto di adottare un approccio olistico alle politiche innovative (Cirillo et al, 2019). Ad esempio, Mariana Mazzuccato (2014) ha argomentato in maniera convincente l’importanza di stabilire delle chiare “missioni tecnologiche”. In pratica, si tratta di stabilire dei nuovi grandi obiettivi per il medio-lungo termine, cosi’ come quando Kennedy si impegno’ a portare il primo uomo sulla luna, o quando Nixon dichiaro’ la “guerra al cancro” promulgando il National Cancer Act del 1971. Esempi contemporanei potrebbero essere la transizione ecologica, l’intelligenza artificiale o lo sviluppo di cure innovative per tumori e malattie della vecchiaia, tutti grandi obiettivi lontani anni luce dalla logica delle “analisi costi-benefici” che sembra essere lo spirito del nostro tempo.

 

In conclusione, per tutte queste ragioni l’Amministrazione Trump sta mostrando scarsa lungimiranza nel concentrare i propri sforzi verso una guerra commerciale con la Cina. E cio’ nonostante si possano riscontrare molti scetticismi verso i dogmi del libero commercio, il quale finisce in certi casi per impedire il virtuoso processo di industrializzazione e sviluppo dei Paesi emergenti (Harrison, 2018). Similmente, anche nel caso dei Paese sviluppati il commercio andrebbe regolato con piu’ attenzione, onde evitare abusi o corse al ribasso in termini di standard qualitativi o costo del lavoro (Autor et al, 2016). Nel caso degli USA, pero’, non si tratta di permettere ad un Paese sottosviluppato di industrializzarsi, e le disordinate direzioni di politica commerciale paiono volte al piu’ a proteggere posti di lavoro in industrie declinanti. La situazione odierna ricorda per molti versi gli anni ‘80, quando la politica americana inizio’ a temere la competizione tecnologica giapponese. Anche allora le tensioni politiche e il rischio di una guerra commerciale non mancarono. Ma gli USA fecero la scelta giusta: nel 1981 venne approvato il Research and Experimentation Tax Credit, che permise alle imprese americane di aumentare gli investimenti in ricerca e sviluppo (Akcigit et al, 2018).[7] Per rimanere alla frontiera tecnologica gli USA dovrebbero preoccuparsi meno dei “furti di tecnologia” cinesi e investire di piu’ in ricerca di base e innovazione. Purtroppo, l’impressione e’ che l’agenda promossa dal Presidente Trump non voglia andare verso questa direzione, ma si limiti a misure che non sottendono ne’ ad un sistematico tentativo di riforma del sistema di commercio multilaterale, ne’ ad un coerente disegno di politica per l’innovazione che permetta agli Stati Uniti di mantenere la propria leadership tecnologica.

 

[1] Ad onor del vero, la teoria economica contemporanea e’ ovviamente molto piu’ elaborata nella sua analisi sul commercio internazionale. In ogni caso, la credenza di fondo che anima la professione economica e’ che il commercio sia fondamentalmente un miglioramento paretiano che beneficia tutti i coloro che vi prendono parte; e laddove qualcuno ne beneficiasse meno (per esempio i lavoratori meno qualificati), in ogni caso i vantaggi per le altre componenti della societa’ sarebbero sufficientemente grandi da compensarne i disagi (per altro solitamente assunti essere temporanei, si veda Autor et al., 2016).

 

[2] A questo proposito, il Nobel Paul Krugman dichiaro’ baldanzosamente che “[...] se fossero    gli economisti a governare in mondo, non ci sarebbe alcun bisogno del WTO. L’argomentazione in favore del libero commercio e’ essenzialmente unilaterale: ciascun Paese fa il proprio interesse nel perseguire il libero commercio, indipendentemente da cio’ che fanno gli altri Paesi” (Krugman, 1997, p. 113).

[3] Per motivi di spazio, nel presente saggio mi concentro sui temi del protezionismo e competizione internazionale. Pertanto non considero un’altra fondamentale variabile il cui effetto spesso si combina con i risultati della globalizzazione, ossia il progresso tecnologico e l’impatto dell’automazione sulla forza lavoro. Inoltre, il recente avvento delle cosiddette   “catene globali di generazione del valore” ha parzialmente modificato le sfide che i Paesi in via di sviluppo devono affrontare; per quanto interessante, lascio questo tema a future discussioni.

[4] Si stima che nel 2012, quasi un quarto del valore aggiunto prodotto da attivita’ manifatturiere fosse prodotto in Cina (Autor et al, 2016).

