11 aprile 2019

Critica al liberismo contemporaneo

di Roberto Ganau

● Economia e innovazione

 

Recensione a “Ripensare il Capitalismo, a cura di Michael Jacobs e Mariana Mazzucato. Bari: Laterza, 2017.”

 

L’economia globale e la percezione e comprensione che ne abbiamo sono molto cambiate dalla crisi finanziaria del 2007-2008 a oggi. Robert Lucas, Premio Nobel per l’Economia, in un discorso tenuto pochi anni prima, aveva proclamato che i più importanti problemi della macroeconomia erano stati risolti; la capacità di controllare le fluttuazioni economiche era ormai un fatto.[1] Altri eminenti economisti e policy makers avevano affermato che i mercati finanziari erano sostanzialmente stabili e in grado di allocare in modo efficiente i capitali, rendendo inutile, se non dannoso, ogni tentativo ulteriore di regolarli.

 

La crisi di dieci anni fa ha costituito uno choc per molti, economisti, intellettuali, pubblici decisori e non specialisti. Una domanda importante nel dibattito pubblico recente riguarda le conseguenze della crisi, da cui sembra che l’Europa e gli Stati Uniti non siano usciti, nonostante gli ottimi risultati di alcuni paesi. Gli Stati Uniti, per esempio, stanno crescendo oltre il 2% e la Germania ha sostanzialmente raggiunto la piena occupazione. Tuttavia, l’inflazione nell’Eurozona è ancora al di sotto del target della BCE del 2% e le prospettive di crescita dell’intera economia euro rimangono basse; a tutto ciò si deve aggiungere un intervento di Quantitative Easing che ha notevolmente modificato il perimetro di azione delle banche centrali. Una domanda emerge dunque nitidamente: siamo di fronte ad una nuova normalità o non siamo ancora usciti dalla crisi? I problemi delle economie occidentali sono congiunturali o strutturali? E, ultimo ma certamente non meno importante, la crisi del 2007 e i problemi conseguenti sono dovuti ad errate politiche economiche o ad errate teorie economiche?

 

Ripensare il Capitalismo è un libro nel quale si risponde convintamente che i problemi sono strutturali. Michael Jacobs e Mariana Mazzucato hanno raccolto in un volume i contributi di diversi economisti, appartenenti a diverse scuole di pensiero, ma tutti dell’idea che le economie attuali necessitano di nuove politiche economiche e di alcune riforme strutturali che permettano alle economie europee e americana di tornare su un sentiero di crescita stabile ed elevata. Viene inoltre affermato che molte politiche economiche sono inappropriate non solo perché non seguono i dettami dell’economia teorica, ma anche perché seguono i dettami di teorie che ritengono abbiano mostrato limiti importanti negli ultimi dieci anni. Il libro ambisce dunque a contribuire al dibattito sulle politiche economiche collegandolo al dibattito sulle teorie economiche, che vengono spiegate in maniera semplice al lettore non specialista, sostenendo la necessità di ripensare l’economia politica, anche per ricollegarla alle sue implicazioni di political economy, ovvero di sostenibilità politica, e ai suoi effetti ambientali.[2]

 

I curatori propongono un cambio di paradigma, delle lenti attraverso le quali si guarda ai fenomeni economici. Sostengono quindi la necessità di superare il dibattito sull’utilità e sui limiti dell’intervento pubblico in economia rispetto ad un’economia che sarebbe sostanzialmente privata, di mercato, per parlare di co-generazione della ricchezza. Lo stato contribuisce alla produzione attraverso le leggi e i servizi pubblici, tra i quali l’assistenza sanitaria e l’istruzione, rendendo difficile distinguere tra i frutti dell’azione del primo e quelli dell’attività economica privata.

 

Il libro consiste essenzialmente in un manifesto per un’economia che venga ripensata affinché affronti esplicitamente le sfide del nostro tempo: la bassa crescita economica e le crescenti diseguaglianze; il problema ambientale e il cambiamento climatico. Tale ripensamento avviene proponendo un maggiore ruolo dello Stato che, anche rifacendosi a esperienze storiche concrete, dovrebbe guidare, attraverso adeguati investimenti, politiche di promozione dell’innovazione che migliorino le prospettive di crescita dell’economia. Tali politiche dovrebbero essere finalizzate al conseguimento di tecnologie che, determinando un mutamento complessivo della struttura del sistema economico, del modo di produrre nel senso più ampio del termine, ci permettano di ridurre considerevolmente le emissioni per contenere l’aumento della temperatura media globale entro i 2° C, ritenuto il limite da non superare per evitare mutamenti climatici e ambientali epocali.

