20 marzo 2020

Una nuova cultura imprenditoriale per l’Industria 4.0

● Economia e innovazione

  

“La questione della produttività è scomparsa dal dibattito politico”: così si apre il primo Workshop Alessandro Pansa, tenutosi lo scorso 20 gennaio presso la fondazione Feltrinelli di Milano sul tema “Piccolo è ancora bello? Piccole e medie imprese e la sfida di Industria 4.0”. Il workshop, organizzato da Matteo Tranchero (membro di Agenda e vincitore del premio Pansa 2019/2020) ha avuto come ospiti imprenditori e uomini d’azienda, nonché accademici e ricercatori istituzionali che si sono a lungo occupati di questi temi. Di seguito, alcune riflessioni e raccomandazioni emerse nel corso del dibattito. Ogni errore o inesattezza sono da attribuirsi esclusivamente all’autore.

 

Il Piano Nazionale Industria 4.0 ha svolto un ruolo importante nell’ambito della nuova transizione tecnologica e, più in generale, nel rilancio degli investimenti in Italia. Risultati notevoli, specie grazie agli strumenti del super e iper-ammortamento - convertito dall’ultima legge di bilancio in credito di imposta, per renderne più ampia la platea di fruitori -, al bonus ricerca e alle sinergie con altri piani per il rilancio degli investimenti, come la Nuova Sabatini. Fra i meriti di Industria 4.0 vi è sicuramente quello di non porre vincoli sull’entità minima dell’investimento, rendendo gli incentivi accessibili anche alle piccole imprese, e di concentrare l’attenzione su ricerca e sviluppo: secondo alcuni sondaggi, 7 imprese su 10 non avrebbero avviato investimenti in R&D in assenza del bonus ricerca.

 

Nonostante questi risultati incoraggianti, ad oggi solo il 14% delle imprese italiane sono realmente innovative, mentre la maggior parte, specie fra le imprese piccole, adotta una sola tecnologia 4.0, spesso software per la sicurezza informatica. Ciò impedisce di sfruttare appieno il potenziale di interconnessione di queste nuove risorse (robot, stampanti 3D, internet delle cose, sistemi di cloud computing, big data…) e frena l’aumento della produttività, possibile solo tramite un ripensamento complessivo dell’organizzazione dell’impresa.

 

In questo l’Italia sconta la composizione della sua struttura produttiva, popolata per la grandissima maggioranza da micro e piccole imprese, meno propense ad investire in nuove tecnologie. Il perché di questa differente attitudine all’innovazione non è univoco. Una spiegazione ottimistica è che le imprese più grandi sono anche quelle più attente agli sviluppi istituzionali e più pronte a sfruttare gli incentivi nel perseguire obiettivi già fissati. In questo senso, alle imprese di più modesta dimensione si dovrebbe semplicemente garantire il tempo necessario a pianificare gli investimenti e a conoscere adeguatamente i piani di incentivazione. La continuità e la stabilità del piano industriale risulterebbero quindi sufficienti a indurre la transizione alle nuove tecnologie in tutte le imprese.

 

Accanto a questa, un’argomentazione più profonda riconosce nella transizione all’industria 4.0 un mutamento di paradigma tecnologico. In questo senso non c’è da sorprendersi che solo poche imprese abbiano adottato le nuove tecnologie - l’elettricità ha impiegato oltre un secolo per diffondersi - e anzi ci si deve domandare se gli incentivi fiscali siano una misura sufficiente a guidare il sistema produttivo verso questo cambiamento. Si dovrebbe accettare che le imprese sono radicalmente diverse l’una dall’altra (esiste cioè una fondamentale eterogeneità fra di esse) e un incentivo potrebbe non bastare a farle cambiare strutturalmente. La politica industriale dovrebbe piuttosto favorire la contendibilità dei mercati, per facilitare l’ingresso di forze imprenditoriali innovative e più produttive.

 

In questa ottica schumpeteriana di “distruzione creatrice”, l’aspetto della cultura imprenditoriale è rilevante: gli imprenditori italiani continuano a preferire la piccola impresa, con il risultato che misure e incentivi volte a favorire l’aggregazione e l’internazionalizzazione delle imprese possono sortire solo effetti limitati. La piccola dimensione è prediletta perché consente all’imprenditore di mantenere un pieno controllo su tutti i processi decisionali, senza doversi affidare né a manager esterni per la gestione né ai mercati per l’approvvigionamento di risorse finanziarie. Manager esterni suscitano il timore di vedersi scavalcati nel controllo dell’impresa e nelle scelte strategiche, mentre il ricorso all’emissione di obbligazioni o azioni è percepito come rischioso o come capace di mettere a repentaglio la proprietà con l’allargamento della compagine sociale. Il sottodimensionamento delle imprese italiane si spiega quindi anche tramite le modalità diffuse di gestire e concepire l’impresa, basate prevalentemente sul controllo familiare, sulla sostanziale coincidenza tra proprietà e management e sulla totale dipendenza finanziaria dal sistema bancario; persistono cioè logiche e modelli organizzativi artigianali, che impediscono il salto di produttività reso possibile dalle nuove tecnologie.