[5] La storia e’ pero’ piena di situazioni in cui queste politiche hanno portato ad abusi e finito con il ritardare o bloccare processi di industrializzazione. In particolari, in assenza di solide istituzioni le élites politiche potrebbero approfittarne per versare risorse nelle mani di industriali amici o di inefficienti monopoli statali. Affinche’ queste politiche siano di successo, occorre che siano temporanee e volte al chiaro obiettivo di accumulare le necessarie competenze tecnologiche per poter competere nei mercati internazionali. Inoltre, mentre esse sono fondamentali per industrializzarsi, non sono necessariamente efficaci per Paesi sviluppati insidiati dalla competizione dei Paesi emergenti, come argomentero’ in seguito.

 

[6] Un’altra possibile spiegazione delle politiche adottate da Trump potrebbe essere la volonta’ di imporre tariffe punitive che danneggino la Cina, senza avere in mente di raccogliere particolari vantaggi per gli USA. Per quanto possibile, questa interpretazione pare piuttosto irrazionale anche per gli standard cui ci ha abituato il Presidente Trump. Inoltre, i settori su cui ha imposto le tariffe non sono ne’ casuali ne’ quelli che necessariamente arrecherebbero maggiori danni alla Cina, ma rispondono ad una chiara logica interna volta a proteggere le manifatture piu’ colpite dalla competizione cinese. Pertanto, pare difficile pensare che l’unico obiettivo delle tariffe sia una sorta di ripicca verso un’economia emergente (per quanto ingombrante).

 

 

[7] Ai consiglieri economici del Presidente non farebbe certo male riprendere in mano le ricerche della Berkeley Roundtable on the International Economy (BRIE) dei primi anni ‘80. Pur se elaborati durante il periodo di competizione giapponese, molti dei suggerimenti su come evitare di perdere la leadership tecnologica sono ancora validi oggi, e potrebbero aiutare ad impedire scelte dannose

 

Bibliografia

 

Acemoglu, D., Autor, D., Dorn, D., Hanson, G.H. e Price B. (2016): “Import competition and the great US employment sag of the 2000s," Journal of Labor Economics, 34, S141-S198.

 

Akcigit, U., Ates, S. e Impullitti, G. (2018): “Innovation and Trade Policy in a Globalized World,”

NBER Working Paper No. 24543.

 

Autor, D., Dorn,D., e Hanson, G.H. (2013): “The China syndrome: Local labor market effects of import competition in the United States," American Economic Review, 103, 2121-68.

 

Autor, D., Dorn,D., e Hanson, G.H. (2016): “The China Shock: Learning from Labor Market Adjustment to Large Changes in Trade,” Annual Review of Economics, 2016, 8, 205–240.

 

Autor, D., Dorn,D., Hanson, G.H. e Majlesi, K. (2017): “Importing Political Polarization? The Electoral Consequences of Rising Trade Exposure”, MIT Working Paper.

 

Autor, D., Dorn,D., Hanson, G.H., Pisano, G. e Shu, P. (2019): “Foreign Competition and Domestic Innovation: Evidence from U.S. Patents,” American Economic Review: Insights, pubblicazione in corso.

 

Bloom, N., Draka, M. e Van Reenen, J. (2016): “Trade Induced Technical Change? The Impact of Chinese Imports on Innovation, IT and Productivity,” The Review of Economic Studies, 83(1), 87–117.

 

Cerrato, A., Ferrara, F.M. e Ruggieri, F. (2018): “Why Does Import Competition Favor Republicans?”, working paper, https://papers.ssrn.com/sol3/papers.cfm?abstract_id=3147169

 

Chang, H.J. (2002): Kicking away the ladder: development strategy in historical perspective, Londra: Anthem Press.

 

Cirillo, V., Martinelli, A., Nuvolari, A. e Tranchero, M. (2019): “Only one way to skin a cat? Heterogeneity and equifinality in European national innovation systems,” Research Policy, 48(4), 905-922.

 

Dosi, G. e Tranchero, M. (2018): “The Role of Comparative Advantage and Endowments in Structural Transformation,” LEM Papers Series 2018/33.

 

Harrison, A. (2018): “International trade or technology? Who is left behind and what to do about it,” CDP Background Paper No. 45.

 

Krugman, P. (1997): “What Should Trade Negotiators Negotiate About?,”     Journal of Economic Literature, 35(1), 113-120

 

Mazzuccato, M. (2014): Lo Stato innovatore, Editori Laterza.

 

New York Times (2017): In Era of Trump, China's President Champions Economic Globalization, https://www.nytimes.com/2017/01/17/business/dealbook/world-economic-forum-davos-china-xi- globalization.html

 

Stiglitz, J. (2011): “Rethinking Development Economics”, The World Bank Research Observer, 26(2), 230–236.

 

The Economist (2019): “Signs of progress in China-US trade talks, but gaps remain big”, pubblicato sul numero del 16 febbraio 2019.


© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0