5 novembre 2019

Il Quantitative Easing e le sfide dell’economia italiana - Intervista a Salvatore Rossi

di Alessandro Ciancetta

● Economia e innovazione

  

Lo scorso 16 settembre si è tenuta presso la Scuola Normale Superiore di Pisa la terza giornata in ricordo di Carlo Azeglio Ciampi, organizzata dal think tank Agenda e dalla Scuola Normale Superiore. L’evento ha visto come ospite principale l’ex Direttore Generale della Banca d’Italia Salvatore Rossi, che ha tenuto una lectio magistralis dal titolo “La politica monetaria in Europa prima e dopo la creazione dell’euro” e che ha accettato di rispondere ad alcune domande di Alessandro Ciancetta e Roberto Ganau per il nostro magazine.

 

 

Alessandro Ciancetta: Negli scorsi giorni la Banca Centrale Europea ha annunciato un ulteriore taglio dei tassi e l’avvio di un nuovo Quantitative Easing. Tuttavia, lo stesso Mario Draghi ha dichiarato che la politica fiscale “deve diventare l’elemento chiave” ed “assumere la guida”. Ritiene che questa nuova espansione monetaria sarà efficace o la politica monetaria ha raggiunto i propri limiti?

 

Salvatore Rossi: Negli ultimi sette-otto anni la politica di espansione quantitativa del denaro in circolazione è stata sicuramente efficace. Questo è difficile da provare, ma tutti i modelli disponibili - qualunque sia il centro di ricerca o la parte che li gestisce - dicono che senza di essa sarebbe andata molto peggio in termini di crescita economica e di occupazione. Quindi questa politica è stata sicuramente efficace, anche se non tanto quanto si sarebbe desiderato. L’inflazione nell’area dell’euro, che oggi è di circa l’1%, è infatti ancora al di sotto dell’obiettivo di un’inflazione inferiore ma vicina al 2%. Col passare del tempo, la politica monetaria - per quanto ricorra a mezzi straordinari e a misure non standard come il QE - perde efficacia. Questo spiega perché il presidente della BCE torni sul vecchio argomento del contributo della politica di bilancio pubblico al rilancio delle economie europee. È un richiamo al ruolo primario della fiscal policy come stimolo per lo sviluppo economico, quindi non soltanto per la crescita economica di breve periodo o l’uscita da una recessione.

 

AC: Come cambia, se cambia, l’indipendenza delle banche centrali alla luce di queste considerazioni?

 

SR: Fino a questo momento nessuno ha messo in discussione l’indipendenza della BCE e delle altre banche centrali. Forse negli Stati Uniti il presidente americano dice cose che minacciano questa indipendenza; però un conto sono le parole, un altro conto sono i fatti. È indubbio che con il proseguire di questa linea di espansione quantitativa l’indipendenza potrebbe essere messa in discussione, perché i soggetti colpiti da questo tipo di interventi potrebbero coalizzare politicamente le opinioni pubbliche contro le banche centrali. Le faccio un esempio concreto. Una politica dei tassi di interesse bassissimi o addirittura negativi colpisce i soggetti finanziari (banche e compagnie di assicurazione), che infatti in Europa sono diventati molto vocali nel contrastare una strategia che secondo loro colpisce inutilmente i loro bilanci e tutti i risparmiatori senza benefici effettivi. In particolare, in Germania esiste un movimento di opinione consistente che chiede rendimenti maggiori per i risparmi ed è avverso alle politiche monetarie che comprimono artificialmente i tassi d’interesse. Ovviamente questo argomento trascura il fatto che i risparmiatori sono al tempo stesso lavoratori, quindi se l’economia è in difficoltà alcuni di loro potrebbero essere, per dire, licenziati, e quindi perdere la capacità di risparmiare. Questo secondo aspetto è trascurato da chi invece agita il primo argomento.

 

AC: Draghi ha comunque escluso ogni sostegno a riforme del Patto di Stabilità, sottintendendo che solo i paesi provvisti di un sufficiente spazio di manovra fiscale debbano attuare una politica espansiva. L’Italia, per via della difficile situazione finanziaria, non rientrerebbe fra questi. Quali sono i rischi di una politica espansiva in Italia, specie in relazione alla sostenibilità del debito pubblico?

 

SR: Il debito pubblico italiano è detenuto prevalentemente da risparmiatori italiani che si affidano, per la gestione del loro risparmio, ad investitori professionali. Quando si parla dei "mercati" si intendono in realtà gli operatori professionali che sui mercati agiscono per conto della loro clientela. Si tende a dimenticare questo, cioè che bisogna convincere i risparmiatori del fatto che chi emette un titolo di debito, anche se è uno Stato sovrano, sia in grado e abbia la volontà di ripagarlo e di pagare gli interessi, senza dichiarare fallimento. Ciò è accaduto alcune volte nella storia: l’ultimo caso è quello greco, quando ai detentori del debito è stata imposta una perdita. Il famigerato spread si giustifica così, come prezzo di un rischio di fallimento. Il rischio di default dello Stato sovrano, che era zero fino a sette-otto anni fa, è diventato consistente anche in un grande paese industriale ed avanzato come l'Italia. Questa lunga premessa serve a dire che l'equilibrio del bilancio pubblico è importante non perché soddisfa un funzionario a Bruxelles, quanto perché tranquillizza chi detiene titoli pubblici, quindi tutti i cittadini italiani e anche qualche straniero. Per questo è necessario condurre una politica attenta agli equilibri di bilancio. L’Italia ha in questo momento pochissimo spazio fiscale, ma non per la "cattiveria" dell'Europa, bensì per fatti oggettivi, perché deve tener conto del fatto che ha un debito elevato e che quindi i suoi creditori sono molto attenti. Per questo non possiamo permetterci manovre espansive e dobbiamo negoziare con l'Europa. Le istituzioni europee non sono le responsabili delle strettoie in cui la politica di bilancio italiana è chiusa, ma certamente chi opera sui mercati guarda allo stato dei rapporti fra un governo e le istituzioni europee come ad un indicatore della possibile volontà di quello Stato di fare fallimento. Anche per questo è importante avere buoni rapporti con le istituzioni europee.

