16 maggio 2020

Diseguaglianze e crescita economica

 

● Economia e innovazione 

 

Lo studio della relazione tra diseguaglianza e crescita è una delle grandi domande in economia. Già a partire dagli anni ’50, importanti economisti come Nicholas Kaldor e Simon Kuznets iniziarono ad interrogarsi sulla questione. Sulla base delle loro conoscenze teoriche e dei pochi dati allora disponibili, entrambi giunsero alla conclusione che esistesse un trade-off tra una minore diseguaglianza e una crescita economica più sostenuta. Tuttavia, nei decenni che seguirono la fine della Seconda Guerra Mondiale, si è assistito da un lato alla crescita vertiginosa di molti paesi dell’est asiatico – relativamente egualitari – mentre dall’altro la maggior parte dei paesi latinoamericani con livelli di diseguaglianza significativamente più elevati sono cresciuti a tassi nettamente inferiori. Trend così contrastanti hanno suscitato, nel corso degli anni ’90, l’interesse di numerosi ricercatori. La nascente letteratura empirica, per svariate ragioni, ha però conosciuto un periodo di arresto nei primi anni del 2000, almeno fino alla pubblicazione del bestseller di Piketty “ Capital in the Twenty-First Century ”, che ha portato agli occhi di tutti come la ricchezza nell’odierno sistema capitalistico sia concentrata sempre più nelle mani di pochi. Questo fattore, unito ad un rallentamento dell’economia a livello globale, ha alimentato un rinnovato interesse non solo in campo accademico, ma anche istituzionale, per la relazione tra diseguaglianza e crescita economica.

 

Come la diseguaglianza può influenzare la crescita economica di un paese

 

La teoria economica propone diversi meccanismi attraverso i quali la diseguaglianza di reddito (o anche di opportunità) può stimolare o rallentare la crescita dell’economia.

 

Come anticipato nell’introduzione, inizialmente si riteneva che una più iniqua distribuzione della ricchezza favorisse la crescita. La giustificazione teorica proposta da Kaldor (1956) si basava sull’idea che la maggiore concentrazione di risorse avrebbe aumentato il risparmio aggregato - i ricchi hanno una minore propensione marginale al consumo – e seguendo il nesso causale tra risparmi e investimenti ipotizzato dalla teoria neoclassica, ciò avrebbe favorito l’accumulazione di capitale fondamentale per la crescita economica. Altre argomentazioni a sostegno di un nesso positivo si rifanno ad un altro cardine della teoria neoclassica, ossia l’importanza degli incentivi nelle scelte economiche individuali. Seguendo questa logica, alcuni ritengono che in una società più diseguale, le persone abbiano maggiori stimoli a lavorare duramente, competere ed eccellere per migliorare la propria situazione (Mirrlees, 1971) e ciò avrebbe ripercussioni positive sull’intero sistema. Infine, una più diffusa diseguaglianza potrebbe stimolare la crescita economica incentivando le attività innovative ed imprenditoriali (Lazear e Rosen, 1981).

 

Altri meccanismi suggeriscono, al contrario, che una maggiore diseguaglianza potrebbe ridurre la crescita futura. Un primo canale è quello noto come della “politica fiscale endogena” (Persson e Tabellini, 1994), secondo cui in un sistema maggioritario dove l’elettore mediano è relativamente povero, potrebbero esserci spinte per una più elevata tassazione e regolamentazione, distorcendo così gli incentivi agli investimenti con un impatto negativo sulla crescita. In casi estremi poi, un’eccessiva diseguaglianza economica potrebbe condurre ad instabilità politica e a disordini sociali; in una simile situazione gli investimenti sia correnti che futuri sarebbero destinati a crollare con conseguente riduzione dei tassi di crescita (Alesina e Perotti, 1996). Infine, Galor e Zeira (1993) teorizzano che in presenza di imperfezioni nel mercato del credito, i poveri potrebbero non essere in grado di procurarsi le risorse necessarie per investire nella propria educazione. In questo caso, l’accumulazione di capitale umano sarebbe inferiore al livello ottimale con effetti negativi sulle performance di lungo periodo delle economie moderne.

 

Cosa ci dicono i dati

 

Non è sorprendente, dato il proliferare di meccanismi che legano diseguaglianza e crescita, che l’evidenza empirica sia quanto mai ambigua, anche se studi sempre più numerosi sembrano trovare una relazione statistica negativa. Prima di procedere ad un’analisi dettagliata dei principali risultati, è importante notare come le varie conclusioni empiriche possano differire sulla base di una molteplicità di fattori quali: la qualità dei dati a disposizione, la composizione del campione di paesi analizzato, il metodo di stima e gli indicatori di diseguaglianza cui si fa riferimento. Ad ogni modo, è possibile distinguere tre tappe fondamentali nell’evoluzione della letteratura.

 

I primi lavori empirici all’inizio degli anni ’90 trovarono che una più iniqua distribuzione del reddito – misurata attraverso una molteplicità di indicatori - riducesse la crescita economica (Perotti, 1996). Va precisato che questi studi si basavano su pochi dati, su campioni di paesi molto eterogenei e che si trattava di semplici analisi cross-country volte, quindi, a misurare l’impatto del livello iniziale di diseguaglianza sulla crescita futura.

 

A partire dalla fine degli anni ’90, un nuovo e più ricco dataset (Deininger e Squire, 1996) rese possibile esaminare l’effetto di cambiamenti nel tempo della diseguaglianza attraverso analisi di tipo panel . Li e Zou (1998) e Forbes (2000) furono i primi studi empirici a trovare una relazione positiva tra diseguaglianza e crescita.