 

Il rilancio dell’impresa italiana nel lungo periodo richiede quindi, per prima cosa, un rinnovamento culturale, che ha inizio dalla formazione professionale e dalla scuola. Le imprese che hanno effettuato almeno un investimento 4.0 sono in media più grandi e gestite da dirigenti giovani ed istruiti, mentre le PMI faticano ad attrarre personale qualificato, perché nelle grandi imprese i giovani laureati ottengono salari più elevati e hanno maggiori prospettive di carriera. Far conoscere le opportunità offerte dalle tecnologie 4.0 e gli incentivi disponibili per effettuare investimenti di questo tipo con programmi per la formazione degli imprenditori favorirebbe processi di innovazione, ricerca e sviluppo in grado di aumentare l’attrattività delle PMI per i giovani laureati. Anche in quest’ottica sono stati concepiti i Centri di Competenza, che dovrebbero accompagnare passo dopo passo le PMI nel processo di transizione tecnologica e contribuire alla costituzione di una diffusa “cultura 4.0”.

 

L’elaborazione di un coerente e stabile piano industriale che segua il tracciato del Piano Industria 4.0 e ponga particolare accento sui processi di formazione, apprendimento e transizione tecnologica è un punto cruciale nell’ordine del giorno del policy-maker interessato al rilancio della competitività dell’industria italiana. Tuttavia, non può essere l’unico: permangono altri ineludibili problemi strutturali che precedono le politiche industriali e ne limitano gli effetti positivi. Basti pensare che l’Italia figura al 51esimo posto della classifica “Doing Business” della Banca Mondiale, basata su un indicatore che misura la facilità di avviare e condurre un’impresa: esso tiene conto del numero di permessi necessari per avviare un’attività o una costruzione e del tempo medio per ottenerli, dei tempi e dei costi dei processi per insolvenza o inadempimento contrattuale, della facilità di ottenere credito e della pressione fiscale. Per gli ultimi due aspetti considerati singolarmente, il nostro paese si ferma rispettivamente in 112esima e 118esima posizione, un risultato tutt’altro che soddisfacente. Sono dati che spiegano tutta la difficoltà che gli incentivi fronteggiano nell’ammodernare la nostra struttura imprenditoriale, gravata da lentezze del contesto istituzionale che favoriscono il mantenimento di posizioni di rendita acquisite, disincentivano l’innovazione e scoraggiano gli investimenti esteri. Tanto più che uno dei pregi del Piano Industria 4.0 è di erogare gli incentivi in forma di sgravio fiscale o credito d’imposta, soluzione che valorizza le imprese in posizione regolare con il fisco ma ripropone ancora una volta il problema dell’evasione fiscale, che restringe di molto la platea di potenziali beneficiari e l’efficacia di questo strumento di politica economica.

 

Il perché questi temi non siano mai stati affrontati dalla politica risiede in una concezione quasi morale del piccolo imprenditore nel dibattito pubblico, che si è sostanziata in una costante apologia della piccola impresa. Alla base di questa concezione stanno i rapporti clientelari tra politica e impresa ed il silenzio sull’evasione fiscale, possibile nelle piccole imprese più che nelle grandi, che ha consentito la sopravvivenza di imprese non competitive. Della grande impresa si parla in Italia solo riguardo ad episodi di grandi crisi, mentre la politica industriale dovrebbe favorire il processo di ristrutturazione del sistema produttivo, favorendo le imprese che innovano e crescono dimensionalmente e senza confondere il proprio ruolo con quello della politica assistenziale, fondamentale per la tutela dei lavoratori delle imprese fuori mercato. Agire contrariamente significa rinunciare a difendere il lavoro nei settori produttivi più frammentati: ne è un esempio il settore delle costruzioni, che nell’arco di dieci anni ha perso 300.000 occupati, un numero enorme e di molto maggiore a quelli delle singole crisi di grandi gruppi industriali che dominano il dibattito pubblico.

 

Si dovrebbero promuovere politiche industriali strutturali come il Piano Industria 4.0, renderle stabili nel tempo e avviare campagne di informazione sugli incentivi rivolti agli investimenti e alla ricerca nelle nuove tecnologie, per permettere a tutte le imprese di conoscere le possibilità offerte e programmare ristrutturazioni di lungo periodo, dal momento che le innovazioni 4.0 hanno senso solamente in un’ottica di rinnovamento dell’organizzazione aziendale. Tutto questo deve essere accompagnato da un lavoro di rimozione dei disincentivi burocratici e fiscali alla crescita dimensionale delle imprese e da una comunicazione efficace e costante della politica per favorire la formazione di una nuova cultura imprenditoriale, che sarebbe il primo motore del rilancio della produttività e della crescita della nostra economia.

 


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