 

L’opera è composta da undici capitoli, di cui un’introduzione scritta dai due curatori. Gli altri dieci capitoli affrontano temi specifici, alcuni da un punto di vista più teorico, altri più applicato, ma possono essere ricondotti a due macro-argomenti: politiche macroeconomiche di stabilizzazione e di crescita e il loro rapporto su deficit e debito pubblico; le politiche dell’innovazione e le politiche ambientali; sono poi presenti tre capitoli la cui trattazione è relativamente più autonoma, l’uno riguardante l’orizzonte sempre più breve delle decisioni del management delle aziende, il secondo il rapporto tra diseguaglianze e crescita di lungo periodo, il terzo le implicazioni di political economy del liberismo realizzato rispetto a quello solitamente proposto nella teoria economica.

 

Il primo gruppo di articoli riguarda le politiche macroeconomiche. Gli autori criticano l’idea che l’equilibrio del bilancio pubblico sia un obiettivo prioritario della politica economica. Stephanie Kelton, ripercorrendo gli ultimi dieci anni di economia e politica economica in Europa e Stati Uniti, riafferma il ruolo del deficit di bilancio che “ha salvato il mondo” dalla crisi. La Kelton ricorda l’utilità degli stabilizzatori automatici e afferma che il deficit dei paesi europei è cresciuto in risposta alla crisi economica più per gli stabilizzatori automatici che per una decisione dei governi di intervenire con massicci programmi di spesa per rilanciare la crescita. Di conseguenza la preoccupazione dei Paesi europei per il deficit crescente era immotivata: il deficit sarebbe calato quando l’economia si sarebbe ripresa e i tentativi di tagliare il deficit quando la disoccupazione era ancora elevata hanno solo indebolito la domanda globale rendendo necessario continuare ad utilizzare gli stabilizzatori automatici. Randall Wray e Yeva Nersisyan hanno invece riassunto la “Teoria Moderna della Moneta”, di cui il primo è il maggiore esponente, per affermare che la bancarotta di un governo non è possibile se quest’ultimo emette la propria moneta. Nonostante la teoria moderna della moneta sia stata aspramente criticata, per ultimo dall’economista Thomas Palley,[3] per aver adottato una visione semplicistica della realtà economica, Wray e la sua co-autrice propongono delle motivazioni teoriche per spiegare la bassa crescita dell’eurozona dopo la crisi e la scarsa efficacia del Quantitative Easing, riabilitando, rispetto alla maggior parte delle teorie neoclassiche, il ruolo delle politiche fiscali. Completa la trattazione delle politiche fiscali il settimo capitolo, scritto da Stephany Griffith-Jones e Giovanni Cozzi, nel quale si propone un massiccio programma di investimenti che, stando alle simulazioni da loro svolte, avrebbe portato negli anni successivi al 2011 ad un aumento del tasso di crescita del PIL e ad un calo del deficit e del debito dei paesi dell’Europa meridionale (mentre avrebbe portato a crescita maggiore e deficit e debito sostanzialmente invariato in quelli del nord).

 

I due capitoli più trasversali riguardano diverse cause del rallentamento della crescita economica in Occidente negli ultimi tre decenni. Il primo capitolo è quello Andrew Haldane, che analizza il fenomeno dell’orizzonte breve delle scelte d’investimento. Secondo il  capoeconomista della Bank of England, il “breve-termismo” è la causa di un calo degli investimenti e, di conseguenza, delle prospettive di crescita. La deregolamentazione dei mercati finanziari e l’adozione di certi sistemi di incentivi ha portato le imprese quotate a investire sempre meno e a focalizzarsi sempre di più sulla necessità di garantire elevati dividendi, elevate quotazioni del titolo, e ad evitare investimenti e lunghi e rischiosi. Sebbene tale tendenza riguardi sia le imprese quotate che quelle non quotate, i dati menzionati da Haldane suggeriscono che le prime siano molto più propense a tali comportamenti delle seconde: il rapporto tra lo stock di asset produttivi e i profitti è quattro volte superiore per le non quotate rispetto alle quotate. È quindi necessario riformare i mercati e regolare il sistema di incentivi del management e degli investitori per promuovere una maggiore propensione al rischio e all’innovazione nel lungo periodo.

 

Il Premio Nobel Stiglitz discute invece il ruolo che le diseguaglianze hanno nel rallentare la crescita economica, affermando come ridurre le diseguaglianze sia necessario non solo per motivi etici e politici, ma anche per garantire la continuazione del processo di crescita. Ridurre le diseguaglianze permette un consolidamento della domanda aggregata, la riduzione dell’instabilità dell’economia, i rischi di generare bolle finanziarie, e riducono gli investimenti pubblici in infrastrutture che aumentano la produttività, p.es. trasporti pubblici, infrastrutture, istruzione e tecnologia.

 

La critica del neoliberismo continua anche nell’analisi del sociologo Colin Crouch, che denuncia il fallimento di molte politiche di privatizzazione dei servizi pubblici e l’artificiosità di molte politiche anti-trust, ogni qualvolta la tecnologia e la struttura del mercato rendono difficile, se non impossibile, creare un mercato.