 

Infine, nella letteratura più recente appare sempre più concreta la possibilità che si tratti di una relazione non lineare, come già suggerito da Banerjee e Duflo (2003). In particolare, una più iniqua distribuzione delle risorse sembra essere associata a una più veloce crescita economica nel breve termine, ma a costo di un sostenuto rallentamento nel medio-lungo periodo (Grijalva, 2011; Halter et al., 2014). Inoltre, Van der Weide e Milanovic (2018) mostrano come una più elevata diseguaglianza riduca la crescita dei redditi dei più poveri ma favorisca quella dei redditi dei più ricchi.

 

Implicazioni di politica economica

 

Sebbene non ci sia ancora unanimità di risultati, l’evidenza a nostra disposizione sembra ridefinire il tradizionale trade-off tra efficienza ed equità. Negli scorsi decenni i governi dei vari paesi avanzati hanno portato avanti una serie di politiche economiche volte esclusivamente a favorire la crescita, senza tener conto delle conseguenze redistributive delle stesse, dando per scontato che la maggiore diseguaglianza così creata non implicasse nessun costo in termini di efficienza. Ora che la più recente evidenza empirica sembra suggerire che una distribuzione della ricchezza eccessivamente iniqua risulti dannosa per la crescita economica, ridurre le diseguaglianze non è più soltanto moralmente e politicamente corretto, ma fondamentale per l’economia stessa.

 

Un primo importante passo dovrebbe, pertanto, consistere nell’attuazione di politiche di tipo pre-redistributivo, orientate ad evitare il sorgere di eccessive diseguaglianze di reddito. In tal senso, favorire l’accesso all’educazione e all’assistenza sanitaria delle fasce più povere della popolazione aumenterebbe la loro probabilità di ritrovarsi in una condizione economica migliore nonostante una situazione iniziale di svantaggio. Il corretto utilizzo dei proventi delle tasse è fondamentale per promuovere politiche di questo genere. Inoltre, qualsiasi intervento economico dovrebbe, in futuro, sempre tener conto delle proprie conseguenze redistributive. Nel caso delle politiche di austerità, ad esempio, si dovrebbe cercare di salvaguardare le prestazioni rivolte ai più poveri in modo da non esacerbare gli effetti negativi di queste manovre economiche. Infine, politiche redistributive ambiziose, realizzate attraverso una tassazione realmente progressiva e trasferimenti mirati alle classi più svantaggiate, rappresentano un fondamentale strumento ex-post per ridurre le diseguaglianze. Come mostrato da Ostry et al. (2018), tali politiche sarebbero peraltro prive di un impatto diretto negativo sulla crescita - come invece sostenuto dalla maggior parte degli economisti – ma produrrebbero, anzi, un effetto indiretto espansivo tramite la ridotta diseguaglianza da esse implicata.

 

Oggi che la diseguaglianza non appare più essere una mera conseguenza del libero agire del mercato, ma anche il risultato delle politiche economiche condotte negli ultimi decenni su scala mondiale, sembra finalmente giunto il momento per promuovere una crescita che sia davvero inclusiva, dove nessuno venga lasciato indietro. In questo senso, un cauto ottimismo proviene dal recente cambio di visione delle istituzioni internazionali come l’OECD, un tempo promotore dell’approccio liberista “ Going for Growth ” e che oggi ha convenuto sull’idea che tutti noi siamo “ In it Together: Why Less Inequality Benefits All ”, il titolo del suo report del 2015. Una distribuzione più equa della ricchezza potrà, davvero, generare più benessere per tutti.

 

 

Immagine: Beggar, heartless, homeless, poor (30 marzo 2015). Crediti: immagine caricata su Pexels da Chris Howard / Licenza Pexels

 

Bibliografia

 

Alesina, A. and R. Perotti (1996). “Income Distribution, Political Instability, and Investment”. European Economic Review 40(6): 1203–1228.

 

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Berg, A., J.D. Ostry, C.G Tsangarides and Y. Yakhshilikov (2018). “Redistribution, Inequality, and Growth: New Evidence.” Journal of Economic growth 23(3): 259-305.

 

Forbes, K.J. (2000) A Reassessment of the Relationship Between Inequality and Growth. American Economic Review 90(4): 869-887.

 

Galor, O. and J. Zeira (1993). “Income Distribution and Macroeconomics”. The Review of economic studies 60(1): 35–52.

 

Grijalva, D.F. (2011). “Inequality and Economic Growth: Bridg­ing the Short-Run and the Long-Run”. http://escholarship.org/uc/item/4kf1t5pb .

 

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Kaldor, N. (1956). “Alternative Theories of Distribution.” Review of Economic Studies 23 (2): 83–100.

 

Lazear, E., and S. Rosen. (1981). “Rank-Order Tournaments as Optimum Labor Contracts.” Journal of Political Economy 89 (5): 841–64.

 

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Mirrlees, J. (1971) "An Exploration in the Theory of Optimum Income Taxation", Review of Economic Studies , 38 (114): 175-208.

 

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Persson, T. and G. Tabellini (1994). “Is Inequality Harmful for Growth?” The American Economic Review , 600–621.

 

Piketty, T. (2014). Capital in the Twenty-First Century . Harvard University Press .

 

Van der Weide, R. and B. Milanovic (2018). “Inequality is Bad for Growth of the Poor (but Not for That of the Rich).” The World Bank Economic Review 32(3): 507-530.

 


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