 

 

AC: Un risultato noto nella letteratura macroeconomica è la cosiddetta curva di Phillips, la relazione inversa fra tasso di inflazione e tasso di disoccupazione. A luglio il presidente della Federal Reserve Jerome Powell ha sostenuto l’inappropriatezza della curva di Phillips come schema per interpretare la realtà dell’economia statunitense attuale, caratterizzata da una bassa inflazione (al di sotto del target del 2%) e da un tasso di disoccupazione ai minimi storici. La curva di Phillips è ancora uno schema concettuale appropriato e utile per condurre la politica economica?

 

SR: La curva di Phillips è un risultato empirico, non è il risultato di una teoria; solo in un secondo momento ve ne sono state costruite sopra alcune. Essa è fondamentalmente il risultato dell'osservazione della realtà di 50-70 anni fa. La realtà di oggi potrebbe essere cambiata. In particolare, la relazione fra livello generale dei prezzi (inflazione) e disoccupazione potrebbe essersi molto allentata. L'inflazione, in tutto il mondo, potrebbe essersi strutturalmente ridotta per ragioni tecnologiche: poiché siamo in una fase di salto tecnologico continuo, questo è un periodo in cui si producono cose e servizi di molto valore che costano sempre meno. Ciò esercita un impulso continuo a tenere i prezzi bassi, e quindi a tenere bassa l'inflazione. Potrebbe tornare, ovviamente, una fase storica in cui questo ciclo di salto tecnologico si attenui, ed essa riporterebbe il rischio di un’inflazione alta e farebbe tornare di attualità la relazione tra inflazione e disoccupazione; però anch'io vedo che al momento lo schema della curva di Phillips non funziona più.

 

 

AC: La storiografia economica ha identificato negli ultimi venti anni dell’economia italiana un momento di sostanziale declino, di cui anche lei già parlava nell’ultima edizione del saggio “La politica economica italiana: 1968-2007”, edito da Laterza. Il problema più evidente è probabilmente quello della produttività, che in Italia stenta a crescere. Quali sono i problemi alla base della stagnazione della produttività, e come si dovrebbe agire per risolverli?

 

SR: Il fattore principale è ancora una volta tecnologico e riguarda la combinazione fra tecnologia che cambiava paradigma nel mondo e struttura produttiva. Quest’ultima in Italia aveva la peculiarità di essere fondata sulla piccola dimensione delle imprese produttive. A partire dagli anni ’90, il passaggio dal paradigma elettrico a quello digitale ha consentito a chi poteva un salto enorme di efficienza produttiva. Peccato che, per fare questo, quanto più si era grandi meglio era, e ciò ha comportato per noi la nascita di un problema. Per spiegarla con un esempio: una bottega di barbieri che inizi ad utilizzare un PC al posto di un'agenda cartacea per gestire gli appuntamenti aumenta solo di poco la sua produttività, mentre una grande organizzazione produttiva che impieghi dei software in grado di gestire tutta l'impresa in modo nuovo e molto più efficiente fa un salto molto più rilevante di produttività. Non voglio dire che l'Italia sia un paese di sole piccole botteghe, però è certamente un paese in cui le imprese grandi, capaci di compiere questo salto di efficienza, sono molte meno di quante non ve ne siano in altri paesi a noi vicini e concorrenti, come Germania, Francia e Svezia. Quindi questa è la ragione fondamentale, secondo me, per cui l'Italia è rimasta attardata. Questo fenomeno va avanti da un quarto di secolo: difficile dire se ciò equivalga a un declino vero e proprio - perché attenzione, "declino" è un concetto storico; l'Italia ha vissuto una stagione di declino, nel Seicento e nel Settecento, una stagione durata due secoli. Venticinque anni sono ancora pochi per dire se questa sia una discesa ineluttabile, storica, che vede tutta la società impoverirsi come è accaduto all'Italia in quei secoli.

 

 

AC: Del resto, questo lo nota anche nel saggio sopracitato: potrebbe trattarsi non un declino ma una "difficile rincorsa".

 

SR: Però bisogna darsi da fare subito, e più si aspetta peggio è. È diventato urgente rompere questa situazione che vede imprese non solo piccole, ma che vogliono restare piccole, perché o hanno paura di diventare visibili, dal momento che percepiscono come ostile l'ambiente intorno a loro - l'ambiente giuridico, normativo, sindacale, politico -, oppure hanno paura della grande dimensione perché temono di perdere il controllo familiare dell'azienda. Questo meccanismo va rotto, cambiando l'ambiente intorno alle imprese e dando agli imprenditori legati a modelli familiari di proprietà e gestione dei giusti incentivi per cambiare atteggiamento.

 

 

Bibliografia

Salvatore Rossi, 2008. La politica economica italiana 1968-2007. Laterza.

 

Per ulteriori approfondimenti sui temi trattati si consiglia inoltre:

Salvatore Rossi, 2006. La regina e il cavallo. Quattro mosse contro il declino. Laterza.

 

 

 

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