 

Seguono poi i capitoli relativi alle politiche ambientali e dell’innovazione, che sono intimamente legati. La concezione del progresso tecnico avanzata nel libro è molto diversa da quella proposta nelle teorie economiche maggioritarie. Il progresso tecnologico viene rappresentato come un fenomeno cumulativo, collettivo e intrinsecamente incerto. Di conseguenza, le teorie neoclassiche che vedono l’intervento dello Stato come necessario solo in alcuni casi di fallimento del mercato affrontano molto limitatamente il problema, perché non possono risolvere la totale mancanza di una tecnologia, quando è necessaria, né promuovere le sinergie tra diverse parti del sistema economico quando sono in gioco sfide di portata epocale.

 

William Lazonick affronta la questione da un punto di vista prevalentemente teorico, criticando le teorie neoclassiche per la loro enfasi eccessiva sul ruolo del mercato nel funzionamento del sistema capitalistico, impedendo di prestare sufficiente attenzione al ruolo innovativo dell’impresa. L’impresa è un’organizzazione dinamica, che ha l’obiettivo di incrementare la propria quota di mercato a scapito dei concorrenti attraverso l’innovazione che le permette di differenziarsi. Una concezione neoclassica, statica, dell’impresa, che tendenzialmente si limita ad utilizzare le tecnologie già disponibili, sarebbe quindi responsabile delle politiche che dagli anni Ottanta hanno sempre più promosso la massimizzazione del valore degli azionisti a scapito dell’investimento, anche rischioso e di lungo periodo, nell’innovazione tecnologica.

 

Mariana Mazzucato continua la discussione dell’argomento sviluppandone le implicazioni di politica economica. La Mazzucato, riprendendo anche i suoi noti studi divulgati attraverso Lo Stato Innovatore, fa riferimento all’esperienza storica per sostenere la necessità di un vigoroso programma pubblico di sostegno alla ricerca e allo sviluppo di nuove tecnologie per affrontare le sfide della società contemporanea. Un tale progetto, che lei propone di legare all’obiettivo di limitare il cambiamento climatico e i suoi effetti, sarebbe anche utile per accelerare la crescita economica e assegnerebbe un obiettivo specifico alla proposta presentata nel capitolo di Griffith-Jones e Cozzi. La Mazzucato analizza anche gli aspetti di political economy della sua proposta e sostiene che i proventi dell’innovazione vengano, almeno in parte, appropriati dallo Stato, per rendere finanziariamente sostenibile il prosieguo di simili progetti nel futuro, evitando la tendenza a socializzare gli investimenti e privatizzare i guadagni.

 

Carlota Perez e Dimitri Zenghelis, nei rispettivi capitoli, completano il quadro tratteggiato dagli autori di cui sopra, sostenendo la necessità di progetti pubblici per ristrutturare l’economia depurandola dalla sua dipendenza dal carbonio. Secondo Zenghelis, l’approccio economico dei fallimenti di mercato è considerato insufficiente perché permette una maggiore efficienza nell’impiego delle risorse ma non non un cambiamento totale quale quello che viene prospettato. Carlota Perez affronta invece il tema della relazione tra la crescita economica e la tutela ambientale, affermando che i due obiettivi sono in linea teorica del tutto compatibili. La loro compatibilità dipenderebbe dal modello di sviluppo e non dalla crescita in sé, che può essere perseguita anche attraverso la crescita di un settore dei servizi che richiede sempre meno energia. Tale conciliazione sarebbe quindi l’obiettivo da perseguire per continuare a migliorare le condizioni di vita di coloro che tuttora vivono in povertà.

 

Il libro rappresenta un importante contributo al dibattito pubblico per una politica post-liberista che permetta alle società occidentali di affrontare le origini economiche della sua crisi epocale attraverso una rigorosa analisi economica. Si rivelerà utile per tutti coloro che vorranno formulare un’alternativa alle politiche neo-liberiste dell’Unione Europa, che purtroppo, rimangono tuttora parte del mainstream delle istituzioni di Bruxelles.

 

 

[1] Robert E. Lucas, Jr., ‘Macroeconomic Priorities’, American Economic Review 93, no. 1 (2003): 1–14.

[2] Per una introduzione a diversi aspetti delle teorie “eterodosse” in Economia, che costituiscono la base delle proposte di politica economica del libro, si rinvia alle seguenti opere: Dosi, Giovanni. "Technological Paradigms and Technological Trajectories." Research Policy 11, n. 3 (1982): 147-62. doi:10.1016/0048-7333(82)90016-6; Hein, Eckhard. Distribution and Growth after Keynes. Cheltenham: Edward Elgar Publishing, 2016; Kaldor, Nicholas. Economia Senza Equilibrio. Tradotto da Andrea Brandolini. Bologna: Il Mulino, 1988; Lavoie, M. Introduction to Post-Keynesian Economics (2nd Ed.). Palgrave Macmillan, 2009; Mazzucato, Mariana. Lo Stato Innovatore. Roma: Laterza, 2014.

[3] Thomas I. Palley, “Money, Fiscal Policy, and Interest Rates: A Critique of Modern Monetary Theory”, Review of Political Economy 27, n. 1 (2015): 1–23.


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